I ponti, di Ivo Andric

Di tutto ciò che l’uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e più prezioso per me dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre costruiti sensatamente nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di tutte le altre costruzioni, mai asserviti al segreto o al malvagio.

I grandi ponti di pietra, grigi ed erosi dal vento e dalle piogge, spesso sgretolati nei loro angoli acuminati, testimoni delle epoche passate, in cui si viveva, si pensava e si costruiva in modo differente: nelle loro giunture e nelle loro invisibili fessure cresce l’erba sottile e gli uccelli fanno il nido.

I sottili ponti di ferro, tesi come filo da una sponda all’altra, che vibrano ed echeggiano con ogni treno che li percorre, come se aspettassero ancora la loro forma e perfezione finale. La bellezza delle loro linee si svelerà del tutto solo agli occhi dei nostri nipoti.

I ponti di legno all’entrata delle cittadine bosniache le cui travi traballano e risuonano sotto gli zoccoli dei cavalli, come le lamine di uno xilofono. E infine, quei minuscoli ponti sulle montagne, spesso solo un unico grande tronco ovale, massimo due, inchiodati uno accanto all’altro, gettati sopra qualche ruscello montano che senza di loro sarebbe invalicabile. Due volte all’anno il torrente impetuoso ingrossandosi li trascina via e i contadini, con l’ostinazione cieca delle formiche, tagliano e segano e ne rimettono nuovi. Per questo, vicino ai ruscelli di montagna, nelle anse fra le pietre dilavate, spesso si vedono questi “ponti” precedenti: stanno lì abbandonati a marcire insieme all’altra legna arrivata per caso. Ma questi tronchi di alberi lavorati, condannati a bruciare o a marcire, si differenziano comunque dal resto e ricordano sempre l’obiettivo per il quale sono serviti.

Diventano tutti uno solo e tutti degni della nostra attenzione, perché indicano il posto in cui l’uomo ha incontrato l’ostacolo e non si è arrestato, lo ha superato e scavalcato come meglio ha potuto, secondo le sue concezioni, il suo gusto e le condizioni circostanti.

Quando penso ai ponti, mi vengono in mente non quelli che ho traversato più spesso, ma quelli su cui mi sono soffermato più a lungo, che hanno attirato la mia attenzione e fatto spiccare il volo alla mia fantasia.

I ponti di Sarajevo, prima di tutto. Sul fiume Milijacka, il cui letto è una sorta di sua spina dorsale,. rappresentano vertebre di pietra. Li vedo e li posso contare uno a uno. Conosco le loro arcate, ricordo i loro parapetti. Fra di loro ce n’è anche uno che porta il nome fatale di un ragazzo*, un ponte minuscolo ma eterno che sembra ritiratosi in se stesso, una piccola e accogliente fortezza che non conosce né resa né tradimento.

Poi i ponti visti nei viaggi, di notte, dai finestrini dei treni, sottili e bianchi come fantasmi. I ponti di pietra in Spagna, ricoperti dall’edera e come impensieriti della propria immagine riflessa nell’acqua scura. I ponti di legno in Svizzera, ricoperti da un tetto che li difende dalle abbondanti nevicate, assomigliano a lunghi silos e sono ornati all’interno da immagini di santi o di avvenimenti miracolosi come fossero cappelle. I ponti fantastici della Turchia, poggiati lì per caso, custoditi e protetti dal destino. I ponti di Roma, dell’Italia meridionale, fatti di pietra candida, da cui Il tempo ha preso tutto quello che ha potuto e accanto ai quali da cent’anni ne vengono costruiti di nuovi, ma che restano come sentinelle ossificate.

Così, ovunque nel mondo, in qualsiasi posto il mio pensiero vada e si arresti, trova fedeli e operosi ponti, come eterno e mai soddisfatto desiderio dell’uomo di collegare, pacificare e unire insieme tutto ciò che appare davanti al nostro spirito, ai nostri occhi, ai nostri piedi, perché non ci siano divisioni, contrasti, distacchi…

Così anche nei sogni e nel libero gioco della fantasia, ascoltando la musica più bella e più amara che abbia mai sentito, mi appare all’improvviso davanti il ponte di pietra tagliato a metà, mentre le parti spezzate dell’arco interrotto dolorosamente si protendono l’una verso l’altra e con un ultimo sforzo fanno vedere l’unica linea possibile dell’arcata scomparsa. È la fedeltà e l’estrema ostinazione della bellezza, che permette accanto a sé un unica possibilità: la non esistenza.

