Perché e come salvare le realtà dei piccoli borghi italiani, di Claudia Capurso, in ARCIPELAGO MILANO del 13 maggio 2020

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Da ARCIPELAGO MILANO del 13 maggio 2020

 

Perché e come salvare le realtà dei piccoli borghi italiani

di Claudia Capurso

Con le grandi città, nel mondo e in tutta Italia, tenute in scacco dal Coronavirus, anche i più ostinati difensori della caotica vita cittadina iniziano a guardare con invidia chi ha scelto di vivere in piccoli borghi. Ma cosa bisognerebbe fare per ripopolare questi luoghi meravigliosi, di cui l’Italia è piena? Cosa è già stato fatto?

Una delle singolarità di questa mia forzata segregazione causa Coronavirus è stato l’osservare, nel mondo della comunicazione, un certo interesse per un’Italia in genere dimenticata – se non quando guadagna le prime pagine dei giornali e dei media per la tragedia di turno: terremoti, frane, alluvioni etc…

È L’Italia dei piccoli borghi o, per meglio dire, delle aree interne. L’ultima voce è quella dell’architetto Stefano Boeri che, in un’intervista a un quotidiano, spezza una lancia a favore dei bellissimi borghi italiani. Sono “grida di dolore”, scusate l’ardire, più simili a “lacrime di coccodrillo”, perché la questione ha una storia ormai più che settantennale.

Ben presente nelle prime leggi- di Riforma – della Repubblica (quelle a firma Vanoni, Fanfani per fare solo alcuni esempi), quando l’agricoltura era ancora uno dei maggiori settori produttivi e la povertà era enorme, è poi passata nel dimenticatoio quando le grandi scelte politico-economiche del governi del boom economico sono andate in direzioni opposte, favorendo migrazioni interne verso le grandi infrastrutture e le grandi industrie del Nord. Diceva al riguardo il titolare di uno studio professionale sito nel Sud Italia in cui lavorai negli anni ‘70, che le superstrade e autostrade meridionali non furono il motore dello sviluppo del Sud, ma i canali per la trasmigrazione biblica di masse popolari verso i centri del Nord Italia…

Poco successo ebbero anche proposte – sicuramente innovative – fiorite negli anni ‘70 e ’80 come i Progetti Speciali, documenti programmatori che coniugavano pianificazione territoriale e programmazione economica, proponendo la creazione di aree omogenee con una rete di filiere produttive e servizi relativi, convogliando al fine finanziamenti pubblici e privati (come ad esempio le rimesse degli emigranti). Sono rimaste in buona parte nei cassetti di una classe politica che ha privilegiato l’assistenza come strumento per il consenso. Scelta sicuramente proficua per il successo elettorale, ma deleteria per lo sviluppo e per la formazione di classi dirigenti locali.

È pur vero che nel 2013 qualcosa avvenne, quando Fabrizio Barca, Ministro per la coesione territoriale nel governo Monti, rilanciò alcune idee molto interessanti per una riforma amministrativo/territoriale in grado di affrontare la crisi delle aree marginali, rimasta ancora uno dei maggiori problemi del Paese.

Interessata da tempo a queste problematiche, ho riletto con interesse un bel libro di Enrico Borghi, “Piccole Italie”. Estremamente preciso e accurato nella ricostruzione storica del problema delle aree interne, parte finalmente da un’ottica corretta: quella della necessità di una rinnovata pianificazione del territorio e degli strumenti istituzionali per la sua gestione.

Perché il punto, secondo il mio modesto parere, è quello di superare punti di vista settoriali, che affidano la rinascita dei piccoli borghi, sicuramente autentici gioielli artistici e culturali, ad un ritorno astorico ad un mondo bucolico (mai esistito) dove giovani ecologisti e/o “radical chic” italiani o stranieri torneranno a risiedere. Così, ancora una volta, i finanziamenti privati verranno assorbiti dall’edilizia piuttosto che finalizzati allo sviluppo. Le scelte politiche, economiche e sociali sono purtroppo più complesse e “rivoluzionarie”, poiché richiedono una effettiva trasformazione del territorio a livello di aree interne omogenee. È l’unica ottica in grado di affrontare l’esigenza di una redistribuzione equa di servizi sociali e di attività produttive, sorretta dalla riorganizzazione di una mobilità sostenibile e di reti digitali efficienti.

Conditio sine qua non per innescare i processi è ovviamente la rigenerazione di un tessuto sociale di base, quell’humus di conoscenze dei propri punti di forza storici-artistici-culturali, di identità, di aperture a risorse economiche (si pensi ai progetti europei) e soprattutto risorse umane (si pensi all’ulilizzo di occupati stranieri).

In questo quadro la scuola e i centri di formazione professionale e culturale possono giocare un ruolo centrale per far crescere quella mentalità nuova attenta agli strumenti metodologici, alle interrelazioni tra i parametri, ai processi sinergici e indispensabile per affrontare nel complesso mondo di oggi le problematiche territoriali e ambientali. Sempre che finalmente si capisca, lo ripetiamo, che la struttura portante di questi discorsi è il rinnovamento e, a volte, la creazione di un sistema di trasporto pubblico adeguato.

