Mario Lucini. Un ricordo biografico: la straordinaria linearità dell’opposizione condotta dal futuro sindaco in consiglio comunale per i 5 anni in cui è stato capogruppo del Pd

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Prendendo in considerazione anche soltanto gli ultimi 18 anni, l’asse di potere politico ed economico che aveva messo radici a Palazzo Cernezzi è parso per un lungo tempo inscalfibile. Non è stato un caso, infatti, che Forza Italia abbia colto a Como uno dei primi sindaci in assoluto (era il 1994, lo scomparso Alberto Botta vestiva la fascia tricolore per la prima volta). Non è stato un caso che lo stesso Alberto Botta, 4 anni dopo, sia stato confermato primo cittadino. E, venendo all’ultima decade – a dispetto di un secondo quadriennio Botta tutt’altro che esaltante – non fu casuale che, nel 2002, e poi ancora nel 2007, Stefano Bruni – commercialista di origini forziste, poi confluito nel Pdl, saldamente ancorato alla comunità ciellina – abbia vinto sempre al primo turno contro gli sfidanti d’occasione (l’ex sindacalista Giovanni Moretti e poi l’ultimo capogruppo regionale del Partito Democratico, Luca Gaffuri). 
Ma allora, cosa è “magicamente” cambiato nell’anima conservatrice di Como, con il vento della primavera 2012?
Prima di tutto, è mutata l’immagine del centrodestra in città, tra fallimenti amministrativi imponenti (le già citate Ticosa e paratie su tutti), litigiosità esasperate, riflessi negativi a livello locale della parabola discendente del berlusconismo nazionale (e, in parte, del leghismo storico). Tutti elementi – per sintetizzare – che hanno avuto la forza dirompente, con il passare dei mesi, di incunearsi in quella sorta di patto aprioristico tra i moderati elettori comaschi e il blocco politico di riferimento sempre lontano dall’arcipelago del centrosinistra. Ed è qui, da questo punto, dentro questa sorta di frattura epocale che è germogliata davvero la vittoria di Mario Lucini e del centrosinistra tutto. 
Ha contato, innanzitutto, la straordinaria linearità dell’opposizione condotta dallo stesso futuro sindaco in consiglio comunale per i 5 anni in cui è stato capogruppo del Pd. Un martellamento tecnico, minuzioso, talvolta estenuante, condotto su tutte le principali falle dell’amministrazione Bruni. Un accanimento quasi sempre soft nei toni, che, al momento del voto, pur senza accendere immaginifiche fantasie nell’elettorato, ha comunque innalzato la credibilità del personaggio al di sopra dei “dubbi” sull’opportunità di premiare un uomo e a una coalizione politica di centrosinistra. 

tutto l’articolo di Emanuele Caso  qui E Lucini espugnò Como.

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