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Pianure in Italia: quali sono, caratteristiche – in Studia Rapido

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Pianure in Italia: quali sono, caratteristiche – Studia Rapido

COATESA: frazione del Comune di Nesso · GEOGRAFIA · Lago · Monti · Passeggiate · Sentieri e Genius Loci

Strade e sentieri nei paesi sulle rive del Lario, Tratto da LAGO DI COMO, LARIO: sogni e storie d’acqua, Cattaneo editore 2006/2009, pagg. 46, 47

La struttura urbanistica delle frazioni dei paesi del lago di Como si è andata formando attraverso schemi fissi, dipendenti dalla geografia dei luoghi.

Gli inizi di insediamento erano possibili solo dove c’era uno spazio (anche minimo) fra lago e monti. Ciò si verificava allo sbocco dei torrenti, sui piccoli coni detritici, quasi sempre preceduti da gole più o meno “orride”: Nesso, Argegno, Menaggio, Bellano, Dervio … Una volta trovato il luogo, il borgo poteva strutturarsi.

A lago c’era il quartiere dei pescatori e dei barcaioli, con il porticciolo e le rive, dove stendere le reti, i portici sotto cui depositare le merci.

Dal porto venivano create una serie di viuzze che risalivano verso il paese vero e proprio, con la chiesa, talvolta il palazzo-castello del signore locale, le case dei commercianti.

Più sopra, la strada / mulattiera di comunicazione orizzontale con i paesi vicini, lungo la quale si trovavano osterie, locande o crotti.

Infine, altre mulattiere verticali collegavano il centro principale ai monti, lungo i versanti delle montagne, che erano abitati per periodi più o meno lunghi a seconda delle necessità.

Di solito sui primi versanti sopra i paesi venivano coltivati l’ulivo e la vite, gli orti, e i campicelli per le esigenze alimentari..

Salendo ancora cominciavano i boschi (di castagno soprattutto) che fornivano prodotti per la sopravvivenza alimentare: castagne per la farina, legname da costruzione, foglie per le lettiere degli animali, ricci e legna per il camino.

Sopra il bosco c’erano i prati ed infine i pascoli per l’allevamento delle mucche, buoi e capre.

Tratto da LAGO DI COMO, LARIO: sogni e storie d’acqua, Cattaneo editore 2006/2009, pagg. 46, 47

 

Mappa tratta da Albano Marcarini LA STRADA REGIA a piedi da Como a Bellagio, Lyasis edizioni, Sondrio 2007

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LIBRI SU COMO ED IL LARIO, bibliografia aggiornata al 2010

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Bellagio · COATESA: frazione del Comune di Nesso · GEOGRAFIA · Orrido di Nesso · Torno · Tuf e Nosè · Villa Pliniana

Lago di Como: da Bellagio a Como

La sponda ‘interna’ del lago di Como risente, a differen­za di quella ‘esterna’, di un’orografia più tormenta­ta: i monti si tuffano a picco nel lago e in molti punti la strada ha dovuto essere scavata a viva forza nella roc­cia. In certe zone, gli abitati sono abbarbicati precariamente ai pendii, in altre mancano del tutto. L’itinerario (30.5 km) lungo questa sponda, dal fascino più rude ma altrettanto coin­volgente, ha come asse la statale 583.

Bellagio

Raggiungibile da Cadenabbia in aliscafo o in motonave (10 min.), la cittadina (m 229, ab. 2969) sorge nel punto in cui convergono le due sponde ‘interne’ del lago, nel vertice del cosiddetto «triango­lo lariano». Abitata già in epoca preisto­rica, insediamento romano, poi borgo fortificato medievale, infine luogo di vil­leggiatura, è oggi stazione turistica di rinomanza mondiale. In un contesto ambientale incantevole ai piedi di un dosso boscoso, vanta un centro storico che ha conservato quasi intatta la fitta struttura medievale e una corona di eccelse ville nobiliari. All’interno del nucleo abitato sorge la basilica di S. Giacomo, del XII secolo, trasformata però in epoca barocca e, più pesante­mente, da restauri d’inizio ‘900. A lato di S. Giacomo sopravvive una bella torre che faceva parte delle antiche fortifica­zioni.

Fuori dell’abitato, in cima al dosso albe­rato che costituisce la punta di Bellagio, sorge villa Serbelloni. In epoca medie­vale vi s’innalzava un castello (demolito nel Trecento da Galeazzo II Visconti) di cui restano alcune tracce. L’attuale edifi­cio, eretto nel XVIII secolo dai Serbelloni, venne trasformato in albergo nel 1870. Lo cinge un vasto parco, che occupa parte del promontorio e offre belle vedute sui due rami del lago. Nella parte meridionale dell’abitato sor­ge villa Melzi, palazzo neoclassico, preceduto da una scenografica scalinata di azalee, progettato all’inizio dell’Ot­tocento da G. Albertolli per Francesco Melzi d’Eril. L’interno conserva gran par­te dell’arredo d’epoca, con stanze di raf­finato gusto neoclassico. Accanto alla villa, sorgono un piccolo museo, con reperti archeologici e affreschi, e un’ele­gante cappella, sempre su disegno dell’Albertolli. Imponenti sono i giardi­ni, divisi in settori ben distinti e ornati da statue antiche e piante esotiche.

Nesso

Strutturato su varie borgate intorno allo sbocco a lago dei torrenti Tof e Nosè (bello l’orrido, arricchito da una cascata, formato dall’incontro, in prossimità del lago, dei due torrenti), Nesso (m 300, ab. 1399) è il principale insediamento su questa sponda del lago. I due nuclei di Coatesa e di Riva del Castello (che prende il nome dalla fortificazione distrutta nel Cinquecento, di cui restano alcuni ruderi) sono uniti da un antico ponte (forse romano) e creano un ambiente urbano di notevole interesse. Da Nesso una strada panoramica sale (2 km) a Vico m 350, con la bella chiesa romanica di S. Maria (XII-XIV sec), ricca di affreschi trecenteschi e cinquecente­schi, e da qui, in 8 km, attraverso vari abitati alpestri, a Pian del Tivano m 980, tradizionale meta turistica e punto di partenza per escursioni sui monti.

Careno m 250 è un piccolo e gradevole abitato, tipicamente lacustre, con case addossate e separate da stretti passaggi. Vi sono incastonate la parrocchiale del­l’Assunta (con affreschi seicenteschi) e la chiesa romanica di S. Martino (XII sec). Da qui, risalendo il monte (c. 20 min. a piedi) si può visitare la grotta Masera, un vasto antro che racchiude un laghet­to sotterraneo.

In parte sgranata lungo la statale, in par­te ‘arrampicata’ sul pendio, Pognana Lario (m 307, ab. 854) mantiene il vec­chio andamento a gradonate. Sull’abi­tato domina la chiesa romanica di S. Roc­co (XII sec), con affreschi dell’epoca.

