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Cuntra un preputent ghe vor trii preputent

Cuntra un preputent ghe vor trii preputent

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Avatar di Paolo FerrarioTRACCE e SENTIERI

Erravo solo come nube

che alta fluttua su valli e colli,

quando a un tratto vidi una folla,

una schiera di narcisi muover a danza:

lungo il lago e sotto gli alberi

ne danzava nella brezza una miriade.

Lì  presso danzavano le onde scintillanti,

in letizia dai narcisi soverchiate;

un poeta non poteva ch’esser lieto

in così ridente compagnia.

Mirando e rimirando, poco pensai

al bene che la vista mi recava:

ché spesso, quando me ne sto coricato,

senza pensieri, o pensieroso, i narcisi

mi balenano all’occhio interiore

che rende la solitudine beata,

e allora mi si ricolma il cuore

di piacere, e danza con loro.

William Wordsworth, Poesie 1798-1807

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La vita e le opere di api e formiche, in Altri Mondi

La vita e le opere di api e formiche
January 4, 2012 at 3:42 PM
GIORGIO DELL’ARTI PER LA STAMPA –

Peso Gli uomini sulla Terra sono circa 7 miliardi. Il numero di formiche viventi in ogni istante è stato stimato tra 1 e 10 milioni di miliardi. Giacché il peso di ogni essere umano è 1-2 milioni di volte quello di una formica, risulta che formiche ed esseri umani hanno la stessa biomassa totale.

Vita La vita di un’ape operaia (65-80 giorni). Le prime tre settimane trascorrono negli stadi di uovo, larva e pupa. Diventata adulta, per circa due settimane lavora come nutrice prendendosi cura della regina e della prole. Poi è addetta a lavorazione e immagazzinamento del cibo (trasforma il nettare in miele e lo stipa nelle cellette di cera del favo). Infine esce nei campi come foraggiatrice finché non muore (quasi mai per cause naturali, ma soprattutto per incidenti accaduti nello svolgere il lavoro).

Stanze Un tipico nido di formica Atta Sexdens contiene circa 1900 stanze, di cui almeno 200 occupate dalla fungaia. Per scavarlo le formiche tirano su e trasportano circa 40 mila chilogrammi di terreno.

Amore La formica femmina di Diacamma permette al maschio di accoppiarsi con lei, poi torna al nido trascinandoselo dietro mentre è ancora impegnato nell’atto sessuale. Una volta nel nido, le operaie gli staccano a morsi la testa e il torace lasciando gli organi sessuali e la pancia attaccati alla femmina. Rimane così per due giorni. Poi lo rimuovono.

Femmine Operaie di ogni tipo e regine sono femmine. I maschi nascono da uova non fecondate e muoiono dopo l’accoppiamento con la regina.

Per sempre Tra le Atta gli individui che si riproducono hanno le ali. Una volta l’anno i membri alati di più colonie si levano insieme nello stesso giorno e compiono «voli nuziali» durante i quali si accoppiano (ogni femmina con più maschi, i quali muoiono subito dopo). Gli spermatozoi raccolti in una sola volta dovranno bastare per sempre: le femmine si staccano le ali, scavano una tana, piantano i miceli di fungo che si sono portate dalla colonia d’origine e diventano regine.

Orario di lavoro Cinque formiche operaie e 22 larve lavorano 12 ore per tagliare e predigerire una mosca. Le larve di più: 9,5 ore.

Disoccupate Nel nido si aggirano formiche disoccupate che talvolta si soffermano a svolgere lavori occasionali. Possono essere reclutate da compagne per compiti in cui vi è poca forza lavoro.

Attacco La colonna razziatrice formata da milioni di formiche legionarie africane. Esce dal nido e si espande sul terreno coprendo una settantina di metri dapprima come un telo che si distende, poi assume l’aspetto di albero con il fronte di avanzamento simile a una chioma, d’ampiezza pari a un piccolo edificio. Non ci sono condottieri. Avanza di 20 metri l’ora, inghiotte tutta la bassa vegetazione che incontra, cattura e uccide insetti, serpenti e piccoli animali. Dopo qualche ora la direzione s’inverte e la colonna razziatrice si ritira scomparendo nella tana.

