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RIORGANIZZAZIONE DEL PAESAGGIO STORICO DELLA VAL DI NESSO, TESI DI Silvio Bonali, RELATORE Darko Pandakovic, Politecnico di Milano Facoltà di Architettura, 1999/2000

Politecnico di Milano

Facoltà di Architettura

RIORGANIZZAZIONE DEL PAESAGGIO STORICO DELLA VAL DI NESSO

 

Relatore:Prof. Darko Pandakovic

Studente:Silvio Bonali

Anno accademico 1999/2000



INDICE

  1. INDICE pag. 2
  2. ELENCO TAVOLE pag. 3
  3. ABSTRACT pag. 4
  4. INTRODUZIONE pag. 6
  5. CENNI STORICI SUL TRIANGOLO LARIANO pag. 6
  6. VAL DI NESSO pag. 10
  7. NESSO pag. 10
  8. VELESO pag. 13
  9. ZELBIO pag. 13
  10. LA NATURA COME STORIA pag. 16
  11. L’AMBIENTE pag. 23
  12. PIANO SOCIO-ECONOMICO E TERRITORIALE pag. 26
  13. PROBLEMI DELL’ATTIVITA’ TURISTICA pag. 28
  14. TURISMO SOSTENIBILE pag. 30
  15. LA BIODIVERSITA’ pag. 32
  16. STRUTTURA DEL PROGETTO pag. 35
  17. RELAZIONE SUL PROGETTO pag. 36
  18. MODALITA’ DI INTERVENTO SULLE INFRASTRUTTURE pag. 40
  19. NORMATIVE RELATIVE AL PROGETTO pag. 42
  20. BIBLIOGRAFIA pag. 49

La valle di Nesso che interessa il nostro studio ha come livelli massimi il monte S.Primo, il monte Forcoletta e la Colma del Piano, sotto i quali si estendono gli altri cordoni principali che sono:

i monti di Erno, attraversato da frequenti frane, il Pian del Tivano, il Piano di Nesso, gradatamente i cordoni si abbassano formando bellissimi terrazzi morenici.

A circa 750m. abbiamo i terrazzi di Zelbio e di Erno, a 350 300 i ripiani di Scerio e Vico che sono le frazioni più alte di Nesso.

Molto frequenti in tutta regione, quasi totalmente calcarea, sono i fenomeni carsici. Un inghiottitoio che si trova al centro di Pian del Tivano, chiamato Buco della Nicolina, raccoglie tutte le acque del pianoro, numerose sono le grotte tra le quali le più note sono: la Grotta Guglielmo sul versante occidentale del Palanzone, profonda 350m. e la Grotta Masera sopra Careno.

Vario è il territorio riguardo alla vegetazione. Le pendici più elevate sono coperte esclusivamente da pascolo,(S.Primo e la Forcoletta) fino all’altezza di Pian del Tivano 970m. dove si hanno i primi terreni coltivati quasi esclusivamente a patate e cavolfiori di cui si fa grande smercio.

Lungo la striscia più bassa i fianchi dei monti sono coperti da boschetti di ginestre tra i quali si ergono maestose querce e qualche pino, faggi ,betulle, boschi di nocciolo.

Già verso i 1000m. si trova qualche albero da frutta selvatico: ciliegio, melo.

Anche qui , come nella zona del pascolo, la risorsa principale è costituita dall’allevamento del bestiame (soprattutto bovino mentre è poco diffusa la pastorizia) e dall’industria casearia.

L’abitazione salvo qualche caso, non è fissa, le casupole sparse sono abitate solo nella stagione estiva durante la quale si falcia il fieno e si sfrutta il pascolo.

Scendendo verso i centri abitati costantemente la vegetazione si fa più folta, si ha la fascia del castagno che va da circa 900m. fino al lago. Il bosco (costituito da castagni e noci), oltre ad essere una notevole risorsa, per il legname ed i frutti che se ne ricavano, è una delle più belle attrattive della zona e, dandole un aspetto pittoresco, offre con la sua ombra refrigerio ai villeggianti che numerosi vi si ristorano durante l’estate.

I campi disposti a terrazzi e rivolti a mezzogiorno, sono coltivati in massima parte a patate, granoturco ed ortaggi.

Il frumento è coltivato in quantità limitata sulla montagna, mentre si trova abbondante in riva al lago.

Qui campi ed orti sono coperti da pergolati, infatti la vite è una delle piante che meglio di adatta al clima umido e mite del lago, insieme all’ulivo ed alle piante da frutta.

Molto diffusa era, parecchi anni fa, la coltivazione del gelso, per l’allevamento del baco da seta che ora purtroppo si può dire completamente scomparso.

 

 

NESSO

Fino a metà dell’ottocento si presenta come una tipica pieve rurale, anzi lacustre, che unisce i disagi della montagna a quelli del lago, come le lamentele che ricorrono nei documenti continuamente ricordano: povertà economica, strade impervie, insediamenti abitativi sparsi e disagiati.

