Lu a Villa Geno, pomeriggio di sabato 15 gen 2022

Neige

lescritteriate

Son meno cupi

i nudi rami protesi

di bianco abbracciati

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L. scrive a Lou: … Paolo invece si consola andando a guardare i nuovi orari  invernali dei battelli …

Paolo invece si consola andando a guardare i nuovi orari  invernali dei battelli relativi al primo bacino:

Torno resta la seconda amata dopo nesso, e qui di corse ce ne sono parecchie.

vai a:

ORARI invernali dei BATTELLI da COMO a TORNO, novembre 2021/marzo 2022

Giardini e psiche, una relazione benefica per la vita, Scritto da Luciana Quaia il 20-05-2011

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Giardini e psiche, una relazione benefica per la vita

Nuvole (fotografia: verso la Valle Intelvi)

lescritteriate

Nuvole nomadi

errabonde inseguono

scie di sogni

Foto: verso la Valle d’Intelvi

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primo giorno d’Autunno e ultimo viaggio di L. a Como in battello

Passeggiata di Luciana nel giardino con: Nottola, Gin, Noirette, 5 settembre 2021

Sguardo sulla “Baia di Coatesa” e fotografia/ricordo di Luciana e Paolo a cura di J. Z., ore 18 del 30 agosto 2021

Vanità

lescritteriate

Zucchina,

gentil ortaggio

che il capo

s’adorna d’arancione

fiore

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leggere sul battello, primi di luglio 2021

lo sguardo di Lucia su Doriam, Paolo, Flo, Luciana, Zoele. Sulla terrazza della Vite da uva. In un tempo eterno (l’attimo)

Guarigione

lescritteriate

Una lucertola con il raffreddore

si mise al sole un paio d’ore.

Che meraviglia! Ora la smetto,

non devo più usare il fazzoletto.

Così la lucertola congedò il raffreddore.

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Luciana, alla passeggiata di Villa Olmo, pomeriggio del 4 aprile 2021

Luciana con i gatti GIN e NOIRETTE, fotografie di Nottola, 26 lug 2020

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per ricordare: Paolo e Luciana il 12 giugno 2006

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Luciana con il foulard disegnato da Doriam Battaglia, 5 luglio 2020

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vai alle opere di Doriam Battaglia

https://doriambattaglia.com/category/opere/

all’Orto/Giardino, dopo i mesi di blocco sociale per coronavirus (minuscolo), lunedì 18 maggio 2020

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la gatta Miciù fa stretching con Lu, 15 marzo 2020

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conversazione mail fra L. e S. sulla TEMPESTA DI VENTO di sabato notte e domenica 5-6 maggio 2019


ciao cara ***,

Siamo appena tornati da nesso dopo la tempesta di vento che questa volta ha fatto danni anche da noi.
A parte le tegole del tetto, il lucernario rotto
e due alberi dimezzati, sono andati in terra i frutticini di tutti gli alberi da frutto. Mi sembrava di raccogliere palate di aborti. Una gran tristezza. I kiwi, che stavano mettendo foglie nuovi e fiori sono rimasti scheletrici.
Idem le viti. Quest’anno niente marmellate!
Anche i vicini di casa hanno avuto tetti danneggiati e nella villa sottostante è caduta la testa di un cedro del libano che ha spezzato i fili dell’elettricità.
La natura si ribella.
Ti comunico che su tartarugosa ho postato la vecchia recensione di accabadora e la nuova di romagnoli.
Sulla scorta degli insegnamenti di quest’ultimo, direi che la leggerezza fa bene, Speriamo che serva soprattutto agli alberi per riposarsi un po’.
Aspetto tue nuove e ti abbraccio
L.

Ciao cara Lu, scusa il ritardo nel rispondere, oggi volevo chiamarti ma ho fatto tardi e ti lascio tranquilla. Mi dispiace moltissimo per i danni provocati dal maltempo, poi quel luogo sembra talmente irreale nella sua splendida vitalità e realtà, che lo penso immune a qualsiasi evento negativo, come invece purtroppo è avvenuto. Mi spiace per le marmellate mancate e per il tuo lavoro certosino già in programma, con i profumi che immagino diffondersi nella casa, ma  a questo punto ci incontreremo di più e passeremo più tempo a gironzolare e respirare forte camminando tra gli alberi.