Morte Se avvelenate da un fungo, le operaie di Formica Rufa lasciano il nido, si aggrappano a fili d’erba e attendono la morte.

Pulizie Grazie a sostanze chimiche derivanti dalla decomposizione, le formiche riconoscono le compagne morte. Quando le trovano, le portano nella parte più lontana del nido, dove ammucchiano i rifiuti. In laboratorio formiche vive sono state strofinate con le sostanze della decomposizione e rimesse nel nido: le compagne le sollevavano e le trasportavano al cumulo di rifiuti. Potevano andarsene di lì solo se si ripulivano per bene.

Chiome La formica Pachycondyla Tarsata in cerca di cibo ritrova la strada di casa memorizzando le forme delle chiome degli alberi.

Fiori Le api osservano colore e forma dei fiori più ricchi di nettare: nelle spedizioni successive tendono a prediligere quelli dello stesso tipo.

Riconoscono Le api operaie riconoscono l’odore della colonia cui appartengono, quando volano in cerca di cibo si orientano con l’aiuto del paesaggio, possono ricordare la posizione di circa cinque campi di fiori e sanno qual è il momento migliore della giornata per ottenere più polline.

Superorganismo «Abbiamo capito che la colonia o la società di insetti può essere considerata come un superorganismo, e pertanto come un tutto unico vivente, teso a preservare il proprio equilibrio dinamico e la propria integrità» (William Morton Wheeler, «The AntColony as an Organism»).

«Notizie tratte da: Bert Holldobler – Edward O.Wilson, «Il superorganismo», Adelphi euro 49,00»

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mutazioni culturali: Canzo, voleva comprare una ragazza per sposarsela – Cronaca – La Provincia di Como

Si voleva “comprare” la moglie, una ragazza di 16 anni della Valsugana (in provincia di Trento), e per farlo aveva tempestato i genitori della giovane al punto di essere arrestato per stalking.

Protagonista di questa vicenda, un operaio siriano di 26 anni, residente a Canzo, che i carabinieri di Asso sono riusciti a intercettare l’altro pomeriggio a Ponte Lambro mentre si stava recando da un amico.

 Canzo, voleva comprare una ragazza per sposarsela – Cronaca – La Provincia di Como.

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Grazia Apisa legge la sua poesia LA ROSA E IL VENTO

 

mi fa piacere essere tra le tue rose.
Questa poesia fu pubblicata nel 1996 per la prima volta in una Antologia della Golden Press FIOR DA FIORE.
Nel 2010 l’ho pubblicata in AMORE CHE MI PARLI , a introduzione di quelle a te dedicate :
La tua sommessa voce e Sedici aprile Genius Loci
Grazie ancora per la tua gentile attenzione
Cari saluti
Grazia

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Dalla pergola

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Il taglio dell’ OLEANDRO sotto il muro

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Andrea Zanzotto è stato davvero il “Genius Loci” maggiore del nostro Veneto, poeta locale e universale insieme, uomo dalle radici ben piantate e al tempo stesso dall’apertura mentale e culturale verso ogni orizzonte

“Non si spegnerà la voce di Andrea Zanzotto, mancato a novant’anni appena compiuti e meravigliosamente spesi. Resteranno le sue parole, in pagine e versi fra i più alti del Novecento e di questo inizio di millennio, e resterà il ricordo della sua umanità ironica e mite, della sua profondità intellettuale.

Zanzotto è stato davvero il “genius loci” maggiore del nostro Veneto, poeta locale e universale insieme, uomo dalle radici ben piantate e al tempo stesso dall’apertura mentale e culturale verso ogni orizzonte. Un critico lucido del “progresso scorsoio” che degrada e strangola il paesaggio e l’anima del nostro territorio e del nostro tempo e un difensore tenace e consapevole di ciò che, qui e ora, resiste a queste derive e rigenera la vita, la natura, la cultura.

Di Venezia, in particolare, è stato un amico fedele e un interprete critico e appassionato, consapevole dell’impatto snaturante che la modernità le infliggeva e solidale e partecipe dello sforzo della città di non farsi stravolgere, della sua lotta per non perdersi definitivamente. In questo senso, Zanzotto, uomo della Marca e della sua Pieve, è stato anche un autentico, un grande, un estremo veneziano. La città, come ha saputo in questi suoi anni ultimi e gloriosi, festeggiarne e celebrarne la lunga vita, saprà degnamente ricordarlo.”