Torno

L’antico borgo (m 225, ab. 1146), benchè devastato dagli spagnoli nel 1522, conserva tuttora l’impianto medievale, organizzato su due distinti nuclei abitati coi ripide, caratteristiche viuzze. Il primo s raccoglie intorno alla parrocchiale d S. Tecla, ancora di forme gotiche nono stante sia in buona parte opera quattrocentesca. Il secondo si avvolge intorno alla trecentesca chiesa di S. Giovanni che vanta un bel campanile romanico e un elegante portale rinascimentale. La maggiore attrazione del paese è la Villa Pliniana, appartata in riva al lago (1.1 km dall’abitato, c. 25 min. a piedi) Nessun Plinio vi abitò mai: l’edificio celebratissimo in epoca romantica e frequentato da Foscolo, Rossini, Stendhal fu costruito nel XVI secolo da Pellegrine Tibaldi per Giovanni Anguissola, governatore di Como; ma poiché ambedue menzionarono la fonte che sgorga da monte accanto alla villa e che, oltre a Plinio, anche Leonardo descrisse nei suoi appunti, il nome le rimase.

tratto da: Touring Club Italiano, I laghi della Lombardia, 1997

Careno · COATESA: frazione del Comune di Nesso · GEOGRAFIA · MAPPE · Piano del Tivano · STORIA LOCALE E SOCIETA' · Tempo · Valle Intelvi

Valli e vallette che si vedono di fronte a Nesso Coatesa



Valli e vallette che si vedono di fronte a Nesso Coatesa:

  • Valle Intelvi

Sotto il monte Gringo:

  • Valletta del Perello
  • Valletta Costa
  • Valletta Sass Vidaa
  • Valletta di Sciogn

Sotto il monte Comana

  • Valletta Nizzola
  • Valletta Ronco

La mappa e tratta da:

Torri e castelli del triangolo lariano, a cura della Comunità montana Triangolo Lariano, Fondazione provinciale Comunità Comasca, Associazione Appuntamenti Musicali, Società archelogica Comense

In questa mappa si trova anche questa scheda su NESSO:

La località si trova a circa metà della sponda orientale del primo bacino del lago di Como, in direzione di Bellagio e all’imbocco della strada che sale al Pian del Tivano che dà l’accesso alla Vallassina.

Il paese si sviluppa in senso verticale, partendo dalla riva del lago.

Diverse sono le costruzioni che ci inducono a riflettere sulla possibilità che il luogo fosse interamente organizzato dentro un sistema difensivo e all’interno di un circuito integrato di più ampie dimensioni, se prendiamo in considerazione anche il fatto che al Pian del Tivano esistette un accampamento o un punto ricettivo militare d’epoca romana. L’unico manufatto di tipo militare oggi esistente, è costituito da ciò che rimane delle mura del Castello rinascimentale a cui si accede mediante la via omonima. Tuttavia, ripercorrendo le strade del paese, abbiamo rilevato alcuni caseggiati strutturati a mo’ di torre una, in particolare, la si può scorgere nella parte alta del nucleo antico che fiancheg­gia l’orrido.

A lago sorge la chiesa plebana di S Pietro e Paolo, più sopra quella di S. Lorenzo, mentre la chiesetta romanica di S Maria di Vico rimane un piccolo gioiello d’attrazione storico-artistica. La chiesa di S Martino di Careno completa l’assetto delle chiese aggregate alla località di Nesso, ulteriore testimonianza della forte presenza religiosa nelle località lariane.

Acqua · Breva e Tivan · COATESA: frazione del Comune di Nesso · GEOGRAFIA · LAGO DI COMO-LARIO: Luoghi · STORIA LOCALE E SOCIETA' · Tempo · Terra e Clima

Il clima lacustre, 7 agosto 2009

Entrando in Italia dall’Europa centrale, dopo aver superate le Alpi e percorse le valli che conducono alla pianura si presenta all’improvviso alla vista di chi viaggia un paesaggio ed una vege­tazione che si distaccano nettamente dall’ambiente circostante che ha, o le caratteristiche di alta montagna della catena alpina, o quelle decisamente continentali e di pianura della regione padana. Il paesaggio è assai vario e ridente, la vegetazione appare lussu­reggiante e molto ricca di colori vivaci per la presenza di numerose varietà di alberi, di erbe e di fiori che di solito crescono in regioni molto più meridionali. E’ questa la regione insubrica o lacustre prealpina che si estende senza soluzione di continuità dal lago d’Orta al lago di Garda con caratteri fondamentalmente mediterra­nei pur non facendo parte di questa regione, in quanto si inter­pongono ad essa la pianura padana e gli Appennini.

Soprattutto la vegetazione dà questa netta impronta meridiona­le alla regione. Qui crescono rigogliose, accanto ai tipici esemplari della flora mediterranea, anche piante e fiori di origine sub­tropicale.

Nei lussureggianti giardini, nei prati, sui pendii, sulle rocce cre­scono spontanei o vi sono coltivati i cipressi,

gli ulivi, i lauri, i laurocerasi, i rododendri, le palme, gli oleandri,

le magnolie, i limoni, gli aranci, i cedri,

le camelie, le azalee,

le agavi, il rosma­rino, la valeriana

 

I vigneti si estendono lungo i pendii esposti a mezzogiorno fino ad una altitudine di m 700-800.

Questa flora così varia e ricca è legata alla favorevole condizio­ne climatica della regione che a sua volta è la conseguenza diretta della presenza di numerosi laghi che si sono andati formando nei profondi solchi lasciati dagli antichi ghiacciai dell’era quaternaria. Essi sono situati in strette valli o luminose conche, in genere di forma stretta e allungata con orientamento da nord a sud. Procedendo da occidente si incontrano i laghi d’Orta, Maggiore, Varese, Lugano, Como, Iseo, Garda. Fra questi di maggiore super­ficie sono posti altri piccoli laghi: Comabbio, Monate, Alserio, Pusiano, Annone, Segrino, Endine, Idro, Ledro.

