un bocciolo di ROSA che vuole vivere il suo tempo che resta, 17 ottobre 2021

accanto a https://coatesa.com/2021/10/16/la-commovente-voglia-di-vivere-il-suo-tempo-di-una-rosa-15-ottobre-2021/ c’è un bocciolo di ROSA vuole vivere il suo tempo che resta

Marzo 2016

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dal calendario delle edizioni ENZO PIFFERI

Febbraio 2016

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dal calendario delle edizioni ENZO PIFFERI

Gennaio 2016

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dal calendario delle edizioni ENZO PIFFERI

IL TEMPO, da Oral di Jorge Luis Borges

[…] Nella nostra esperienza, il tempo corrisponde sempre al fiume di Eraclito, è sempre valida questa parabola. E’ come se in tanti secoli non si avesse progredito. Siamo sempre Eraclito che si vede riflesso nel fiume, e che pensa che il fiume non è il fiume perché ha mutato le acque, e che pensa che lui non è Eraclito perché è stato altre persone fra l’ultima volta che ha visto il fiume e questa. Siamo, cioè, qualcosa di mutevole e permanente. Siamo qualcosa di essenzialmente misterioso. Che sarebbe ognuno di noi senza la sua memoria? E’ una memoria che in buona parte è fatta di risonanza ma che è essenziale. Non è necessario che io ricordi, ad esempio, per sapere chi sono, che ho vissuto a Buenos Aires, a Ginevra, in Spagna. Allo stesso tempo, io devo sentire che non sono chi sono stato in quei luoghi, che sono un altro. Questo è il problema che non potremo mai risolvere: il problema dell’identità mutevole. E forse la stessa parola cambiamento è sufficiente. Perché se parliamo del cambiamento di qualcosa, non diciamo che qualcosa viene sostituito da qualcos’altro. Diciamo: <La pianta cresce>. Non vogliamo dire con questo che una pianta piccola debba venir sostituita da un’altra più grande. Vogliamo dire che questa pianta si trasforma in qualcos’altro. Ossia, l’idea del permanere nella fugacità.
L’idea del futuro giustificherebbe quell’antica idea di Platone, secondo cui il tempo è immagine mobile dell’eternità, movimento dell’anima verso l’avvenire. L’avvenire sarebbe a sua volta il ritorno all’eternità. La nostra vita è così una continua agonia. Quando san Paolo disse: < Muoio ogni giorno>, non era un espressione patetica la sua. La verità è che moriamo ogni giorno e nasciamo ogni giorno. Stiamo morendo e nascendo di continuo. Per questo il problema del tempo ci tocca più degli altri problemi metafisici. Perché gli altri sono astratti. Quello del tempo è il nostro problema. Chi sono io? Chi è ognuno di noi? Chi siamo? Forse un giorno lo sapremo. Forse no. Ma nel frattempo, come disse sant’Agostino, la mia anima arde perché desidera saperlo.

IL TEMPO, da Oral di Jorge Luis Borges

Segnalato da Simona Kolonistuga)

TartaRugosa ha letto e scritto di: Georges Perec (2011), Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, Libri Piccoli Voland, A cura di Alberto Lecaldano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Georges Perec (2011)

TENTATIVI DI ESAURIMENTO DI UN LUOGO PARIGINO, editore Libri piccoli Voland)

a cura di Alberto Lecaldano

Il progetto avrebbe dovuto durare dodici anni, ma non si concluse.

L’idea, secondo Perec, era di osservare piazza Saint-Sulpice in diversi momenti della giornata e di prendere nota di tutto quello che vedeva.

O meglio “…quello che generalmente non si nota, quello che non si osserva, quello che non ha importanza: quello che succede quando non succede nulla, se non lo scorrere del tempo, delle persone, delle auto e delle nuvole”.

Il tentativo dura tre giorni.

Questa idea è entusiasmante. Finalmente un punto di connessione tra uomo e rettile.

Anch’io passo lunghe ore ad osservare ciò che accade, ma, a differenza di Perec, il tentativo non si esaurisce in tre giorni. Per me dura almeno sei mesi all’anno.

Alterno le visioni di Georges con le mie.

Place Saint-Sulpice

6° Arrondissement, Parigi

18, 19, 20 ottobre 1974

Largo del Ciliegio

Alla sommità della prima proda dell’orto

La prima settimana di primavera 2012

18 ottobre

Patate all’ingrosso

Da un pullman di turisti un giapponese sembra che mi faccia una fotografia. Un anziano signore con la sua mezza baguette, una signora con un pacchetto di dolci a forma di piccola piramide

L’86 va a Saint-Mandé (non gira in Rue Bonaparte, ma prende Rue di Vieux-Colombier)

Il 63 va a Porte dela Muette

21 marzo

Foglie secche

Formiche indaffarate raccolgono briciole

Sul tavolino sotto il ciliegio siedono un uomo e una donna

Zampe bianche e nere

Un miagolio e un lembo di bresaola cade vicino al gatto

Un merlo scava nella terra smossa

Alcuni inciampano. Microincidenti.

Un 96 passa. Un 70 passa.

E’ l’una e venti

Ritorno (probabile) di persone già viste: un ragazzo con un giaccone blu marina che porta in mano una busta di plastica passa di nuovo davanti al caffè

Un 86 passa. Un 86 passa. Un 63 passa.

Il caffè è pieno

Un bambino fa correre il suo cane (tipo Milou) sullo sterrato

E’ l’una e trenta

Sulla sedia sono appoggiati un gilet di panno rosso e un maglione (di cotone) turchese. Penzolano anche un paio di calzettoni (di lana) a righe colorate.

C’è il sole.

Il ciliegio inizia a fiorire.

Zampe marroni. Un piccolo ragno si arrampica sul telo che copre la proda dell’orto

Una buccia di mela golden e un torsolo di pera kaiser. Per me.

Striscia un verme rosa. Probabilmente un lombrico.

Il vento fa muovere le foglie degli alberi

Un 70.

Sono le tredici e cinquanta.

Trasporti SNCF

Le persone del funerale sono entrate nella chiesa

Sono le due e quaranta. Un uomo con il secchio pieno di terra.

Una donna che scopa la piattaforma di pietra e raccoglie le foglie.

Un gatto che dorme con il muso appoggiato fra le zampe anteriori.

Due formiche si contendono una briciola.

Cinguettii di pettirosso che arrivano da lontano.

Calore del sole alto in mezzo al cielo. Sonnecchio.

Ho visto ancora autobus, taxi, auto private, pullman turistici, camion e camioncini, biciclette, motorini, vespe, moto, un triciclo delle poste, una moto-scuola, un’auto-scuola, donne eleganti, vecchi belli, vecchie coppie, gruppi di bambini, persone con borse, con borselli, con valige, con cani, con pipe, con ombrelli, con la pancia, vecchie rugose, vecchi cretini, giovani cretini, dei bighelloni, dei fattorini, degli imbronciati, dei chiacchieroni.

Ritorna l’uomo con un altro secchio pieno di terra.

Passano, in ordine di apparizione, formiche, moscerini, una larva che fuoriesce dalla terra, un merlo che cerca la larva.

Mi sposto di circa dieci centimetri per gustare la buccia della mela.

Ritorna l’uomo con un secchio pieno di terra. E’ il terzo giro.

La donna si riposa sulla sedia e scrive su un grosso quaderno.

Il gatto se n’è andato all’ombra.

19 ottobre

Molte cose non sono cambiate, apparentemente non si sono mosse (le lettere, i simboli, la fontana, lo sterrato, le panchine, la chiesa, ecc.); io stesso mi sono seduto alla stessa tavola.

24 marzo

Sempre sotto il ciliegio, ma sulla pietra.

Una vanga, un rastrello, un secchio di plastica di colore rosso.

Teli di plastica grigia sulle prode.

Dalle pietre spuntano ciuffi di erba. Passano le solite formiche, ma non ci sono più le briciole.

Una donna sposta vasi di cotto con dentro alcune piante grasse.

Un cumulo di erba sradicata.

Ieri, c’era sul marciapiede, proprio davanti al mio tavolino, un biglietto della metropolitana; oggi, ma non è detto che sia nello stesso posto, c’è l’involucro di una caramella (cellophane) e un pezzo di carta difficilmente riconoscibile (più o meno grande come una scatola di “Parisiennes” ma di un blu molto più chiaro).

Sotto il tavolino tre pigne, una scatola contenente concime. Fito Universale. Liquido. Una lucertola senza coda.

Sono le tre. Il cielo è sereno e il sole caldo.

Sul tavolino una macchina fotografica, una bottiglia da 50 ml di plastica. Vuota.

I piccioni sono quasi immobili. E’ piuttosto difficile contarli (200 forse); parecchi sono accovacciati, le zampe ripiegate. E’ l’ora delle pulizie (con il becco, si spulciano il gozzo e le ali); alcuni sono appollaiati sul bordo della terza vasca della fontana. Alcuni persone escono dalla chiesa.

Due gatti sono distesi a 30 cm di distanza. Uno si lecca le zampe. L’altra si passa la zampa destra dietro l’orecchio destro.

Uno sbadiglia. L’altra punta una lucertola con la coda.

E ancora: perché due suore sono più interessanti di due altri passanti qualsiasi?

Dove sono finiti l’uomo e la donna che lavorano la terra?

Un pullman. Giapponesi.

Alcuni individui si riuniscono davanti a Saint-Sulpice.

Intravedo in alto sulle scale un uomo che scopa (è il sagrestano?).

Passa un uomo con un barattolo di Ripolin

Persone persone automobili

Una anziana signora con un bel soprabito impermeabile tipo Sherlock Holmes

La folla è compatta, non c’è quasi più un attimo di calma

Arriva una donna con un contenitore di plastica verde.

Lo vuota.

Bucce di arancia, foglie di carciofi, gambi di insalata. Foglie marce di catalogna. Bucce di patate. Buccia annerita di banana.

Buccia di mela Golden con torsolo annesso. Per me. (Finalmente)

Arriva un uomo con il solito secchio pieno di terra. A questo punto ho perso il conto dei viaggi.

20 ottobre

Passa una signora elegante che tiene, con gli steli in alto, un grande mazzo di fiori.

Passa un 63

Passa una ragazzina che porta due grandi sacchetti della spesa

Un uccello viene a posarsi in cima a un lampione

E’ mezzogiorno

Temporale

Passa un 63

25 marzo

Sul corridoio che porta verso l’orto.

Sono le tredici. In realtà sarebbe mezzogiorno.

Nuvoloso. Sole nascosto e aria un po’ fredda.

Rosmarino. Cespuglio di rose. Lavanda potata. Rosmarino. Cespuglio di rose.

Piccola montagnetta.

Ciuffi di erba. Foglie di tarassaco. Buone.

Progetto di una classificazione di ombrelli secondo le loro forme, i loro modi di funzionare, i loro colori, i loro materiali …

Da una sporta escono delle verdure

Passa un 96

Progetto di lauto pranzo per il mese prossimo: trifoglio, fiori di tarassaco, foglie di malva.

Magari ci scappa qualche lumachetta.

Il vento fa cadere la pioggia che si era accumulata sulla tenda del caffè: scrosci d’acqua

Il cielo è nuvoloso. Scende qualche goccia sparsa.

Forse è giorno di doccia.

Zampe bianche e nere mi sorpassano.

Ha già smesso di piovere.

Un uomo con il braccio sinistro ingessato

Un 63 che eccezionalmente si ferma all’angolo di rue des Canettes per far scendere una coppia di persone anziane

Un taxi DS di colore verde

Sono le diciassette.

E’ tornato il sole.

Un uomo e una donna camminano in fila indiana.

Si fermano davanti al pero. Guardano i fiori bianchi.

Alcune formiche. Due lucertole. Una canna dell’acqua. Tre innaffiatoi.

Il 63

Sono le due meno cinque

I piccioni sono sullo sterrato. Si alzano in volo tutti insieme.

Quattro bambini. Un cane. Un piccolo raggio di sole. Il 96. Sono le due

Sono le diciotto. Sarebbero le diciassette.

Profumo di rosmarino. Un uomo e una donna scendono le scale. Una gatta li segue.

Il ciliegio è tutto fiorito.

E’ ora di andare a dormire. Due lucertole mi tagliano la strada.

L’aria è calda. E’ stata una bella giornata.

DA TartaRugosa ha letto e scritto di: Georges Perec (2011), Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, Libri Piccoli Voland, A cura di Alberto Lecaldano | TartaRugosa.

Venezia si tiene con Iosif Brodskij e la voce di Domenico Pelini

da Iosif Brodskij, FONDAMENTA DEGLI INCURABILI, Adelphi 1989, pag.40 e pag. 29.
Le letture di Domenico Pelini sono tratte dal suo canale su Youtube

i terremoti nelle cosiddette “zone sicure”: analisi storica A CURA DI MASSIMO PARRINI PER IL FOGLIO DEI FOGLI

 

Primo “sciame sismico” tra la notte di martedì a Verona (mezzanotte e 54 minuti, magnitudo 4,2, epicentro fra i comuni di Negrar, Marano di Valpolicella, Grezzano e San Pietro in Cariano, ipocentro a 10,3 km di profondità)

e la mattina di mercoledì in provincia di Reggio Emilia (9.06, magnitudo 4,9, epicentro nel reggiano fra i comuni di Poviglio, Brescello e Castelnovo di Sotto, ipocentro a 33,2 km di profondità),

alle 15.53 dì venerdì la terra ha tremato per quindici secondi in tutto il Nord Italia: magnitudo 5,4 che ne fa il terremoto più violento dopo quello dell’Aquila (6,4, 6 aprile 2009), epicentro sull’Appennino parmense tra i comuni di Corniglio e Berceto, «stavolta l’urlo del sisma è salito dalle viscere della terra: a 60.8 chilometri di profondità, e meno male, perché, spiegano gli esperti, “se fosse stato più in superficie, gli effetti sarebbero stati ben peggiori”». [1]

Le «scosse registrate a distanza di pochi giorni non hanno relazione tra loro, originano da aree sismiche distinte», ha spiegato Demetrio Egidi, responsabile della Protezione civile dell’Emilia-Romagna. [2] Giampaolo Cavinato, ricercatore all’istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria del Cnr: «Sono sicuramente simili, ma probabilmente non esiste un collegamento fra di loro: è difficile che si sia attivata la medesima struttura geologica, dato che in Italia non sono conosciute faglie della lunghezza di 80-90 chilometri, come per esempio in Giappone». [3]

Domenico Giardini, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv): «È dall’estate scorsa che la terra trema in continuazione su tutto il Nord anche se a livelli meno intensi rispetto a quelli degli ultimi giorni». [4]

Il 17 luglio ci fu un terremoto di intensità pari a 4.7 gradi della scala Richter tra Bologna e Verona; il 27 luglio 4.3 a ovest di Torino; il 29 ottobre 4.2 nel veronese.