Gianfranco Bettin

Venezia, 18 ottobre 2011

da Città di Venezia – Bettin: “Zanzotto: genius loci del Veneto, e grande, estremo veneziano nell’anima”.

Anche Massimo Cacciari ricorda con una toccante testimonianza una duplice dimensione di Zanzotto – «il male di vivere e il bene di scrivere, perché Andrea era la resistenza del linguaggio» – e poi chiarisce, senza se e senza ma: «Non esiste poeta che nella sua vita e nella sua opera non abbia a che fare con la religiosità o altri temi universali. Ma onestamente non vedo alcuna traccia o ipotesi verosimile per parlare di una conversione di Andrea Zanzotto». Eppure che per Zanzotto lo spirito e la fede fossero temi centrali nella sua riflessione quotidiana, lo conferma non solo la rivisitazione critica della sua opera ma anche Luciano De Giusti, docente di Storia del cinema e di Teorie del linguaggio cinematografico all’università di Trieste, che ha appena pubblicato per Marsilio un originale volume su Zanzotto, Il cinema brucia e illumina. Intorno a Fellini e altri casi. Ora De Giusti ricorda, con garbo: «Certo che c’era un interesse di Zanzotto verso i temi religiosi. Posso confermarlo dopo una frequentazione di quarant’anni e assidua proprio per la stesura del volume da me curato. Di più. Andrea era onnivoro, s’interessava a tutte le forme di conoscenza, dalla scienza ad altre discipline meno razionali. Per quanto riguarda il suo rapporto con il cinema – riflette lo studioso – le rivelo un retroscena emblematico su Zanzotto e la religione. Il poeta espresse un forte rammarico verso Pier Paolo Pasolini che come ultimo suo film avrebbe dovuto fare san Paolo e non Salò. Anche questo è un indizio dell’interesse del poeta per la religione, vissuto, e ci tengo a sottolinearlo, sempre con un forte spirito laico che del resto lo ha accompagnato per tutta la vita».

da: http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cultura_e_tempolibero/2011/20-ottobre-2011/andrea-zanzotto-parola-dio-1901881010620.shtml

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La biblioteca di Babele da “Finzioni” di Jorge Luis Borges

L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato’, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un’altra galleria, identica alla prima e a tutte.

A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l’altro di soddisfare le necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che s’inabissa e s’innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?), io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano l’infinito…

La luce procede da frutti sferici che hanno il nome d lampade. Ve ne sono due per esagono, su una traversa. La luce che emettono è insufficiente, incessante. Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventú io ho viaggiato; ho peregrinato in cerca di un libro, forse del catalogo dei cataloghi; ora che i miei occhi quasi non possono decifrare ciò che scrivo, mi preparo a morire a poche leghe dall’esagono in cui nacqui. Morto, non mancheranno mani pietose che mi gettino fuori della ringhiera; mia sepoltura sarà l’aria insondabile; il mio corpo affonderà lungamente e si corromperà e dissolverà nel vento generato dalla caduta, che è infinita.

Io affermo che la Biblioteca è interminabile. 

Gli idealisti argomentano che le sale esagonali sono una forma necessaria dello spazio assoluto o per lo meno della nostra intuizione dello spazio. Ragionano che è inconcepibile una sala triangolare o pentagonale. ( i mistici tendono di avere, nell’estasi, la rivelazione d’una camera circolare con un gran libro circolare dalla costola continua che fa il giro completo delle pareti; ma la loro testimonianza è sospetta; le loro parole, oscure. Questo libro ciclico è Dio). Mi basti, per ora, ripetere la sentenza classica: ” La Biblioteca è una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile”.