Come già si è detto il clima particolarmente favorevole di que­ste regioni è legato in gran parte alle caratteristiche termiche dei bacini lacuali. E’ noto come una massa d’acqua nei confronti del­l’aria e del suolo tende a scaldarsi e a raffreddarsi più lentamente, in quanto possiede una maggiore inerzia nei loro confronti; per cui tenderà nei mesi freddi e di notte a cedere calore a causa della temperatura più alta, attenuando così i rigori dell’inverno e l’abbassamento notturno della temperatura e d’altro canto tem­perando la calura dei mesi estivi e delle ore più afose del giorno poiché ha una temperatura più bassa dell’aria e del suolo circostan­ti. E’ ovvio che quanto più vasta sarà la superficie dello specchio lacustre e maggiore la sua profondità, tanto più spiccata si espli­cherà l’azione termostatica del lago. Infatti si è constatato che la temperatura di superficie segue le variazioni termiche giornaliere ed annue dell’aria, mentre nei bacini la cui profondità supera i m 10 le caratteristiche termiche dell’acqua assumono stabilità, per cui in estate si ha uno strato superficiale che subisce variazioni tra giorno e notte (nettamente inferiori però a quelle dell’aria), uno stadio intermedio in cui la temperatura discende rapidamente procedendo verso il basso ed uno strato profondo in cui la tempe­ratura si mantiene costante sui 4°-5°; nell’inverno invece la tempe­ratura nella parte più superficiale oscilla di alcuni gradi sopra lo 0° di solito tra 5° e 10°, mentre procedendo verso il fondo la temperatura gradualmente diminuisce.

Dei laghi prealpini i più vasti sono nell’ordine: il Garda Kmq 370, il Maggiore Kmq 212, quello di Como Kmq 146; le maggiori profondità si rilevano in quello di Como m 410 (media (profondità m 154,5), nel Maggiore m 372 (media m 175,4), nel | Garda m 346 (media m 136,1). Sono appunto questi laghi che in­fluenzano una vasta area attorno, in quanto è possibile osservare dal rilievo delle condizioni climatiche e della flora che vengono inte­ressate dall’azione equilibratrice lacustre non solo le zone finitime rivierasche, ma anche estese plaghe situate sulle pendici dei rilievi collinari e montagnosi che circondano gli specchi lacustri anche a decine di Km da essi. L’evaporazione costante della superficie del lago comporta un grado di umidità più elevato in confronto alle regioni vicine che tende a mantenersi piuttosto uniforme.

Comune a tutti i laghi prealpini è la presenza di un regolare regime di brezze che spirano al primo mattino da nord e nel tardo mattino fino a sera da sud, variamente chiamate (inverna, breva, ora da nord; tramontana, tivano, vet, sover da sud) che contribuiscono a mitigare la calura nell’estate ed a favorire un costante ricam­bio d’aria che mantiene l’atmosfera tersa e priva di vapori e nebbie.

Oltre a quelli che concorrono a formare la regione lacustre prealpina od insubrica, numerosissimi altri laghi si trovano disse­minati sul territorio italiano, di origine e caratteristiche diverse: alpini, morenici, intravallivi, alluvionali, carsici, di sbarramento na­turale (frane) od artificiale, vulcanici. L’Italia viene subito dopo la regione Scandinava e la Svizzera per patrimonio lacustre in Europa. Nella sola regione Trentino-Alto Adige se ne contano ben 600. Dal punto di” vista climatico, però, ben pochi hanno un ruolo di rilievo possedendo superfici molto ridotte e profondità modeste. Fanno eccezione il Trasimeno, di natura intervalliva, assai vasto (Kmq 128) ma poco profondo (media m 7) e quello di Bolsena di origine vulcanica (Kmq 214 e profondità media m 77,9).

Il clima lacustre è caratterizzato soprattutto dal costante com­portamento delle sue componenti meteorologiche che presentano sempre modeste oscillazioni e variazioni. Questo clima ha inverni notevolmente più miti ed estati meno calde rispetto a quanto è possibile riscontrare in regioni finitime di pari altitudine e latitudine. La temperatura media annua è più elevata, l’escursione giornaliera più ridotta, l’escursione termica inferiore ai 14°. Per quanto si riferisce specificatamente alla regione lacustre prealpina la nuvolosità è più ridotta: 35-40% di cielo coperto annuale rispetto ai 45-50% della regione padana; 20-25 giorni di gelo all’anno (temperatura sotto 0°) contro i 50-100 della regione padana.

Abbiamo visto come i nostri laghi godano di un clima ideale, stabile e dolce le cui proprietà ritempratrici e salutari erano note già in tempi remoti. Ne fanno testimonianza le sontuose ville ed i grandiosi alberghi che sorgono in ombrosi parchi ed eleganti giardini lungo le rive e le pendici collinari in una suggestiva cornice di monti.

Soprattutto nell’800 e negli anni che precedettero la prima guerra mondiale il soggiorno al lago raggiunse il massimo del suo splendore, ed i laghi prealpini furono meta della migliore borghesia d’Europa che amava trascorrere giorni sereni in un clima disten­sivo e riposante. Scrittoli” e poeti illustri descrissero e cantarono le bellezze di questi ridenti paesaggi; basti ricordare Manzoni, Parini, Stoppani, Carducci, Fogazzaro, Goethe, Stendhal.

Negli ultimi anni la moda sempre più diffusa della villeg­giatura al mare od in montagna, dei soggiorni invernali per cura in località marine, dei viaggi durante le vacanze con de­stinazioni anche lontane e con brevi soste nelle località toccate, ha fatto dimenticare immeritatamente a molti i pregi e le virtù del clima di lago. Oggi i nostri laghi sono essenzialmente meta in primavera ed estate di escursioni festive dalle città vicine o di brevi soste di turisti stranieri durante il viaggio da nord verso località soprattutto marine della nostra penisola. Si assiste dunque al fenomeno del lago che è « passato di moda » in special modo tra i giovani, mentre, con il diffondersi del benessere, sempre più vaste masse di cittadini si muovono per diporto e per cura verso località climatiche marine o montane. Di tutto ciò buona parte di colpa sta nelle autorità, negli enti, negli operatori econo­mici delle località lacuali che non hanno potuto adeguarsi alla .moderna, incessante, capillare propaganda turistica per mantenere sempre vivo nelle masse l’interesse a visitare e soggiornare al lago. Le località lacustri infatti, per le bellezze naturali che offrono, si prestano ottimamente a soggiorni di riposo e di svago che nulla hanno da perdere nei confronti di quelli oggi più celebrati della montagna e del mare. Oltre alla possibilità di godere delle ‘ attività sportive proprie del mare (bagni, pesca, vela, motonau­tica, sci d’acqua) e, per la presenza di rilievi collinari e montani lun­go le sponde lacustri, della vita salutare all’aria aperta, il turista in molte stazioni climatiche, specie dei nostri maggiori laghi, ha a disposizione una attrezzatura ricettiva e di svago moderna, effi­ciente e molto varia.

Già si è detto delle caratteristiche fondamentali del clima lacu­stre: temperatura stabile e decisamente più mite in confronto alla latitudine in cui il lago è situato, umidità più alta e costante, regime regolare di brezze che permettono di godere di inverni brevi e miti, di primavere precoci, di estati temperate e ventilate, di autunni protratti e tiepidi. A queste peculiarità generali natu­ralmente si sovrappongono quelle locali, legate alla posizione topo­grafica delle varie località. Si hanno così zone lacustri che, presen­tando specifici e favorevoli caratteri meteorologici ed ecologici, svolgono la funzione, specie in inverno, di stazioni climatiche specializzate. Basti ricordare, ad esempio, la Tremezzina sul lago di Como, la zona di Pallanza sul lago Maggiore, la Riviera di Gardone e la conca di Ala sul lago di Garda.