L’origine del tutto è lo scontro in atto tra la placca africana, di cui la Val Padana è l’estremo lembo settentrionale, e la placca euroasiatica.

Giovanni Caprara: «Di conseguenza abbiamo gli Appennini che spingono incessantemente a Nord schiacciandosi verso le Alpi e caricando il suolo di energia che prima o poi si libera facendo tremare il suolo più o meno con violenza. Per gli esperti la situazione rientra in una normalità geologica con qualche punto di domanda». Giardini: «I terremoti dovrebbero manifestarsi ai bordi più estremi delle placche mentre invece notiamo un’eccezione perché alcuni si sono generati anche al centro». [4]

Dal 1600 a oggi nella zona si sono registrati oltre 21 terremoti di rilievo.

Mario Tozzi, geologo all’Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria del Cnr: «L’ultimo nel 1996, quando alla Ipercoop di Reggio Emilia caddero al suolo decine di apparecchi televisivi nuovi di zecca frantumandosi in mille pezzi. Quella volta la terra tremò per 55 secondi proprio nella stessa zona dei “terremoti carbonari” del 1831 e 1832». [6] Il sisma di venerdì è stato generato da una rottura della faglia di 5 chilometri, spostamento di 4-5 centimetri in un secondo e mezzo. In superficie la scossa è durata 15 secondi per l’effetto “tamburo” della pianura Padana che, composta da sedimenti soffici, si è messa a vibrare. [6]

In una mappa ufficiale usata sia dalla Protezione civile sia dagli ingegneri incaricati di costruire edifici antisismici, si parla di rischio “medio-basso” sia in Pianura Padana che nelle Prealpi Venete. Alessandro Amato (Ingv): «Sono più rari, ma i terremoti entro la magnitudo 5 possono colpire ovunque. Pianura Padana e Veneto in passato hanno sperimentato sismi molto forti pur essendo considerati luoghi relativamente sicuri». Nel 1117, quando la terra tremò causando distruzione a Verona e Venezia, la magnitudo era a quota 6,5, secondo quanto stimato oggi dall’Ingv. [7]

Tutta l’Italia è zona sismica, con l’eccezione del sud della Puglia e della Sardegna. [8]

Tozzi: «Nessuno è in grado di escludere che i risentimenti delle regioni geologicamente più attive si percepiscano a Roma e Napoli piuttosto che a Milano, Torino o Genova. È già successo in passato, soprattutto per i terremoti parmensi e reggiani che interessano l’Italia settentrionale fino dalla notte dei tempi. Sappiamo poi quali sono le energie attese in quelle zone, che difficilmente superano magnitudo 6 Richter, e sappiamo che tipo di danni potrebbero eventualmente causare. Quello che non sappiamo è quando avverrà il prossimo terremoto o se ci sarà una seconda scossa più forte della prima». [5]

Guardare solo al passato, spulciando archivi storici che nel migliore dei casi non vanno oltre il Medioevo, è un metodo poco adatto a tracciare mappe del rischio efficaci. Alessandro Martelli, ingegnere sismico e direttore del centro Enea di Bologna: «Dal 2001 a oggi nel mondo si sono verificati undici terremoti catastrofici. E in nove casi il pericolo era stato nettamente sottostimato. Prima del terremoto dell’Irpinia il 25% del territorio italiano era considerato a rischio, e quindi doveva adottare determinate misure antisismiche. Questo valore fu portato poi al 70% e innalzato all’80% dopo la strage di San Giuliano di Puglia. Con il risultato che il 70% degli edifici italiani sono costruiti con criteri insufficienti per lo stato di rischio attuale». [7]

Il fatto che la faglia si sia rotta a Frignano non esclude il rischio di avere un altro evento in futuro, oggi come fra 50 anni, di ben altra intensità sulla faglia dell’Appennino. Si sa dove (nelle zone sopra le faglie dove più spingono le placche sottostanti) ma non quando, nemmeno dopo una sequenza di eventi come questa: i cosiddetti “precursori”, fenomeni fisici osservati in occasione di sismi (l’emissione anomala di onde radio e infrarosse, l’aumento del gas radon, la variazione della conducibilità elettrica delle rocce) non consentono alcuna previsione. Per proteggere il 40 per cento della popolazione che vive in zone ad alto rischio sismico in abitazioni troppo vecchie e non adeguate alle recenti norme sismiche (il 60 per cento degli 11,6 milioni di edifici italiani è stato costruito prima del 1971) c’è solo la prevenzione: verifica delle strutture, piani di emergenza ecc. [9]

Dopo la scossa di mercoledì, il sindaco di Verona Flavio Tosi ha parlato di «falsi allarmi, mitomani, gente un po’ sprovveduta che ha preso decisioni avventate». [10]

Franco Gabrielli, capo della Protezione civile, è stato molto più cauto: «Gli sciami sono imprevedibili: può esserci un evento come all’Aquila o il nulla…». [11] Guido Bertolaso, predecessore di Gabrielli, è sotto inchiesta per omicidio colposo plurimo e disastro colposo: martedì la procura dell’Aquila lo ha iscritto nel registro degli indagati in un inchiesta parallela a quella che ha portato al processo dei vertici della Commissione Grandi rischi per la morte delle 309 vittime del terremoto del 6 aprile 2009. Chiamati a giudizio, con l’accusa di omicidio colposo plurimo e lesioni, molti dei maggiori esperti italiani del settore: Franco Barberi, Bernardo De Bernardinis, Enzo Boschi, Giulio Selvaggi, Gian Michele Calvi, Claudio Eva, Mauro Dolce. [12]

Bertolaso era atteso l’8 febbraio come testimone: sebbene non fosse presente alla riunione in cui la commissione avrebbe fornito (secondo l’accusa) troppe rassicurazioni sullo sciame sismico, convincendo molti a rimanere in casa la notte del 6 aprile 2009 dopo la prima scossa (perdendo la possibilità di salvarsi), l’ex capo della Protezione civile dovrà difendersi «per il fatto stesso di avere convocato quella che lui, in un colloquio intercettato con l’assessore Daniela Stati, definiva “un’operazione mediatica”. Affermando che la riunione non era convocata “perché siamo spaventati o preoccupati, ma perché vogliamo tranquillizzare la gente”».

Virginia Piccolillo: «“Bisogna zittire qualsiasi imbecille, placare illazioni, preoccupazioni”, aveva detto organizzando la riunione che si tenne 5 giorni prima del terremoto, spiato dalla Procura di Firenze che indagava sugli appalti del G8». [13]

«Ho sbagliato perché nessuno mi obbligava a fare quella riunione e far parlare gli scienziati, l’ho fatto per riguardo nei confronti di quelli che oggi mi vogliono denunciare per omicidio colposo e non avevo nessun obbligo» ha commentato Bertolaso. [13]

Secondo la Procura dell’Aquila, che valuta se riunire i due procedimenti, la strage causata dal terremoto si sarebbe potuta ridurre se la Commissione non si fosse macchiata di «negligenza, imperizia e imprudenza». Giuseppe Caporale: «Commise un errore macroscopico – secondo il sostituto procuratore Fabio Picuti – davanti a elementi evidenti come uno sciame sismico con quattrocento scosse in tre mesi, a decine di studi scientifici sulla vulnerabilità del patrimonio edilizio, e alla storia sismica dell’Aquila». [12]

Secondo l’imputazione la Grandi rischi fornì a istituzioni e cittadinanza «informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, sulle cause, sulla pericolosità e sui futuri sviluppi dell’attività sismica in esame, vanificando le finalità di tutela della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente da calamità naturali, da catastrofi, e da altri grandi eventi che determinano situazioni di grave rischio». Caporale: «Alla base dell’accusa di Picuti, anche la relazione del professor Luis Decanini, che nella sua consulenza afferma che “il terremoto del 6 aprile rientra perfettamente nel quadro della sismicità di quest’area e non rappresenta pertanto un caso eccezionale”. L’Aquila era una città fragile, lo sapevano tutti. Gli imputati – sostiene la procura – avrebbero dovuto tenere conto di questo dato, reperibile già nel censimento di vulnerabilità dell’Abruzzo del 1999». Resta da vedere se parlare di sciami «imprevedibili» è sufficiente per cautelarsi dalle accuse. [12]

Note: [1] La Stampa, 28/1; Francesco Alberti, Corriere della Sera 28/1; [2] Luigi Spezia, la Repubblica 28/1; [3] Franco Sarcina, Il Sole 24 Ore 28/1; [4] Giovanni Caprara, Corriere della Sera 28/1; [5] Mario Tozzi, La Stampa 26/1; [6] la Repubblica 28/1; [7] Elena Dusi, la Repubblica” 26/1; [8] f. s., Il Sole 24 Ore 28/1; [9] Fabio Tonacci, la Repubblica 28/1; [10] Anna Sandri, La Stampa 26/1; [11] Francesco Alberti, Corriere della Sera 28/1; [12] Giuseppe Caporale, la Repubblica 26/5/2011; [13] Virginia Piccolillo, Corriere della Sera 25/1.

Attendo l’eterno

ADDIO ALL’ESTATE

Quando le bacche del cotoneaster diventano rosso cupo vuol dire che l’estate volge al termine. Le calde ore del mezzo del giorno sono in contrasto col fresco mattutino e serale, così come il colore sempre più buio e i raggi più obliqui inesorabilmente annunciano l’ingresso autunnale.

Settembre è il mese che accomuna la tristezza della terminalità del ciclo riproduttivo al gaudio dei frutti maturi. Che pure questa è stata un’estate anomala: luglio molto freddo e piovoso, agosto molto caldo e secco, settembre caldo, afoso e con piogge brevi ma torrenziali.

Il giardino ne è stato sorpreso, ma ha saputo tener testa. Ora, a bilancio avvenuto, un diffuso “mal bianco” (come lo chiamano da queste parti) su molti degli alberi da frutto, soprattutto i meli, una precoce caduta di foglie dei pruni, una concentrazione massima di fruttificazione dei prodotti orticoli con anticipato arresto della produzione e rinsecchimento dei pomodori.

Qualcuno ha goduto, nonostante tutto: zucchine e zucche hanno accolto avidamente l’acqua piovana, gonfiandosi e allungandosi in misure sproporzionate per i nostri ricordi. Forse il godimento può essere generalizzato anche alla maturazione anzitempo dei frutti: mai era accaduto che le susine fossero pronte già ai primi di luglio. Idem per le mele royal gala, subito attaccate dai calabroni, e le pere nashi, che hanno ricevuto la stessa sorte. Ma in  fatto di competizione anche noi umani ce la sappiamo cavare. Un pacifico, anche se imposto, rapporto  60-40 a favore nostro. In fondo siamo sempre in debito verso la natura, essendo l’unica specie vivente che fa di tutto per espropriarla e distruggerla.

E ora che svoltiamo agli ultimi giorni settembrini, camminando per i sentieri guardiamo ai chiari segnali che invitano al riposo. Miciù sceglie le basi dei tronchi più esposti al sole per medicare la vecchiezza incombente; lo stesso dicasi per Silvestro e Luna, che, povera, soffre d’artrosi. Noelle invece preferisce la sedia sotto il cucù: la sua giovinezza le impone di dare ancora retta allo scandire delle ore. Belle, che si credeva scomparsa, ha fatto ritorno, restituendoci la speranza che abbia scelto questo luogo per farne la sua dimora.

Sotto le scarpe capita di schiacciare gusci di noci e nocciole. Anche in questo caso, qualcuno è spesso passato prima di noi, ma dopo l’incontro ravvicinato col musetto del ghiro sul fico, tutto si può perdonare. Anche perché il salvato non è indifferente.

Fervono già i preparativi di nuovi spazi. Paolo ha spiantato un pruno malato nell’orto verde: sarà la nuova casa delle patate, visto che anche quest’anno i sacchi non hanno mantenuto le promesse di blogettari entusiasti. La posa di nuovi cassoni, inoltre, mi permetterà di non fare il muso di fronte agli esili fusti dei fagioli e delle piantine di insalate, troppo impegnati a cercare pertugi fra sassi e radici, a discapito della loro crescita. Chissà che tengano pure lontane limacce e formiche! Al momento le insalate di Chioggia pare siano soddisfatte.

Sotto il pino dell’orto grande Giove sta lavorando alla preparazione della sua tana invernale. La terra smossa è esattamente nella posizione dell’anno scorso. Al piano superiore, fra i gambi dei cardi si aggira Ina (Ino?), mentre sotto il cedro abbiamo avvistato più insonnolita che mai Ucra. Per le  due tartarughe ucraine questo è il primo inverno ad Amaltea e la loro sopravvivenza è per noi ancora un’incognita.