. Meno male che domani sera vado a fare meditazione. Un forte abbraccio carissima e un forte abbraccio anche a Paolo. Un bacio ***

Andrea disegna Luciana che raccoglie i prodotti dell’orto: “vengo, Pollo!”, 1990. Dal diario cartaceo

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quando era Giobatta che coltivava: Luciana innaffia le zucchine. Dal diario cartaceo, 1990

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la caduta di Luciana nell’agosto 1989. Dal diario cartaceo di quegli anni

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Ricerca sulla qualità di vita dell’anziano demente e del familiare di riferimento (caregiver). Risultati conseguiti con un programma di trattamenti terapeutici/riabilitativi/educativi non farmacologici, a cura di: Giuseppe Galetti, Luciana Quaia, Elena Bassi, Sergio Fumagalli, Beatrice Ricci, Fondazione Cà Prina. Ricerca realizzata con il contributo della Fondazione Provinciale della Comunità Comasca, 2006

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metodi di scrittura di Luciana: dal caos, alla scaletta argomentativa, all’indice e ai libri. Inverno 2018/2019

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Luciana e i Fiori della Passione, estate 2018

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Luna e Luciana in SONNO, ottobre 2017

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il primo pezzo della salita di VIA COATESA: 350 scalini per arrivare allo stradone

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DUCCIO DEMETRIO, INGRATITUDINE, La memoria breve della riconoscenza, Raffaello Cortina Editore, 2016. Presentazione con Paolo Ferrario e Luciana Quaia alla LIBRERIA UBIK, Como, 28 Marzo 2017. AUDIO dell’incontro

AUDIO dell’incontro del 28 Marzo 2017

  1. qui il   file audio in formato mp3:

https://coatesa.files.wordpress.com/2017/03/demetrio-ubik-28mar17.mp3


  1.  Qui il link alla   recensione del libro da parte di Luciana Quaia:

https://tartarugosa.com/2017/03/27/tartarugosa-ha-letto-e-scritto-di-duccio-demetrio-2016-ingratitudine-la-memoria-breve-della-riconoscenza-raffaello-cortina-editore/

  1. Qui le   schede della presentazione di Paolo Ferrario:

https://mappeser.com/2017/03/29/paolo-ferrario-schede-per-la-presentazione-del-libro-duccio-demetrio-ingratitudine-la-memoria-breve-della-riconoscenza-raffaello-cortina-editore-2016-libreria-ubik-como-28-3-2017/?preview_id=74740&preview_nonce=cc44f7ad8b


Vai alla scheda dell’editore:

DUCCIO DEMETRIO, Ingratitudine, La memoria breve della riconoscenza, Raffaello Cortina Editore, 2016

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Pia Pera (2016), Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie – scritto da TartaRugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Pia Pera (2016)

Al giardino ancora non l’ho detto

Ponte alle Grazie

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E’ alle parole di Emily Dickinson che si ispira il titolo di questo libro, l’ultimo di Pia Pera.

” Al giardino ancora non l’ho detto – / non ce la farei. / Nemmeno ho la forza adesso / di confessarlo all’ape. / Non ne farò parola per strada – / le vetrine mi guarderebbero fisso – / che una tanto timida – tanto ignara / abbia l’audacia di morire. / Non devono saperlo le colline – / dove ho tanto vagabondato – / né va detto alle foreste amanti – / il giorno che me ne andrò – /e non lo si sussurri a tavola – / né si accenni sbadati, en passant, / che qualcuno oggi / penetrerà dentro l’Ignoto. ”

La scrittrice, maggiormente conosciuta per i suoi testi sui giardini, in queste pagine prende congedo dalla sua tenuta, nella campagna di Lucca.

Una sorta di diario non-diario: che il tempo scorre lo capisci dalla descrizione delle fioriture, delle messe a dimora di bulbi, rose e cespugli, dalle operazioni dettate dal susseguirsi delle stagioni.

E dai cambiamenti corporei che Pia descrive sia fisicamente, sia attraversando biografie di altre persone che si sono trovate in analoga situazione.

In questo soliloquio a flusso continuo emergono intrecci di varia natura: filosofici, poetici, letterari, autobiografici, tutti improntati alla presa di coscienza della propria finitudine, ma con un’apertura di orizzonte verso lo spazio più amato, il proprio giardino.

