Un ricordo per me prezioso perché è il ricordo di un Testimone, SANDRO LUKACS, scrittore di origine ebraica vissuto a Como, recentemente scomparso …, memoria di Vincenzo Guarracino, 2020

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Evento forte e commovente, lo ha definito così il mio amico Agnello Ogliaroso, autore della foto: si riferiva a un incontro a Villa Olmo, a Como, il 26 gennaio del 2019, in occasione della Giornata della Memoria.
Un ricordo per me prezioso perché è il ricordo di un Testimone, Sandro Lukàcs, scrittore di origine ebraica vissuto a Como, recentemente scomparso, alla fine di dicembre 2019, lasciandoci un preciso e forte messaggio:
 
“Ebrei sono tutti quelli che soffrono, umiliati della storia, esuli”

È morto alla vigilia del nuovo anno 2020 e alle soglie del suo 98° compleanno, Alessandro Sandor Lukàcs, medico e scrittore, lasciandoci in eredità ben quattro libri, scritti in età ragguardevole, Via Mala (2001), Un’agente segreta a Mauthausen (2002),  Il Talmudista (Libri Bianchi Editore, 2009) e per ultimo un’antologia, traduzioni con testo a fronte, Liriche del primo Novecento ungherese (2019), che ripercorre la poesia magiara novecentesca attraverso 9 autori (Ady Endre e Attila Jozsef, su tutti), a testimonianza di un tenace radicamento nella cultura ebraica e ungherese e in omaggio alla purezza di un passato non rimovibile, neppure nei suoi aspetti più tragici.
Nato nel 1922 a Ujpest, in Ungheria, Sandòr Lukàcs, per colpa delle leggi in vigore nel suo paese che gli avevano impedito di continuare gli studi, era stato costretto a svolgere i più diversi mestieri, compreso il calzolaio. Deportato nel 1943 prima in Romania e, dopo una fuga fallita, in un sottocampo di Mauthausen, in Austria, si era trasferito dopo la fine della guerra in Italia e con l’aiuto del fratello medico si era laureato in medicina e chirurgia a Pavia.
Ottenuto la cittadinanza italiana nel 1962, fino al 1971 aveva lavorato presso la Clinica Odontoiatrica dell’Università di Milano, per poi approdare all’Ospedale Sant’Anna di Como in qualità di primario, fino al pensionamento.

Dei tre romanzi, usciti i primi presso un editore comasco (Ibis) e il terzo presso un editore milanese (Libri Bianchi),  a rivestire la più grande importanza, sia per la materia che per i motivi ideologici e morali che lo tramano, è soprattutto Il Talmudista, una storia di grande forza e verità, posta all’insegna del perdono, simboleggiato dal Kol Nidré, la preghiera recitata in sinagoga prima dell’Espiazione, collocata proprio in apertura quale emblema della riconciliazione dell’autore col proprio passato.
Una tessera ulteriore al mosaico della grande letteratura sulla Shoà, che pone molti interrogativi, posto com’è al termine di una vera e propria trilogia della memoria: come per liberarsi da un peso insopportabile, nella convinzione che “tutti i dolori sono sopportabili, se li metti dentro una storia”, giusto l’esergo della Blixen.
Un libro di dolorosa sostanza autobiografica, dunque, ancorché dissimulata sotto vesti romanzesche, in cui si mette il dito su una ferita ancora aperta e cui ci si sforza di dare faticosamente e coraggiosamente un volto e un nome. “Si impiegano decenni per ricordare quello che si voleva dimenticare”, ammette l’autore che dall’alto delle sue, all’epoca, 88 primavere può ben consentirsi di guardare al suo passato, costellato da non pochi lutti e sofferenze (ben nove membri della sua famiglia deportati a Guskirchen e due soltanto, lui e un fratello, sopravvissuti), dopo averne elaborato e assimilato i fantasmi.
Il libro racconta il dramma di Josif, uno “impegnato da una vita nello studio dei testi sacri” e che cerca Dio non “come espressione etica della religione rivelata”, ma “solo come compagno di strada durante le lunghe marce da un Campo all’altro” (come si dice nel risvolto), consapevole che solo nel colloquio con Lui può annegare l’orrore per la ferocia di cui lui è vittima in quanto espressione di un popolo perseguitato.
Sfuggito al campo di Mauthausen e disperato, al punto da essere tentato di di porre termine alle sofferenze con la morte, viene salvato da una donna, una nazista, che lo accoglie nella sua casa e insieme vivono un’esperienza d’amore, che si tramuta per entrambi in un’occasione di riscatto. Tutto avviene in una notte, che cambia il corso dell’esistenza ad entrambi. È grazie a Judith, si chiama così la donna, che Josif ricupera il senso della vita e un nuovo sguardo sul mondo al termine di uno stringente e drammatico colloquio, un vero e proprio psicodramma, che chiama in causa il suo stesso essere ebreo. “Chi è un ebreo? Lei che lo è, può dirmelo”, gli chiede Judith, e lui: “Ebrei sono tutti quelli che soffrono, umiliati della storia, esuli. È questo l’ebreo e prima poi tutta l’umanità potrebbe esserlo”. Ma lui stesso è per la donna l’occasione di un riscatto dal delirio dell’ideologia che l’ha condizionata per una vita. “Se si può diventare nazisti durante un’esperienza di vita, allora si può ridiventare uomo in una sola notte”, è questo, dice l’autore, il filo conduttore così di questa storia, come di tutte le storie.
L’alba li troverà entrambi, l’ebreo e la nazista, accomunati da due cose: dalla consapevolezza di essere stati toccati dalla misericordia del Signore (per “ricordare che l’umanità merita di sopravvivere”) e dalla responsabilità, dal dovere morale di testimoniare la conquista di una nuova umanità, attraverso l’amore che da quel momento li legherà indissolubilmente, per sempre, su quegli stessi campi in cui sono sepolte e custodite per sempre le ceneri di vittime e carnefici.

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