Resistono sui rami alcune mele fuji e piccole golden. Una decina di mele cotogne pazientemente attende il destino di marmellata.

Che dire d’altro? Le brumose e umide mattine da tempo hanno scatenato un po’ di malinconia. Ma l’ancora vigorosa fioritura delle nuove guinea e il terrazzo fiorito di rosso e d’arancio illudono che non è tempo di ritirare le sedie.

E lo sbocciare dei fiori bianchi e rosa delle camelie invernali ingentiliscono il pensiero del freddo che verrà. Insomma, un addio all’estate, ma già col cuore alla primavera.

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Ricordo dell’agosto 2011: AGRITURISMO MADONNA DEI CEPPI, Lezzeno, frazione Cendraro, Lago di Como, 4 e 10 agosto 2011

Progettiamo un pranzo conviviale all’

AGRITURISMO MADONNA DEI CEPPI, Lezzeno, frazione Cendraro, Lago di Como

349.3785204, 347,8622416

Il 4 agosto andiamo a fare un sopralluogo :

Vodpod videos no longer available.

Poi andiamo a pranzo con Chicco, Luigina, Zari e Betty e, di primo pomeriggio, visita alla stalla delle capre e dei capretti:

NAVIGLI, 2001 e 2007

Cose
del passato
giacciono ormai inermi.
Di esse una moda:
Brocantage

 


Le fotografie sono di Luciana

Rappresentazioni “romantiche” del Tempo per sè

Rappresentazioni un po’ romantiche del

TEMPO PER SE’


 

 

“GENIUS LOCI”, per rappresentare l’essenza, l’anima, la forza di un luogo, in Paolo Ferrario, Il Genius Loci come angelo del luogo, in Angelicamente, il senso dell’angelo nel nostro tempo, a cura di Baldo Lami, Zephyro Edizioni, 2010, p. 45-57

Lo spazio ed il tempo sono le categorie essenziali per la stessa nozione di esistenza: ogni percezione di sé e del mondo si realizza nello spazio ed anche le rappresentazione mentali e culturali si realizzano in uno spazio.

Il tempo è la curva inesorabile che struttura ogni gesto della nostra vita, ma noi lo viviamo in uno spazio. E’ il nostro linguaggio a rivelarci che sempre  pensiamo noi stessi collocandoci in un luogo. Infatti diciamo “sentirsi a casa” o “sentirsi spaesati” o ancora “sentirsi in trincea” o “stare a casa di Dio”. Dunque la spazialità permea il pensiero e il linguaggio.

Per cominciare a costellare il tema del luogo ricorro alla  energia del pensiero di James Hillman (2001), quando ci avvisa che: “se è vero che l’anima ha a che fare con l’approfondirsi degli eventi, questi eventi non sono solo dentro di noi ma possono essere dentro il mondo. Questa è l’anima mundi, l’anima nel mondo, o del mondo”. E’ davvero forte questa suggestione che orienta a cercare l’anima nei luoghi. Non è la Psiche ad essere in noi, noi siamo nella Psiche.

Mettere in relazione il proprio sé con il  mondo esterno è come un “fare anima” anche con il gesto semplice di stare in un posto, alla ricerca lieve, curiosa ed interessata di quel qualcosa di difficilmente afferrabile (se non vi si presta amorosa attenzione) che va a costituire il nucleo essenziale di in luogo. Lo si cattura con una intuizione o con una percezione sintetica.

Lo si è chiamato Genius Loci”, per rappresentare l’essenza, l’anima, la forza di un luogo.

Qualche architetto, in evidente riflessione autocritica, dice: “Il luogo rappresenta quella parte di verità che appartiene all’architettura: esso è la manifestazione concreta dell’abitare dell’uomo, la cui identità dipende dall’appartenenza ai luoghi” (Christian Norberg-Schultz, citato da Francesco Bevilacqua, 2010).

in Paolo Ferrario, Il Genius Loci come angelo del luogo, in Angelicamente, il senso dell’angelo nel nostro tempo, a cura di Baldo Lami, Zephyro Edizioni, 2010, p. 45-57

Primo giorno d’autunno | Tracce e Sentieri

Sto iniziando a smantellare l’orto, che è nella sua fase esausta.
E’, però, anche il momento dei suoi prodotti finali.
Mi aggiro per i corridoi dell’orto/giardino sperando che il Destino mi riservi ancora i piaceri del ciclo della vangatura, semina, piantumazione, crescita e raccolta

Primo giorno d’autunno | Tracce e Sentieri.

Leonora Cupane – Racconti poetici di luoghi interiori « Politica dei servizi sociali: ricerche in rete

RACCONTI POETICI DI LUOGHI INTERIORI
SEMINARIO DI AUTOBIOGRAFIA POETICA

Questo laboratorio parte dal presupposto che, scrivendo di sé, non sia importante soltanto che cosa si racconta, ma anche come.
Nell’infanzia, scrive Walter Benjamin, “le parole sono vive, piene, ricche, perché portano tutte traccia delle percezioni sensoriali forti del bambino, portano traccia del tatto, del colore, dell’odorato, del suono, di tutte le esperienze; la lingua del bambino è una lingua della domenica, cioè una festa”. Crescendo, la parola perde l’aderenza alle cose, al mondo, all’esperienza, e diventa più arida, perché slegata da quel piacere fisico di creare nominando: allora si opacizza, si logora, diventa automatica e vuota. Non c’è più una lingua della domenica, ma spesso una grigia lingua del lunedì mattina. Il pensiero diventa astratto e totalmente distaccato dalla fisicità che ci costituisce. Per raccontare se stessi in modo completo e non scisso, è necessario fare pratica d’una forma espressiva che permetta di recuperare quel piacere originario di gustare le parole con tutto il corpo.
Questa forma è la poesia, che ha la capacità di alimentarsi di parole vive perché nate dal ritmo del respiro, del battito del cuore, del passo, parole profondamente radicate nel corpo, che conservano le preziose qualità sensoriali della lingua allo stato nascente, capace di esprimere la totalità dell’esperienza senza scissioni; essa è uno strumento autobiografico completo, perché non separa il significato dalla forma-suono e dalla originaria matrice ritmica della parola, e permette di riunire in un unico atto narrativo il gioco creativo liberatorio e la rievocazione emotiva profonda e illuminante.
Proveremo quindi a raccontarci in forma poetica, facendo esperienza degli strumenti specifici attraverso cui la poesia può diventare una pratica autobiografica trasformativa, una forma di attenzione al linguaggio e di cura di sé e degli altri.

Lo spazio, insieme al tempo, è la dimensione costitutiva dell’esistenza. Non possiamo pensare a noi stessi senza collocarci in un luogo. Metafore comuni come “sentirsi a casa” “sentirsi spaesati” “trovare rifugio fra le braccia di qualcuno”, “stare dentro una torre d’avorio”, “avere un sogno dentro il cassetto”, “sentirsi in trincea”, sono solo alcuni esempi di come la spazialità permei il linguaggio e il pensiero. Nell’essere umano i luoghi, da concreti e materiali, diventano immaginari, simbolici: quindi, oltre ad abitarli, possiamo dire che ne siamo abitati. Conoscere i nostri luoghi/spazi interiori, avere accesso a queste immagini, significa quindi accrescere la conoscenza di noi stessi.

Il seminario è ispirato da un libro di Gaston Bachelard, “La poetica dello spazio” (Dedalo, Bari, 2006 nuova edizione) che ragiona e discorre sulla valenza evocativa, poetica e profondamente coinvolgente di alcune immagini spaziali – come la casa, la stanza, lo scrigno, il nido, il guscio- che Bachelard chiama “dello spazio felice”, il cui valore presenta ricchissime sfumature di intimità.
Durante il seminario andremo oltre: attraverso la scrittura non ci limiteremo a esplorare le immagini dello spazio felice, intimo e rassicurante, bensì ci addentreremo in una multiforme varietà di spazi, sia luminosi sia oscuri, preziosi per noi da evocare perché popolano il nostro mondo interiore. Torri e roccaforti, pozzi e miniere, soffitte e cantine, rifugi e tane, capanne e giacigli, sentieri e passaggi segreti, abissi e giardini, così come balaustre, ponti, soglie, crocevia, finestre, porte: ogni immagine spaziale che abbia una risonanza interiore profonda potrà diventare oggetto delle nostre scritture autobiografiche, rivisitazioni poetiche, immaginazioni trasformative.
Ragioneremo sui fertili intrecci fra memorie concrete di luoghi realmente esistiti e abitati, memorie fittizie di luoghi che qualcuno ci ha narrato (magari appartenenti a una memoria familiare) luoghi sognati e mitici, luoghi simbolici la cui realtà è solo interiore, spazi che ci accolgono e spazi che accogliamo in noi. La contaminazione fra memoria e immaginazione è vitale per nutrire il nostro spirito, se è vero, come dice Bachelard, che

L’immagine poetica non è l’eco di un passato ma è piuttosto il contrario: attraverso una folgorante immagine il passato lontano risuona di echi, e non si riesce a cogliere fino a quale profondità tali echi si ripercuoteranno e si estenderanno.
Le grandi immagini sono sempre allo stesso tempo ricordo e leggenda. Ogni grande immagine ha un fondo onirico insondabile, sul quale il passato personale dipinge immagini particolari.
Ogni memoria deve essere reimmaginata: nella memoria noi conserviamo microfilms che non possono essere letti se non ricevono la luce viva dell’immaginazione. Bisogna spingersi fino alle profondità dei sogni, al di là dei ricordi, in una pre –memoria.

Leggeremo anche poeti, italiani e stranieri, che si sono avvalsi d’immagini spaziali dal forte valore evocativo, cercando nelle loro parole, come in una miniera, frammenti preziosi da “scalpellare” poi dentro la nostra personale scrittura.
Il gruppo di lavoro intreccerà le voci e le immagini in un percorso di arricchimento reciproco, elaborazione creativa di nuovi testi condivisi, scoperta di altri punti di vista e apertura di nuovi spazi interiori.

Le metodologie di narrazione autobiografica e poetica che saranno utilizzate nel laboratorio attingono in parte anche alla poetry therapy (poesia-terapia) statunitense, e, opportunamente approfondite e declinate, possono costituire strumenti efficaci e preziosi per chi lavora in ambito didattico, educativo, formativo o terapeutico con qualunque tipologia di utenza: adulti, bambini, adolescenti, anziani, persone che vivono condizioni di crisi, malattia fisica e mentale, lutto, detenzione, possono trovare nella narrazione autobiografica poetica uno straordinario mezzo espressivo in grado di restituire loro una voce autentica, non vincolata rigidamente dalla logica e dal primato del concetto, generando una scrittura nuova e viva, “corporea”, profondamente radicata nella sensibilità personale.

Libera Universita’ Autobiografia – 2010-10-15 – Leonora Cupane – Racconti poetici di luoghi interiori.

Leonora Cupane – Racconti poetici di luoghi interiori « Politica dei servizi sociali: ricerche in rete.

Paolo Ferrario, Agosto, lunario dei giorni di quiete, in Muoversi Insieme di Stannah

 

A metà agosto ci sono già i segni dell’estate che sta finendo: la rottura del caldo e le prime piogge, la luce calante, le temperature più fresche, le foglie che cominciano ad ingiallire.
E’ in questo periodo dell’anno che il tempo ci appare in tutte le sue varie dimensioni e aspetti: forse è proprio ora il momento in cui ne abbiamo una più acuta percezione e, quindi, possiamo farne oggetto di riflessione condivisa.
Le società moderne del mondo occidentale hanno cicli temporali molto definiti, tali da influenzare potentemente la vita quotidiana. Se mettiamo sotto osservazione la singola giornata, possiamo scandire il tempo del lavoro, quello del trasporto e quello della casa (vitto, relax, sonno). Se invece assumiamo come riferimento l’intero anno, allora vediamo nitidamente che la più forte linea di frattura è fra gli undici mesi di attività produttiva e questo agosto di “ferie”, “vacanze”, “ozio”, “pigrizia”.
 
segue qui:
 

Fabio Cani, Nesso. Una scuola per i figli del popolo, NodoLibri, 11 ottobre 2009

Domenica 11 ottobre 2009 a Nesso si ricorda la storia centenaria dell’Asilo infantile, fondato nel 1909 per iniziativa del parroco don Anselmo Vanini.

Dopo il pranzo organizzato per raccogliere fondi a sostegno dell’iniziativa, alle ore 15, presso il salone dell’oratorio, si presenta il volume Nesso. Una scuola per i figli del popolo che racconta, attraverso i documenti, i 100 anni di vita dell’Asilo.

Scritto da Fabio Cani, il volume si inserisce nell’ormai corposa serie dedicata a vari aspetti della storia di Nesso. Proprio l’anno scorso era stato pubblicato il volume dedicato ai 110 anni della Cooperativa di Nesso: assieme, i due volumi contribuiscono a delineare un quadro della vita sociale di Nesso nel corso del Novecento attraverso le vicende per certi versi complementari e per altri alternative delle due istituzioni, una di iniziativa parrocchiale e l’altra socialista.

La ricerca dedicata all’Asilo mette in luce il lavoro di preparazione svolto dall’arciprete Vanini per oltre quindici anni, ma recupera anche numerosi squarci di un paese del lago alle prese con le ristrettezze della vita quotidiana ma aperto alle sfide della modernità. I documenti dell’Asilo consentono interessanti aperture su altri argomenti (per esempio vi si conservano i contratti di appalto per la costruzione dell’edificio nel 1901). Come per gli altri volumi della serie, il testo è accompagnato da una ricca selezione di immagini provenienti dall’archivio dell’Asilo ma anche da collezioni private.

