su Nesso – Coatesa e gatti: da una lettera di Luciana ad una amica

Nesso ormai ha chiuso i battenti: le 3 belve sono qui. Hanno ripreso gli antichi ritmi di divisione degli spazi.

Miciù ormai è fissa nella nostra camera da letto, dove attende con impazienza il suo turno di coccole che arriva al momento del mio coricamento prima e, se va bene, anche un po’ più tardi in corrispondenza di quello di paolo. La porta rimane chiusa durante la notte.
Chat Noir sta bene: ha perso totalmente il suo giallore e anche urine/feci hanno un bel colorito sano. Che sta bene lo si capisce dalle sue incursioni. Non è stato facile per lui riadattarsi agli spazi dell’appartamento e ha ben pensato di sostituire le piante con le tende. Ma su questo ormai mi sono rassegnata.
Luna impavida continua a servirsi di tutte le ciotole e lettiere che incontra sul suo cammino a conferma della sua dispotica supremazia. In ogni caso per il momento non sono ancora volati boli di pelo, per cui la convivenza resiste nonostante le reciproche antipatie.
Resta ancora in sospeso il trasloco della flora. Ibischi, piante grasse, camadoree, erba miseria, anturium, sono a rischio freddo e quindi non ce la sentiamo di farli gelare all’aperto. Fra un po’, il nostro soggiorno avrà l’area calpestabile ulteriormente ridotta per ospitare un numero di vasi che cresce ogni anno grazie ai trapianti di paolo.
Le zucche di albenga sono state il nostro salvataggio in materia di zucchine, devastate dalla grandine. La produzione, sia pur tardiva, è stata buona, se consideri le dimensioni.
Ora nell’orto rimangono un po’ di cespi di insalata autunno/invermale piantati in agosto e qualche peperone verde, a testimonianza della resilienza. Pensa che i pomodori datterini sono diventati rossi proprio sul finire di settembre! E anche i bulbi di dalie che di solito fioriscono aluglio, non hanno mancato di commuoverci con i primi fiori spuntati anch’essi dopo il 25 settembre.
Decisamente un anno insolito.

cogli l’attimo: da una parte Chat noir, dall’altra la gatta Luna. E nell’orto verde sir Richard

Sono in soggiorno.

Volto lo sguardo e vedo il gatto nero Chat Noir sparapanzato sulla sinistra del balcone.

Volto lo sguardo a destra e vedo gatta Luna che dorme molto profondamente sulla sedia di paglia.

Prima, nell’orto verde, il gatto sir Richard trovava riparo

Fuori tuoni da lontano e passeggero temporale estivo

Conversazione sui gatti fra Luciana e una amica

Fulvia è bellissima e capisco l’innamoramento. Con Chat Noir era successa la stessa cosa: dopo averlo visto con le sue montagne di pelo erette sulla schiena, io e paolo siamo tornati in casa in silenzio, probabilmente pensando tutti e due la stessa cosa, visto che il giorno dopo tornando dal lavoro ho trovato a casa il felino con già fatta la prima visita veterinaria.

Direi che anche la loro vacanza è andata bene. Per il ritorno Paolo li ha attesi a Como, visto che Laura e Vilmo dovevano venire in città per fare la spesa e quindi hanno evitato loro il trauma del doppio trasloco di macchina (Per scendere da arcaland alla piazza del paese, o si fa un pezzo a piedi oppure si usufruisce di un loro passaggio sul furgoncino).

Ci hanno accolti festosamente Chat Noir cercando le ginocchia, Luna strofinandosi sulle gambe e Miciù con grossi ronronamenti.

Ora tutto è tornato come prima con le caratteristiche che già conosci.

Non so come finirà con Fulvia … ma se decidi che dove c’è posto per due, anche un terzo può arrivare, bè: auguri! sarete voi a dovervi adattare a loro!

 

Preparativi per una vacanzina e soggiorno dei gatti presso gli amici degli animali di Arcaland

Carissimi Laura e Vilmo, eccoci qua al soggiorno dei nostri magnifici tre. Lascio qualche indicazione utile per la loro vacanza: 

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Gatta grigia Miciù, quindici anni

E’ quella più scontrosa  che va sicuramente tenuta isolata dagli altri.