Climatoterapia lacustre

Assai vario è il capitolo delle indicazioni terapeutiche del clima di lago; esso comprende numerose affezioni specie del bambino e delle persone anziane. In generale al soggiorno sul lago si ricorrerà ogni qualvolta un soggetto malato che necessiti di un cambiamento di clima non possa sopportare per i caratteri della stessa affezione o per la presenza di complicanze che ne peggiorino il quadro clinico, un clima che agisca in maniera eccessivamente stimolante come accade spesso con quelli di montagna e di mare. Il clima di lago si comporta essenzialmente come quello di collina con in più una spiccata azione sedativa ed equilibratrice. Ecco perchè nei pazienti affetti da distonie neurovegetative, nevrosi d’ansia, nei bambini eretistici, nelle insonnie ribelli, il clima di lago svolge una favorevole e duratura azione terapeutica.

Anche le manifestazioni della menopausa, caratterizzate da no­tevole eretismo, insonnia, vampe di calore al viso, palpitazioni cardiache, sbalzi repentini della pressione arteriosa, ottengono da questo clima buoni risultati.

Fra le indicazioni più importanti sono le affezioni cardiovasco­lari: ipertensione arteriosa, arteriosclerosi, arteriopatie obliteranti, angina pectoris e coronarosclerosi, cardiopatie mal compensate, esi­ti di infarto; il diabete male equilibrato specie se accompagnato da complicanze cardiovascolari; le malattie renali croniche, anche con segni di insufficienza renale, e gli esiti di glomerulonefriti acute. Tutte le malattie osteoarticolari si giovano del clima lacustre; fra esse ricorderemo in particolare le forme reumatiche, anche nella fase di riattivazione e così pure quando sono accompagnate da complicanze cardiache.

Ottimi risultati si raggiungono nel trattamento delle affezioni respiratorie, specie nei soggetti anziani: bronchiti croniche, enfi­sema polmonare, esiti di polmoniti e broncopolmoniti. In queste forme il soggiorno sarà particolarmente indicato nell’inverno.

Naturalmente il clima di lago si adatta in qualsiasi stagione per trascorrere una proficua e ritemprante convalescenza dopo inter­venti chirurgici importanti o malattie gravi e debilitanti, soprat­tutto nei bambini e nelle persone anziane e nei soggetti che, per le condizioni generali scadute, potrebbero avere un danno da climi troppo stimolanti e traumatizzanti per l’organismo malato.

Ricorderemo infine come il clima di lago abbia sempre avuto ampie indicazioni nel campo della terapia della tubercolosi sia polmonare che extrapolmonare (polisierositi, forme osteoartico-lari, genito-urinarie, cutanee) e negli esiti di interventi chirurgici per forme specifiche, utilizzando, quando il caso lo richieda, l’elio­terapia. Anche le forme polmonari di tipo essudativo in fase di attività evolutiva ed i casi con lesioni ulcerative che presentano controindicazioni alla climatoterapia montana e marina, trovano invece nel soggiorno al lago, in appositi ospedali sanatoriali, la possibilità d’integrare validamente la terapia medica.

Da: Franceschetti L., Visintini O., Mare, monti, laghi: indicazioni per una scelta, Università degli studi di Milano – Centro ricerche di bioclimatologia medica, 1970, pagg. 40-49

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Carta geologica d’Italia

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Il paesaggio prealpino: fascia collinare subalpina, insubria, alta collina. Testo di Eugenio Turri, La fascia prealpina, in Paesaggi umani, Touring Club italiano, 1977

Ci sono motivazioni diverse che indu­cono a parlare di Prealpi e a riconoscere un “paesaggio prealpino”

Le prime e più immediate sono quelle – d’ordine percettivo – che si impongono a chi le guarda dal basso, dalla pianura o dal pedemonte, così come felicemente le colse lo Stoppani, che proprio alle Prealpi, lui prealpino, dedicò le più af­fettuose descrizioni :

“Le Prealpi, prin­cipalmente le calcaree, raggiungono di rado i limiti delle nevi perpetue… Non sono per conseguenza nemmeno ca­ratterizzate dalla vegetazione alpina che dà alle Alpi quell’aspetto loro partico­lare di durezza e severità. Mancano per­ciò alle Prealpi i due tratti principali che improntano il paesaggio alpino così sublime e pittoresco. Per compenso sono ricche di altre bellezze tutte particolari. Si nota anzitutto in esse il contrasto, di effetto meraviglioso davvero, fra quelle creste dentate, ignude e bianche come scheletri… e il verde perenne, di cui la perenne ubertà copre i fianchi e i piedi delle montagne… “.

Ma le motivazioni più fondate sono quelle suggerite dai geologi, per i quali la fascia prealpina che va dalla zona del lago Maggiore all’Isonzo costituisce il lembo marginale, verso sud, della catena alpina: una sorta di grande am­manto, formato in prevalenza da rocce sedimentarie, che durante la formazione delle Alpi ha subito fratture, dislocazioni, scorrimenti e piegamenti, oggi testimo­niati dalla stessa frammentazione oro­grafica della regione e dalla varia con­formazione del rilievo a seconda delle sue grandi divisioni regionali. Questo si presenta infatti assai vario da parte a parte.

La prima distinzione che si impone è quella – così ben sottolineata dal Sestini nella sua minuta descrizione del paesaggio italiano – che riguarda le sezioni occidentale e orientale, tra loro separate dalla valle dell’Adige : la prima, per larga parte coincidente con le Prealpi Lombarde, presenta un paesaggio più erto, un’architettura del rilievo più vi­gorosa e tormentata ed ospita inoltre un elemento che manca alla sezione orientale: i laghi, che occupano i grandi solchi vallivi modellati dai ghiacciai pleistocenici provenienti dalla parte più interna ed elevata della catena alpina; la sezione orientale, corrispondente alle Prealpi Venete e Carniche, presenta un rilievo più disteso, tettonicamente meno violentato, come rivela la successione di massicci calcarei e di accoglienti al­tipiani (dei Lessini, d’Asiago e del Can-siglio) al di sopra delle dorsali collinose che si smorzano dolcemente in pianura e che danno un tratto inconfondibile al paesaggio veneto. In questo rientrano, come elementi disgiunti dalla fascia prealpina, i monti Berici e, più margi­nalmente, i colli Euganei, « arcipelago vulcanico » emergente dalle alluvioni padane.