Nesso. I nomi dei luoghi, 2003

Nesso. Il lavoro dell’acqua, 2005

Falco della Rupe Nesso, 2006

http://www.nodolibri.it

Nodo Snc

Via Volta, 38 – 22100 Como, Italia

Tel: +39031 243113 :: Fax: +39 031 273163

Email: info@nodolibri.it

Como, Come era, Cartoline storiche

Questo sito contiene una raccolta di immagini di Como in varie epoche, suddivise per zone, raccolte da cartoline, fotografie, ecc…

Si parte dalla fine del 1800 circa, per arrivare fino ai giorni nostri, con una piccola sezione denominata “Como oggi”.

vai a:

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Il TEMPO e il LUOGO in Picnic a Hanging Rock

“C’è un TEMPO e un LUOGO giusto perchè qualsiasi cosa abbia principio e fine” 

Picnic a Hanging Rock, di Peter Weir, 1975

 


Da: Il TEMPO e il LUOGO in Picnic a Hanging Rock | Tracce e Sentieri.

Valli e vallette che si vedono di fronte a Nesso Coatesa



Valli e vallette che si vedono di fronte a Nesso Coatesa:

  • Valle Intelvi

Sotto il monte Gringo:

  • Valletta del Perello
  • Valletta Costa
  • Valletta Sass Vidaa
  • Valletta di Sciogn

Sotto il monte Comana

  • Valletta Nizzola
  • Valletta Ronco

La mappa e tratta da:

Torri e castelli del triangolo lariano, a cura della Comunità montana Triangolo Lariano, Fondazione provinciale Comunità Comasca, Associazione Appuntamenti Musicali, Società archelogica Comense

In questa mappa si trova anche questa scheda su NESSO:

La località si trova a circa metà della sponda orientale del primo bacino del lago di Como, in direzione di Bellagio e all’imbocco della strada che sale al Pian del Tivano che dà l’accesso alla Vallassina.

Il paese si sviluppa in senso verticale, partendo dalla riva del lago.

Diverse sono le costruzioni che ci inducono a riflettere sulla possibilità che il luogo fosse interamente organizzato dentro un sistema difensivo e all’interno di un circuito integrato di più ampie dimensioni, se prendiamo in considerazione anche il fatto che al Pian del Tivano esistette un accampamento o un punto ricettivo militare d’epoca romana. L’unico manufatto di tipo militare oggi esistente, è costituito da ciò che rimane delle mura del Castello rinascimentale a cui si accede mediante la via omonima. Tuttavia, ripercorrendo le strade del paese, abbiamo rilevato alcuni caseggiati strutturati a mo’ di torre una, in particolare, la si può scorgere nella parte alta del nucleo antico che fiancheg­gia l’orrido.

A lago sorge la chiesa plebana di S Pietro e Paolo, più sopra quella di S. Lorenzo, mentre la chiesetta romanica di S Maria di Vico rimane un piccolo gioiello d’attrazione storico-artistica. La chiesa di S Martino di Careno completa l’assetto delle chiese aggregate alla località di Nesso, ulteriore testimonianza della forte presenza religiosa nelle località lariane.

Lo sguardo e l’obiettivo. Ricerche storico-artistiche e fotografiche nelle Antichità Lariane di Ignazio Vigoni, edito dalla Società Archeologica Comense e da Villa Vigoni Centro Italo-Tedesco

Lo sguardo e l’obiettivo: presentazione a Villa Vigoni

Sabato 11 luglio alle ore 17 presso Villa Vigoni a Loveno di Menaggio viene presentato il volume Lo sguardo e l’obiettivo. Ricerche storico-artistiche e fotografiche nelle Antichità Lariane di Ignazio Vigoni, edito dalla Società Archeologica Comense e da Villa Vigoni Centro Italo-Tedesco.

– Interventi: Giancarlo Frigerio (presidente della Società Archeologica Comense), Gregor Vogt-Spira (segretario generale Villa Vigoni)
– Aperitivo

Il volume si inserisce in un più ampio progetto (realizzato con il contributo della Fondazione provinciale della Comunità Comasca e della BCC Alta Brianza di Alzate Brianza e seguito da un gruppo di lavoro formato da Renato Bianchi, Giancarlo Frigerio, Franco Prada, Franco Romanelli, Dario Tagliabue) che comprende la digitalizzazione dell’intero corpus fotografico-documentario di Ignazio Vigoni, legato alla sua morte alla Società Archeologica. Di queste oltre 2000 immagini il volume, curato da Fabio Cani, propone un’ampia scelta utile ad approfondire non solo il patrimonio culturale dell’area lariana, ma anche il ruolo di capitale importanza svolto dalla fotografia nella documentazione e nella comunicazione del territorio, le cui vicende sono state indagate in modo più generale nel volume Costruzione di un’immagine edito da NodoLibri nel 1993.

Ignazio Vigoni
(1905 – 1983) nei decenni del secondo dopoguerra si dedica a una pioneristica opera di indagine del territorio lariano, che raccoglie in una serie di album intitolati Antichità lariane, in cui archivia stampe fotografiche (2193), negativi (1528 fotogrammi 35 mm, 249 6×6 cm, 31 4×4 cm) e schede di approfondimento (906 per la serie delle “località” e 884 per quella degli “argomenti”).

Il titolo Antichità lariane si giustifica pienamente poiché l’interesse dell’autore si concentra in una fascia corrispondente alla mediana del Lago di Como: un asse che si disegna in orizzontale dalla Valsolda a Varenna, passando per la Val Menaggio e la Pieve d’Isola; anche nelle puntate in Valle Intelvi è decisamente privilegiato il versante verso il Ceresio. Al di là di questa fascia d’azione, che si spiega facilmente data la frequentazione della villa di proprietà a Loveno, a monte di Menaggio, la copertura del resto del territorio appare a “macchia di leopardo”.

Particolarmente stimolante risulta l’attenzione posta a specifiche tematiche, come l’architettura castellana, l’edilizia rurale, l’arte popolare. È probabile che l’obiettivo di Ignazio Vigoni sia quello di arricchire la conoscenza dell’arte e della storia del territorio, seguendo proprie piste di ricerca ed evitando di ripetere le strade già percorse. Come esplicita nel titolo di uno dei suoi contributi alla “Rivista Archeologica Comense”, si tratta di far conoscere episodi “inediti” o “poco noti” dell’arte locale.

Tutto questo lavoro assume per chi lo fruisca oggi un’importanza particolare. Vigoni ha infatti la ventura di operare in un momento storico che, per molte aree marginali del territorio lariano, si situa sul crinale della modernità. Per questo oggi sono di grande interesse le immagini dedicate ai paesi delle sue valli, da lui ben conosciute e ripetutamente percorse. Le fotografie ritraggono un mondo che appare antico ma che è ancora vitale. Anche le immagini di documentazione artistica costituiscono uno squarcio complessivo sulla ricchezza culturale del territorio, il che – pensando agli anni in cui sono realizzate – dimostra tutto il fervore pionieristico del loro autore.

Info: segreteria Villa Vigoni 0344 36111

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Il clima lacustre, 7 agosto 2009

Entrando in Italia dall’Europa centrale, dopo aver superate le Alpi e percorse le valli che conducono alla pianura si presenta all’improvviso alla vista di chi viaggia un paesaggio ed una vege­tazione che si distaccano nettamente dall’ambiente circostante che ha, o le caratteristiche di alta montagna della catena alpina, o quelle decisamente continentali e di pianura della regione padana. Il paesaggio è assai vario e ridente, la vegetazione appare lussu­reggiante e molto ricca di colori vivaci per la presenza di numerose varietà di alberi, di erbe e di fiori che di solito crescono in regioni molto più meridionali. E’ questa la regione insubrica o lacustre prealpina che si estende senza soluzione di continuità dal lago d’Orta al lago di Garda con caratteri fondamentalmente mediterra­nei pur non facendo parte di questa regione, in quanto si inter­pongono ad essa la pianura padana e gli Appennini.

Soprattutto la vegetazione dà questa netta impronta meridiona­le alla regione. Qui crescono rigogliose, accanto ai tipici esemplari della flora mediterranea, anche piante e fiori di origine sub­tropicale.

Nei lussureggianti giardini, nei prati, sui pendii, sulle rocce cre­scono spontanei o vi sono coltivati i cipressi,

gli ulivi, i lauri, i laurocerasi, i rododendri, le palme, gli oleandri,

le magnolie, i limoni, gli aranci, i cedri,

le camelie, le azalee,

le agavi, il rosma­rino, la valeriana

 

I vigneti si estendono lungo i pendii esposti a mezzogiorno fino ad una altitudine di m 700-800.

Questa flora così varia e ricca è legata alla favorevole condizio­ne climatica della regione che a sua volta è la conseguenza diretta della presenza di numerosi laghi che si sono andati formando nei profondi solchi lasciati dagli antichi ghiacciai dell’era quaternaria. Essi sono situati in strette valli o luminose conche, in genere di forma stretta e allungata con orientamento da nord a sud. Procedendo da occidente si incontrano i laghi d’Orta, Maggiore, Varese, Lugano, Como, Iseo, Garda. Fra questi di maggiore super­ficie sono posti altri piccoli laghi: Comabbio, Monate, Alserio, Pusiano, Annone, Segrino, Endine, Idro, Ledro.

Come già si è detto il clima particolarmente favorevole di que­ste regioni è legato in gran parte alle caratteristiche termiche dei bacini lacuali. E’ noto come una massa d’acqua nei confronti del­l’aria e del suolo tende a scaldarsi e a raffreddarsi più lentamente, in quanto possiede una maggiore inerzia nei loro confronti; per cui tenderà nei mesi freddi e di notte a cedere calore a causa della temperatura più alta, attenuando così i rigori dell’inverno e l’abbassamento notturno della temperatura e d’altro canto tem­perando la calura dei mesi estivi e delle ore più afose del giorno poiché ha una temperatura più bassa dell’aria e del suolo circostan­ti. E’ ovvio che quanto più vasta sarà la superficie dello specchio lacustre e maggiore la sua profondità, tanto più spiccata si espli­cherà l’azione termostatica del lago. Infatti si è constatato che la temperatura di superficie segue le variazioni termiche giornaliere ed annue dell’aria, mentre nei bacini la cui profondità supera i m 10 le caratteristiche termiche dell’acqua assumono stabilità, per cui in estate si ha uno strato superficiale che subisce variazioni tra giorno e notte (nettamente inferiori però a quelle dell’aria), uno stadio intermedio in cui la temperatura discende rapidamente procedendo verso il basso ed uno strato profondo in cui la tempe­ratura si mantiene costante sui 4°-5°; nell’inverno invece la tempe­ratura nella parte più superficiale oscilla di alcuni gradi sopra lo 0° di solito tra 5° e 10°, mentre procedendo verso il fondo la temperatura gradualmente diminuisce.

Dei laghi prealpini i più vasti sono nell’ordine: il Garda Kmq 370, il Maggiore Kmq 212, quello di Como Kmq 146; le maggiori profondità si rilevano in quello di Como m 410 (media (profondità m 154,5), nel Maggiore m 372 (media m 175,4), nel | Garda m 346 (media m 136,1). Sono appunto questi laghi che in­fluenzano una vasta area attorno, in quanto è possibile osservare dal rilievo delle condizioni climatiche e della flora che vengono inte­ressate dall’azione equilibratrice lacustre non solo le zone finitime rivierasche, ma anche estese plaghe situate sulle pendici dei rilievi collinari e montagnosi che circondano gli specchi lacustri anche a decine di Km da essi. L’evaporazione costante della superficie del lago comporta un grado di umidità più elevato in confronto alle regioni vicine che tende a mantenersi piuttosto uniforme.

Comune a tutti i laghi prealpini è la presenza di un regolare regime di brezze che spirano al primo mattino da nord e nel tardo mattino fino a sera da sud, variamente chiamate (inverna, breva, ora da nord; tramontana, tivano, vet, sover da sud) che contribuiscono a mitigare la calura nell’estate ed a favorire un costante ricam­bio d’aria che mantiene l’atmosfera tersa e priva di vapori e nebbie.

Oltre a quelli che concorrono a formare la regione lacustre prealpina od insubrica, numerosissimi altri laghi si trovano disse­minati sul territorio italiano, di origine e caratteristiche diverse: alpini, morenici, intravallivi, alluvionali, carsici, di sbarramento na­turale (frane) od artificiale, vulcanici. L’Italia viene subito dopo la regione Scandinava e la Svizzera per patrimonio lacustre in Europa. Nella sola regione Trentino-Alto Adige se ne contano ben 600. Dal punto di” vista climatico, però, ben pochi hanno un ruolo di rilievo possedendo superfici molto ridotte e profondità modeste. Fanno eccezione il Trasimeno, di natura intervalliva, assai vasto (Kmq 128) ma poco profondo (media m 7) e quello di Bolsena di origine vulcanica (Kmq 214 e profondità media m 77,9).

Il clima lacustre è caratterizzato soprattutto dal costante com­portamento delle sue componenti meteorologiche che presentano sempre modeste oscillazioni e variazioni. Questo clima ha inverni notevolmente più miti ed estati meno calde rispetto a quanto è possibile riscontrare in regioni finitime di pari altitudine e latitudine. La temperatura media annua è più elevata, l’escursione giornaliera più ridotta, l’escursione termica inferiore ai 14°. Per quanto si riferisce specificatamente alla regione lacustre prealpina la nuvolosità è più ridotta: 35-40% di cielo coperto annuale rispetto ai 45-50% della regione padana; 20-25 giorni di gelo all’anno (temperatura sotto 0°) contro i 50-100 della regione padana.