L’occasione mancata è stata quella della affrettata soppressione delle Province, senza obiettivi precisi e senza aggregazioni intermedie che fossero in grado di innescare e gestire processi di sviluppo. I dati ci danno la dimensione rilevante del problema. Secondo il censimento Istat 20111, in Italia ci sono 5.543 comuni sotto i 5.000 abitanti, che rappresentano circa il 70% del numero totale dei comuni italiani (8092 comuni); dato ancor più significativo, i piccoli comuni italiani con una popolazione inferiore ai 1.000 abitanti sono 1948 e rappresentano dunque il 24,07 % degli attuali 8092. Circa il 90% è classificato tra i comuni di collina o di montagna.

Tra residenti e presenti c’è una differenza: molti se ne sono andati, pur rimanendo residenti. Quindi molti di questi piccoli borghi sono disabitati o quasi. Chi rimane infatti sono per lo più anziani e quando uno di loro lascia questo mondo il borgo fa un passo in avanti verso la distruzione.

I giovani se ne vanno. In genere hanno un titolo di studio e non si adattano ai lavori pesanti, senza orario che connotavano la vita dei nostri nonni o bisnonni, o all’orizzonte “limitato” del proprio Comune. Aspirano alla complessità della città, che potenzialmente offre tutto quello che i media presentano. Non sono da biasimare.

Eppure i nostri paesi in genere sono bellissimi; spesso furono ristrutturati dando ai privati finanziamenti a fondo perduto, quando i soldi c’erano. Quanto ci costa il loro abbandono? Il disfacimento del territorio, con spese imprevedibili ma realisticamente ingenti per i tragici danni causati da frane, alluvioni, incendi. Il degrado inizia con poco, un muretto sbrecciato, una tegola che cade, il bosco abbandonato, ma poi procede a valanga.

E qui si apre il grande discorso della prevenzione delle calamità. I tecnici del settore hanno idee chiare, ma raramente ascoltate: programmazione e organizzazione per ciascuna zona di unità di intervento stabili con le attrezzature e strutture di emergenza e con strumenti di ricognizione e prevenzione. Quando questo viene messo in pratica, i risultati si vedono.

Non bisogna iniziare da zero ma continuare a riaggregare i territori interni incentivando le associazioni di Comuni, raggruppandoli in Aree Omogenee attorno a un Comune/centro dei servizi, con raggi di distanza adeguati, consentendo così a tutti i cittadini di usufruire di servizi di qualità con standard decenti di vivibilità e di mobilità, all’altezza dei tempi odierni. Non si tratta di tagliare risorse economiche e istituzionali ma di riqualificarle.

Pensiamo alle Comunità Montane, troppo spesso meri centri burocratici con competenze solo settoriali slegate dal contesto (settore agricolo, accertamenti e riscossioni fiscali, settore dei rifiuti etc…). Pensiamo agli Uffici del Turismo, in troppi casi meri luoghi di informazioni spicciole, ove si vivacchia. Potrebbero diventare veri centri di stimolo per la valorizzazione del territorio e di supporto ai Comuni per un turismo sostenibile e/o per lo sviluppo di attività correlate di aiuto alle unità produttive e terziarie, di informazione sui finanziamenti che Enti e Istituzioni possono erogare per le aree minori, in primo luogo quelli dell’UE.

Si è andati invece in direzione opposta. La vicenda Riace è significativa per stupidità e ipocrisia dei ceti di potere locali. Non solo oggi ma da decenni l’immigrato è indispensabile nei borghi collinari o montani, e non solo. Nel piccolo Comune ove risiedo alcuni mesi all’anno, difficilmente si trova un’italiana disposta a fare la badante o un conterraneo pronto a lavorare nelle malghe, a mungere il latte, ad alzarsi di notte per impastare, a fare lavori di manovalanza nei cantieri. Addirittura ci si contende l’unica donna dell’Est che risiede nella zona per lavori domestici o di servizio nei ristoranti e alberghi. Eppure il turismo è, secondo me, la vera speranza per il futuro del nostro paese. E allora? Abbiamo fatto proprio bene a distruggere i pochi esempi di integrazione vantaggiosi per tutti?

Vorrei concludere questo mio piccolo contributo ricordando, in tempi di emergenza, tra i tanti che nel recente passato “videro lontano”, la Dott.ssa Laura Conti. In un seminario tenutosi nella facoltà di Architettura nel 1970, ricordo che parlando della riforma sanitaria e del suo rapporto col territorio, incentrò proprio le sue proposte sui piccoli Comuni per i quali riteneva essenziale garantire la distribuzione dei servizi sanitari e un efficiente servizio di trasporto pubblico.

I partecipanti si guardarono perplessi ma il tempo le ha dato ragione.

Claudia Capurso

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