Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane, testi a cura di Giorgio Dell’Arti, 24.1.2020

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Plinio
La Stampa

Quando si parla di archeologia, di solito il giornalismo si limita a raccontare. Il Progetto Plinio, invece, è nato grazie a un articolo su questo giornale e ha prodotto una ricerca scientifica su quella che, sempre più verosimilmente, è l’unica reliquia esistente di Gaio Plinio Secondo detto il Vecchio, scrittore, naturalista, filosofo e ammiraglio romano, cui si deve la prima operazione di protezione civile documentata della storia.

La cronaca del nipote
Quando, nel 79 d.C., il Vesuvio esplose sommergendo Pompei e Ercolano, Plinio era capo di stato maggiore della Marina romana e comandava la flotta ormeggiata a Capo Miseno. Con lui era il nipote Plinio il Giovane che ci ha raccontato la sua fine. Incuriosito dall’eruzione, lo zio stava per recarsi a vedere di persona, da solo, quando ricevette una disperata richiesta d’aiuto da Rectina, vedova di un suo collega, Sesto Licinio Basso. Resosi conto del disastro incombente per migliaia di persone cambiò i piani e mobilitò le sue quadriremi per recuperare – tramite lance – i cittadini ammassati sulle spiagge da Ercolano a Stabia. Fu il primo salvataggio di civili con mezzi militari della storia. Plinio stesso, a bordo della Fortuna, diresse verso Stabia per salvare il suo ricchissimo amico Pomponiano il quale aveva già caricato i propri averi su due naves a vela, rimaste inchiodate a terra dai venti contrari. A causa del mare agitato e dell’oscurità, per il ritorno fu necessario attendere sulla spiaggia.
Plinio, già 56enne e grosso di corporatura, ebbe un malore; chiese dell’acqua e, aiutato da due schiavi, si sdraiò. Tre giorni dopo, il suo cadavere fu trovato intatto, come se dormisse. Stando al Giovane, era stato soffocato dalle polveri, ma si parla anche di un odore di zolfo, tipico di un gas letale, l’acido solfidrico, emesso sovente dai vulcani.

Lo scavo
Nel 1900 un ingegnere napoletano, Gennaro Matrone, fa eseguire alcuni scavi nel suo terreno presso l’antica spiaggia di Stabia: emergono 70 scheletri ammassati in pochi metri. Le loro ossa non sono bruciate; forse li ha uccisi un gas. In disparte, si rinviene uno scheletro dai caratteri negroidi di 2,10 metri di altezza e – stranamente composto – quello di un uomo supino con accanto una brocca. La testa è appoggiata a un pilastro, ma soprattutto è carico di preziosissime insegne militari d’oro. L’ingegnere segnala la scoperta alle autorità ma, ignorato, vende gli ori a collezionisti stranieri. Un diplomatico francese gli suggerisce che lo scheletro potrebbe appartenere a Plinio.
Matrone pubblica in un libello questa ipotesi, che però viene derisa dagli archeologi. Tra questi, Giuseppe Cosenza, il quale ironizza sul fatto che un ammiraglio romano non potesse certo mostrarsi addobbato come «una ballerina da avanspettacolo».
Demoralizzato, Matrone conserva solo il cranio e il gladio, che finiranno, poi, definitivamente al Museo dell’Arte sanitaria di Roma.

