Criminalità e microcriminalità

Aggredita e rapinata in pieno centro di Como

Como, 10 aprile 2014 – Si è avvicinato e l’ha affiancata con la scusa di rivolgerle la parola, ma forse era solo per prendere tempo e aspettare che la via fosse deserta. Così ieri a mezzogiorno, una turista svedese di 19 anni è stata scippata da un giovaneche è riuscito a dribblare l’inseguimento di due o tre pattuglie della Squadra Volante e di un gruppetto di commercianti del centro città. L’aggressione è avvenuta tra via Volta e via Parini, nei pressi della Pinacoteca

Aggredita e rapinata in pieno centro, caccia al fuggitivo – Il Giorno – Como.

Criminalità e microcriminalità

Como, tenta di rubare ferisce la commessa – Cronaca Como La Provincia di Como

Ha trovato il rapinatore in magazzino che stava cercando di portare via qualcosa di prezioso. Quello, vistosi sorpreso, ha afferrato un oggetto pesante e l’ha tirato sul volto della commessa.

Così il furto si è trasformato in rapina con aggressione.

È successo ieri al centro commerciale Cip Garden di via Varesina a Como nel negozio l’Isola dei Tesori che si trova all’interno del centro commerciale

A farne le spese è stata la signora che si è ritrovata con il viso sanguinante.

Como, tenta di rubare ferisce la commessa – Cronaca Como La Provincia di Como – Notizie di Como e provincia.

Criminalità e microcriminalità

Donna accoltellata alla stazione di Mozzate: ammette l’omicidio l’albanese fermato dalla polizia

i matrimoni misti che piacciono ai cattocomunisti:

Una donna di 35 anni è morta dissanguata, nel sottopasso della 

  1. http://www.laprovinciadicomo.it/…/omicidio-a-mozzate-laggressione-in-stazio…

    2 giorni fa – Una donna di Rimini di 35 anni è stata aggredita e uccisa con almeno due Omicidio di mozzate: il viottolo da dove è scappato l’omicida.

  1. Mozzate (Como), 1 marzo 2014 – Omicidio in stazione a Mozzate. La vittima è una donna italiana di 35 anni (originaria di Rimini, nel Comasco da pochi mesi), 

Criminalità e microcriminalità

la cultura dei cattolici, le vittime e gli autori degli abusi: violenze alle giovani della parrocchia di San Giuliano. Una vicenda torbida che ha diviso profondamente la diocesi lariana

ricordo con nausea questa vicenda (sembra che contino di più gli autori delle violenze che le loro vittime):

 di don Marco Mangiacasalericondotto allo stato laicale nel dicembre scorso da Papa Francesco per le violenze alle giovani della parrocchia di San Giuliano. Una vicenda torbida che ha diviso profondamente la diocesi lariana, sia quando i fatti vennero scoperti sia più recentemente quando la curia ha deciso di tenere sotto silenzio la decisione del Vaticano.

Un atteggiamento duramente criticato dall’attuale parroco di San Giuliano, don Roberto Pandolfi, 

l’intero articolo qui: Il vescovo difende ancora don Marco Mangiacasale, condannato per abusi su minori – Il Giorno – Como.

Broletto · Criminalità e microcriminalità

Imbrattano il Broletto: cinque nei guai

e pensare che bastavano dei PRESERVATIVI per non fare questi coglioni

vai a: Imbrattano il Broletto: cinque nei guai

Criminalità e microcriminalità

Donne aggredite in centro Il sospettato esce di carcere – Cronaca Como La Provincia di Como – Notizie di Como e provincia

la regola ora è:

– guardarsi alle spalle

– guardarsi intorno nell’arco di almeno 30 metri

– osservare con attenzione le persone con barba disfatta e abbigliamento stile 5 stelle (il partito del necrofilo “siete morti”)

e sperare che i servizi sociali facciano il loro lavoro per i dimessi dal carcere (ma i servizi sociali comunali sono stati messi a terra dalla campagna sull’Imu fatta dal puttaniere, quello che va con le minorenni, come aveva avvisato la sua ex moglie)

Donne aggredite in centro Il sospettato esce di carcere – Cronaca Como La Provincia di Como – Notizie di Como e provincia.

Criminalità e microcriminalità

Schianto a Blevio, era sotto l’effetto della coca

Era sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, cocaina in particolare. Si tratta del 33enne di Lemna di Faggeto Lario che martedì sera, con la sua auto, è finito contro la moto di Luca Selva, il 18enne di Torno in moto, poi deceduto in ospedale.

 

Si aggrava la posizione dell’automobilista di 33 anni di Lemna che martedì sera a Blevio aveva travolto la moto di Luca Selva, 18 anni di Torno, morto due giorni più tardi al Sant’Anna. L’uomo, secondo i primi accertamenti della procura, guidava sotto l’effetto di sostanze stupefacenti e, in particolare, della cocaina

da Schianto a Blevio, era sotto l’effetto della coca.