Abbiamo visto come i nostri laghi godano di un clima ideale, stabile e dolce le cui proprietà ritempratrici e salutari erano note già in tempi remoti. Ne fanno testimonianza le sontuose ville ed i grandiosi alberghi che sorgono in ombrosi parchi ed eleganti giardini lungo le rive e le pendici collinari in una suggestiva cornice di monti.

Soprattutto nell’800 e negli anni che precedettero la prima guerra mondiale il soggiorno al lago raggiunse il massimo del suo splendore, ed i laghi prealpini furono meta della migliore borghesia d’Europa che amava trascorrere giorni sereni in un clima disten­sivo e riposante. Scrittoli” e poeti illustri descrissero e cantarono le bellezze di questi ridenti paesaggi; basti ricordare Manzoni, Parini, Stoppani, Carducci, Fogazzaro, Goethe, Stendhal.

Negli ultimi anni la moda sempre più diffusa della villeg­giatura al mare od in montagna, dei soggiorni invernali per cura in località marine, dei viaggi durante le vacanze con de­stinazioni anche lontane e con brevi soste nelle località toccate, ha fatto dimenticare immeritatamente a molti i pregi e le virtù del clima di lago. Oggi i nostri laghi sono essenzialmente meta in primavera ed estate di escursioni festive dalle città vicine o di brevi soste di turisti stranieri durante il viaggio da nord verso località soprattutto marine della nostra penisola. Si assiste dunque al fenomeno del lago che è « passato di moda » in special modo tra i giovani, mentre, con il diffondersi del benessere, sempre più vaste masse di cittadini si muovono per diporto e per cura verso località climatiche marine o montane. Di tutto ciò buona parte di colpa sta nelle autorità, negli enti, negli operatori econo­mici delle località lacuali che non hanno potuto adeguarsi alla .moderna, incessante, capillare propaganda turistica per mantenere sempre vivo nelle masse l’interesse a visitare e soggiornare al lago. Le località lacustri infatti, per le bellezze naturali che offrono, si prestano ottimamente a soggiorni di riposo e di svago che nulla hanno da perdere nei confronti di quelli oggi più celebrati della montagna e del mare. Oltre alla possibilità di godere delle ‘ attività sportive proprie del mare (bagni, pesca, vela, motonau­tica, sci d’acqua) e, per la presenza di rilievi collinari e montani lun­go le sponde lacustri, della vita salutare all’aria aperta, il turista in molte stazioni climatiche, specie dei nostri maggiori laghi, ha a disposizione una attrezzatura ricettiva e di svago moderna, effi­ciente e molto varia.

Già si è detto delle caratteristiche fondamentali del clima lacu­stre: temperatura stabile e decisamente più mite in confronto alla latitudine in cui il lago è situato, umidità più alta e costante, regime regolare di brezze che permettono di godere di inverni brevi e miti, di primavere precoci, di estati temperate e ventilate, di autunni protratti e tiepidi. A queste peculiarità generali natu­ralmente si sovrappongono quelle locali, legate alla posizione topo­grafica delle varie località. Si hanno così zone lacustri che, presen­tando specifici e favorevoli caratteri meteorologici ed ecologici, svolgono la funzione, specie in inverno, di stazioni climatiche specializzate. Basti ricordare, ad esempio, la Tremezzina sul lago di Como, la zona di Pallanza sul lago Maggiore, la Riviera di Gardone e la conca di Ala sul lago di Garda.

Climatoterapia lacustre

Assai vario è il capitolo delle indicazioni terapeutiche del clima di lago; esso comprende numerose affezioni specie del bambino e delle persone anziane. In generale al soggiorno sul lago si ricorrerà ogni qualvolta un soggetto malato che necessiti di un cambiamento di clima non possa sopportare per i caratteri della stessa affezione o per la presenza di complicanze che ne peggiorino il quadro clinico, un clima che agisca in maniera eccessivamente stimolante come accade spesso con quelli di montagna e di mare. Il clima di lago si comporta essenzialmente come quello di collina con in più una spiccata azione sedativa ed equilibratrice. Ecco perchè nei pazienti affetti da distonie neurovegetative, nevrosi d’ansia, nei bambini eretistici, nelle insonnie ribelli, il clima di lago svolge una favorevole e duratura azione terapeutica.

Anche le manifestazioni della menopausa, caratterizzate da no­tevole eretismo, insonnia, vampe di calore al viso, palpitazioni cardiache, sbalzi repentini della pressione arteriosa, ottengono da questo clima buoni risultati.

Fra le indicazioni più importanti sono le affezioni cardiovasco­lari: ipertensione arteriosa, arteriosclerosi, arteriopatie obliteranti, angina pectoris e coronarosclerosi, cardiopatie mal compensate, esi­ti di infarto; il diabete male equilibrato specie se accompagnato da complicanze cardiovascolari; le malattie renali croniche, anche con segni di insufficienza renale, e gli esiti di glomerulonefriti acute. Tutte le malattie osteoarticolari si giovano del clima lacustre; fra esse ricorderemo in particolare le forme reumatiche, anche nella fase di riattivazione e così pure quando sono accompagnate da complicanze cardiache.

Ottimi risultati si raggiungono nel trattamento delle affezioni respiratorie, specie nei soggetti anziani: bronchiti croniche, enfi­sema polmonare, esiti di polmoniti e broncopolmoniti. In queste forme il soggiorno sarà particolarmente indicato nell’inverno.

Naturalmente il clima di lago si adatta in qualsiasi stagione per trascorrere una proficua e ritemprante convalescenza dopo inter­venti chirurgici importanti o malattie gravi e debilitanti, soprat­tutto nei bambini e nelle persone anziane e nei soggetti che, per le condizioni generali scadute, potrebbero avere un danno da climi troppo stimolanti e traumatizzanti per l’organismo malato.

Ricorderemo infine come il clima di lago abbia sempre avuto ampie indicazioni nel campo della terapia della tubercolosi sia polmonare che extrapolmonare (polisierositi, forme osteoartico-lari, genito-urinarie, cutanee) e negli esiti di interventi chirurgici per forme specifiche, utilizzando, quando il caso lo richieda, l’elio­terapia. Anche le forme polmonari di tipo essudativo in fase di attività evolutiva ed i casi con lesioni ulcerative che presentano controindicazioni alla climatoterapia montana e marina, trovano invece nel soggiorno al lago, in appositi ospedali sanatoriali, la possibilità d’integrare validamente la terapia medica.

Da: Franceschetti L., Visintini O., Mare, monti, laghi: indicazioni per una scelta, Università degli studi di Milano – Centro ricerche di bioclimatologia medica, 1970, pagg. 40-49

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NESSO: 100 ANNI DI VITA DELL’ASILO


Main Image Si inaugura domenica 2 agosto alle ore 20,30 a Nesso, presso la vecchia Biblioteca (nel palazzo comunale in frazione Lissogno) la mostra sulla storia dell’Asilo infantile di Nesso, che celebra quest’anno il proprio centenario, avendo aperto i battenti nel maggio 1909.

La piccola mostra è un’anteprima del volume sulla storia dell’asilo che verrà edito nel prossimo mese di ottobre e che andrà a costituire un altro tassello della storia di Nesso, che già vede ben sei volumi pubblicati di cui quattro realizzati da NodoLibri (Fabio Cani, Nesso. I nomi dei luoghi, 2003; Fabio Cani – Rodolfo Vaccarella, Nesso. Il lavoro dell’acqua, 2005; Pietro Guzzetti – Claudio Pestuggia – Silvia Vaccani, Falco della Rupe Nesso, 2006; e Fabio Cani, Nesso. I consumi e il ritrovo, 2008).

Il nuovo volume, pubblicato da NodoLibri, si intitolerà Nesso. Una scuola per i figli del popolo. 100 anni di vita dell’Asilo e ripercorrerà attraverso una nutrita serie di documenti la storia di questa scuola, voluta dal parroco don Anselmo Vanini alla fine dell’Ottocento e inaugurata nel 1909 dopo più di dodici anni di testardo lavoro di organizzazione e promozione. Oltre a costituire un approfondito spaccato della vita sociale di Nesso per tutto il Novecento, i documenti dell’Asilo consentono anche interessanti aperture su altri argomenti (per esempio vi si conservano i contratti di appalto per la costruzione dell’edificio nel 1901).

La mostra resterà aperta fino al 20 agosto 2009, e si inserisce nel quadro delle attività della Biblioteca Comunale di Nesso, che comprendono anche nelle prossime settimane una gita alla Villa del Balbianello (20 agosto) e una giornata a Mantova (11 settembre).

Camera con vista: il ciclo dell’estate

Camera con vista:
variazioni su un tema solo

da: Il ciclo dell’estate | Tracce e Sentieri.

Fabio Cani Nesso. I consumi e il ritrovo 110 anni di vita della Cooperativa

Nesso. I consumi e il ritrovo
Fabio Cani
Nesso. I consumi e il ritrovo
110 anni di vita della Cooperativa

La Cooperativa di Nesso è una delle più antiche delle provincia e quesi sicuramente la più antica tra quelle che – senza soluzione di continuità – continuano a operare tuttora. Per questo, nel momento in cui gran parte dello stabile della Cooperativa è stato ristrutturato e trova una rinnovata funzionalità a servizio della cittadinanza, il suo percorso ultracentenario meritava un approfondimento storico.

Il suo atto ufficiale di fondazione risale al 9 gennaio 1898 (e già questo sarebbe sufficiente a dirne la sua importanza) ma ha anche un prologo, di qualche tempo antecendente, ambientato in terra straniera: nel 1897, a Zurigo, un gruppo di emigranti di Nesso si riunisce per sancire la loro ferma volontà di dar vita, una volta rientrati in patria a un cooperativa di consumo che possa contribuire, con la sua opera, ad alleviare la fatica di arrivare alla fine del mese. A partire da quella data le vicende della Cooperativa si fondono intimamente con uno dei più caratteristici paesi del lago.

Il volume ripercorre queste vicende raccontandole “dall’interno” attraverso i molti documenti sopravvissuti e le testimonianze di protagonisti dei decenni passati: una sorta di “autobiografia” di questa benemerita istituzione.

Il volume è anche arricchito da un “album” di immagini che mette in evidenza le persone e le attività al centro di questa storia.

... Como, 2008
Collana: Territorio storia e arte
Edizione: NodoLibri
Pp. 128, Illustrazioni: 45il, F.to cm. 24×17
Confezione: Brossura filo refe
ISBN: 978-88-7185-158-7

Euro: 15.00

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Pietro Guzzetti, Claudio Pestuggia, Silvia Vaccani Falco della Rupe Nesso Cinquant’anni sulle ali della vittoria

Falco della Rupe Nesso
Pietro Guzzetti, Claudio Pestuggia, Silvia Vaccani
Falco della Rupe Nesso
Cinquant’anni sulle ali della vittoria

... Como, 2006
Edizione: NodoLibri
Pp. 135, Illustrazioni: 92il, F.to cm. 30×21
Confezione: Brossura filo refe
ISBN: 88-7185-118-8

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“Quel Nesso lì …”, Giobatta Quaia (6 luglio 1921 – 26 febbraio 2005)

Fabio Cani, Rodolfo Vaccarella Nesso. Il lavoro dell’acqua L’insediamento urbano e gli opifici a forza idraulica, Comune di Nesso/Biblioteca comunale, Nodo Libri, 2005

Nesso. Il lavoro dell’acqua
Fabio Cani, Rodolfo Vaccarella
Nesso. Il lavoro dell’acqua
L’insediamento urbano e gli opifici a forza idraulica

... Como, 2004
Collana: Territorio storia e arte
Edizione: NodoLibri
Pp. 128, Illustrazioni: 37il, F.to cm. 24×17
Confezione: Brossura filo refe
ISBN: 88-7185-106

Euro: 12.0

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Fabio Cani Nesso. I nomi dei luoghi Atlante della toponomastica storica

Nesso. I nomi dei luoghi
Fabio Cani
Nesso. I nomi dei luoghi
Atlante della toponomastica storica

... Como, 2003
Collana: Territorio storia e arte
Edizione: NodoLibri
Pp. 144, Illustrazioni: 73il, F.to cm. 24×17
Confezione: Brossura filo refe
ISBN: 88-7185-058-0

Euro: 12.00

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Tacchi, Pietro Antonio., Nesso e la sua pieve. Contributi di: Sergio Bianchi, Fabio Cani, Saverio Xeres. Presentazione di Sebastiano D’Amico

Nesso e la sua pieve. Memorie storiche

Editore: Dominioni
Argomento: nesso-storia
Pagine: 160
ISBN: 8887867062
ISBN-13: 9788887867060
Data pubblicazione: 2001

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Giorgio Cavalleri, Intervista di Giorgio Bardaglio uscita sul Corriere di Como del 21 marzo 1999

Giorgio Cavalleri

Intervista di Giorgio Bardaglio uscita sul Corriere di Como
del 21 marzo 1999

…. A Cavalleri la passione per la storia è venuta presto. Fine degli anni ’50. Una macchina correva sulla strada del lago. Fu una zia, dopo un curva stretta, ad indicargli un punto verde, a picco sul profondo specchio d’acqua. “Quello è il Pizzo di Cernobbio. Da lì buttavano gli uomini nel lago. C’è finita dentro anche la Gianna”. «Quel nome – ricorda ora lo scrittore – nella mia mente di ragazzino di otto o nove anni, è rimasto sempre impresso».
Giuseppina Tuissi: per i partigiani della Brigate Garibaldine, semplicemente “Gianna”. Ciò che rimane di lei è una foto lisa, in cui appare con un sorriso di speranza. Fu uccisa dagli stessi amici con i quali aveva condiviso una causa. Era il 23 giugno 1945, il giorno del suo ventiduesimo compleanno. Quarantacinque giorni prima, a qualche chilometro di distanza, con gli stessi metodi era stato giustiziato Luigi Canali, conosciuto con il nome di battaglia di “capitano Neri”. Insieme, in mezzo all’orrore del conflitto, avevano condiviso momenti lieti. Con la medesima, infamante accusa di tradimento furono trucidati…

«Nel 1961, a Cantù, fu inaugurata una scuola intitolata ad Achille Grandi e mi chiesero di accompagnarvi la vedova, che abitava nelle case popolari di via Turati. Erano due stanze. Da quel principio, tra noi nacque una cordiale e sincera amicizia. Achille Grandi, figlio di povera gente, diventato deputato per quattro legislature prima del fascismo, segretario generale della Cgil con Di Vittorio, quando ancora c’era il sindacato unico, morì alla fine del ’46 dopo aver dedicato una vita per gli altri, senza aver messo da parte una lira. È sempre stato un mio punto di riferimento. Nonostante fosse un cattolico convinto, metteva avanti a tutto il primato della coscienza».
Un insegnamento che Cavalleri non lesina a mettere in pratica. Così buono da sfiorare la mansuetudine, egli non sopporta che sul piano etico non soltanto si sollevino su di lui sospetti, ma persino che si evochino ombre. Basta un aggettivo di troppo per farlo trasalire e per indurlo prontamente a replicare, con quella precisione che appare pignoleria agli occhi degli estranei, ma che è preziosa come acqua di fonte per chi si nutre ogni giorno di carte e documenti …


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Nesso: scheda storica di Annalisa Borghese, in Il territorio lariano e i suoi comuni, Editoriale del Drago, 1992, p. 331

Lo chiamavano il “Falco della rupe”. E doveva essere un tipo determinato, deciso, un vero con­dottiero, se Gian Giacomo Medi­ci, detto il Medeghino, se l’era scelto come luogotenente. Siamo ai primi del Cinquecento e tutto il territorio del Lario è in mano a lui, al Medeghino, che dirige le operazioni dalla sua roccaforte di Musso.

