L’uomo dell’antichità aveva un rapporto privilegiato con la natura, che per lui era animata e sacra, e definiva
l’essenza, l’anima, la forza del luogo:
una forza percepibile al punto da indurlo ad interpretarla come una divinità, personificazione degli elementi naturali, monte, pianura, fonte o fiume che fossero. Si parlava quindi di genius montis, valli, fontis,fluminis.
C’era poi anche il genio delle terme, del teatro, delle stalle (genius thermarum, theatri, stabuli), del villaggio, della città (genius vici, oppiai). E c’era il genius huius loci, il genio di questo luogo, senza altra specificazione.
Il genius loci, che poteva avere carattere benevolo ma a volte anche malevolo, era quindi individuato sia in luoghi edificati sia in località naturali dalle quali emanava una particolare radiazione. A lui erano consacrate grotte naturali, boschetti, alture, che sovente venivano corredati di semplici altari e circoscritti con pietre per delimitarne l’accesso. Anche singoli alberi potevano essere oggetto di culto.
Col cristianesimo il genius loci perde importanza, ma la riacquista nel Medioevo sotto forma di luogo di pellegrinaggio; e resta comunque sempre presente nella mentalità popolare come credenza nelle fate, negli gnomi, negli spiriti benigni e maligni legati a determinati luoghi. Li ritroviamo nelle fiabe di tutto il mondo e nelle leggende locali.
Con l’avvento dell’illuminismo e del razionalismo tutto viene smitizzato e, diciamolo pure, privato di gran parte del suo lascino. Al genius loci non si crede più, lo si interpreta come proiezione della psiche primitiva. Diminuisce anche l’interesse per il paesaggio inteso come natura libera e animata; i giardini, pur splendidi, divengono creazioni dell’uomo, natura addomentata e deformata.
Con l’epoca romantica il genius loci, ingiustamente dimenticato. viene riscoperto: si ritorna al paesaggio naturale, si riscopre il fascino della natura incontaminata.
In Paola Giovetti, I luoghi di forza, Mediterranee, 2002, p. 9
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