A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascuno scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga, quaranta lettere di colore nero. Vi sono anche delle lettere sulla costola di ciascun libro; non, però, che indichino o prefigurino ciò che diranno le pagine. So che questa incoerenza, un tempo, parve misteriosa. Prima d’accennare alla soluzione (la cui scoperta, a prescindere dalle sue tragiche proiezioni, è forse il fatto capitale della storia) voglio rammentare alcuni assiomi. Primo: La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario immediato è l’eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole puo’ dubitare. L’uomo, questo imperfetto bibliotecario, può essere opera del caso o di demiurghi malevoli; l’universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che l’opera di un dio. Per avvertire la distanza che c’è tra il divino e l’umano, basta paragonare questi rozzi, tremuli simboli che la mia fallibile mano sgorbia sulla copertina d’un libro, con le lettere organiche dell’interno: puntuali, delicate, nerissime, inimitabilmente simmetriche. Secondo: Il numero dei simboli ortografici è di venticinque.Questa constatazione permise, or sono tre secoli, di formulare una teoria generale della Biblioteca e di risolvere soddisfacentemente il problema che nessuna congettura aveva permesso di decifrare: la natura informe e caotica di quasi tutti i libri. Uno di questi, che mio padre vide in esagono del circuito quindici novantaquattro, constava le lettere M C V, perversamente ripetute dalla prima all’ultima riga. Un altro (molto consultato in questa zona) è mero labirinto di lettere, ma l’ultima pagina dice Oh tempo le tue piramidi. E’ ormai risaputo: per una riga ragionevole, per una notizia corretta, vi sono leghe di insensate cacofonie, di farragini verbali e di incoerenze. (So d’una regione barbarica i cui bibliotecari ripudiano la superstiziosa e vana abitudine di cercare un senso nei libri, e la paragonano a quella di cercare un senso nei sogni o nelle linee caotiche della mano… Ammettono che gli inventori della scrittura imitarono i venticinque simboli naturali, ma sostengono che questa applicazione è casuale, e che i libri non significano nulla di per sé. Questa affermazione, lo vedremo, non è del tutto erronea). Per molto tempo si credette che questi libri impenetrabili corrispondessero a lingue preterite o remote. 0ra è vero che gli uomini piú antichi, i primi bibliotecari, parlavano una lingua molto diversa da quella che noi parliamo oggi: è vero che poche miglia a destra la lingua è già dialettale, e novanta piani piú sopra è incomprensibile. Tutto questo, lo ripeto, è vero, ma quattrocentodieci pagine di inalterabili M C V non possono corrispondere ad alcun idioma, per dialettale o rudimentale che sia. Altri insinuarono che ogni lettera poteva influire sulla seguente, e che il valore di MCV nella terza riga della pagina 71 non era lo stesso di quello che la medesima serie poteva avere in altra riga di altra pagina; ma questa vaga tesi non prosperò. Altri pensarono ad una crittografia; quest’ipotesi è stata universalmente accettata, ma non nel senso in cui la formularono i suoi inventori. Cinquecento anni fa, il capo d’un esagono superiore trovò un libro tanto confuso come gli altri, ma in cui v’erano quasi due pagine di scrittura omogenea, verosimilmente leggibile. Mostrò la sua scoperta a un decifratone ambulante, e questo gli disse che erano scritte in portoghese; altri dissero che erano scritte in yiddish. Poté infine stabilirsi, dopo ricerche che durarono quasi un secolo, che si trattava d’un dialetto samoiedo-lituano del guaraní, con inflessioni di arabo classico. Si decifrò anche il contenuto: nozioni di analisi combinatoria, illustrate con esempi di permutazioni a ripetizione illimitata. Questi esempi permisero a un bibliotecario di genio di scoprire la legge fondamentale della Biblioteca. Questo pensatore osservò che tutti i libri, per diversi che fossero, constavano di elementi eguali: lo spazio il punto, la virgola, le ventidue lettere dell’alfabeto. Stabilí inoltre, un fatto che tutti i viaggiatori hanno confermato: non vi sono, nella vasta Biblioteca, due soli libri identici. Da queste premesse incontrovertibili dedusse che la Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici (numero anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto ciò che è dato esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell’avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico, l’evangelo gnostico di Basilide, il commento di questo evangelo, il commento del commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri.