Il “Falco” è invece di qui, di Nesso, dove è nato e da dove con­trolla il ramo comasco del lago. A Nesso c’è un castello, e dall’alto delle sue torri il “Falco” deve sen­tirsi sicuro e protetto.

Il “Falco della rupe” è anche il titolo del romanzo storico di Gian Battista Bazzoni, che nell’Otto­cento consegnerà il “Falco” se non alla gloria almeno alla fanta­sia dei lettori. Del castello poi è ri­masto ben poco. L’avventura del “Falco” non dovette finir bene: i Milanesi smantellarono le fortifi­cazioni nel 1532. E le tre torrette che oggi fanno bella mostra di sé tra i ruderi delle muraglie sono state edificate il secolo scorso.

Nesso, a 300 metri d’altezza sulla sponda orientale del ramo comasco, oggi è semmai nota per l’orrido formato dai torrenti Nosé e Tuf, che qui si uniscono in un’u­nica fragorosa massa d’acqua e di­ventano una cascata. Sono così impetuosi i torrenti di Nesso, che in passato la loro forza è stata im­piegata per far funzionare alcune cartiere e due stabilimenti di seta, e poi mulini, magli e torchi per l’olio. Attività poi in gran parte abbandonate. Oggi a Nesso ci so­no alcuni stabilimenti edili e di­verse attività artigianali della la­vorazione del filo di ferro.

Ma il borgo di Nesso respira so­prattutto di storia. Nella guerra decennale tra Como e Milano (1118-1127) il borgo si schierò contro Como, alleandosi all’Isola Comacina. I Comaschi strinsero d’assedio l’Isola, non riuscirono ad espugnarla e rivolsero le loro attenzioni a Nesso, che distrusse­ro con le sue fortificazioni nel 1124.

La storia si respira anche nella chiesa parrocchiale dei Santi Pie­tro e Paolo, che potrebbe essere stata consacrata addirittura da un papa, quell’Urbano II che nel 1095 transitò dal Lario diretto in Francia al Concilio di Clermont. In quegli anni il vescovo di Como, Guido Grimoldi, risiedeva qui, e all’interno della chiesa ancora og­gi chiamata “dom”, duomo (il luo­go dove celebra Messa il vescovo), sono conservate le spoglie del suo predecessore, il vescovo Rainaldo, che resse la diocesi dal 1062 al 1084. La chiesa fu ultimata molti anni dopo, tra il 1654 e il 1706. Il campanile va osservato con atten­zione: si dice che per costruirlo abbiano abbattuto le mura del borgo e utilizzate le sue pietre.

da: Annalisa Borghese, in Il territorio lariano e i suoi comuni, Editoriale del Drago, 1992, p. 331

citazione di Gianfranco Miglio, in Il mito del Lario, Larius, 1959

Non è facile – come sanno i più – stabilire quando appros­simativamente l’uomo si sia affacciato per la prima volta sulle rive del Lario; venne quasi certamente dal Sud, e pro­babilmente non prima del terzo (e forse neppure del secondo) millennio avanti Cristo. Ma chiunque esso fosse – ligu­re-mediterraneo, o d’altra stirpe oggi ignota – non possiamo pensare senza emozione a questo nomade dell’età neolitica che – cacciando il cervo, il cinghiale ed il lupo nelle nostre fore­ste, e la lontra sulle ripe selvagge delle nostre acque – primo ascoltò il ritmico pulsare delle onde del Lario, il fragore lontano dei torrenti, i richiami delle fiere in libertà, il rombo del tuono ri­percosso dall’eco delle valli ancora in­violate e misteriose: negli occhi di que­st’uomo si specchiarono per la prima volta, striati dagli stormi lamentosi dei lamentosi uccelli acquatici, gli stessi placidi tramonti che decine e decine di secoli più tardi avrebbero commosso i grandi poeti dell’età romantica. (…) Fra gli ultimi letterati e viaggiatori dell’Ottocento, (…) il lettore ne troverà alcuni che si pongono esplicitamente la domanda: d’onde nascono la fama e l’innegabile incanto del Lario? Fra le diverse risposte una sembra oggi ri­scuotere maggior credito: è quella che indica nella melanconìa l’attrattiva più patetica ed efficace esercitata dal Lago di Corno sugli spiriti di ogni tem­po. Ma è una spiegazione che non reg­ge. La sottile tristezza è appannaggio di ogni paesaggio lacustre; rivelata specialmente dai gusti letterari dell’età romantica, giustifica in genere il “laghismo” ottocentesco, non la fortu­na di sponde che, come le nostre, di­vennero celebri già nel gaio clima della Rinascenza (…). Se il Lario ha un suo fascino segréto, questo sta invece nella straordinaria, inesauribile ricchezza di particolari del suo paesaggio. Tale ricchezza dipende dell’incontro di due fattori: l’uno naturale, l’altro storico ed umano. (…).
Il Lago di Corno – già lo sappiamo – fu, in ogni età e sopra tutto, un corridoio fra Nord e Sud, un itine­rario frequentato e consueto: e questa condizione fece sì che molto per tempo – fin dalla tarda antichità classica – le nostre riviere apparissero intensa­mente popolate».

Gianfranco Miglio, Il mito del Lario, Larius, 1959

Il paesaggio prealpino: fascia collinare subalpina, insubria, alta collina. Testo di Eugenio Turri, La fascia prealpina, in Paesaggi umani, Touring Club italiano, 1977

Ci sono motivazioni diverse che indu­cono a parlare di Prealpi e a riconoscere un “paesaggio prealpino”

Le prime e più immediate sono quelle – d’ordine percettivo – che si impongono a chi le guarda dal basso, dalla pianura o dal pedemonte, così come felicemente le colse lo Stoppani, che proprio alle Prealpi, lui prealpino, dedicò le più af­fettuose descrizioni :

“Le Prealpi, prin­cipalmente le calcaree, raggiungono di rado i limiti delle nevi perpetue… Non sono per conseguenza nemmeno ca­ratterizzate dalla vegetazione alpina che dà alle Alpi quell’aspetto loro partico­lare di durezza e severità. Mancano per­ciò alle Prealpi i due tratti principali che improntano il paesaggio alpino così sublime e pittoresco. Per compenso sono ricche di altre bellezze tutte particolari. Si nota anzitutto in esse il contrasto, di effetto meraviglioso davvero, fra quelle creste dentate, ignude e bianche come scheletri… e il verde perenne, di cui la perenne ubertà copre i fianchi e i piedi delle montagne… “.

Ma le motivazioni più fondate sono quelle suggerite dai geologi, per i quali la fascia prealpina che va dalla zona del lago Maggiore all’Isonzo costituisce il lembo marginale, verso sud, della catena alpina: una sorta di grande am­manto, formato in prevalenza da rocce sedimentarie, che durante la formazione delle Alpi ha subito fratture, dislocazioni, scorrimenti e piegamenti, oggi testimo­niati dalla stessa frammentazione oro­grafica della regione e dalla varia con­formazione del rilievo a seconda delle sue grandi divisioni regionali. Questo si presenta infatti assai vario da parte a parte.

La prima distinzione che si impone è quella – così ben sottolineata dal Sestini nella sua minuta descrizione del paesaggio italiano – che riguarda le sezioni occidentale e orientale, tra loro separate dalla valle dell’Adige : la prima, per larga parte coincidente con le Prealpi Lombarde, presenta un paesaggio più erto, un’architettura del rilievo più vi­gorosa e tormentata ed ospita inoltre un elemento che manca alla sezione orientale: i laghi, che occupano i grandi solchi vallivi modellati dai ghiacciai pleistocenici provenienti dalla parte più interna ed elevata della catena alpina; la sezione orientale, corrispondente alle Prealpi Venete e Carniche, presenta un rilievo più disteso, tettonicamente meno violentato, come rivela la successione di massicci calcarei e di accoglienti al­tipiani (dei Lessini, d’Asiago e del Can-siglio) al di sopra delle dorsali collinose che si smorzano dolcemente in pianura e che danno un tratto inconfondibile al paesaggio veneto. In questo rientrano, come elementi disgiunti dalla fascia prealpina, i monti Berici e, più margi­nalmente, i colli Euganei, « arcipelago vulcanico » emergente dalle alluvioni padane.

Ma le forme del rilievo variano poi lo­calmente in rapporto alla costituzione delle rocce, responsabile delle linee ad­dolcite di molte dorsali prealpine o delle forme rupestri e vagamente dolomitiche dei massicci più elevati; od ancora dei profili delle valli che tagliano trasver­salmente la fascia prealpina, talora pro­fonde ed incassate come canyons tra le formazioni sedimentarie, talora più a-perte e dai versanti ammorbiditi. Le più marcate di queste vallate, che col loro orientamento meridiano hanno facilitato i rapporti tra pianura e Prealpi, hanno il classico profilo a U proprio del model­lamento glaciale, mentre le valli laterali e le conche più elevate presentano inci­sioni più recenti a V che lasciano poco spazio agli abitati e alle colture.

Ma se si passa a considerare l’uomo e il rapporto che l’uomo ha stabilito con queste montagne il paesaggio si fa anche più vario di motivi. In generale si può dire che diversamente dall’ambiente al­pino – un mondo di vallate più chiuso, più conservatore, più geloso della pro­pria autonomia – quello prealpino è sempre stato più aperto all’esterno, pro­fondamente permeato dalle relazioni economiche e culturali con la vicina Pia­nura Padana, di cui le Prealpi sono state in diverse epoche una specie di generoso entroterra, una riserva di ri­sorse naturali e umane a cui « le città padane hanno attinto a piene mani ». La conquista delle Prealpi da parte del­l’uomo è di data antichissima ed è par­tita dal pedemonte, realizzandosi a gra­do a grado, con progressiva espansione dell’azione modificatrice dal basso verso l’alto; come risulta ancor oggi osser­vando la diversa intensità degli abitati, delle aree coltivate, delle strade e di tutte le altre opere che umanizzano il paesaggio. Una conquista che si è rea­lizzata sino ad epoche recenti secondo le opportunità suggerite dall’ambiente, per cui certi geografi del passato, come il De Martonne nel suo grande affresco geografico della catena alpina, avevano individuato delle aree che si qualifica­vano per i diversi « generi di vita », come quello « insubro » che associava l’allevamento all’agricoltura più varia, quello « pastorale » fondato essenzial­mente sull’allevamento, quello « foresta­le » caratterizzato dalla silvicoltura af­fiancata dalle attività agricole e pasto­rali … Ma sono classificazioni ormai ca­dute e che trascurano i rapporti profondi e continuamente selettivi che le Prealpi hanno sempre intrattenuto con il pe­demonte, con la pianura e le sue città, il cui soffio animatore ha profondamente inciso sulla stessa mentalità dell’uomo prealpino, sulla sua stessa compagine sociale, diventando fattore decisivo del rapporto uomo-ambiente: un rapporto che ha conosciuto in varie fasi la disgre­gazione della più antica organizzazione comunitaria, e poi la penetrazione bor­ghese e capitalistica nelle vallate, e più recentemente la dissociazione profonda del legame uomo-natura, con l’espulsio­ne dell’uomo prealpino dalle sue mon­tagne e la « ricolonizzazione » di queste ad opera della forte capacità penetrativa degli interessi padani. Da questo punto di vista la varietà del paesaggio prealpino va rapportata alla storia dell’intera regione padano-prealpina, ai diversi legami che le Prealpi hanno avuto con le città che hanno gestito la vita e l’economia padane. Così la sezione più direttamente rimasta vin­colata a Venezia ha conosciuto sviluppi diversi da quella più legata a Milano.