E’ sempre molto diffidente e entra in allarme se vede altri esseri viventi. Può capitare che talvolta vomiti: le succede quando è ansiosa e sente che nelle vicinanze ci sono altri gatti, per cui nel timore che le si avvicinino mangia tutto in fretta e poi si ingozza.

Comunque in genere si sa autoregolare, per cui non ci sono problemi a darle il suo misurino di crocchette e lasciargliele. Al mattino le lascio anche mezza bustina di cibo morbido.

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Gatta marrone tigrata Luna, 11 anni

Ha molto sviluppato il concetto di territorialità e cerca di conquistare più spazio possibile, soffiando se incontra qualche suo simile.

Ha i dotti nasali chiusi, quindi ha una lacrimazione quasi costante dagli occhi. Lascio in dotazione una bottiglietta con un po’ di camomilla, se avete eventualmente voglia di asciugarglieli con un po’ di carta igienica inumidita (io in genere lo faccio una volta al giorno o di sera o di mattina).

E’ una gatta abbastanza ruffiana e non teme il contatto con gli umani; siccome però è lunatica, talvolta morde.

Come Miciù, sul cibo si autoregola, pur non disprezzando incursioni nelle ciotole altrui.

Anche per lei la dose giornaliera di un misurino di crocchette in genere è sufficiente, più la mezza bustina avanzata da Miciù.

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Gatto nero Chat Noir, età stimata 3-4 anni

E’ il più problematico per via della salute (ha mal di fegato), ma è il più coccolone e cerca il contatto con gli umani, anche se qualche volta, per giocare, morde.

Per lui è necessario non superare il misurino giornaliero di crocchette e suddividere il pasto in almeno due momenti (mattino/tardo pomeriggio) perché tende a far fuori tutto e può venirgli una colica.

Ultimamente abbiamo notato che è diventato meno vorace e, forse, sta iniziando anche lui a autoregolarsi, ma è meglio non rischiare.

Per riassumere, sulle porzioni di cibo:

tutti e tre hanno diritto a un misurino al giorno di crocchette (un pacco è destinato a Luna e Miciù “old cats” e un pacco per Chat Noir), mentre Luna e Miciù possono avere una bustina al giorno divisa in due (se non la mangiano tutta, il giorno dopo date pure solo le crocchette).

Tutti e tre bevono in abbondanza.

Speriamo proprio che i tre non vi diano problemi. In ogni caso Paolo porta a Lecce il computer, per cui potremmo scambiarci notizie via face book.

Per loro è la prima vacanza “protetta”, non vi preoccupate se avranno qualche reazione strana. D’altro canto sappiamo che Luna e Chat Noir  non sono gatti molto in forma e che Miciù è una vecchierella!

Noi partiamo tranquilli sapendoli in un luogo meraviglioso e in mani ottime!

Grazie e a presto

Luciana

Immagine News NodoLuciana Quaia – INTIME ERRANZE
Segnalazione sul sito di A.I.M.A. Milano Onlus

Ennesimo riconoscimento per il volume di Luciana Quaia Intime erranze. Il familiare curante, l’Alzheimer, la resilienza autobiografica (NodoLibri, Como 2012), segnalato in home pagesul sito di A.I.M.A. Milano Onlus – Associazione Italiana Malattia di Alzheimer tra le “letture consigliate”.Si ricorda che Intime erranze di Luciana Quaia è finalista alPremio Nabokov 2012 nella categoria saggistica. Alla serata di premiazione, che si terrà a Novoli (Lecce) presso il Teatro Comunale (Piazza Regina Margherita) sabato 26 gennaio 2013alle ore 18:00, verranno consegnati attestati e riconoscimenti a tutti i finalisti. Tutti gli autori verranno chiamati sul palco e potranno presentare la propria opera

ARCALAND, la storia dei gatti continua

Andare nel Salento è un desiderio che mi accompagna da anni, così come quello di navigare il Po e vedere il suo delta, possibilmente in un clima di nebbia rarefatta.

Sono quegli accenni che nella vita di coppia ogni tanto si affacciano, si accarezzano, si progettano con la fantasia e terminano sempre con la fatidica frase: “E la gatta?”. Situazione che si è maggiormente complicata da pochi mesi a questa parte: “E i tre gatti?”.