L’indagine
Nel 2010 un altro ingegnere campano, Flavio Russo, archeologo sperimentale, pubblica per lo Stato Maggiore della Difesa il volume 79 d.C., rotta su Pompei, dove rivaluta l’attribuzione a Plinio. Nel 2017, La Stampa rilancia l’idea di Russo di far eseguire un esame isotopico sui denti per verificare dove il soggetto avesse trascorso l’infanzia (le acque possiedono isotopi diversi a seconda delle regioni, che restano imprigionati nello smalto dei primi denti permanenti). La notizia fa il giro del mondo e alcuni sponsor rispondono all’appello. L’Accademia di Arte Sanitaria costituisce la onlus Theriaca per acquisire i fondi di Sofia Medrano, Ivan Pavlov, Alessandro Francoli e Giorgio Nicastro.
Chi scrive coordina un pool di ricercatori di alto profilo: il primo esame è quello isotopico sui denti della mandibola (il cranio è privo di mascella superiore) condotto da Mauro Brilli, geochimico dell’Igag-Cnr. I risultati sono entusiasmanti: il soggetto, all’età di sei-sette anni, potrebbe essersi trovato (almeno in Italia) in un’area tra Appennino centrale e Pianura Padana comprendente anche Como, città natale di Plinio. Presto però arriva la doccia fredda: l’esame dell’età di morte del soggetto, condotta sugli stessi denti da Roberto Cameriere, docente di Medicina legale a Macerata, riporta un risultato impietoso: 37 anni. Non può essere Plinio, morto a 56.
Il pool di ricercatori vive un momento di sconforto, quando, a sorpresa, arriva il colpo di scena: l’antropologo fisico Luciano Fattore intuisce che la mandibola potrebbe appartenere a un altro soggetto. David Caramelli, direttore del dipartimento di Biologia all’Università di Firenze, insieme con Alessandra Modi, esegue l’esame del Dna antico e conferma: sono due uomini diversi. La calotta dell’ammiraglio era priva del massiccio facciale e Matrone aveva ricomposto il teschio prendendo «in prestito» un’altra mandibola, di un 37enne, appunto.
L’aplogruppo genetico viene poi studiato da Teresa Rinaldi, biologa della Sapienza: la calotta è compatibile con un cittadino romano-italico. La mandibola potrebbe essere riconducibile anche alla fascia nordafricana, soprattutto alla Numidia. Forse si tratta di quel nero altissimo? Uno schiavo-guardia del corpo? Plausibile, visto il rango dell’ammiraglio, tanto più che un terzo dei marinai romani erano africani. Tuttavia, l’esame isotopico sui denti esclude la provenienza africana. Forse un nero di seconda generazione, cresciuto in cattività in Italia. Ciò che conta è però la calotta. Fattore ne esamina le suture craniche: l’età alla morte stimata per la volta è di circa 45,2 anni, ± 12,6 anni (resta quindi plausibile fino ai 57,8) mentre per il sistema latero-anteriore è di circa 56,2, ± 8,5 anni. In questo caso, il valore centrale corrisponde curiosamente all’età di morte di Plinio.

Il gladio e i gioielli
Oltre alla posizione «dormiente» dello scheletro e alla credibile età di morte per la calotta, il soggetto possedeva un parazonio, una sorta di gladio, preziosissimo appannaggio di pochi alti tribuni. Adornato con conchiglie e molluschi d’oro, poteva ben appartenere a un ammiraglio. Alla mano destra, Matrone rinvenne un grosso anello aureo, tipico del ceto equestre cui apparteneva Plinio. Al collo, una pesante collana d’oro e alle braccia armille auree con teste di vipera affrontate. Entrambe si donavano a ufficiali meritevoli, e Plinio aveva alle spalle una gloriosa carriera militare. La vipera bicefala era una prerogativa di Agrippina e dei suoi protetti, tra i quali, appunto, Plinio. A questo, si aggiunga che, 40 anni prima, in un terreno vicino, era stata rinvenuta una navis carica di preziosi: una delle due con cui Pomponiano sperava di salvare i suoi tesori?
Quante possibilità vi sono, dunque, che questo ammiraglio romano non fosse Plinio? Ognuno tragga le proprie conclusioni. Una sola cosa è assolutamente certa: fino allo stato attuale degli studi nessun indizio è emerso per negare che quella calotta cranica appartenga veramente al grande personaggio.
Andrea Cionci

Plinio

L’Indipendente, domenica 21 novembre 2004
«Nono giorno prima delle calende di settembre (24 agosto) dell’anno 79.
Non credo esista delizia maggiore al mondo che godere di questo sole d’estate. Mi chiamo Gaio Plinio Secondo e ho cinquantasei anni. Tito è diventato imperatore poche settimane fa, ma a me la politica interessa poco adesso, anche se sono il comandante della base navale di Miseno, nella baia di Napoli. La vita di corte non mi è sconosciuta: tre anni fa, nel 76, ottenni da Vespasiano un incarico di responsabilità. Incontravo l’imperatore praticamente tutti i giorni. Più che la politica la mia vera vocazione è sempre stata la scienza. Ne ebbi la consapevolezza ormai vent’anni fa, nel 59, quando mi capitò di osservare un’eclissi di sole, in Campania. D’altra parte fin da ragazzo i miei amici mi chiamavano scherzando ”sapientone”».