Ma le forme del rilievo variano poi lo­calmente in rapporto alla costituzione delle rocce, responsabile delle linee ad­dolcite di molte dorsali prealpine o delle forme rupestri e vagamente dolomitiche dei massicci più elevati; od ancora dei profili delle valli che tagliano trasver­salmente la fascia prealpina, talora pro­fonde ed incassate come canyons tra le formazioni sedimentarie, talora più a-perte e dai versanti ammorbiditi. Le più marcate di queste vallate, che col loro orientamento meridiano hanno facilitato i rapporti tra pianura e Prealpi, hanno il classico profilo a U proprio del model­lamento glaciale, mentre le valli laterali e le conche più elevate presentano inci­sioni più recenti a V che lasciano poco spazio agli abitati e alle colture.

Ma se si passa a considerare l’uomo e il rapporto che l’uomo ha stabilito con queste montagne il paesaggio si fa anche più vario di motivi. In generale si può dire che diversamente dall’ambiente al­pino – un mondo di vallate più chiuso, più conservatore, più geloso della pro­pria autonomia – quello prealpino è sempre stato più aperto all’esterno, pro­fondamente permeato dalle relazioni economiche e culturali con la vicina Pia­nura Padana, di cui le Prealpi sono state in diverse epoche una specie di generoso entroterra, una riserva di ri­sorse naturali e umane a cui « le città padane hanno attinto a piene mani ». La conquista delle Prealpi da parte del­l’uomo è di data antichissima ed è par­tita dal pedemonte, realizzandosi a gra­do a grado, con progressiva espansione dell’azione modificatrice dal basso verso l’alto; come risulta ancor oggi osser­vando la diversa intensità degli abitati, delle aree coltivate, delle strade e di tutte le altre opere che umanizzano il paesaggio. Una conquista che si è rea­lizzata sino ad epoche recenti secondo le opportunità suggerite dall’ambiente, per cui certi geografi del passato, come il De Martonne nel suo grande affresco geografico della catena alpina, avevano individuato delle aree che si qualifica­vano per i diversi « generi di vita », come quello « insubro » che associava l’allevamento all’agricoltura più varia, quello « pastorale » fondato essenzial­mente sull’allevamento, quello « foresta­le » caratterizzato dalla silvicoltura af­fiancata dalle attività agricole e pasto­rali … Ma sono classificazioni ormai ca­dute e che trascurano i rapporti profondi e continuamente selettivi che le Prealpi hanno sempre intrattenuto con il pe­demonte, con la pianura e le sue città, il cui soffio animatore ha profondamente inciso sulla stessa mentalità dell’uomo prealpino, sulla sua stessa compagine sociale, diventando fattore decisivo del rapporto uomo-ambiente: un rapporto che ha conosciuto in varie fasi la disgre­gazione della più antica organizzazione comunitaria, e poi la penetrazione bor­ghese e capitalistica nelle vallate, e più recentemente la dissociazione profonda del legame uomo-natura, con l’espulsio­ne dell’uomo prealpino dalle sue mon­tagne e la « ricolonizzazione » di queste ad opera della forte capacità penetrativa degli interessi padani. Da questo punto di vista la varietà del paesaggio prealpino va rapportata alla storia dell’intera regione padano-prealpina, ai diversi legami che le Prealpi hanno avuto con le città che hanno gestito la vita e l’economia padane. Così la sezione più direttamente rimasta vin­colata a Venezia ha conosciuto sviluppi diversi da quella più legata a Milano.

La prima perché ha risentito intimamente della lunga e irrimediabile decadenza della Repubblica Veneta, socialmente bloccata da un regime nobiliare oligar­chico, mentre la seconda ha potuto be­neficiare del crescente soffio animatore del capoluogo lombardo, divenuto via via quel grande polo di vita economica e urbana che è oggi. Due destini, due sviluppi storici che si sono espressi da un lato nella grande crisi iniziata nel secolo scorso delle Prealpi Venete e Carniche (indebolite quest’ultime anche dalla secolare funzione del Friuli di re­gione marginale e poi dalle servitù mi­litari, per non parlare dei terremoti), dall’altro nella vivace industrializzazione delle valli lombarde, favorite queste per altro dalla maggior ricchezza di risorse idriche e minerarie (che è poi una que­stione di costituzione geologica e di morfologia).

Ma al di là di queste distinzioni, il pae­saggio prealpino ha tutta la varietà, ap­parentemente casuale, in realtà sempre profondamente motivata, che deriva da condizioni puramente locali, da inizia­tive umane più o meno vivaci, da chiu­sure e persistenze legate alle comunica­zioni non sempre facili, dalla felice in­ventiva degli uomini, dal peso di situa­zioni difficili e intricate nel tempo. L’a­rea prealpina, come ogni altra regione, va vista cioè come un complesso orga­nismo, oggi profondamente integrato nella regione padana, che ha le sue aree forti, vigorose, le sue aree deboli, ap­partate, dove il soffio modernizzante e livellatore che degrada le passate forme di vita penetra più faticosamente. Ed ecco perciò la varietà di « letture » che impongono le Prealpi.

L’Insubria

Il paesaggio prealpino assume caratteri particolari intorno ai laghi della sezione occidentale: il lago Maggiore (nel cui bacino è compreso il lago d’Orta), quello di Como, i laghi d’Iseo e di Garda: tutti occupano la sezione terminale delle grandi vallate alpine sbarrate dagli am­massi morenici depositati dai ghiacciai al loro sbocco in pianura. Le acque la­custri occupano cioè gli invasi che, sino a 15.000 anni or sono, erano per­corsi dalle grandi fiumane glaciali: una sorta di sostituzione di elementi avve­nuta in seguito alle grandi mutazioni climatiche. La presenza di queste masse d’acqua è all’origine di un paesaggio molto diverso da quello che si ha nelle altre vallate. I primi e più vistosi effetti si trovano nella vegetazione. Il clima mitigato rende qui possibile l’insediamanto di specie vegetali del tutto particolari e una generale specificità floristica indicata dal nome di Insubria dato dai botanici alla regione lacustre: areale sub-mediterraneo che ospita specie pro­prie della regione peninsulare, qui pene­trate nelle fasi interglaciali e postglaciali. Comprendono cisti, terebinti, astragali, artemisie, ecc., e piante arboree sem­preverdi proprie della « macchia », come il leccio, che ammanta soprattutto i ver­santi rupestri del lago di Garda, dove più spiccata è la mediterraneità del clima. A questa vegetazione termofila, spon­tanea, che mediamente non supera l’al­titudine di poche centinaia di metri, si associa, specialmente sul Garda e sul lago d’Iseo, l’olivo, introdotto sul Garda probabilmente dagli etruschi, ma diffu­sosi soprattutto con i romani, che per primi valorizzarono in « senso medi­terraneo » le eccezionali possibilità del­l’ambiente insubrico. L’olivicoltura, che ha trovato difficoltà di espansione soprattutto nel Settecento, un periodo caratterizzato dalla rigidità del clima, ha ricevuto un impulso de­cisivo sotto il dominio austriaco e ha poi costituito, sino alla prima metà del nostro secolo, una risorsa importante specialmente per la popolazione del Benaco.