E infine, tutto ciò che questa nostra vita esprime – pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri – tutto tende verso l’altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso. Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare: il disordine, la morte o l’assurdo. Poiché tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e al cui confronto tutti i ponti di questa terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. Mentre la nostra speranza è su quell’altra sponda. 

Sorgente: www.segnalo.it – POLITICHE DEI SERVIZI SOCIALI – ricerche bilbiografiche, www.segnalo.it

Il ponte della Civera, a Nesso, frazione Coatesa, sul lago di Como

Il ponte della Civera, a Nesso Coatesa

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
«Ma qual è la pietra che sostiene il ponte?» chiede Kublai Kan.
«Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra - risponde Marco - ma dalla linea dell'arco che esse formano.»
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: «Perché mi parli delle pietre? È solo dell'arco che mi importa».
Polo risponde: «Senza pietre non c'è arco».
Italo Calvino, Le città invisibili

 

 



 

 

 

Non riesco a trovare notizie storiche sul Ponte della Civera, se non l’annotazione che è di “probabile costruzione romana”.

Su segnalazione di un artigiano delle cornici trovo, però, il Ponte di Bobbio (provincia di Piacenza. Vedi Bobbio, in Wikipedia) il cui profilo assomiglia a quello della Civera: la tecnica ed il disegno erano quelli.

Sorgente: NESSO – COATESA, LAGO DI COMO

Coatesa sul Lario, l’Orrido di Nesso e il Ponte della Civera: lo straordinario scatto del fotografo Mino Di Vita

dal libro: Mino di Vita, Alte visuali

Alte Visuali
Un modo inusuale e sorprendente di visitare le località che si affacciano sul lago di Como è quello di sorvolarle a bordo di un idrovolante.
Dall’alto l’insolito punto di vista propone visuali inesplorate di architetture e paesaggi, esaltandone la complessità e fornendo una chiave di lettura più profonda del rapporto magico esistente fra il costruito e la natura circostante.
Il libro contiene una sintesi delle immagini più significative realizzate durante il sorvolo della costa lariana, un perimetro di circa centocinquanta chilometri.
Da Bellagio a Como, su poi fino a Colico, per ridiscendere l’altra riva e terminare a Lecco; un vero e proprio giro del lago condensato in un centinaio di scatti.

Vai ai ai post dedicati a:  Mino Di Vita

il PONTE della CIVERA in una stampa del 1881. Segnalazione di Simona K (della regione Emilia Romagna), 9 febbraio 2017. #lagodicomo

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fonte: http://stamperiastampeantiche.it/dettaglio-eng.php?numero=1144

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Caro Paolo, l’incisione è stata pubblicata nel 1881 sull’Illustrazione Italiana da: A. Curioni, disegnatore attivo nella seconda metà dell’800 a Milano e a Torino, dove collabora con diversi editori realizzando vedute del lago di Como e della Brianza. Forse identificabile con Alessandro Curioni, pittore attivo fra Como e Milano nello stesso periodo e autore di vedute del lago Maggiore e del lago di Como.

Simona K, 9 febbraio 2017

Nesso. Il ponte de la Civera, Autore: Branson DeCou Soggetto: Nesso, lo scalo a lago, Coatesa, Data: 1930 circa, da ICOM_040. ICOMOGRAFIE. #lagodicomo

iCOMOgrafie. A Nesso: il ponte de la Civera e Coatesa fissati nella bellezza del Lario

Il luogo appare all’improvviso (e un poco di traverso) a chi arriva da Como via lago. Appena dopo Careno, neanche un chilometro. Tra i tanti belli e affascinanti panorami lariani il Punt de la Civera è tra i più rappresentati: stampe, dipinti, fotografie ne celebrano (e diffondono) l’aspetto pittoresco e autentico. Il ponte medievale, tra le case a riva, le stradine strette e scalinate, il torrente e – in fondo – la cascata (in certe stagioni ancora impressionante).