“Vale sempre la pena di piantare un giardino, poco importa se di tempo ne resta poco, se tutto vacilla e la morte avanza. Vale sempre la pena di trasformare uno spazio di terra in un posto accogliente, un luogo dove ci sia più vita”.

E’ un monologo denso, che non risparmia al lettore la partecipazione alle perdite narrate, talvolta con lucida razionalità, altre con nostalgia, altre con misto di speranza e investimento nei diversi tipi di cure.

“E’ cresciuta l’empatia. La consapevolezza che, non diversamente da una pianta, io pure subisco i danni delle intemperie, posso seccare, appassire, perdere pezzi, e soprattutto non muovermi come vorrei.

Mi trovo io stessa in balia. Questo ispira un sentimento di fratellanza col giardino, acuisce la sensazione di farne parte. Altrettanto indifesa, altrettanto mortale.

Forse non è così terribile che le forze lentamente scemino. Andarsene bisogna pure in qualche modo. Chi come me vive in solitudine fatica a rendersi conto che arriva il momento di cedere il passo, che la vita è fatta di fasi e non si resta identici fino alla fine”.

Il giardino è vita. Il giardino ha bisogno di cure. Le forze che si assottigliano sono per Pia fonte di preoccupazione, perché dove non c’è più dialogo tra uomo e paesaggio, la natura irrompe e se ne appropria. L’apprensione per il proprio futuro comprende anche la consapevolezza che ci sarà un inevitabile abbandono della manutenzione necessaria e questo tradimento il giardino ancora non lo conosce.

Pure esiste al tempo stesso un rispecchiamento, un desiderio di reciprocità:

“Non sono più il giardiniere. Sono pianta tra le piante, anche di me bisogna prendersi cura. Cosa è cambiato rispetto a prima? Innaffiavo, scavavo, pacciamavo, seminavo, coglievo, rastrellavo, potavo, bruciavo, concimavo, ramavo,tagliavo l’erba. Ora nulla di tutto questo. Passeggio, guardo, valuto, dico cosa fare, ma soprattutto: mi viene preparato da mangiare, mi viene servito a tavola, vengono lavate e stirate le mie cose, vengo accompagnata in auto. Comincio a somigliare sempre più a una pianta di cui bisogna prendersi cura, divento sorella di tutto quanto vive nel giardino, parte di questa sconfinata materia di cui ignoro confini e profondità”.

Lentamente mutano le prospettive:

“La malattia si distingue in questo: impone un’accelerazione a un processo di perdita che, semplicemente invecchiando, resterebbe impercettibile.

Forse questo bisogna fare nel tempo che resta. Non disperderlo in tentativi vani, ma concentrarsi e sfrondare. Più che mai sfrondare. Accettare serenamente la fine”.

Insieme a Pia viviamo momenti bui, le altalene delle remissioni e delle riacutizzazioni, il travaglio della scelta di eterogenei approcci di cura: i farmaci sperimentali, il Qi Gong, l’agopuntura, l’ayurveda, il bombardamento dei vari consigli forniti dalle testimonianze di altri malati sui poteri di improbabili guaritori, la ricerca delle energie elettromagnetiche nocive nel luogo domestico, il tentativo della terapia chelante. Tutto ciò a sua volta associato all’irrompere del sospetto di essere in mano a ciarlatani imbroglioni e alle decisioni prese all’ultimo minuto di sottrarsi o offrirsi a proposte terapeutiche non convenzionali.

Non solo le trasformazioni del corpo, ma della casa, degli spostamenti degli oggetti, dei libri da eliminare, della gioia per l’arrivo della carrozzina.

“Siamo noi a scegliere, di volta in volta, come vivere quanto ci viene dato. Questo imprevisto: a me la scelta tra farne un momento di frustrazione, o uno spiraglio di libera contemplazione nell’ora forse più bella del giorno, sospesa com’è tra il buio e la luce”.

Pur avendo scelto di vivere da sola, Pia riceve spesso visite e confidenze di amici lontani e vicini con cui condividere ricordi di viaggi, riflessioni sul pensiero buddhista, spostamenti verso studi medici, racconti di altre persone che come lei, hanno amato un giardino e a esso hanno dovuto dire addio.

Filosofi, poeti e scrittori lasciano le loro tracce in questo accompagnamento di sé.