Ci voleva un evento forte per dare una scossa a questi pensieri.

Sempre nel pourparler, infatti, il tempo per realizzare il desiderio coincideva con la presunta morte della povera ignara Miciù. Prima di procedere con una sua sostituzione e per rielaborare il lutto della perdita, un breve soggiorno al Sud sembrava il rimedio ottimale. La quota di tre, però,faceva apparire  il progetto irrealizzabile.

Ci ha pensato Nabokov a dare la mossa.

E allora oggi, grazie alla provvidenziale segnalazione di amiche fantastiche, siamo andati a conoscere la soluzione del nostro problema.

Che già al telefono le premesse erano molto, molto accattivanti. Perché quando una voce ti annuncia, dopo aver fissato data e ora di appuntamento,

Bene, così vi presento le mie galline!”

tu capisci che il luogo ancora sconosciuto non può non esserti amico.

Molte le coincidenze: stessa riva del lago, stessa localizzazione un po’ impervia (nel senso che c’è un breve tratto da fare a piedi), stessa concezione dell’amore della natura e degli animali e probabilmente dell’altro cui il tempo darà modo di palesarsi.

Già la felicità di sapere che i nostri complicati quattro zampe sarebbero stati degnamente accolti, ci pareva un successo strepitoso. A poche ore dal ritorno da Arcaland questo sentimento si è ulteriormente accresciuto.

I due squisiti padroni del luogo, infatti, ci hanno accolto con genuina simpatia al limitare del bosco, dove sorgono qua e là rifugi, capanne, casupole attrezzate per la gioia di tutti gli esseri viventi che hanno la fortuna di transitare nei pressi. Selvatici e domestici.

Fra i domestici abbiamo conosciuto

le ormai famose galline, di cui una praticamente “da casa” (anche le galline hanno il loro carattere e i loro limiti di sopportazione),

due cani,

quattro tartarughe,

quattro gatti,

una serie di pappagallini.

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Fra i selvatici siamo riusciti ad avvistare uno stormo di verdoni e le tipiche cunette di terra formate dalle talpe.

La sorpresa poi è stata la visita del “Cat hotel” un vero cinque stelle adibito per tutte le tipologie di felini, da quelli più socievoli a quelli più scontrosi, attrezzati di uscite di sicurezza, porte di collegamento, vetrine con vista, tronchi tiragraffi, scalette a pioli, giochi e angoli di relax di indiscutibile piacevolezza.

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Insomma fra noi elettrizzati per la vacanza a Lecce e Miciù, Luna e Chat Noir destinati ad un soggiorno ad Arcaland, davvero non so chi ritenere più fortunato.

Un unico dubbio: e se poi non volessero più tornare nel nostro angusto appartamento di città?

Luciana parla DEI GATTI, in una lettera privata ad una amica

Chat Noir è sicuramente malato di fegato. Difficile fare una prognosi. Probabilmente il mese prossimo gli faremo pure l’ecografia, ma dubito che ci darà chiarimenti in merito, essendo la colica esaurita. Temo che sia qualcosa di più grave, anche se non mortale, almeno spero.
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Luna è recidivante con la congiuntivite, per cui lunedì nuova visita veterinaria e nuovo trattamento antibiotico. Qui la causa pare la chiusura dei dotti nasali; il liquido lacrimale non potendo seguire il suo percorso naturale attraverso il naso, si ferma e causa proliferazione di batteri e infiammazione cronica. Quindi anche per lei è difficile sperare in una guarigione.
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Miciù, l’unica a godere di buona salute fisica, sta cumulando tensioni psicologiche e praticamente non si muove dallo studio, dopo aver subito un attacco violento da Luna che l’ha aggredita pesantemente e sui cui sono fortunatamente riuscita a intervenire, separandole.
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Aggiornamenti sulla GATTERIA DI COMO, da una lettera di Luciana ad una amica

Ti aggiorno sulla gatteria: mentre sto battendo i tasti non vedo lo schermo perchè Chat Noi è qui davanti a me e me ne impedisce lo sguardo.