La prima perché ha risentito intimamente della lunga e irrimediabile decadenza della Repubblica Veneta, socialmente bloccata da un regime nobiliare oligar­chico, mentre la seconda ha potuto be­neficiare del crescente soffio animatore del capoluogo lombardo, divenuto via via quel grande polo di vita economica e urbana che è oggi. Due destini, due sviluppi storici che si sono espressi da un lato nella grande crisi iniziata nel secolo scorso delle Prealpi Venete e Carniche (indebolite quest’ultime anche dalla secolare funzione del Friuli di re­gione marginale e poi dalle servitù mi­litari, per non parlare dei terremoti), dall’altro nella vivace industrializzazione delle valli lombarde, favorite queste per altro dalla maggior ricchezza di risorse idriche e minerarie (che è poi una que­stione di costituzione geologica e di morfologia).

Ma al di là di queste distinzioni, il pae­saggio prealpino ha tutta la varietà, ap­parentemente casuale, in realtà sempre profondamente motivata, che deriva da condizioni puramente locali, da inizia­tive umane più o meno vivaci, da chiu­sure e persistenze legate alle comunica­zioni non sempre facili, dalla felice in­ventiva degli uomini, dal peso di situa­zioni difficili e intricate nel tempo. L’a­rea prealpina, come ogni altra regione, va vista cioè come un complesso orga­nismo, oggi profondamente integrato nella regione padana, che ha le sue aree forti, vigorose, le sue aree deboli, ap­partate, dove il soffio modernizzante e livellatore che degrada le passate forme di vita penetra più faticosamente. Ed ecco perciò la varietà di « letture » che impongono le Prealpi.

L’Insubria

Il paesaggio prealpino assume caratteri particolari intorno ai laghi della sezione occidentale: il lago Maggiore (nel cui bacino è compreso il lago d’Orta), quello di Como, i laghi d’Iseo e di Garda: tutti occupano la sezione terminale delle grandi vallate alpine sbarrate dagli am­massi morenici depositati dai ghiacciai al loro sbocco in pianura. Le acque la­custri occupano cioè gli invasi che, sino a 15.000 anni or sono, erano per­corsi dalle grandi fiumane glaciali: una sorta di sostituzione di elementi avve­nuta in seguito alle grandi mutazioni climatiche. La presenza di queste masse d’acqua è all’origine di un paesaggio molto diverso da quello che si ha nelle altre vallate. I primi e più vistosi effetti si trovano nella vegetazione. Il clima mitigato rende qui possibile l’insediamanto di specie vegetali del tutto particolari e una generale specificità floristica indicata dal nome di Insubria dato dai botanici alla regione lacustre: areale sub-mediterraneo che ospita specie pro­prie della regione peninsulare, qui pene­trate nelle fasi interglaciali e postglaciali. Comprendono cisti, terebinti, astragali, artemisie, ecc., e piante arboree sem­preverdi proprie della « macchia », come il leccio, che ammanta soprattutto i ver­santi rupestri del lago di Garda, dove più spiccata è la mediterraneità del clima. A questa vegetazione termofila, spon­tanea, che mediamente non supera l’al­titudine di poche centinaia di metri, si associa, specialmente sul Garda e sul lago d’Iseo, l’olivo, introdotto sul Garda probabilmente dagli etruschi, ma diffu­sosi soprattutto con i romani, che per primi valorizzarono in « senso medi­terraneo » le eccezionali possibilità del­l’ambiente insubrico. L’olivicoltura, che ha trovato difficoltà di espansione soprattutto nel Settecento, un periodo caratterizzato dalla rigidità del clima, ha ricevuto un impulso de­cisivo sotto il dominio austriaco e ha poi costituito, sino alla prima metà del nostro secolo, una risorsa importante specialmente per la popolazione del Benaco.

Intorno ai laghi il terreno coltivabile non è molto esteso, e ciò per la stessa ripidità dei versanti, modellati dal gla­cialismo: per questo la popolazione vi è sempre stata in passato relativamente poco numerosa. Gli insediamenti si pon­gono lungo le rive, sulle brevi cimose costiere o sui conoidi alluvionali laterali (un esempio bellissimo in tal senso è offerto, sul Garda, dalla penisola di Toscolano-Maderno). Essi sono per lo più formati da case aggregate, mentre più rara è la casa sparsa, almeno secondo l’organizzazione tradizionale. L’econo­mia delle popolazioni è sempre stata le­gata in passato all’agricoltura e, come attività integrata, alla pesca. Sin dall’epoca comunale i centri di sponda e collinari estesero le loro pertinenze territoriali spesso ai livelli superiori, sfruttando i pascoli, i boschi, le cave di marmo e altri prodotti che per via lacustra venivano inviati alle città padane o pedemontane (come i marmi di Candoglia usati per il duomo di Milano).

Una economia aperta ebbero sempre i centri del sommolago o del bassolago, in quanto basi della navigazione lacustre che fu sempre attivissima in passato sia per i collegamenti dei vari centri tra loro, sia per i collegamenti lungo le grandi direttrici alpine. Già in epoca romana esistevano sul Benaco delle associazioni di barcaioli e l’importanza che la navi­gazione vi ebbe nei secoli è documen­tata dalle incisioni rupestri dell’area gar­desana, che ci mostrano tutta una serie di imbarcazioni che vanno dalla piroga preistorica, quella usata dalle popola­zioni palafitticole insediate nell’età del bronzo, alla barca a vela romana, sino ai battelli dei nostri giorni. Nonostante queste funzioni di vie di transito le popolazioni lacustri hanno mantenuto a lungo una loro autonomia e sia l’organizzazione feudale che quella comunale sono scomparse relativamente tardi. L’immissione diretta della regione dei laghi nell’organizzazione padana si ebbe soprattutto a partire dal ‘500. Ciò comportò, con l’attivazione economica, anche un primo inserimento signorile sulle sponde lacustri, cui si collegano le prime prestigiose ville signorili sul Lario, sul Verbano (le isole Borromee), sul Garda, i cui sfondi paesistici diver­ranno in seguito punti fermi dell’icono­grafia romantica. Ma la costruzione del paesaggio lacustre attuale è “un fenomerio tipicamente ottocentesco, quando la ric­ca borghesia lombarda iniziò a costruire lungo le coste le proprie residenze di lusso, circondate da parchi con piante esotiche, sempreverdi, favorite dal cli­ma mitigato. A queste ville, affiancate da grandi alberghi belle-epoque, si sono aggiunti in epoca più recente ville e alberghi per il turismo di massa ali­mentato dalle popolazioni urbanizzate delle non lontane città padane.

A queste edificazioni e alle infrastrutture imposte dal turismo pendolare di fine settimana si deve la più recente trasformazione del paesaggio insubrico, uno dei più direttamente integrati nella organizzazione padana.

La fascia collinare subalpina

Il paesaggio agrario lo si ritrova, sia pure non più con gli stessi connotati d’un tempo, lasciando il pedemonte e i fondivalle industrializzati e popolosi, nelle aree collinari della cosiddetta fa­scia « subalpina », oltre che nelle con­che e nelle vallate interne rimaste in­denni dall’industrializzazione e dall’as­salto edilizio più recente.

In quest’area rientrano, nella sezione orientale, le ap­pendici montuose che nel Friuli si sal­dano alle cordonature moreniche, incolli che dominano la pianura trevigiana e vicentina (con i Berici e gli Euganei), le ultime digitazioni lessiniche con le loro conche interposte, la stessa vai d’Adige col suo ampio fondovalle; nella sezione occidentale, al di là delle alture moreniche intorno al lago di Garda, le colline del Bresciano e del Bergamasco e, più oltre, la saldatura collinare della Brianza ai rilievi prealpini.

Gli aspetti agricoli di questa fascia, che rappresenta sostanzialmente una con­tinuazione, in ambiente roccioso, del­l’alta pianura padana e delle colline moreniche, mostrano un generale adat­tamento alle condizioni ambientali, ca­ratterizzate da precipitazioni piuttosto scarse, clima asciutto. Il rilievo presenta forme addolcite e dovunque è possibile si pratica l’agricoltura, sin da epoche remote. Poco spazio è riservato in ge­nerale al bosco, un bosco termofilo, prevalentemente di querce, che soprav­vive in piccoli lembi sui pendii più erti, lungo gli argini e i valloncelli dove però spesso la robinia si è sostituita alle piante originarie. Le colture sono varie (si parla di poli­coltura o coltura promiscua che associa le legnose ai seminativi), ma particolare risalto e diffusione assume la viticoltura, che ha aree specializzate soprattutto nel Veronese, nel Bresciano, nell’alto Tre­vigiano, nell’Udinese (con un’appendice nelle colline novaresi). I campi sono ter­razzati, anche nei pendii meno ripidi, e danno luogo talora a belle successioni di gradinate, oggi lasciate in abbandono nelle aree più povere. I muri di sostegno sono generalmente costruiti a secco, con blocchi di pietra; dove questi mancano o dove i pendii sono meno ripidi si trovano invece ciglioni fatti con cotiche erbose. La tecnica del terrazzamento è nelle Prealpi molto antica, ma si è dif­fusa soprattutto a partire dal ‘500, per­fezionandosi nel ‘700, sotto l’impulso di nuove esigenze tecniche e colturali che, nel clima illuministico dell’epoca, erano espresse persino in versi :

« O sag­gio lui, che di frequenti mura / quasi panche alternate il suol distingue ! / Il declive s’allenta, e fa pianura… (B. Lo­renzi).

La vite, che caratterizza questo paesag­gio collinare, è stata introdotta prima ancora dell’età romana (ne sono state trovate tracce nei villaggi di palafitte dei laghi insubrici), ma i romani la diffusero ulteriormente e trovarono che certi vini prealpini potevano rivaleggiare con quel­li più famosi del Lazio. Essa fu sempre coltivata con la tecnica della vite sposata all’albero (frassini, olmi, aceri). Soltanto a partire dal secolo scorso, con la ra­zionalizzazione dell’agricoltura, solleci­tata dagli esempi offerti dall’agricoltura capitalistica padana, si ebbe la generale adozione della vite su palo asciutto e la creazione di pergolati come quelli che danno una nota speciale al paesaggio collinare del Veronese.

Il paesaggio d’un tempo comprendeva, oltre alla vite, altre essenze legnose, come il ciliegio, ancora frequente, e molti gelsi, pianta diffusasi a partire specialmente dal ‘600, che portò un soffio benefico all’economia prealpina, poi abbandonata totalmente nel corso di questo secolo : qualche gelso sopravvive ancor oggi sugli argini e sulle prode dei campi, come testimonianza d’un’e-poca.

Associati alle piante legnose un tempo si coltivavano seminativi vari, in antico rappresentati da cereali poveri come il sorgo, poi dal grano e dal mais. Oggi molte aree per i seminativi sono state spesso riconvertite in prati. Questo paesaggio collinare molto smi­nuzzato, ricco di elementi diversi, co­struito con cure secolari, pazienti, con vigneti, orti, alberi, privo o quasi di macchie boschive, con siepi intercalate tra podere e podere e pieno di chiusure, in quanto fu il primo nelle Prealpi a respingere le leggi medievali del libero pascolo delle greggi, è il paesaggio del­l’appropriazione privata, che nella se­zione veneta è per gran parte legata al dominio signorile, nobiliare, nella se­zione occidentale soprattutto alla pro­prietà contadina e borghese. Il processo di appropriazione è iniziato praticamente in età comunale, quando si ebbe l’incentivazione dell’economia prealpina da parte delle città e la prima penetrazione borghese nelle campagne. Questa però non si spinse molto ad­dentro nelle valli, dove i beni comunali furono annessi, attraverso vicende con-trastatissime, dalle popolazioni locali. Nella sezione sotto il dominio veneto l’acquisizione signorile della terra, che iniziò massicciamente nella seconda metà del ‘400, fu favorita dalla politica della Serenissima, come strumento per valo­rizzare la terraferma. Al regime signo­rile si collega la conduzione di tipo mez­zadrile, diffusa nelle colline venete, me­no in Lombardia. Alla mezzadria e alla conduzione diretta dei fondi di non grandi dimensioni (da 6 a 10 ettari) si connettono per gran parte la distribu­zione delle case e le loro stesse caratte­ristiche. Esse sono infatti intimamente legate al podere e l’insieme costituisce l’elemento base, molecolare, dell’orga­nizzazione territoriale. Non sono in­frequenti, anche in queste zone di col­lina, le piccole corti, simili a quelle dell’alta pianura; ma la struttura delle dimore rurali varia sensibilmente a se­conda che risalga ad epoche anteriori o posteriori al ‘700.

Al dominio signorile si deve infine l’inserimento nel paesaggio collinare delle ville, dimore di delizia ma anche centri aziendali legati all’organizzazione mez­zadrile che hanno plasmato un certo paesaggio veneto (zone di Asolo, colline del Vicentino, del Veronese, ecc.) con l’introduzione di elementi urbani, ar­chitetture armoniose su sfondi sceno­grafici (con le sue invenzioni architet­toniche il Palladio si può considerare come un grande « architetto di paesag­gi »), giardini, scalee, boschetti e roc­coli all’interno di broli inviolabili, con piante, come il cipresso, prima ignorate nell’ambiente prealpino. Ma anche questo paesaggio, che il Sereni ha classificato, alla stregua di quello to­scano, tra il « bel paesaggio all’italiana », plasmato dalla civiltà uscita dal Rinasci­mento, è oggi in decadenza, almeno là dove non si è avuta una rivalorizzazione delle vecchie e nobili dimore e dei fondi connessi da parte del neocapita­lismo industriale. In altri casi, all’abban­dono dei vecchi fondi hanno fatto se­guito lottizzazioni e forme varie di agri­turismo.