Le strade lastricate di Pompei brulicano di gente e carri. Nel Foro c’è un mercato coperto che abbonda di ogni mercanzia: frutta e vini, pani, stoffe, pesci e carni. Lungo le vie, numerose botteghe. Ci sono anche i bar (“termopoli”) dove i passanti possono fermarsi un po’ per prendere cibi e bevande calde, contenuti in recipienti di bronzo incastonati nel bancone. In città i possidenti sono numerosi. Dedicarsi agli affari piace: sulla porta di casa sua un certo Sirico ha fatto incidere la scritta Salve lucrum, «Benvenuto guadagno». Ma il numero dei facoltosi cresce anche perché sono molti i romani benestanti che si stabiliscono a Pompei, desiderosi di fuggire la febbrile attività politica dell’Urbe (Campania felix si dirà allora). Tra questi anche i membri della famiglia imperiale. A tal proposito si ricorda un evento tragico capitato a Pompei nel 21, al tredicenne Druso, figlio dell’imperatore Claudio. Questi è intento a giocare con una pera, lanciandola in aria e riprendendola con la bocca, quando il frutto gli va di traverso e lo soffoca prima che i dottori riescano a salvarlo.
«Vivo a Miseno, dunque, con mia sorella Plinia e il di lei figlio, un ragazzo di diciotto anni che ha il mio stesso nome e che tutti chiamano Plinio il Giovane per distinguerlo da me. Non sono sposato e per lui provo un affetto di padre. studioso e coscienzioso, mi dà molte soddisfazioni. Osservando la dolcezza della spiaggia e di tutto il panorama, mi piace pensare ai miti che popolano questo luogo. Questo promontorio, Miseno, che prende il nome dal trombettiere di Enea scaraventato in mare dal dio marino Tritone, adirato dalla tracotanza dell’uomo che aveva osato sfidarlo nel suonare il corno. E Ulisse, che lungo questa costa veleggiò cercando di resistere al canto delle Sirene. Qui c’è serenità, anche se in questi giorni sembrano tutti spaventati. La terra pochi giorni fa ha tremato e forse più di qualcuno ha ripensato al terremoto che colpì queste terre sedici anni fa. Non nego che l’evento sia stato devastante, ma quel che è successo adesso non è paragonabile: nelle case qualche oggetto è caduto in terra, talvolta si son viste crepe nei muri, un paio di pozzi si sono seccati. Mi sembrano fenomeni di poco conto».

Nel 79 d.C. Pompei è ancora una città in via di ricostruzione. A mezzogiorno del 5 febbraio del 63, infatti, una forte scossa di terremoto aveva raso al suolo gran parte della città: era crollato il tempio di Giove coi suoi colonnati, come pure il tempio di Apollo e tutti gli edifici intorno alla piazza centrale, la Basilica, il tempio di Iside (si credeva che la divinità egizia proteggesse i naviganti). Inagibili i due teatri della città, di cui uno coperto. Malridotte le terme. Grazie però ai finanziamenti di Roma, la città pare rinascere ancora più lussuosa di prima, anche se nessuno s’interroga sulla causa della catastrofe. Aiutano nella ricostruzione di Pompei anche i cittadini più ricchi. Per esempio un facoltoso liberto, rampollo della gente Popidia (tra le più altolocate della città) fa ricostruire il tempio di Iside a sue spese, in nome del figlioletto di sei anni. Come ricompensa il fanciullo viene elevato dal senato della città alla carica di consigliere municipale (si tratta di un riconoscimento onorifico, visto che il bambino avrebbe potuto ricoprire la carica solo all’età di trent’anni). I ricchi si fanno ricostruire case sempre più sfarzose e finemente affrescate, ogni stanza è decorata secondo l’uso: quelle dove si ricevono gli ospiti con scene mitologiche, atri e porticati che chiudevano i giardini con paesaggi e soggetti rustici, i triclini, dove si mangia, con nature morte di frutta e verdura.

«Ero appena tornato a casa dalla spiaggia, e stavo pensando di dedicarmi ai miei amati studi, quando un rombo fortissimo ha catturato la mia attenzione. Mia sorella pallida in volto è corsa da me per mostrarmi una cosa eccezionale, cioè quella enorme nuvola che si è formata al centro del cielo. Correndo su un’altura ho potuto vedere che aveva la forma di un pino: un tronco altissimo, in cima una chioma candida macchiata qua e là da polvere e detriti portati in alto. Secondo me il fenomeno merita un’osservazione più attenta. Comunque ora non ho tempo. La mia amica Rectina, che ha una villa proprio alle pendici del Vesuvio, mi ha fatto sapere di aver bisogno di aiuto. Salperò con le mie quadriremi per andare a calmare lei e tutti quelli che, come lei, sono spaventati a morte. Ho chiesto a mio nipote se vuole venire con me, ma lui ha rifiutato».

I magistrati hanno l’obbligo di offrire ai cittadini svaghi e divertimenti. I giochi possono essere di diverso tipo: corse con i carri nel circo (ludi circenses), rappresentazioni teatrali (ludi scaenici), spettacoli anfiteatrali (munera); combattimenti dei gladiatori. Il primo teatro costruito a Pompei ospitava fino a 5000 spettatori. Ma spettacolare era quello edificato nell’80 a.C. da Caio Quinzio Valgo e M. Porcio subito dopo la loro elezione alle più alte magistrature civiche. Capace di contenere circa 16.000 spettatori di cui 13.000 seduti, aveva un velario teso sopra l’arena e le gradinate per riparare gli spettatori dal sole. A quei tempi nemmeno a Roma c’era un impianto simile. Nel 59 dopo Cristo, lì si registra uno scontro tra i sostenitori dei gladiatori locali e quelli di Nocera. Prima uno scambio d’invettive tra fazioni opposte, segue un lancio di pietre, poi le armi: da un nonnulla (levi initio) si degenera presto in una carneficina (atrox caedes). Tra le due tifoserie ha la meglio quella di Pompei, degli altri «molti sono riportati a casa con il corpo mutilato per le ferite, e molti piansero la morte di figli e genitori» (lo racconta Tacito). In seguito, le autorità decidono la squalifica decennale per l’anfiteatro pompeiano, mentre l’organizzatore dei giochi e i capi dei violenti vengono condannati all’esilio. Comunque i gladiatori restano molto amati dalle folle e soprattutto dalle donne. In particolare ce n’è uno, tal Celado, che viene definito “sospiro delle ragazze”.