Luna ha finito oggi l’antibiotico agli occhi e lunedì quelli via iniettiva. Sta molto meglio.

Abbiamo aperto qualche porta che però rigorosamente chiudiamo di notte per evitare che il malefico maschio si mangi tutto. Durante il giorno, capita che i tre (tendono ognuno a conservare il proprio posto) si incontrino. Luna e Chat Noir non si creano problemi: si studiano e Luna sa molto bene difendere la propria posizione. Miciù invece continua ad essere inquieta e a soffiare in continuazione. Non si muove dallo studio e anche quando di notte arriva in camera da letto è molto guardinga, probabilmente per gli odori che sente.

E’ quella che risente di più dei cambiamenti, ma a parte grandi rumori di ringhi e soffi, non mi pare che se le siano suonate.

Speriamo in bene.

 

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CAT HOSPITAL, di Luciana Quaia. Cioè su: Miciu, Luna, Chat Noir

Poco meno di trent’anni fa, al cospetto di quello che sarebbe diventato il nostro luogo di vita in comune, ci trovammo a prendere una decisione definitiva: il nostro appartamento avrebbe avuto il minor numero di porte possibili.

La scelta sicuramente era condizionate dalle dimensioni e dalla disposizione dei vani. Mancando infatti il “riscontro d’aria”, tutti i locali della casa sono localizzati sul lato est dell’abitazione e si affacciano su un lungo e spazioso corridoio.

Bibliofili entrambi, non ci fu bisogno a quei tempi di grandi negoziazioni: il corridoio della zona “notte” avrebbe accolto un armadio lungo tutta la parete, cosicchè lo spazio di quell’ingombro avrebbe ceduto il posto alla gigantesca biblioteca che Paolo aveva appositamente progettato nel suo appartamento da single.

la biblioteca di Via Venturino:

A questo punto la porta che divideva il corridoio “giorno” da quello sequenziale costituiva un deciso ostacolo, poiché la sua apertura avrebbe interferito con la porta dell’armadio che là doveva essere collocato. Per cui, su suggerimento di un solerte geometra che raccoglieva i nostri desideri per costruire su misura il guardaroba con determinate caratteristiche, optammo per una porta a due battenti scorrevole atta a separare i due corridoi:

Porte del soggiorno, dello studio e della cucina, invece, eliminate.

Salvate in extremis quella della camera da letto e, più che altro per eventuali ospiti, quella del bagno.

Che c’entra tutto questo con il cat hospital del titolo?

C’entra, c’entra, eccome se c’entra.

Esattamente a partire dal 1997, quando nella nostra vita di coppia è entrata stabilmente Miciù.

A onor della precisione, già dal 1996 la nostra casa si era prestata a temporaneo cat hospital, quando in occasione della prima cucciolata di gatti osservata in diretta ad Amaltea, si prese la drastica decisione di sterilizzarne tre, poiché fra i cinque micini ben quattro erano femmine, (la quarta se l’era portata via un viandante, chiedendo l’autorizzazione al nostro sprovveduto vicino).

Peccato che in quell’epoca non eravamo in possesso di videocamera e di blog: la memoria con gli anni fa sfumare i dettagli dei ricordi. Ci chiediamo spesso infatti come avevamo potuto portare in un viaggio di sedici chilometri tre gatti di sei mesi in un’unica gabbia.

L’unica indelebile reminiscenza è l’odore nel tragitto e Paolo che, entrando in casa,  sbraita: “Tu resta qui” e si chiude nel bagno (la porta in quel momento si rivelò una provvidenza). L’altro ricordo netto sono io che, finita l’operazione di pulizia (tutte e tre le signorine in vasca) entro e con il phon procedo alla loro asciugatura. Ancora non riusciamo entrambi bene a ricordare come sia stato il decorso post-sterilizzazione. Paolo sa molto bene quello che è successo in ambulatorio, e la fatica del veterinario nel capire con chi si doveva procedere per non confondere le tre vispe bestiole che continuavano a farsi il girotondo intorno. Io ho un vago ricordo di loro tre che, con la coscia rasata da tacchine, corrono sullo schienale del divano, ma per quanto tempo proprio non rimembro.