Quando si proclamò che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima impressione fu di straordinaria felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto. Non v’era problema personale o mondiale la cui eloquente soluzione non esistesse: in un qualche esagono. L’universo era giustificato, l’universo attingeva bruscamente le dimensioni illimitate della speranza. A quel tempo si parlò molto delle Vendicazioni: libri di apologia e di profezia che giustificavano per sempre gli atti di ciascun uomo dell’universo e serbavano arcani prodigiosi per il suo futuro. Migliaia di ambiziosi abbandonarono il dolce esagono natale e si lanciarono su per le scale, spinti dal vano proposito di trovare la propria Vendicazione. Questi pellegrini s’accapigliavano negli stretti corridoi, proferivano oscure minacce, si strangolavano per le scale divine, scagliavano i libri ingannevoli nei pozzi senza fondo, vi morivano essi stessi, precipitativi dagli uomini di regioni remote. Molti impazzirono… Le Vendicazioni esistono (io ne ho viste due, che si riferiscono a persone da venire, e forse non immaginarie), ma quei ricercatori dimenticavano che la possibilità che un uomo trovi la sua, o qualche perfida variante della sua, è sostanzialmente zero. Anche si sperò, a quel tempo, nella spiegazione dei misteri fondamentali dell’umanità: l’origine della Biblioteca e del tempo. È verosimile che di questi gravi misteri possa darsi una spiegazione in parole: se il linguaggio dei filosofi non basta, la multiforme Biblioteca avrà prodotto essa stessa l’inaudito idioma necessario, e i vocabolari e la grammatica di questa lingua. Già da quattro secoli gli uomini affaticano gli esagoni… Vi sono cercatori ufficiali, inquisitori. Li ho visti nell’esercizio della loro funzione: arrivano sempre scoraggiati; parlano di scale senza un gradino, dove per poco non s’ammazzarono; parlano di scale e di gallerie con il bibliotecario; ogni tanto, prendono il libro piú vicino e lo sfogliano, in cerca di parole infami. Nessuno, visibilmente, s’aspetta di trovare nulla. Alla speranza smodata, com’è naturale, successe una eccessiva depressione. La certezza che un qualche scaffale d’un qualche esagono celava libri preziosi e che questi libri preziosi erano inaccessibili, parve quasi intollerabile. Una setta blasfema suggerí che s’interrompessero le ricerche e che tutti gli uomini si dessero a mescolare lettere e simboli, fino a costruire, per un improbabile dono del caso, questi libri canonici. Le autorità si videro obbligate a promulgare ordinanze severe. La setta sparí, ma nella mia fanciullezza ho visto vecchi uomini che lungamente s’occultavano nelle latrine, con dischetti di metallo in un bossolo proibito, e debolmente rimediavano al divino disordine. Altri, per contro, credettero che l’importante fosse di sbarazzarsi delle opere inutili. Invadevano gli esagoni, esibivano credenziali non sempre false, sfogliavano stizzosamente un volume e condannavano scaffali interi: al loro furore igienico, ascetico, si deve l’insensata distruzione di milioni di libri. Il loro nome è esecrato, ma chi si dispera per i “tesori” che la frenesia di coloro distrusse, trascura due fatti evidenti. Primo: la Biblioteca è cosí enorme che ogni riduzione d’origine umana risulta infinitesimaSecondo: ogni esemplare è unico, insostituibile, ma (poiché la Biblioteca è totale) restano sempre varie centinaia di migliaia di facsimili imperfetti, cioè di opere che non differiscono che per una lettera o per una virgola. Contrariamente all’opinione generale, credo dunque che le conseguenze delle depredazioni commesse dai Purificatori siano state esagerate a causa dell’orrore che quei fanatici ispirarono. Li sospingeva l’idea delirante di conquistare i libri dell’Esagono Cremisi: libri di formato minore dei normali; onnipotenti, illustrati e magici.

Sappiamo anche d’un’altra superstizione di quel tempo: quella dell’Uomo del Libro. In un certo scaffale d’un certo esagono (ragionarono gli uomini) deve esistere un libro che sia la chiave e il compendio perfetto di tutti gli altri: un bibliotecario l’ha letto, ed è simile a un dio. Nel linguaggio di questa zona si conservano tracce del culto di quel funzionario remoto. Molti peregrinarono in cerca di Lui, si spinsero invano nelle piú lontane gallerie. Come localizzare il venerando esagono segreto che l’ospitava? Qualcuno propose un metodo regressivo: per localizzare il libro A, consultare previamente il libro B; per localizzare il libro B, consultare previamente il libro C; e cosí all’infiníto… In avventure come queste ho prodigato e consumato i miei anni.