«La situazione è molto più grave di quanto si potesse supporre. Mentre mi avvicinavo con le navi alla casa di Rectina, una parte della montagna è franata impedendoci non solo di avvicinarci alla riva, ma anche solo di pensare di poter salvare le persone che si trovano lì. Spaventato eppure convinto che la fortuna aiuta gli audaci, ho puntato le quadriremi verso Stabia, proprio dalla parte opposta del Golfo rispetto a Miseno. Lì si trova il mio amico Pomponiano: l’ho trovato che aveva già caricato le navi con tutti i suoi averi, trattenuto a riva dal solo vento contrario. Intanto dappertutto è cominciata a cadere una cenere calda e densa, come se nevicasse. Poi anche pietre nere roventi. Il mare sembra ritirarsi, lasciando sulla sabbia pesci agonizzanti. Il mio carissimo Pomponiano era fuori di sé, ho cercato di calmarlo raccontandogli che quei bagliori lontani che si vedevano lungo il fianco del Vesuvio potevano essere le case incendiate dai contadini prima di abbandonarle. Questa fuliggine rende difficile il respiro, ma ho cercato lo stesso di mostrarmi tranquillo. Addirittura mi sono seduto alla tavola del mio amico e ho cenato. Poi ho detto d’essere stanco e mi sono ritirato nella camera degli ospiti»

Gaio Plinio Secondo nacque nel 23 o 24 d.C. a Como. Apparteneva a un’agiata famiglia dell’ordine equestre, costituito da ricchi proprietari, uomini d’affari, appaltatori di lavori pubblici. Da ragazzo amava andare in cerca di erbe con cui fare gradevoli infusi, ma anche stare coi suoi coetanei, insieme ai quali andava a pescare nel lago di Lario (com’era chiamato il lago di Como), specialmente nel mese di maggio, quando era facile prendere strani pesci dalle squame aguzze come chiodi. Poi fu anche a Roma, dove esercitò l’avvocatura. Agli ordini di Pomponio Secondo, scrittore di tragedie e comandante militare, Plinio restò in Germania prestando servizio militare dal 46 al 58. Vero modello di funzionario imperiale, ricoprì anche importanti incarichi amministrativi durante i regni di Vespasiano e Tito. La sua massima opera è la Naturalis Historia, testo scientifico enciclopedico in 37 libri. Leggeva di continuo, e per non lasciare inutilizzati i momenti del pranzo e della cena, come quelli del bagno e delle passeggiate, si faceva accompagnare da uno schiavo che gli leggesse qualcosa a voce alta o prendesse appunti su ciò che egli diceva (era solito ripetere: «Non c’è nessun libro così spregevole da non poterne ricavare qualcosa»). Una volta, assistendo a una lettura con altre persone, uno dei presenti fermò il lettore per fargli ripetere alcune parole pronunciate male. Al che Plinio disse: «Ma tu le avevi capite queste parole?»; quando quello rispose di sì, aggiunse: «Perché allora fargliele ripetere? Per questa tua interruzione abbiamo perso la lettura di altre dieci righe». Il suo sapere pressoché sconfinato fa mostra di sé nella Naturalis Historia, dove Plinio tratta di astronomia e geografia, zoologia e botanica, mineralogia, storia dell’arte e architettura, senza dimenticare la fisiologia e la botanica. Per capire come riuscisse a legare insieme gli argomenti si può considerare il passo in cui esamina il colore degli occhi umani. Da qui parte una descrizione degli occhi degli imperatori: quelli di Tiberio potevano vedere anche di notte, Augusto li aveva azzurri e con la cornea più grande del normale. Quelli di Caligola erano fissi e stralunati, quelli di Nerone erano blu e miopi. Poi seguivano considerazioni psicologiche «Gli occhi dell’uomo più di quelli degli altri animali esprimono la moderazione, la clemenza, la misericordia, l’odio, l’amore, la tristezza, la letizia».
Giorgio Dell’Arti
(e Plinio il Giovane)

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