Quanto alla tradizione che vorrebbe far risalire l’origine della pieve di Nesso addirittura a Ermagora di Aquileia, non è che il riflesso locale di una più ampia ma non più sincera tradizione che individua in Ermagora uno dei possibili fondatori della Chiesa di Como, nella comprensibile e diffusa ambizione di dare alle Chiese locali una fondazione, se non apostolica, quanto meno subapostolica: Ermagora era, infatti, discepolo, se non proprio di un apostolo, di un evangelista, Marco. Il riferimento ad Aquileia è invece un riflesso del fatto, più noto, dell’aggregazione della Chiesa di Como al patriarcato di Aquileia, avvenuto all’inizio del VII secolo – a motivo del permanere di Como, con Aquileia, appunto, nello scisma suscitato in Occidente, e soprattutto nel Nord Italia. Dallo scandalo creato dalla passiva soggezione del papa Vigilio all’imperatore nell’episodio dei Tre Capitoli, mentre Milano si era di nuovo allineata con Roma. Si può ben concludere che l’origine del cristianesimo di Nesso attribuita a Ermagora appare più come legenda che come tradizione.

Nel secolo XI troviamo la prima testimonianza di una struttura plebana, nel senso di un collegio di preti, viventi secondo una regola, addetti alla cura di una “plebs”, ossia ad una popolazione di un territorio periferico, rispetto alla città sede del vescovo.

Quanto alla data precisa di fondazione della pieve, non è possibile individuarla: rispondendo ai quesiti del vescovo durante la visita pastorale, l’arciprete di Nesso, nel 1696, scriverà che la collegiata di Nesso era tale “habitu sed non actu”: per tradizione antica non per un atto giuridico di cui si conservi ancora traccia.

La parola “plebs” significa “popolo”, indica una comunità territoriale che si riconosce come popolo raccolto attorno a una chiesa matrice, fornita di battistero, luogo di aggregazione al popolo di Dio.

Diffondendosi dalla città vescovile verso il territorio circostante, la presenza cristiana si attesta innanzitutto in alcune località geograficamente socialmente già significative e qui organizza il territorio circostante, praticamente come un’unica grande parrocchia.

Particolarmente interessante il documento moltrasino del 1058 con cui Enrico da Vignola ed Enrico detto Forte, consoli di Moltrasio, vietarono di piantare gli alberi sulla costa del monte appena disboscato e destinato alla coltura della vigna. Se la data del documento, pubblicato agli inizi del secolo da Piero Buzzetti, è corretta, si tratta di una precocissima testimonianza della capacità di emanare ordinati da parte di un comune rurale.

La gestione dei boschi e dei pascoli di proprietà pubblica era senza dubbio una delle principali preoccupazioni dei comuni rurali del Lario, come è dimostrato dagli esempi di Torno e Moltrasio. Purtroppo non è sopravvissuta alcuna documentazione di questo tipo attinente a Nesso, ma i beni comuni sono frequentemente ricordati nei documenti come confinanti ai terreni privati: non si può dunque dubitare che essi avessero grande importanza ( ancora nel ‘700 il comune possedeva oltre metà dei terreni del borgo ) e svolsero un ruolo fondamentale in un centro in cui l’allevamento del bestiame aveva una grande importanza.

Non è facile ricostruire come fosse il paesaggio nel territorio nessese nel medioevo. I documenti a nostra disposizione descrivono vari appezzamenti di terreno, illustrandone sinteticamente le colture: campo a cereali (“terra laborativa”), vigna (“terra vineata”), bosco (“silva”), prato (“terra prativa”) o varie combinazione di esse. Molto raramente però è possibile sapere qualcosa di più su di esse, le loro dimensioni, la forma, quali piante vi fossero allevate.

Qualche informazione su come i nessesi del medioevo percepissero il loro territorio può fornirla la microtoponomastica, ossia i nomi forniti dai documenti alle località dove si trovavano i campi, nomi, peraltro, spesso sopravvissuti fino ad oggi.