Intorno ai laghi il terreno coltivabile non è molto esteso, e ciò per la stessa ripidità dei versanti, modellati dal gla­cialismo: per questo la popolazione vi è sempre stata in passato relativamente poco numerosa. Gli insediamenti si pon­gono lungo le rive, sulle brevi cimose costiere o sui conoidi alluvionali laterali (un esempio bellissimo in tal senso è offerto, sul Garda, dalla penisola di Toscolano-Maderno). Essi sono per lo più formati da case aggregate, mentre più rara è la casa sparsa, almeno secondo l’organizzazione tradizionale. L’econo­mia delle popolazioni è sempre stata le­gata in passato all’agricoltura e, come attività integrata, alla pesca. Sin dall’epoca comunale i centri di sponda e collinari estesero le loro pertinenze territoriali spesso ai livelli superiori, sfruttando i pascoli, i boschi, le cave di marmo e altri prodotti che per via lacustra venivano inviati alle città padane o pedemontane (come i marmi di Candoglia usati per il duomo di Milano).

Una economia aperta ebbero sempre i centri del sommolago o del bassolago, in quanto basi della navigazione lacustre che fu sempre attivissima in passato sia per i collegamenti dei vari centri tra loro, sia per i collegamenti lungo le grandi direttrici alpine. Già in epoca romana esistevano sul Benaco delle associazioni di barcaioli e l’importanza che la navi­gazione vi ebbe nei secoli è documen­tata dalle incisioni rupestri dell’area gar­desana, che ci mostrano tutta una serie di imbarcazioni che vanno dalla piroga preistorica, quella usata dalle popola­zioni palafitticole insediate nell’età del bronzo, alla barca a vela romana, sino ai battelli dei nostri giorni. Nonostante queste funzioni di vie di transito le popolazioni lacustri hanno mantenuto a lungo una loro autonomia e sia l’organizzazione feudale che quella comunale sono scomparse relativamente tardi. L’immissione diretta della regione dei laghi nell’organizzazione padana si ebbe soprattutto a partire dal ‘500. Ciò comportò, con l’attivazione economica, anche un primo inserimento signorile sulle sponde lacustri, cui si collegano le prime prestigiose ville signorili sul Lario, sul Verbano (le isole Borromee), sul Garda, i cui sfondi paesistici diver­ranno in seguito punti fermi dell’icono­grafia romantica. Ma la costruzione del paesaggio lacustre attuale è “un fenomerio tipicamente ottocentesco, quando la ric­ca borghesia lombarda iniziò a costruire lungo le coste le proprie residenze di lusso, circondate da parchi con piante esotiche, sempreverdi, favorite dal cli­ma mitigato. A queste ville, affiancate da grandi alberghi belle-epoque, si sono aggiunti in epoca più recente ville e alberghi per il turismo di massa ali­mentato dalle popolazioni urbanizzate delle non lontane città padane.

A queste edificazioni e alle infrastrutture imposte dal turismo pendolare di fine settimana si deve la più recente trasformazione del paesaggio insubrico, uno dei più direttamente integrati nella organizzazione padana.

La fascia collinare subalpina

Il paesaggio agrario lo si ritrova, sia pure non più con gli stessi connotati d’un tempo, lasciando il pedemonte e i fondivalle industrializzati e popolosi, nelle aree collinari della cosiddetta fa­scia « subalpina », oltre che nelle con­che e nelle vallate interne rimaste in­denni dall’industrializzazione e dall’as­salto edilizio più recente.

In quest’area rientrano, nella sezione orientale, le ap­pendici montuose che nel Friuli si sal­dano alle cordonature moreniche, incolli che dominano la pianura trevigiana e vicentina (con i Berici e gli Euganei), le ultime digitazioni lessiniche con le loro conche interposte, la stessa vai d’Adige col suo ampio fondovalle; nella sezione occidentale, al di là delle alture moreniche intorno al lago di Garda, le colline del Bresciano e del Bergamasco e, più oltre, la saldatura collinare della Brianza ai rilievi prealpini.

Gli aspetti agricoli di questa fascia, che rappresenta sostanzialmente una con­tinuazione, in ambiente roccioso, del­l’alta pianura padana e delle colline moreniche, mostrano un generale adat­tamento alle condizioni ambientali, ca­ratterizzate da precipitazioni piuttosto scarse, clima asciutto. Il rilievo presenta forme addolcite e dovunque è possibile si pratica l’agricoltura, sin da epoche remote. Poco spazio è riservato in ge­nerale al bosco, un bosco termofilo, prevalentemente di querce, che soprav­vive in piccoli lembi sui pendii più erti, lungo gli argini e i valloncelli dove però spesso la robinia si è sostituita alle piante originarie. Le colture sono varie (si parla di poli­coltura o coltura promiscua che associa le legnose ai seminativi), ma particolare risalto e diffusione assume la viticoltura, che ha aree specializzate soprattutto nel Veronese, nel Bresciano, nell’alto Tre­vigiano, nell’Udinese (con un’appendice nelle colline novaresi). I campi sono ter­razzati, anche nei pendii meno ripidi, e danno luogo talora a belle successioni di gradinate, oggi lasciate in abbandono nelle aree più povere. I muri di sostegno sono generalmente costruiti a secco, con blocchi di pietra; dove questi mancano o dove i pendii sono meno ripidi si trovano invece ciglioni fatti con cotiche erbose. La tecnica del terrazzamento è nelle Prealpi molto antica, ma si è dif­fusa soprattutto a partire dal ‘500, per­fezionandosi nel ‘700, sotto l’impulso di nuove esigenze tecniche e colturali che, nel clima illuministico dell’epoca, erano espresse persino in versi :

« O sag­gio lui, che di frequenti mura / quasi panche alternate il suol distingue ! / Il declive s’allenta, e fa pianura… (B. Lo­renzi).

La vite, che caratterizza questo paesag­gio collinare, è stata introdotta prima ancora dell’età romana (ne sono state trovate tracce nei villaggi di palafitte dei laghi insubrici), ma i romani la diffusero ulteriormente e trovarono che certi vini prealpini potevano rivaleggiare con quel­li più famosi del Lazio. Essa fu sempre coltivata con la tecnica della vite sposata all’albero (frassini, olmi, aceri). Soltanto a partire dal secolo scorso, con la ra­zionalizzazione dell’agricoltura, solleci­tata dagli esempi offerti dall’agricoltura capitalistica padana, si ebbe la generale adozione della vite su palo asciutto e la creazione di pergolati come quelli che danno una nota speciale al paesaggio collinare del Veronese.