Gradualmente, nella sua casa e nella sua terra, fanno comparsa figure di aiuto:“Quanto mi piace dire agli altri cosa devono fare. Ci voleva da ammalarsi, per scoprire quanto dare disposizioni sia in fondo più gratificante di una faticosa autosufficienza”.

Non è un percorso facile. Pia non pensava di morire a sessant’anni e spesso le piaceva immaginarsi vecchia, con le rughe e i capelli bianchi. Quando la malattia irrompe, però, bisogna fare appello a ciò che rimane e a come è possibile sfruttarlo al massimo e quando anche queste ultime capacità si dissolvono, la meditazione aiuta a tenere sotto controllo paura e terrore nel momento più cupo, quello della notte.

La revisione del proprio esistere si ancora alla similitudine delle stagioni:“Sul finire dell’inverno è sempre il mandorlo il primo a fiorire, adesso è il momento del susino. I meli non ancora, i ciliegi non ancora. Non sboccia tutto insieme, così ciascuno si gode il suo momento di gloria,ognuno a turno può esercitare la sua attrattiva ..Mi piacerebbe facessero così anche gli umani, che si accontentassero di primeggiare nel momento del loro massimo fulgore e accettassero poi di restarsene discretamente in disparte”.

Man mano che le possibilità del corpo si restringono, una nuova dimensione si apre:

“Adesso il giardino è il grembo in cui passo questo tempo fisicamente poco attivo in un senso di pace, serenità. E’ quello che vedo dalla finestra, quando sono sdraiata sul divano a leggere.  .. Il giardiniere e la morte si configura allora così: il rifugiarsi in un luogo ove morire non sia aspro.

E’ tutto di una bellezza, una grazia, un’armonia, che mi sorprendo a desiderare di vedere un’altra primavera ancora, e a pensare: che strano che adesso che ne dubito, che non lo do per scontato, il mondo mi appaia incredibilmente ricco di meraviglie”.

Il 26 luglio 2016 Pia se ne va.

TartaRugosa, nel suo giardino, aveva da poco finito di leggere quelle che sono diventate le sue memorie.

Sorgente: TartaRugosa ha letto e scritto di: Pia Pera (2016), Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie – TartaRugosa

il cerchio dell’apparire: LUCIANA nella piazzetta dell’imbarcadero dei BATTELLI, estate 2016

Relazioni intersoggettive senza parole, 11 gennaio 2010

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Luciana e l’arte della RACCOLTA

Oggi l'editore Carocci Faber mi ha spedito le 10 copie omaggio all'autore di Paolo Ferrario, POLITICHE SOCIALI E SERVIZI, metodi di analisi e regole istituzionali, Carocci Faber, Roma, 2014, p. 448

 

vai a: Paolo Ferrario, POLITICHE SOCIALI E SERVIZI. Metodi di analisi e regole istituzionali, Carocci Faber, p. 448, 2014

editing e impaginazione a cura di fregi e maiuscole, torino

 

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Paul Eluard, tutte le donne felici hanno ritrovato il loro marito …

Tutte le donne felici hanno
Ritrovato il loro marito – egli torna dal sole
Tanto è il calore che porta.
Ride e piano saluta
Prima di dare un bacio alla sua meraviglia

 

tratta da: 110 POESIE PER SOPRAVVIVERE, scelte e presentate da Maurizio Cucchi e illustrate da Guido Scarabottolo, Guanda editore, 2004

Shakespeare, SONNETT 116. Ricordato da M.G.A.

Traduzione SONETTO 116
Non sia mai ch'io ponga impedimenti all'unione di anime fedeli; Amore non e' Amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire quando l'altro s'allontana.Oh no! Amore e' un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;e' la stella-guida di ogni sperduta barca,il cui valore e' sconosciuto, benche' nota la distanza.Amore non e' soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote dovran cadere sotto la sua curva lama; Amore non muta in poche ore o settimane,ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio: se questo e' errore e mi sara' provato,Io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato. testo del sonetto 116 Let me not to the marriage of true minds Admit impediments. Love is not love Which alters when it alteration finds, Or bends with the remover to remove: O no! it is an ever-fixed mark That looks on tempests and is never shaken; It is the star to every wandering bark,Whose worth's unknown, although his height be taken.Love's not Time's fool, though rosy lips and cheeks Within his bending sickle's compass come:Love alters not with his brief hours and weeks, But bears it out even to the edge of doom. If this be error and upon me proved,I never writ, nor no man ever loved.