Bene, arriviamo al 1997 e all’arrivo della piccolissima Miciù, tre mesi, in novembre. Aveva un pessimo aspetto in giardino, per cui decidemmo di portarla a Como per la visita veterinaria. Diagnosi di seria tracheite e terapia antibiotica per una settimana. Era la prima volta che un esserino così piccolo conviveva con noi, stava male e la tosse aspra e violenta le causava vomito. All’ora di andare a letto, guardai Paolo e dissi: “la porta della camera stanotte resta chiusa, prima che venga dentro e ci vomiti addosso”.
Avevo sottovalutato, o meglio non conoscevo affatto, la determinazione dei gatti. A mezzanotte e rotti, un gran graffiare alla porta con lamentoso gnaulio. “Lasciamola stare, vedrai che fra un po’ smette”. E infatti di lì a poco, di nuovo silenzio. Ma dopo pochi minuti, Miciù aveva adottato una nuova strategia. La porta della camera (segata per via della nuova piastrellatura del pavimento) presentava uno spiraglio sotto cui la furbissima malaticcia poneva le unghie a mò di leva  e, causando rumori sinistri che nel cuore della notte producevano un suono ancor più inquietante, si dava un gran daffare per dichiarare la sua voglia entrare. Vinse lei. Vomito compreso.

Da quella sera la porta della camera rimase aperta e Miciù non tornò più ad Amaltea. Tuttavia una regola volevo vincerla anch’io. “Miciù resta, ma si deve accontentare solo della zona “notte”. La mia preoccupazione era per tende e divani.

Così si passò a tenere chiusa la porta a due battenti (scorrimento laterale e binario sulla parte alta della parete). Quella diavolessa però riusciva a infilare la zampa nella fessura e a spingere fino ad introfularsi. Fu allora la volta della sciarpa bordeaux che, passata tra le due maniglie e chiusa a nodo, impediva l’apertura del passaggio.

E’ vero che i gatti dormono gran parte del giorno, ma quando sono svegli si danno un gran daffare per esplorare il territorio.

Da quel periodo le due porte non scorrono più molto bene, perché le guide, a furia di colpi, si sono rovinate. E da quel periodo non c’è più stata ragione di tenerle chiuse. Miciù è diventata la padrona di casa nostra.

Siamo a tempi più recenti. Nel frattempo ci siamo molto affezionati a questi animali e la voce che ad Amaltea si sta bene si è diffusa. Ci sono stati periodi in cui al nostro balcone si davano appuntamento anche sette mici. Alcuni sono diventati dei frequentatori assidui, altri di passaggio, altri addirittura hanno scelto il nostro giardino per venire a morire.

Negli ultimi due anni abbiamo dovuto prendere nuove decisioni sulla nostra casa. La prima per Noelle, per la quale abbiamo creato nel bagno il reparto “Terapia intensiva”, la seconda per Chat Noir, anche lui destinato alla quarantena nel bagno che, come tutte le sale di rianimazione, deve tenere la porta rigorosamente chiusa e, fresco fresco di ieri, il nuovo assetto organizzativo.

E’ successo infatti che nel nostro giro domenicale abbiamo trovato Luna in pessime condizioni. L’occhio sinistro che nei giorni scorsi presentava una tumefazione simile a un trauma subito per cause ignote, ieri si era chiuso insieme a quello destro.

Paolo, non vedendola arrivare al nostro suono di campana, l’ha cercata in solaio, suo luogo elettivo, e lì l’ha trovata con gli occhi purulenti e rannicchiata dentro un sacco verde.

L’ha portata giù tenendola in braccio (lei di solito è molto reattiva a questo approccio forzato) e, postala di fronte alle sue crocchette preferite, ha dovuto assistere al suo totale digiuno. Io stessa la vedevo visibilmente dimagrita, barcollante nell’incedere e terribilmente astenica.

Il ricordo di due gatti che quest’estate abbiamo visto l’uno in fin di vita e l’altro morto in analoghe circostanze (astenici, magri e con occhi purulenti), ci ha fatto immediatamente pensare a qualche patologia letale oltre che virale.

E così, in quattro e quattr’otto l’abbiamo portata in città.