Il paesaggio d’un tempo comprendeva, oltre alla vite, altre essenze legnose, come il ciliegio, ancora frequente, e molti gelsi, pianta diffusasi a partire specialmente dal ‘600, che portò un soffio benefico all’economia prealpina, poi abbandonata totalmente nel corso di questo secolo : qualche gelso sopravvive ancor oggi sugli argini e sulle prode dei campi, come testimonianza d’un’e-poca.

Associati alle piante legnose un tempo si coltivavano seminativi vari, in antico rappresentati da cereali poveri come il sorgo, poi dal grano e dal mais. Oggi molte aree per i seminativi sono state spesso riconvertite in prati. Questo paesaggio collinare molto smi­nuzzato, ricco di elementi diversi, co­struito con cure secolari, pazienti, con vigneti, orti, alberi, privo o quasi di macchie boschive, con siepi intercalate tra podere e podere e pieno di chiusure, in quanto fu il primo nelle Prealpi a respingere le leggi medievali del libero pascolo delle greggi, è il paesaggio del­l’appropriazione privata, che nella se­zione veneta è per gran parte legata al dominio signorile, nobiliare, nella se­zione occidentale soprattutto alla pro­prietà contadina e borghese. Il processo di appropriazione è iniziato praticamente in età comunale, quando si ebbe l’incentivazione dell’economia prealpina da parte delle città e la prima penetrazione borghese nelle campagne. Questa però non si spinse molto ad­dentro nelle valli, dove i beni comunali furono annessi, attraverso vicende con-trastatissime, dalle popolazioni locali. Nella sezione sotto il dominio veneto l’acquisizione signorile della terra, che iniziò massicciamente nella seconda metà del ‘400, fu favorita dalla politica della Serenissima, come strumento per valo­rizzare la terraferma. Al regime signo­rile si collega la conduzione di tipo mez­zadrile, diffusa nelle colline venete, me­no in Lombardia. Alla mezzadria e alla conduzione diretta dei fondi di non grandi dimensioni (da 6 a 10 ettari) si connettono per gran parte la distribu­zione delle case e le loro stesse caratte­ristiche. Esse sono infatti intimamente legate al podere e l’insieme costituisce l’elemento base, molecolare, dell’orga­nizzazione territoriale. Non sono in­frequenti, anche in queste zone di col­lina, le piccole corti, simili a quelle dell’alta pianura; ma la struttura delle dimore rurali varia sensibilmente a se­conda che risalga ad epoche anteriori o posteriori al ‘700.

Al dominio signorile si deve infine l’inserimento nel paesaggio collinare delle ville, dimore di delizia ma anche centri aziendali legati all’organizzazione mez­zadrile che hanno plasmato un certo paesaggio veneto (zone di Asolo, colline del Vicentino, del Veronese, ecc.) con l’introduzione di elementi urbani, ar­chitetture armoniose su sfondi sceno­grafici (con le sue invenzioni architet­toniche il Palladio si può considerare come un grande « architetto di paesag­gi »), giardini, scalee, boschetti e roc­coli all’interno di broli inviolabili, con piante, come il cipresso, prima ignorate nell’ambiente prealpino. Ma anche questo paesaggio, che il Sereni ha classificato, alla stregua di quello to­scano, tra il « bel paesaggio all’italiana », plasmato dalla civiltà uscita dal Rinasci­mento, è oggi in decadenza, almeno là dove non si è avuta una rivalorizzazione delle vecchie e nobili dimore e dei fondi connessi da parte del neocapita­lismo industriale. In altri casi, all’abban­dono dei vecchi fondi hanno fatto se­guito lottizzazioni e forme varie di agri­turismo.

L’alta collina, peculiare ambiente prealpino

E’ nella parte più interna dell’arcata prealpina, nelle vallate che la solcano e nelle più piccole valli laterali, nelle conche e nei pianori interposti, che si ritrova l’ambiente prealpino vero e pro­prio, il meno coinvolto nei rapporti col pedemonte e le città padane. Siamo in un paesaggio che riflette un’organizza­zione essenzialmente agricola e pasto­rale della vita sebbene non manchi nep­pure qui l’attività artigianale che nei fondivalle ha trovato in epoche recenti una sua riconversione in senso preva­lentemente industriale.

Ovunque infatti ci sono potenzialità idriche si trovano le testimonianze di una tenace intraprendenza artigianale (i vecchi molini e i magli ad acqua risa­livano le valli più interne alla ricerca di fonti e cascatelle), ovunque esistono ri­sorse minerarie o possibilità di sfrutta­mento diversificato si ritrova la vivacità delle iniziative imprenditoriali. Però que­sto ambiente prealpino è quello carat­terizzato in generale da un’economia povera, fondamentalmente basata sullo sfruttamento del suolo, un suolo spesso avaro, sia per la natura carsica dei terreni, sia per la non sempre facile agibilità, dei versanti. Inoltre quest’ambiente, che si pone in generale al di sopra dei 400 metri fino a 900 metri ed oltre, dove inizia l’ambiente montano dai caratteri ormai decisamente alpini, non offre con­dizioni climatiche ideali per l’agricol­tura, perché già oltre i 400-500 metri certe colture fondamentali come la vite, il gelso e lo stesso granoturco trovano difficoltà di adattamento. Il paesaggio rivela queste difficoltà del­l’uomo, i cui segni si riducono a van­taggio delle superfici boschive, che co­prono i versanti più ripidi. Esse sono rappresentate da associazioni di latifoglie (dai roveri, ai carpini, ai faggi), unite nel bosco ceduo sfruttato da secoli dal­l’uomo, intercalato abbastanza spesso da boschi di castagni.