Quali erano dunque, i punti di riferimento che si offrivano ai Nessesi per ritrovarsi nel loro territorio? Alcuni ovviamente erano costituiti da costruzioni di particolare importanza: ecco dunque alcuni campi ed orti siti sotto la località Vico, campi e viti siti presso la chiesa di S.Maria, campi e prati siti presso il Mulino “Cirixolum” e, nei pressi del borgo, un campo “Alla Porta” e uno presso la “Portezella”, evidentemente posti presso le fortificazioni. Anche le strade i sentieri che attraversano il territorio davano spesso nome ai campi ed ai boschi ( per esempio, un campo con viti situato “subtus stratam de Zelbio”). Spesso i toponimi facevano riferimento ad elementi del paesaggio, quali le piante: l’abbondanza di noci dava nome ad esempio alla “Valle de Noxedum”, ancora oggi “Valle Noséé” sulla strada per Zelbio, dove si trovano i campi, vigne e, ovviamnte, boschi con noci e castagni. I castagni dovevano inoltre prevalere nella zona detta “Castenetam”, dove si trovano alcuni campi, così come i frassini dovevano caratterizzare la località omonima (“Ad frassinum”) sita non lontano da Zelbio. Sul lago prendevano il sopravvento gli ulivi, come attestano i toponimi “Olivala” e “Ad Zocham de Olivala”. Molto interessante è il toponimo “La Taliata”, che denominava alcune selve: si trattava probabilmente di un bosco ceduo, destinato al taglio. Anche i massi erratici, così tipici di queste montagne, davano nome ai campi detti Al Sasso (“Ad sassum”), Alla Pietra Grossa (“Ad pedram grossam”) e Alla Pietra Piatta (“Ad pedran platam”). Sperse qua e là per le campagne dovevano poi trovarsi lacune croci, forse simbolo della pietà popolare e forse, strumenti per delimitare il territorio.

Il territorio nessese venne reso coltivabile grazie alla diffusione dei terrazzamenti, anche oggi caratteristici del paesaggio della zona e che nella documentazione medioevale venivano indicati come campi situati “uno sopra l’altro” (“unum super aliud”).

L’agricoltura nessese pare essere stata destinata essenzialmente all’autoconsumo da parte degli abitanti del borgo, e ciò nonostante non sempre doveva essere sufficiente: almeno nella prima metà del Quattrocento i Nessesi dovevano rivolgersi ai vicini Tornaschi per le forniture di vino. Per quanto riguarda i cereali, dai contratti che prevedevano il pagamento di fitti in natura, si può notare come venissero coltivati soprattutto i grani destinati alla panificazione, quali il frumento, la segale e il miglio, ma non mancavano anche cereali minori, come l’orzo e il panico, utili per le zuppe e le minestre.

La forte vocazione all’autoconsumo dell’agricoltura nessese lasciava poco spazio alle altre colture, in particolare ai frutteti, rei di sottrarre luce ai preziosi cereali. L’unico albero presente con una certa frequenza nei pressi del borgo era l’ulivo, anche se si trattava sempre di presenze sporadiche.

Se nei dintorni del borgo e nelle zone meglio insolate terrazzamenti e spianate erano occupati dai cereali, dalle viti e da qualche olivo, la maggior parte del territorio nessese era occupata dal bosco.

Nell’economia agricola di un paese di montagna come Nesso il bosco ricopriva un’importanza fondamentale: non solo infatti da esso provenivano legna per le costruzioni e legna da ardere, ma vi si portavano al pascolo le capre, pecore e maiali e la raccolta dei frutti costituiva un’importantissima integrazione del vitto delle famiglie.

Prima dell’arrivo della coltivazione del mais dall’America, fu il pasticcio di farina di castagne a ricoprire il ruolo che poi fu della polenta ed ancora nel secolo scorso i mugnai della zona di Faggeto Lario macinavano grandi quantità di farina di castagne. A causa di questa sua grande importanza il castagno era oggetto di particolari cure nei paesi del lago, a Torno, per esempio, era vietato scortecciare i castagni o farvi pascolare gli animali e il Comune promuoveva la diffusione di tali piante cedendo gratuitamente le terre a chi intendesse impiantarvene.

Per scoprire quali bestie erano allevate a Nesso, data la reticenza della documentazione locale, è opportuno rivolgersi alle “soccide” stipulate dai Nessesi con i Tornaschi davanti al notaio di quest’ultima località. La “soccida” era un tipo di contratto molto diffuso nel Medioevo, che associava un finanziatore ed un allevatore. Il finanziatore acquistava del bestiame e poi lo affidava all’allevatore che s’impegnava a versargli la metà di tutti i guadagni che n’avrebbe ricavato oltre che, talvolta, a rifondergliene anche il prezzo. I ricchi mercanti tornaschi fecero molti contratti di questo tipo con gli abitanti dei paesi del Lario e, fra questi anche con i Nessesi, ai quali affidavano pecore, capre, manzi e mucche.

Strettamente connessa con l’allevamento era la presenza sui monti di Nesso delle cascine (“cassine”), piccoli edifici rustici destinati a ricoverare temporaneamente i pastori e i loro atrezzi da lavoro: tali costruzioni, come a Torno, dovevano essere molto semplici, ad un solo piano, con un tetto di paglia o frasche. Col passare del tempo però le “cassine” tendevano a diventare più solide o complesse e nel corso del ‘400 ne compaiono alcune dotate di tetti in lastra di ardesia (o “aplodate”, coperte di pioeude) o con cortili, mentre nel XVI secolo, da un rapido spoglio degli estimi, appare evidente come ormai quasi tutte le cascine fossero costruite in muratura.

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RIORGANIZZAZIONE.

Paolo Ferrario Mostra tutti

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