Non mi sembra inverosimile che in un certo scaffale dell’universo esista un libro totale; prego gli dei ignoti che un uomo – uno solo, e sia pure da migliaia d’anni! – l’abbia trovato e l’abbia letto. Se l’onore e la sapienza e la felícità non sono per me, che siano per altri. Che il cielo esista, anche se il mio posto è all’inferno. Ch’io sia oltraggiato e annientato, ma che per un istante, in un essere, la Tua enorme Biblioteca si giustifichi. Affermano gli empi che il nonsenso è normale nella Biblioteca, e che il ragionevole (come anche l’umile e semplice coerenza) è una quasi miracolosa eccezione. Parlano (lo so) della “Biblioteca febbrile i cui casuali volumi corrono il rischio incessante di mutarsi in altri, e tutto affermano, negano e confondono come una divinità in delirio”. Queste parole, che non solo denunciano il disordine, ma lo illustrano, testimoniano generalmente del pessimo gusto e della di sperata ignoranza di chi le pronuncia. In realtà, la Biblioteca include tutte le strutture verbali, tutte le variazioni permesse dai venticinque simboli ortografici, ma non un solo nonsenso assoluto. Inutile osservarmi che il miglior volume dei molti esagoni che amministro s’intitola Tuono pettinato, un altro Il crampo di gesso e un altro Axaxaxas mlo. Queste proposizioni, a prima vista incoerenti, sono indubbiamente suscettibili d’una giustificazione crittografica o allegorica; questa giustificazione è verbale, e però, ex hypothesi, già figura nella Biblioteca. Non posso immaginare alcuna combinazione di caratteri

d h c m r l c h t d j

che la divina Biblioteca non abbia previsto, e che in alcuna delle sue lingue segrete non racchiuda un terribile significato. Nessuno può articolare una sillaba che non sia piena di tenerezze e di terrori; che non sia, in alcuno di quei linguaggi, il nome poderoso di un dio. Parlare è incorrere in tautologie. Questa epistola inutile e verbosa già esiste in uno dei trenta volumi dei cinque scaffali di uno degli innumerabili esagoni – e cosí pure la sua confutazione. (Un numero  n  di lingue possibili usa lo stesso vocabolario; in alcune, il simbolo biblioteca ammette la definizione corretta di sistema duraturo e ubiquitario di gallerie esagonali, ma biblioteca sta qui per pane, o per piramide, o per qualsiasi altra cosa, e per altre cose stanno le sette parole che la definiscono. Tu che mi leggi, sei sicuro d’intendere la mia lingua?)

Lo scrivere metodico mi distrae dalla presente condizione degli uomini, cui la certezza di ciò, che tutto sta scritto, annienta o istupidisce. So di distretti in cui i giovani si prosternano dinanzi ai libri e ne baciano con barbarie le pagine, ma non sanno decifrare una sola lettera. Le epidemie, le discordie eretiche, le peregrinazioni che inevitabilmente degenerano in banditismo, hanno decimato la popolazione. Credo di aver già accennato ai suicidi, ogni anno piú frequenti. M’inganneranno, forse, la vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi, e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta. Aggiungo: infinita. Non introduco quest’aggettivo per un abitudine retorica; dico che non è illogico pensare che il mondo sia infinito. Chi lo giudica limitato, suppone che in qualche luogo remoto i corridoi e le scale e gli esagoni possano inconcepibilmente cessare; ciò che è assurdo. Chi lo immagina senza limiti, dimentica che è limitato il numero possibile dei libri. lo m’arrischio a insinuare questa soluzione: La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la traversasse in una direzione qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine). Questa elegante speranza rallegra la mia solitudine.

Mar del Plata, 1941

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Noelle Epistéme Blogger

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Scorcio verso il Ponte della Civera, in una giornata di sole e vento del 9 ottobre 2011

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I battelli delle 18 e delle 18 e 10, in tempo di transizione all’autunno

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