È anzi, questa, la fascia propria del ca­stagno, che si addensa soprattutto là dove i suoli sono acidi e più ricchi di spessore, sulle pendici più umide e fre-

sche. I castagneti, che rappresentano una delle formazioni vegetali peculiari delle Prealpi, ospitano individui secolari, dal portamento maestoso, veri e propri feticci arborei gelosamente custoditi un tempo dall’uomo, perchè il castagno è un albero generoso che ha fornito sempre materia alimentare farinacea preziosa alle popolazioni di questa fascia povera e soggetta a ricorrenti crisi alimentari. L’agricoltura, molto difficile e stentata in talune zone carsiche, è praticata su proprietà estremamente frazionate. Sia­mo qui, infatti, nella fascia della piccola proprietà, dominante su tutto il fronte prealpino, anche come risultato sia di una compressione esercitata dai domini signorili e borghesi in basso, sia di un accrescimento demografico che ha de­terminato ulteriori frammentazioni del­le originarie proprietà familiari. Queste si sono costituite in seguito ad un pro­cesso di erosione dei beni comunali e religiosi, rimasti a lungo inattaccati so­prattutto nelle zone isolate e povere di scambi. Il processo di frammentazione era già molto avanzato agli inizi dell’8oo, epoca in cui la popolazione era eccessiva rispetto alle risorse. L’introduzione della patata aveva momentaneamente e illusoriamente risolto i problemi alimentari – essenziali in un’economia di autocon­sumo – contribuendo a tenere ulterior­mente legati alla terra gli uomini; que­sto fenomeno era stato all’origine sia della grande espansione dei terreni col­tivati a spese del bosco sia di quel ge­nerale impoverimento della vita preal­pina che ebbe drammatiche manifesta­zioni nel secolo scorso, con la diffusione della pellagra, con la rovina e i falli­menti senza speranza di numerose fa­miglie per le quali la polenta, le patate, le castagne e poco altro costituivano le uniche risorse.

In questo quadro economico e sociale, particolarmente difficile in certe zone del Bergamasco, del Bresciano, del Vero­nese, del Trentino, del Bellunese, della Carnia, si inserirono i primi esodi del­la popolazione verso il basso: la migra­zione stagionale verso la pianura di ma­nodopera avventizia, le lunghe peregri­nazioni di seggiulaì e cartolare che dalle Prealpi Carniche andavano a vendere in pianura i prodotti confezionati d’inverno nelle stalle, e la migrazione verso la Ger­mania, la Svizzera, la Francia e, più tardi, verso le Americhe. Esodi perio­dici, più o meno lunghi, dopo i quali gli uomini, quando non facevano scelte definitive (cui si collegano le fortune di parecchi prealpini, i gelatai del Tren­tino, i formaggieri della Valsassina, ecc.), tornavano con i danari sufficienti per comperare un pezzo di campo, con ciò non certo risolvendo i problemi del mondo prealpino, come ha dimostrato la grande discesa degli ultimi vent’anni dai « balconi » prealpini. È proprio a questi livelli, tra i. 400 e i 900 metri, sia in Lombardia, che nel Veneto, nel Friuli e nel Trentino, che il mondo prealpino ha conosciuto le più dure crisi. Ciò almeno nelle aree demografica­mente più compresse e in quelle più lontane ed emarginate dai grandi centri di animazione economica. La raziona­lizzazione imposta dall’industria moder­na ha anche fatto decadere certe attività minerarie, in passato molto importanti nell’economia di alcune zone, provo­cando nel settore dei marmi e del ma­teriale cementifero una selezione che ha creato zone specializzate (nel Veronese, nel Bresciano, nel Bergamasco, ecc.).

Dove l’economia agricola si è conser­vata, sia pure in forme degradate, l’or­ganizzazione territoriale tradizionale è ancora ben evidente. Essa ha i suoi perni in piccoli paesi, per lo più centri parrocchiali o comunali, che occupano le aree più agibili dell’orografia, molto spesso sui terrazzi e sugli addolcimenti di pendenza dei versanti, in vicinanza delle sorgenti d’acqua, che nelle aree carsiche, così dominanti nelle Prealpi, hanno una distribuzione discreta, le­gata ai reticoli idrici sotterranei. In ge­nere sono piccoli centri, dominati da vecchie pievi, molte delle quali rima­neggiate dopo il ‘700 in forme barocche, con vecchie case dignitose là dove esi­steva qualche famiglia più benestante o di professione artigianale (padroni di vecchi molini o di cave di marmo, produttori di ghiaccio, commercianti di legna, ecc.). Intorno ai villaggi si tro­vano talora contrade sparse, dislocate anch’esse nei punti migliori: aggregati di origine patriarcale ingranditisi per espansione del nucleo originario (ciò è rivelato dall’aggiunzione spesso li­neare delle case, che cercano di prefe­renza l’orientamento a solatio) in cui il nome del ceppo fondatore coincide con quello della località.

Le case sono costruite secondò criteri che rispondono alle esigenze dell’attività agricola, meno sensibili qui agli influssi urbani e risolti non di rado in modi originali. L’uso di materiali locali ha talora direttamente influenzato le stesse strutture delle case. Gli esempi migliori in tal senso si conservano nel Berga­masco, nei Lessini, nel Bellunese, nelle Prealpi Carniche, dove predomina l’uso di pietre o lastami calcarei, materiale impiegato anche per i terrazzamenti, le recinzioni degli orti, le barriere divisorie lungo le mulattiere, gli altari votivi agli incroci: insieme di forme che, nel loro rapporto con le disponibilità e le condizioni dell’ambiente locale davano un carattere originale al paesaggio. In questo rientrano il dintorno coltivato, i campi e i prati intimamente legati ai paesi e alle contrade.

Le superfici coltivate si pongono su terrazze, an­che qui laboriosamente costruite con muretti a secco. Un tempo si coltiva­vano grano saraceno, orzo, avena, pa­tate; tra le piante legnose, oltre a qualche stento vigneto e agli ultimi gelsi, larga diffusione hanno sempre avuto i ciliegi. Numerosi sono sempre stati gli orti vicino alle case e alle stalle per la colti­vazione di legumi e ortaggi vari desti­nati al consumo familiare. Gran parte dei campi oggi sono trasformati in prati per l’allevamento del bestiame che viene ancora in parte portato agli alpeggi sugli alti pascoli. I lavori agricoli sono svolti in molti casi da vecchi e da donne per­chè gli uomini si dedicano ad attività più redditizie nelle fabbriche dei fondi-valle, nelle cave, quando non sono al­l’estero. Al massimo gli uomini si dedicano ai lavori sulle loro piccole proprietà nei giorni festivi, come passa­tempo, come ritorno a una tradizione o come legame affettivo con la vecchia proprietà familiare. Le attività agricole e d’allevamento danno da vivere ormai anche in questa zona ad un numero complessivamente limitato di persone. Questa fascia prealpina, la più decaduta e impoverita, è stata anche la meno rivi­talizzata dalle forme moderne di annes­sione e di colonizzazione della monta­gna da parte della città. Anche dal punto di vista turistico non ha avuto molti sviluppi, se si escludono i casi partico­lari dei grandi e prestigiosi centri ter­mali di fondovalle, come S. Pellegrino, Boario, Recoaro. L’edilizia turistica ha raggiunto soltanto i centri più vicini alle città, dove cioè è più agevole la pratica di quel turismo pendolare che lega le aree montane alle città. Questo in generale ha infatti cercato le quote superiori verso i 900-1000 metri. Ma qui entriamo in un altro paesaggio.

Testo di: Eugenio Turri, La fascia prealpina, in Paesaggi umani, Touring Club Italiano, 1977, pagg. 36-37, 40-48