IL COLORE VERDE, 14 aprile 2013, racconto di Luciana

Se confronto la verde distesa del prato all’inglese con i selvatici prati dei corridoi del mio giardino, sorrido. Di me stesso, ovviamente.

Non che io rincorra la speranza di ottenere, prima o poi, la lussureggiante erbetta verde dagli steli allineati alla stessa altezza. Per dire la verità, ogni anno, almeno vicino alla panca in cui si ama soggiornare, distribuisco generosamente duecentocinquanta chili di terra e spargo, a mo’ di seminatore dalla larga bracciata, qualcosa come due pacchi da 1000 grammi ciascuno di semenza.

Non succede mai nulla, se non l’arrivo di colonne di formiche e panciuti uccelli che probabilmente si rifanno le scorte dopo la penuria invernale.

Il mio prato ha un carattere esattamente opposto a quello che mi contraddistingue. Lui, è di buon temperamento. Accogliente e tollerante. Non fa distinzioni di generi e razze. Tutti sono benvenuti. E così si presenta con un manto assai variegato, dove in pacifico adattamento convivono erbe infestanti, erbe urticanti, erbe aromatiche. Tutte con al seguito il proprio corredo colorato che rallegra la vista e l’umore.

Solletica i sensi, il mio prato.

La vista. Il suo verde disordinato racchiude gioielli e colori infiniti. PRATOLINE, TARASSACO e VIOLE sono quelli che so distinguere.

Anche il TRIFOGLIO conosco, nelle sue due versioni bianco e violetto. E pure i cespugli di ORTICHE, che non necessitano certo delle infiorescenze viola per esprimere, attraverso il tatto, la loro presenza.

E carezzevoli ancora al tatto risultano le vellutate foglie della MALVA, con il loro fiore il cui colore assume lo stesso nome della pianta che lo produce. Poi la BRUNETTA, la CAMPANULA,la BUGULA, l’ACETOSA, la GINESTRINA e altre ignote erbe offrono le loro viaropinte corolle agli occhi di chi le sa guardare.

Fa rumore il mio prato. Sì. Perché nel verde dominante non spunta solo l’umile ma variopinto omaggio floreale. Nel silenzio del pomeriggio, se contemplo le calme acque del lago, l’ uditosi appresta a discriminare altri suoni. Di colore in colore si sposta il ronzio di api, bombi e calabroni.

Fra i resti delle foglie secche, un fruscio rapido e leggero annuncia la schiusa delle uova delle lucertole. Di tutte le dimensioni balenano velocissime, sparendo e riapparendo fra i sassi del muro, o mimetizzandosi fra i fili dell’erba novella, o nascondendosi tra i rami della salvia, o in ogni dove.

Se volessi inoltre accostare il mio orecchio alla nuda terra, potrei ascoltare il frenetico lavorio di infiniti insetti che si mescolano fra semi, radici e minerali, inerti e ignari del loro futuro.

Già, perché nel rumore del prato c’è anche il rumore della morte.

E’ armonioso per il mio udito, perché prodotto da gioiosi volatili che scendono a terra quando inizio a vangare e a rimuovere le zolle per preparare lo spazio dell’orto.

Ma questo suono melodioso è un annuncio funereo per gli abitanti della profondità terrena. Qualche volta però anche agli alati amici la sorte non arride.

Il vento, o un attentato di matrice felina, possono abbattere il nido sapientemente costruito con voli e voli di trasporto faticoso di selezionato materiale. Questa primavera la coppia proprietaria di questo cestello intrecciato cercherà inutilmente la propria dimora al calare della sera.

E’ odoroso il mio prato. Nelle giornate di pioggia il mio olfatto raccoglie il profumo della terra bagnata che sprigiona odori intensi e pregnanti. Vicino all’orto il secchio che raccoglierà il macerato di ORTICHE non mancherà di elargire il suo efficacissimo contributo dalle putride esalazioni.

E’ buono il mio prato. Qualcosa di suo entra dentro di me, lusingando il mio gusto.

TARASSACO, foglioline di MALVA, RUGHETTA selvatica e qualche grumolo risparmiato nel campo della CICORIA si danno finale appuntamento in generose terrine di salutare misticanza. L’artefice è Luciana che, dopo silenziose e attente passeggiate nelle macchie imprecise del verde dei corridoi terrosi, sa unire l’opera del suo raccolto in deliziosi piatti che titillano il palato con sapori forti, pungenti, croccanti e gradevolmente amari.

Questo è il mio prato. Un piccolo mazzo rubato con discrezione appare nella casa di città ad allietare le colazioni del mattino, a ricordarmi che dopo qualche giorno lo potrò ritrovare là, dove l’ho lasciato.

Fotografie di Luciana (quella di apertura è stata scattata a Salisburgo nel 1988)

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