L’alta collina, peculiare ambiente prealpino

E’ nella parte più interna dell’arcata prealpina, nelle vallate che la solcano e nelle più piccole valli laterali, nelle conche e nei pianori interposti, che si ritrova l’ambiente prealpino vero e pro­prio, il meno coinvolto nei rapporti col pedemonte e le città padane. Siamo in un paesaggio che riflette un’organizza­zione essenzialmente agricola e pasto­rale della vita sebbene non manchi nep­pure qui l’attività artigianale che nei fondivalle ha trovato in epoche recenti una sua riconversione in senso preva­lentemente industriale.

Ovunque infatti ci sono potenzialità idriche si trovano le testimonianze di una tenace intraprendenza artigianale (i vecchi molini e i magli ad acqua risa­livano le valli più interne alla ricerca di fonti e cascatelle), ovunque esistono ri­sorse minerarie o possibilità di sfrutta­mento diversificato si ritrova la vivacità delle iniziative imprenditoriali. Però que­sto ambiente prealpino è quello carat­terizzato in generale da un’economia povera, fondamentalmente basata sullo sfruttamento del suolo, un suolo spesso avaro, sia per la natura carsica dei terreni, sia per la non sempre facile agibilità, dei versanti. Inoltre quest’ambiente, che si pone in generale al di sopra dei 400 metri fino a 900 metri ed oltre, dove inizia l’ambiente montano dai caratteri ormai decisamente alpini, non offre con­dizioni climatiche ideali per l’agricol­tura, perché già oltre i 400-500 metri certe colture fondamentali come la vite, il gelso e lo stesso granoturco trovano difficoltà di adattamento. Il paesaggio rivela queste difficoltà del­l’uomo, i cui segni si riducono a van­taggio delle superfici boschive, che co­prono i versanti più ripidi. Esse sono rappresentate da associazioni di latifoglie (dai roveri, ai carpini, ai faggi), unite nel bosco ceduo sfruttato da secoli dal­l’uomo, intercalato abbastanza spesso da boschi di castagni.

È anzi, questa, la fascia propria del ca­stagno, che si addensa soprattutto là dove i suoli sono acidi e più ricchi di spessore, sulle pendici più umide e fre-

sche. I castagneti, che rappresentano una delle formazioni vegetali peculiari delle Prealpi, ospitano individui secolari, dal portamento maestoso, veri e propri feticci arborei gelosamente custoditi un tempo dall’uomo, perchè il castagno è un albero generoso che ha fornito sempre materia alimentare farinacea preziosa alle popolazioni di questa fascia povera e soggetta a ricorrenti crisi alimentari. L’agricoltura, molto difficile e stentata in talune zone carsiche, è praticata su proprietà estremamente frazionate. Sia­mo qui, infatti, nella fascia della piccola proprietà, dominante su tutto il fronte prealpino, anche come risultato sia di una compressione esercitata dai domini signorili e borghesi in basso, sia di un accrescimento demografico che ha de­terminato ulteriori frammentazioni del­le originarie proprietà familiari. Queste si sono costituite in seguito ad un pro­cesso di erosione dei beni comunali e religiosi, rimasti a lungo inattaccati so­prattutto nelle zone isolate e povere di scambi. Il processo di frammentazione era già molto avanzato agli inizi dell’8oo, epoca in cui la popolazione era eccessiva rispetto alle risorse. L’introduzione della patata aveva momentaneamente e illusoriamente risolto i problemi alimentari – essenziali in un’economia di autocon­sumo – contribuendo a tenere ulterior­mente legati alla terra gli uomini; que­sto fenomeno era stato all’origine sia della grande espansione dei terreni col­tivati a spese del bosco sia di quel ge­nerale impoverimento della vita preal­pina che ebbe drammatiche manifesta­zioni nel secolo scorso, con la diffusione della pellagra, con la rovina e i falli­menti senza speranza di numerose fa­miglie per le quali la polenta, le patate, le castagne e poco altro costituivano le uniche risorse.

In questo quadro economico e sociale, particolarmente difficile in certe zone del Bergamasco, del Bresciano, del Vero­nese, del Trentino, del Bellunese, della Carnia, si inserirono i primi esodi del­la popolazione verso il basso: la migra­zione stagionale verso la pianura di ma­nodopera avventizia, le lunghe peregri­nazioni di seggiulaì e cartolare che dalle Prealpi Carniche andavano a vendere in pianura i prodotti confezionati d’inverno nelle stalle, e la migrazione verso la Ger­mania, la Svizzera, la Francia e, più tardi, verso le Americhe. Esodi perio­dici, più o meno lunghi, dopo i quali gli uomini, quando non facevano scelte definitive (cui si collegano le fortune di parecchi prealpini, i gelatai del Tren­tino, i formaggieri della Valsassina, ecc.), tornavano con i danari sufficienti per comperare un pezzo di campo, con ciò non certo risolvendo i problemi del mondo prealpino, come ha dimostrato la grande discesa degli ultimi vent’anni dai « balconi » prealpini. È proprio a questi livelli, tra i. 400 e i 900 metri, sia in Lombardia, che nel Veneto, nel Friuli e nel Trentino, che il mondo prealpino ha conosciuto le più dure crisi. Ciò almeno nelle aree demografica­mente più compresse e in quelle più lontane ed emarginate dai grandi centri di animazione economica. La raziona­lizzazione imposta dall’industria moder­na ha anche fatto decadere certe attività minerarie, in passato molto importanti nell’economia di alcune zone, provo­cando nel settore dei marmi e del ma­teriale cementifero una selezione che ha creato zone specializzate (nel Veronese, nel Bresciano, nel Bergamasco, ecc.).

Dove l’economia agricola si è conser­vata, sia pure in forme degradate, l’or­ganizzazione territoriale tradizionale è ancora ben evidente. Essa ha i suoi perni in piccoli paesi, per lo più centri parrocchiali o comunali, che occupano le aree più agibili dell’orografia, molto spesso sui terrazzi e sugli addolcimenti di pendenza dei versanti, in vicinanza delle sorgenti d’acqua, che nelle aree carsiche, così dominanti nelle Prealpi, hanno una distribuzione discreta, le­gata ai reticoli idrici sotterranei. In ge­nere sono piccoli centri, dominati da vecchie pievi, molte delle quali rima­neggiate dopo il ‘700 in forme barocche, con vecchie case dignitose là dove esi­steva qualche famiglia più benestante o di professione artigianale (padroni di vecchi molini o di cave di marmo, produttori di ghiaccio, commercianti di legna, ecc.). Intorno ai villaggi si tro­vano talora contrade sparse, dislocate anch’esse nei punti migliori: aggregati di origine patriarcale ingranditisi per espansione del nucleo originario (ciò è rivelato dall’aggiunzione spesso li­neare delle case, che cercano di prefe­renza l’orientamento a solatio) in cui il nome del ceppo fondatore coincide con quello della località.

Le case sono costruite secondò criteri che rispondono alle esigenze dell’attività agricola, meno sensibili qui agli influssi urbani e risolti non di rado in modi originali. L’uso di materiali locali ha talora direttamente influenzato le stesse strutture delle case. Gli esempi migliori in tal senso si conservano nel Berga­masco, nei Lessini, nel Bellunese, nelle Prealpi Carniche, dove predomina l’uso di pietre o lastami calcarei, materiale impiegato anche per i terrazzamenti, le recinzioni degli orti, le barriere divisorie lungo le mulattiere, gli altari votivi agli incroci: insieme di forme che, nel loro rapporto con le disponibilità e le condizioni dell’ambiente locale davano un carattere originale al paesaggio. In questo rientrano il dintorno coltivato, i campi e i prati intimamente legati ai paesi e alle contrade.

Le superfici coltivate si pongono su terrazze, an­che qui laboriosamente costruite con muretti a secco. Un tempo si coltiva­vano grano saraceno, orzo, avena, pa­tate; tra le piante legnose, oltre a qualche stento vigneto e agli ultimi gelsi, larga diffusione hanno sempre avuto i ciliegi. Numerosi sono sempre stati gli orti vicino alle case e alle stalle per la colti­vazione di legumi e ortaggi vari desti­nati al consumo familiare. Gran parte dei campi oggi sono trasformati in prati per l’allevamento del bestiame che viene ancora in parte portato agli alpeggi sugli alti pascoli. I lavori agricoli sono svolti in molti casi da vecchi e da donne per­chè gli uomini si dedicano ad attività più redditizie nelle fabbriche dei fondi-valle, nelle cave, quando non sono al­l’estero. Al massimo gli uomini si dedicano ai lavori sulle loro piccole proprietà nei giorni festivi, come passa­tempo, come ritorno a una tradizione o come legame affettivo con la vecchia proprietà familiare. Le attività agricole e d’allevamento danno da vivere ormai anche in questa zona ad un numero complessivamente limitato di persone. Questa fascia prealpina, la più decaduta e impoverita, è stata anche la meno rivi­talizzata dalle forme moderne di annes­sione e di colonizzazione della monta­gna da parte della città. Anche dal punto di vista turistico non ha avuto molti sviluppi, se si escludono i casi partico­lari dei grandi e prestigiosi centri ter­mali di fondovalle, come S. Pellegrino, Boario, Recoaro. L’edilizia turistica ha raggiunto soltanto i centri più vicini alle città, dove cioè è più agevole la pratica di quel turismo pendolare che lega le aree montane alle città. Questo in generale ha infatti cercato le quote superiori verso i 900-1000 metri. Ma qui entriamo in un altro paesaggio.

Testo di: Eugenio Turri, La fascia prealpina, in Paesaggi umani, Touring Club Italiano, 1977, pagg. 36-37, 40-48

 

Nesso, descritto dal sacerdote Santo Monti, 1895

Nesso (ab. 1450) è disposto come ad ordini o piani sopra un dirupo. Una cascata divide in mezzo il paese, con effetto stupendo.

L’Orrido di Nesso è bellissimo guar­dato di fianco, di mezzo, dal basso, dal­l’alto, ed ha esercitato il pennello di centinaia di paesisti.

Aveva un forte castello (il quale ha lasciato il nome a una parte del paese), che il Ballarmi (Stor. pag. 306) vuole edificato dai Romani, restaurato dai Longobardi e distrutto da France­sco Sforza duca di Milano. Nel 1124 i Comaschi assalirono il paese, uccisero molti abitanti e conquistarono la ròcca. La somma dell’amministrazione di Nes­so e sue pertinenze era affidata ad un podestà, che durò in ufficio sin quasi ai nostri tempi ; e nel borgo v’era anche un palazzo pretorio ove si amministra­va la giustizia-, e di cui si scorgono an­cora gli avanzi presso la collegiata. — La Chiesa è una delle più antiche della diocesi di Como ed è plebana e ma­trice di molte altre tanto sulla riva orientale, quanto su quella occiden­tale del lago di Como; fu però quasi interamente riedificata nel secolo XVII. Nel presbiterio si vedono due tele grandiose fermate nelle pareti me­diante cornici di stucco, dal lato dell’evangelo è rappresentato Gesù che consegna le Chiavi a S. Pietro, sim­bolo della concessagli facoltà di scio­gliere e di legare; dal lato dell’epistola S. Paolo, che predica nell’areopago di Atene il Dio ignoto, sotto di questo ultimo quadro si legge : Andina 1854; anche le pitture del vólto, condotte colla massima cura, sono del mede­simo autore. La Chiesa è di una sola navata, con cinque altari, tutti con pietra sacra. Sohvi in parrocchia, 1′ oratorio di S. Maria a Vico, e un altro oratorio a Castello dedicato a S. Lo­renzo.

Nesso è stato illustrato da Giùnio Bazzoni, nella sua novella il Falco della Rupe. Anche Un arciprete di Nesso, Pietro Antonio Tacchi da Zelbio lasciò manoscritta una sua memoria.

L’autografo è nell’ archivio parroc­chiale di Nesso, una copia incompleta è nella Biblioteca Comunale di Como.

Maggio 1895.

Sac. Santo Monti.

Nesso (Nesso, CO) pieve di Nesso (1757 – 1797)

Nesso (Nesso, CO)

pieve di Nesso (1757 – 1797)

Con la “Riforma al governo della città e contado di Como” (editto 19 giugno 1756) l’organizzazione del territorio della pieve subì alcuni mutamenti: l’editto infatti prevedeva che “le Comunità di Maslianico e Blevio si separeranno dalla pieve di Nesso, e dall’Amministrazione del Contado di Como, e si riuniranno con le cinque terre di Torno, Urio, Moltrasio, Piazza e Rovenna, e con le comunità di Cernobio e di Brunate, le quali nove comunità dovranno comporre in avvenire una pieve distinta, che si nominerà la pieve di Zesio superiore”. Nel compartimento territoriale dello stato di Milano (editto 10 giugno 1757) la pieve di Nesso, inserita nel contado di Como, risulta formata dai 11 comuni seguenti: Brienno, Carate, Careno, Laglio, Lemna, Molina, Nesso, Palanzo, Pognana con Quarzano e Canzaga, Veleso con Erno, Zelbio. Nel 1771 la pieve contava 4.526 abitanti (Statistica anime Lombardia, 1771). Con il successivo compartimento territoriale della Lombardia austriaca (editto 26 settembre 1786 c) la pieve di Nesso venne inclusa nella provincia di Como; i comuni che la componevano rimasero gli stessi. Nel 1787, a seguito della morte senza eredi maschi del marchese Giambattista Casnedi, la pieve costituente l’intero feudo di Nesso tornò nelle disponibilità del regio Demanio. Nel nuovo compartimento territoriale per l’anno 1791 la pieve di Nesso risulta ancora inserita nella provincia di Como, della quale, con la pieve di Bellagio ed una parte della pieve d’Isola, formava il III distretto censuario (Compartimento Lombardia, 1791).

ultima modifica: 03/04/2006

Pieve di Nesso (1757 – 1797) – Istituzioni storiche – Lombardia Beni Culturali

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