Ora la nostra casa ha riattivato tutte le porte disponibili e il cat hospital è così predisposto:

–          bagno alias terapia intensiva/rianimazione – accesso solo agli operatori (Paolo ed io) e ovviamente al paziente:

–          zona “notte” alias geriatria (con porta della camera da letto aperta) riservata a Miciù, che forse da ieri sera ha pensato che l’arrivo in studio della lettiera e delle mangiatoie fosse un piacere dedicato alla sua età (finora il bagno ha accolto tutta la sua fase digestiva, ma da ieri sera Luna è lì rinchiusa per cui abbiamo dovuto trasferire i beni della veneranda e ufficiale padrona):

–          zona “giorno” alias pediatria lasciata a Chat Noir che però deve litigare con la porta scorrevole a due battenti non solo perché ogni incontro con Miciù è un fuoco d’artificio, ma soprattutto perché il virgulto è di un famelico inverosimile, mentre la vegliarda mangia a piccoli tratti e molto lentamente, per cui se non vogliamo farla morire di fame dobbiamo tenerli separati:

In verità nella mia testa attribuivo un nuovo nome alla stanza da bagno che, vedendo le condizioni di Luna, pensavo più che ad una rianimazione ad un hospice. Paolo stamattina mi diceva che, a meno non fosse un obbligo sopprimerla per una seria malattia contagiosa, voleva farle fare l’agonia scortata dalle nostre coccole.

Cat hospice, appunto.

Ora che la visita veterinaria è finita, speranzosamente ritorno all’idea di terapia intensiva.

Luna ha infatti sostenuto tutti gli esami del caso che hanno scartato le ipotesi peggiori. Ha però un bel febbrone, una seria congiuntivite e una rino-tracheite che, impedendole di sentire gli odori, non la fa mangiare.

Passato l’intervento ospedaliero (prima flebo per idratarla e iniettarle antibiotici e vitamine nonché esami del sangue) ora è in trattamento da cat hospital, Per sette giorni e tre volte al giorno dovremo imparare a metterle le gocce di antibiotico anche negli occhi, mentre a ciclo alterno dovrà fare ancora trattamento iniettivo di antibiotico generale

Il nostro Cat Hospital è quindi al completo: ogni utente è rispettosamente lasciato alle sue peculiarità e i due umani hanno un gran daffare ad aprire e chiudere usci, a distribuire pasti differenziati e a gestire possibili colpi di scena.

E meno male che nel lontano 1985 non abbiamo deciso di eliminare completamente le porte.

da una lettera di Luciana a una amica

Per parlare di animali: ora i due gatti di casa possono stare insieme senza problemi! Si è ripresa bene Bice? Il fatto di essere in ambiente protetto l’avrà sicuramente aiutata a una veloce ripresa. Anche voi avete riso per la depilazione?
Ogni volta che ci è capitato, io e paolo scoppiavamo a ridere quando tutte le micie che sono transitate da questo intervento, nel pulirsi, esibivano una coscia di tacchino spennato. Ad Amaltea i gatti stanno bene: Noelle è diventata più selvatica, ma quando accendiamo la stufa, non disdegna, su insistenza, ad entrare e ad occupare la sedia per la pennichella. Belle invece compare solo per l’ora del thé, mangia come una disperata e poi fugge di nuovo. Ci sembra di aver capito che il suo nuovo nascondiglio sia sopra la casa disabitata che sta di fronte ad Amaltea, dalla quale, saltando sui tetti, può evidentemente raggiungere un’altra oasi di pace da lei considerata migliore dell’affollato nostro Eden (in particolare la nemica è Luna, che più invecchia, più diventa bisognosa delle nostre coccole e gelosissima di chi ci si avvicina).
Ieri ci siamo concessi una vacanzina pomeridiana in un paese sopra Menaggio (di fronte a Bellagio), dove un nostro amico attore ha recitato alcuni brani durante la presentazione di un libro su una mastodontica quercia che è il simbolo del genius loci di quel posto. Fra breve arriverà il post e l’audio di documentazione.
Sono giornate ancora calde (sabato 11° nelle ore centrali), anche se al mattino siamo intorno ai 4-5 gradi). Nel giardino è già fiorito il calicanto e un pruno selvatico ha cacciato fuori le prime foglioline, destinate a una brutta fine se arriverà, come probabile, il grande freddo. I cedri sono diventati quasi tutti gialli, dando così mostra di sé in un originale e spontaneo albero di Natale. Mi sono cimentata nella preparazione della marmellata, che Paolo ha decretato eccellente, per cui prossimamente ne farò ancora un po’ da distribuire qui e là.