Il ponte è l’ingresso via lago alla valle dell’Orrido di Nesso e unisce le due frazioni di Riva di Castello e Cuatesa (o Coatesa). Il nome “civera” sembra derivare – o almeno essere messo in relazione – alla “ciodera” (ciovera: arnese, luogo per stendere i panni di lana) che sorgeva nelle vicinanze, sulla sponda di Coatesa.
Coatesa è un antica frazione di Nesso (già segnata Choatexia in antichi documenti come “contrada”) è ubicata sul versante settentrionale della stretta valle dell’orrido; è uno dei nuclei fondamentali del paese. È tuttavia in posizione subordinata rispetto alle frazioni di Borgo, Castello e Vico.

Nei secoli – e fino alla metà del Novecento – Coatesa è sede di numerose manifatture, soprattutto folle da panno (operazione con cui – nella manifattura tessile – si dà compattezza ai tessuti) e zona di mulini. Il nome viene fatto derivare da Coa (“striscia”) della Tesa (“bosco recinto”), oppure nel senso di “coda rettilinea”. La dizione Covatesiao Coatexia (riportata in documenti notarili cinquecenteschi) potrebbe far pensare anche a Cova nel senso di “luogo riparato dai venti”.

Rimasta quasi intatta, la zona è abitata da pochi amanti della quiete e delle bellezze del Lario, che si apre davanti con una bellavista da Brienno ad Argegno. Non è più scalo della Navigazione Laghi ed è raggiungibile dall’alto (strada provinciale 583 Lariana) e via lago, con barche.

Titolo: Nesso. Il ponte de la Civera
Autore: Branson DeCou
Soggetto: Nesso, lo scalo a lago, Coatesa
Data: 1930 circa
Tipologia: Diapositiva colorata a mano
Provenienza. Santa Cruz. University of California

Sorgente: ICOM_040. ICOMOGRAFIE: Nesso. Pittoresca Coatesa sul Lario


 

il Ponte della Civera, davanti all’Orrido di Nesso. Fotografia del 1952 trovata da Anna e donata da Anna e Carla

Orrido Nesso Ponte Civera

annacarla641

E’ bellissima, rara, ben augurante, familiare, preziosa, storica, lieve e solida, orizzontale e verticale, geometrica e finissima.
Faustissima omina atque salutem vobis optimam in singulos novi anni dies Petrus et Clara mittunt

piero c

Grazie Paolo: è bellissima e commovente nella sua “vecchiezza”!

P. 

Mi ricorda un mio quaderno (copertina nera, un po’ lucido-ruvida) dove avevo raccolto le immagini di tutte le montagne di Solda (Alto Adige) e alcuni paesaggi della conca, commentate con una sorta di ricerca-diario. Ora una gran parte dei loro spettacolari ghiacciai è scomparsa.

Non sono fotografie scattate da me o dalla mia famiglia,  ma cartoline, tutte rigorosamente in bianco e nero… Anno 1954, estate della seconda media. Amavo già molto la scrittura…

Nostalgia.

Buona giornata

Fabio Cani, Nesso. I nomi dei luoghi. Atlante della toponomastica storica, NodoLibri

Fabio Cani, Nesso. I nomi dei luoghi. Atlante della toponomastica storica[http://www.nodolibri.it/libro.php?lid=111]

Promosso dalla Biblioteca Comunale di Nesso, il volume è un’accurata ricerca sulla storia dei nomi dei luoghi di uno dei più importanti centri del lago di Como. Per ognuno dei toponimi documentati (la maggior parte risalenti fino al XVI secolo) è fornita una lista delle attestazioni storiche e note di commento che ne inquadrano la storia e l’importanza.

Completano il volume carte (relative ai nomi documentati per il XVIII, XIX e XX secolo, e a centri abitati, strade, valli, campi), numerose incisioni e fotografie d’epoca (per la maggior parte inedite) e un’introduzione generale metodologica.

NodoLibri, 2003