Gatti

Gatti,   di Annalena Benini,  Il Messaggero, giugno 21

Cari gatti che abitate in casa nostra rifiutando i nomi che vi abbiamo dato, so che troverete patetica questa lettera: poveretta, è ricattatoria e retorica anche con le parole, non solo con i croccantini. Accetto che non abbiate nessuna stima di me, ormai chiedo solo un po’ di pietà. Avete vinto, questa è una resa. La casa è vostra, il divano è vostro, la poltrona di mia nonna ha resistito a una guerra mondiale ma non può niente contro voi due, quindi distruggetela pure. Ma anche il mio letto, il tavolo della cucina, il tappetino del bagno che anche se lo nascondo lo trovate e ci ballate il twist e poi preferisco censurare la realtà di quello che ci fate. E’ tutto vostro, anzi a questo punto vi ringrazio di avermi liberato dagli ultimi residui di un borghese senso della proprietà privata. Non so se Marx amasse i gatti, e non so se voi due abbiate degli antenati tedeschi, dei vecchi zii di quinto grado, però sono piuttosto sicura che i gatti abbiano ispirato in genere il concetto di espropriazione, requisizione e dittatura rivoluzionaria annoiata. Io lo accetto, gatti, sono dalla vostra parte, non mi risulta che abbiate mai lavorato un giorno in vita vostra ma non importa, capisco che dovete stare comodi ma con originalità e con stile, e se in quel momento la comodità è la mia unica giacca di seta, dovete prenderla, lanciarla per terra e sdraiarvici sopra. Se me la chiedeste del resto farei un po’ di resistenza, anche perché vi ho comprato una cuccia, una giostra, una palestra, vi ho comprato di tutto e avete anche espropriato il cane di quel che un tempo possedeva, quindi fate bene a entrare direttamente negli armadi e scegliere in base ai vostri gusti. Anche le gonne, certo.
Ho provato a mettervi le goccine nell’acqua, lo ammetto, le goccine per animali domestici narcisisti, ma le goccine a voi anziché calmarvi vi gonfiano l’ego, e a quel punto la vostra libertà di scelta si dirige sempre verso il mio computer. Volete dormire in due sulla tastiera mentre sto lavorando, ed è successo che abbiate mandato delle mail a mia insaputa. So che pensate di poter fare il mio lavoro molto meglio di me e sono sicura che è così, ma poiché avete sviluppato quel bellissimo concetto che è la vacanza perpetua, e poiché dal mio sostentamento dipende anche il vostro, vi prego di non farmi licenziare, almeno per quest’anno.
Come vi dicevo, questa è una resa. Il mio mondo è vostro, i miei figli vi appartengono e vivono nella vostra adorazione, i loro amici vengono a farvi visita e vi si inginocchiano davanti, portandovi in dono scatole vuote di Amazon dentro cui possiate divertirvi per qualche minuto, il cane ha paura di voi e abbassa gli occhi se vi incontra in corridoio. Voi lo prendete in giro ma lo ammirate anche, in virtù delle sue dimensioni e della grandezza della sua ciotola, che è diventata vostra. Lui si accontenta degli avanzi, noi tutti ci accontentiamo degli avanzi e degli angoli di divano rimasti liberi. L’altro giorno non riuscivo più a entrare in casa, ufficialmente perché avete deciso di dormire sdraiati contro la porta d’ingresso che è più fresca, e siete così grassi che è difficile spostarvi, ma ignoro quali siano le vostre reali ambizioni. Non vi chiedo poi molto: di poter andare in bagno da sola, qualche volta. Ma mentre io faccio la doccia voi fate le fusa, e mentre io faccio il caffè voi fate le fusa, e mentre divorate le copertine dei libri fate le fusa. Mentre leggo pagine sbrindellate, fate le fusa. Significa forse che vi piaccio almeno un po’? Non dovete rispondermi subito, so che siete molto impegnati a distruggere la casa, fate con calma.
Annalena Benini

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