ADDIO ALL’ESTATE

Quando le bacche del cotoneaster diventano rosso cupo vuol dire che l’estate volge al termine. Le calde ore del mezzo del giorno sono in contrasto col fresco mattutino e serale, così come il colore sempre più buio e i raggi più obliqui inesorabilmente annunciano l’ingresso autunnale.

Settembre è il mese che accomuna la tristezza della terminalità del ciclo riproduttivo al gaudio dei frutti maturi. Che pure questa è stata un’estate anomala: luglio molto freddo e piovoso, agosto molto caldo e secco, settembre caldo, afoso e con piogge brevi ma torrenziali.

Il giardino ne è stato sorpreso, ma ha saputo tener testa. Ora, a bilancio avvenuto, un diffuso “mal bianco” (come lo chiamano da queste parti) su molti degli alberi da frutto, soprattutto i meli, una precoce caduta di foglie dei pruni, una concentrazione massima di fruttificazione dei prodotti orticoli con anticipato arresto della produzione e rinsecchimento dei pomodori.

Qualcuno ha goduto, nonostante tutto: zucchine e zucche hanno accolto avidamente l’acqua piovana, gonfiandosi e allungandosi in misure sproporzionate per i nostri ricordi. Forse il godimento può essere generalizzato anche alla maturazione anzitempo dei frutti: mai era accaduto che le susine fossero pronte già ai primi di luglio. Idem per le mele royal gala, subito attaccate dai calabroni, e le pere nashi, che hanno ricevuto la stessa sorte. Ma in  fatto di competizione anche noi umani ce la sappiamo cavare. Un pacifico, anche se imposto, rapporto  60-40 a favore nostro. In fondo siamo sempre in debito verso la natura, essendo l’unica specie vivente che fa di tutto per espropriarla e distruggerla.

E ora che svoltiamo agli ultimi giorni settembrini, camminando per i sentieri guardiamo ai chiari segnali che invitano al riposo. Miciù sceglie le basi dei tronchi più esposti al sole per medicare la vecchiezza incombente; lo stesso dicasi per Silvestro e Luna, che, povera, soffre d’artrosi. Noelle invece preferisce la sedia sotto il cucù: la sua giovinezza le impone di dare ancora retta allo scandire delle ore. Belle, che si credeva scomparsa, ha fatto ritorno, restituendoci la speranza che abbia scelto questo luogo per farne la sua dimora.

Sotto le scarpe capita di schiacciare gusci di noci e nocciole. Anche in questo caso, qualcuno è spesso passato prima di noi, ma dopo l’incontro ravvicinato col musetto del ghiro sul fico, tutto si può perdonare. Anche perché il salvato non è indifferente.

Fervono già i preparativi di nuovi spazi. Paolo ha spiantato un pruno malato nell’orto verde: sarà la nuova casa delle patate, visto che anche quest’anno i sacchi non hanno mantenuto le promesse di blogettari entusiasti. La posa di nuovi cassoni, inoltre, mi permetterà di non fare il muso di fronte agli esili fusti dei fagioli e delle piantine di insalate, troppo impegnati a cercare pertugi fra sassi e radici, a discapito della loro crescita. Chissà che tengano pure lontane limacce e formiche! Al momento le insalate di Chioggia pare siano soddisfatte.

Sotto il pino dell’orto grande Giove sta lavorando alla preparazione della sua tana invernale. La terra smossa è esattamente nella posizione dell’anno scorso. Al piano superiore, fra i gambi dei cardi si aggira Ina (Ino?), mentre sotto il cedro abbiamo avvistato più insonnolita che mai Ucra. Per le  due tartarughe ucraine questo è il primo inverno ad Amaltea e la loro sopravvivenza è per noi ancora un’incognita.

Resistono sui rami alcune mele fuji e piccole golden. Una decina di mele cotogne pazientemente attende il destino di marmellata.