Il 10 maggio 2014, nel giorno di sabato, è arrivata la “mazzata”. La diagnosi sarà: INFARTO. “Infarto preso in tempo”

 

Il 10 maggio 2014, nel giorno di sabato, è arrivata la “mazzata”.
La mazzata, in una magnifica espressione linguistica di Severino, è l’esperienza del dolore e della morte.

Leggerò, poi, queste sue righe:

“L’uomo può cominciare a vivere solo se vuole trasformare sé stesso e il mondo da cui è circondato, Se non fa questo non può nemmeno compiere quella trasformazione di sé che è il respirare in senso letterale. E muore. Vive solo se si fa largo nella Barriera che gli impedisce di trasformare sé e il mondo”

in Emanuele Severino, La potenza dell’errare, Mondadori 2013, p. 44/45.

Arriva il momento in cui “non ci si può fare largo”. L’ho sperimentato.

Io e Luciana eravamo a Coatesa, nel luogo del destino (nel Link c’è il racconto e il vissuto di Luciana, il mio amore).
Già all’arrivo c’erano segnali del corpo. Discontinui, ma mai provati fino ad allora.

E mi decido a parlarne, dicendole subito: “Qualsiasi cosa accada, ricordati che ho vissuto al meglio ogni attimo della nostra vita assieme
Poi un dolore forte, lancinante, trafittivo all’altezza del cuore: come una coltellata che arriva dall’interno. Diverso da tutti i tipi di dolore fino ad allora provati.

Torniamo a Como. A posteriori so che guidare una automobile in quelle condizioni è stato un rischio. Ma resistevo alla idea che fosse arrivato “quel” momento.
Devo solo a Luciana se, successivamente, ho preso la decisione di andare al pronto soccorso: le mie “resistenze” alla sfida che stava arrivando mi avrebbero portato alla probabile morte. Devo a Luciana ancora un po’ del tempo che resta.
Il pronto soccorso è quello dell’ospedale Valduce, lo stesso in cui venni operato di tonsille, nel 1951 o 1952.

Da questo momento la techne medica prende in mano la mia vita.
Il sistema istituzionale, le procedure, probabilmente i DRG, i professionisti preposti ai vari pezzi organizzativi (ognuno di loro ha svolto con efficacia il proprio compito: grazie) hanno funzionato sia come meccanismi interni (“funzionamento”), sia come raggiungimento degli obiettivi (“funzionalità”). Un successo organizzativo, pensando che era di sabato pomeriggio, circa attorno alle 17.

La diagnosi sarà: infarto. “Infarto preso in tempo”

Nella sala operatoria della divisione di cardiologia mi dicono: “tutte e tre le coronarie sono ostruite al 99%. Il dolore è provocato da questo: il cuore non riceve sangue”.
L’intervento di  “coronaroplastica”  cardiologica consiste nell’inserire un “retino”: di fatto un anello (“Stent”) che allarga l’arteria principale. Dovrò fare lo stesso intervento per almeno una seconda coronaria nei prossimi mesi.

Nella prima fase di questa vicenda ho verificato i fattori storici e culturali della techne medica, alla quale noi moderni affidiamo le nostre vite. Si tratta della stretta connessione fra:

1 diagnosi efficace

2 terapia adatta, standardizzata e validata.

Non sempre la medicina (che è costituita da un pensiero ed una prassi entrambi ipotetici) è in grado di esibire quella connessione.

Abbiamo così:

1 le “diagnosi incerte e controverse”

2 la gamma delle “terapie possibili” e cariche di ansiogene alternative

La cardiologia, nell’ambito delle scienze mediche, è maggiormente in grado di stabilire procedure standardizzate e verificate. Forse in questa parte del corpo la medicina ha amplificato la sua (ipotetica, ripeto) capacità di “rimedio”

Vengo trasportato su un letto monitorato della unità coronarica. Di fatto isolato dal resto del mondo, perché da quel letto non mi posso muovere. Mi manca del tutto quel rapporto con internet e il web, che ormai costituisce una “estensione necessaria” del mio cervello. E’ una sensazione di sospensione dalle relazioni comunicative ormai più consistenti di questi ultimi anni. Mi fa sentire “spaesato”.

