Ricordare Mino Noseda

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COMO – Mino Noseda
COMO «All’ingegner Mino Noseda. Sono trascorsi vent’anni dalla tua scomparsa e se i compagni di partito, i colleghi del Comune, gli amici non si sono ricordati di te, non mi meraviglio più di tanto. Fa parte della vita. Quello che invece mi rattrista è che nessuno degli ex allievi, professori, colleghi e amici dell’Istituto Magistri Cumacini si sia ricordato, in tutti questi anni, di dedicarti uno spazio, un’aula, una stele, qualche cosa a ricordo dei tuoi trascorsi prima di professore, poi di preside. Ma soprattutto per testimoniare la tua dedizione per la realizzazione della nuova sede di Lazzago, da te fortemente voluta. Con rammarico, tuo fratello Marco». Questo pensiero, ispirato dall’amore fraterno, sembra evocarne un altro: «Il tempo si è preso quel che fu nostro – dice – Il silenzio l’ha disperso». Nel cuore delle persone rimangono le creature perdute, ma chissà se c’è ancora un cuore nella società, nella politica, nelle istituzioni.
Quel che fu nostro, trenta o quarant’anni fa. È cambiato tutto dai tempi dell’ingegner Noseda Beniamino detto Mino, un tecnico più che un politico, nato e cresciuto nelle fila della Democrazia Cristiana, un organizzatore, più che un ideologo e teorizzatore. Era nato nel 1938, era a capo di uno studio professionale avviato; docente e preside, certo volle a Lazzago la grande scuola che avrebbe dovuto continuare ed innovare l’ eccellente tradizione dei Magistri Cumacini. Ma voleva anche un’altra città e negli anni di Mino, per la verità, Como non veleggiava nella concordia, tre crisi e un’elezione in dieci anni. Furono gli anni di Noseda assessore ai trasporti, impegnato nella riorganizzazione del servizio, con la costituzione del Consorzio e dell’Azienda Comunale e negli anni successivi, ispirò l’acquisizione della Ticosa al patrimonio comunale e non per costruire condominii, ma per un centro di servizio allo sviluppo della città e dei dintorni. Ci stavano anche le residenze, ma soprattutto dovevano starci le «sfide» per il lavoro, la cultura imprenditoriale, la scienza e le tecnologie, perché era un patrimonio troppo prezioso. Già negli anni ’80, gli venne l’idea di trasferire l’ospedale Sant’Anna fuori città, aveva fatto i conti, come faceva sempre, sul ricavato dalla vendita dell’area e sulle strategie di riconversione; aveva già delineato il progetto anti-piene e il riordino della zona di Sant’Agostino, l’integrazione tra Fnm ed Fs, la tangenziale di Como. L’ingegnere che disegnò il futuro già allora lo disse: «A volte, devo dare una gomitata al mio vicino, nel partito o in consiglio comunale, perché mi sembra stia dormendo ad occhi aperti o stia parlando nel sonno. A chi tocca il futuro, se non a noi?».
Maria Castelli

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