Che dire d’altro? Le brumose e umide mattine da tempo hanno scatenato un po’ di malinconia. Ma l’ancora vigorosa fioritura delle nuove guinea e il terrazzo fiorito di rosso e d’arancio illudono che non è tempo di ritirare le sedie.

E lo sbocciare dei fiori bianchi e rosa delle camelie invernali ingentiliscono il pensiero del freddo che verrà. Insomma, un addio all’estate, ma già col cuore alla primavera.

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Moon, Mark Strand

Moon,  Mark Strand

Open the book of evening to the page
where the moon, always the moon appears

between two clouds, moving so slowly that hours
will seem to have passed before you reach the next page

where the moon, now brighter, lowers a path
to lead you away from what you have known

into those places where what you had wished for happens,
its lone syllable like a sentence poised

at the edge of sense, waiting for you to say its name
once more as you lift your eyes from the page

close the book, still feeling what it was like
to dwell in that light, that sudden paradise of sound.

*

Luna

Apri il libro della sera alla pagina
in cui la luna, sempre la luna, ancora appare

lì tra due nuvole, muovendosi piano, così piano che sembrerà
siano trascorse ore prima che possa voltare alla pagina seguente

lì dove la luna, più luminosa ora, fa approdare un sentiero
che ti conduca via da ciò che hai appreso

dentro i luoghi in cui tutto quello che avevi sperato si avvera,
la sua sillaba solitaria come un bisbiglio penzoloni

al margine del senso, ad aspettare che sia tu a pronunziarne il nome
ancora una volta staccando lo sguardo dalla pagina

chiudendo il libro, ancora sentendolo così com’era
quel sospendersi nella sua luce, quell’inatteso paradiso del suono.

Mark Strand e la metafisica dell’assenza

Mark Strand nasce nel 1934 a Summerside, nella Prince Edward Island in Canada, ma cresce negli Stati Uniti ed attualmente vive a New York. Il suo modo di fare poesia è abbattimento di regole e catene della tradizione lirica, la sua poesia si fonde alla prosa senza perdere il piacere della pausa, del respiro, del ritmo intrinseco alla narrazione stessa. La poetica di Strand penetra il pensiero tuffandolo e vestendolo di sogno e realtà, come un entrare ed uscire da un tunnel, come un meditare aprendo e chiudendo gli occhi …: verità e fantasia si fanno esperienza sensibile che si fonde al vissuto, cui egli dà le sue risposte attraverso i versi che assumono forme nuove, quasi un elenco di “pensierini” a volte, apparentemente semplici come innocue gocce d’acqua, che alla fine dell’intera lettura lasciano il segno sulle labbra come il tocco dell’acqua sulla nuda pietra.

Della semplicità si può fare arte complessa, quasi irraggiungibile: la perfezione della linea retta che si ricurva inseguendo dolcemente il suo percorso per poi puntualmente tornare diritta al punto di partenza. Una poetica delle domande, mi verrebbe da dire, in cui Strand si risponde scrutandosi, sempre interrogandosi sull’idea delle cose reali. Ne risultano risposte a volte apparentemente spezzate che racchiudono in sé il senso di un pensiero vasto e profondo che sembra non raggiungere mai se stesso, mai, fino a divenire anch’esso nuovo interrogativo, nuova ricerca, nuova meditazione, altra/alta poesia. Il senso dell’assenza come presenza piena, quasi metafisica, la descrizione della quotidianità che scorre nel tempo, nei giorni, uguale a se stessa, permea di un senso di tristezza versi che si arricchiscono di immagini potenti ed evocative senza risultarne appesantiti nella loro logica fluidità.

“fissare il nulla è imparare a memoria
quello in cui noi tutti verremo spazzati”

Un’attesa graffiante della morte, descritta con la nudità e la crudezza dell’esorcizzazione di chi la fissa dritta negli occhi con atteggiamento coraggioso e disilluso, aspettando senza fretta, gelidamente quasi, la propria fine. Di sé Strand dice di raccontare sempre la stessa «vecchia storia», quella «sui minuti che muoiono e le ore, e gli anni», la storia «di me stesso, di te, di tutti».