E Luciana, adattandosi alla situazione, si trasforma nel dio Ermes mediatore e farà in modo di “tenere i fili” di quelle relazioni , imparando in condizione estrema perfino ad usare la bacheca di facebook. Gli elenchi dei messaggi che mi e ci sono arrivati hanno costituito una grande sorpresa interpersonale. E il sentimento è spesso sconfinato nelle lacrime.

Le fasi terapeutiche sono dunque queste:

  • diagnosi in emergenza;
  • intervento di chirurgia cardiovascolare angioplastica;
  • controllo immediatamente post operatorio in letto monitorato (primi tre giorni);
  • spostamento nelle attigue stanze, nelle quali si accresce la libertà di movimento (lo spazio-barriera ora è la stanza, mentre prima era il letto);
  • poi ci sarà la dimissione
  • e uno stile di vita che dovrà essere diverso.


La fase della terapia intensiva è stata un problema, in particolare per le funzioni escretorie: “pappagallo, “padelle” e “comode” sono protesi utili, ma troppo esposte al “pubblico”. Qui è il “privato” a essere contaminato.

Anche le cosiddette “visite” sono un problema. Sono due ore al giorno con un visitatore per volta.

E io ho bisogno di vedere solo Luciana. Sottraggono tempo alla mia relazione primaria.

Per cui ho chiesto che non ci fossero: e sono state ampiamente sostituite, con esiti comunicativi sorprendenti, dalla messaggistica internettiana, che acquista un valore empatico di solito inavvertito in altri momenti.
“Sentire” così tante persone che partecipano al mio molecolare evento, è stato bellissimo, commovente e importante.

La notte è lunga. La notte non passa mai. Ottimo il registratorino Olympus e l’ascolto degli Audiolibri. Strumenti davvero capaci di dare un altro segno alla lentezza e palpabilità delle ore. Nina Simone, Antony and the Jonsons, Emanuele Severino (indispensabile), Massimo Cacciari, le letture poetiche di Domenico Pelini …  aiutano. Aiutano molto nelle notti cariche di buio e di luci.

In uno dei “giorni dell’immobilità un improvviso e forte temporale ha riattivato l’angoscia. Paura per l’orto, per la solitudine della tartaruga, per la stanza sul centro storico. Paura dell’incontrollabile e dell’imprevedibile. Paura che la “mazzata” ritorni. Paura che la vita intera sia in balia degli eventi caotici.
E’ nell’immobilità dello stare costretto su un letto che comprendo che la libertà consiste proprio nel gesto semplice di potere muoversi e agire sul mondo.

Osservo il monitor che calcola (sempre in modo ipotetico e probabilistico) le mie funzioni vitali: basta uno sforzo e le linee si impennano. Poi si mettono a battere le frequenze che stanno nella norma:
l’uomo può cominciare a vivere, Emanuele Severino, La potenza dell’errare, pag. 44


Ho la chiara cognizione che da sabato 10 maggio cambia tutto (o molto) nella mia quotidianità: sarò un po’ meno il regista delle mie azioni. Le attività più penalizzate saranno certamente quelle legate ai lavori pesanti di giardinaggio a Coatesa. Non certo quelle internettiane, per le quali anche una mobilità lieve è sufficiente.
La percezione netta è quella di un “rallentamento” costellato anche da “interruzioni imprevedibili”.
Non ci sono strade alternative: occorrerà adattarsi soggettivamente alla nuova situazione oggettiva. Scoprirò (poi) che anche Epitteto aiuta.

Politiche sociali e servizi, 2014: prima recensione di Tartarugusa

… da una lettera di  Tartarugosa a G.D’I.

Per quanto riguarda il libro di Paolo, è un manuale tecnico sulle politiche sociali e i servizi socio-sanitari-educativi destinato ai suoi studenti. Praticamente sostituisce quello precedente fermo al 2001 e lo aggiorna su tutte le problematiche di bisogno (su 18 capitolo, 8 sono dedicate a specifiche monografie dedicate a famiglia, psichiatria, disabilità, dipendenze, anziani, demenze, bioetica, migrazioni). Stai certa che paolo te ne farà sicuramente dono: sulla comprensione non ho dubbi, sull’interesse forse risulterà un po’ troppo tecnico nella parte che riguarda la legislazione. In ogni caso utilissimo per comprendere il funzionamento istituzionale.

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