Criminalità e microcriminalità

Como, a scuola circola la cocaina – La Provincia di Como

E per fortuna che avevano appena partecipato a delle lezioni sulla legalità, i ragazzi sorpresi seduti ai banchi di scuola con la droga nello zaino, tra il diario e il quaderno di scienze. Sedici studenti in tutto pizzicati dai finanzieri in possesso di marijuana e hascisc. La cocaina avevano fatto in tempo a gettarla. E così, quando il fiuto dei cani antidroga della finanza ha permesso di trovare quell’involucro di cellophane contenente polvere bianca, è stato impossibile scoprire di chi fosse.

Como, a scuola circola la cocaina – Homepage Como La Provincia di Como – Notizie di Como e provincia.

Criminalità e microcriminalità

albanesi “Compravano” ragazze per farle prostituire in Brianza: 14 arresti – da Il Giorno – Como

Como, 24 gennaio 2013 – E’ di quattordici arresti il bilancio dell’operazione dei carabinieri che ha smantellato un’organizzazione accusata di aver messo controllato e gestito la prostituzione tra la provincia di Como e quella di Monza. Tra gli arrestati sono emerse anche responsabilità nell’omicidio di un albanese a Seveso e un agguato fallito in provincia di Como ai danni di un altro albanese.

Gli sfruttatori “compravano” le ragazze in Albania, le portavano in Italia e poi le costringevano a prostituirsi. I malviventi sono albanesi fra i 22 e i 40 anni, residenti fra Como, Monza e Milano, con precedenti penali alle spalle.

da Compravano” ragazze per farle prostituire in Brianza: 14 arresti – Il Giorno – Como.

Criminalità e microcriminalità

Ladri nel centro storico. Tentano il furto alle 17 e 30. Fuggono sui tetti salutando: “Ciao bello”

in balìa dei criminali

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… due uomini che fuggivano sui tetti. Uno di questi si è rivolto a lui con tono di presa in gira: “Ciao bello!”.

Sul posto sono intervenuti i carabinieri di Como per raccogliere la testimonianza dell’uomo e ricostruire l’accaduto. Sembra che i due ladri, che dall’accento sembravano dell’est Europa

tutto l’articolo qui Ladri acrobati in centro storico. Fuggono sui tetti salutando: “Ciao bello” QuiComo.

Criminalità e microcriminalità · Menaggio · Politica regionale e locale · violenza politica

le menti piccole. Comune di menaggio, l’assessore francesco guaita (di forza italia) incita alla “ghigliottina” del presidente della repubblica napolitano

le menti piccole. menaggio. l’assessore francesco guaita (di forza italia) incita alla “ghigliottina” del presidente della repubblica napolitano

GUAITA FRANCESCO è  Assessore a urbanistica, edilizia privata, viabilità, sicurezza urbana e polizia locale

“Le parole sono pietre”.

Spero che qualche magistrato di ricordi dell’articolo 278 del codice penale

Art. 278 Codice Penale. Offese all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica.

Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica, è punito con la reclusione da uno a cinque anni [c.p. 7, n. 1, 29, 32, 360; c.p.m.p. 8, 79]

questo il testo della email inviata da francesco guaita dalla posta elettronica del Comune di menaggio (trovata sulla stampa locale)

guaita

Criminalità e microcriminalità · CRONACHE LOCALI · strage di Erba

la “strage di Erba”: ci sono i colpevoli, ma Carlo Castagna a sette anni di distanza deve sopportare attacchi diretti alla sua famiglia, 15 dicembre 2013

C’è una famiglia in città che da sette anni porta la croce di un dolore immenso, quello per la morte violenta di un bambino, Youssef, della sua mamma, Raffaella Castagna e della sua nonna, Paola Galli.

I responsabili di quella che è nota come la “strage di Erba” (nella quale è stata uccisa anche Valeria Cherubini) sono stati condannati in via definitiva all’ergastolo. Eppure – forse a causa del clamore mediatico che questa brutta storia ha avuto e continua ad avere – la verità accertata al termine di tre gradi di processo viene continuamente rimessa in discussione.

Carlo Castagna è l’uomo che ha perso la moglie, la figlia e il nipote, e che porta dentro di sé quindi tutto il dolore di quella strage. Un uomo forte e di fede: in coerenza con il suo credo cristiano ha perdonato i due carnefici, i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi. Un gesto che, se da un lato gli ha restituito la pace interiore, dall’altro però sembra incredibilmente non bastare per mettere una pietra sopra al passato. Perché a sette anni di distanza Castagna deve sopportare attacchi diretti alla sua famiglia, da parte di chi, forse sfruttando la leva mediatica, vorrebbe riaprire il processo e lancia accuse contro suo figlio Pietro.

Sorprende che a sposare questa linea sia adesso Azouz Marzouk, il padre del piccolo Youssef, il marito di Raffaella, la madre assassinata con suo figlio

tutto l’articolo qui   Sette anni fa la strage di Erba «Basta infangare la mia famiglia» – Cronaca Erba La Provincia di Como – Notizie di Como e provincia.

Scrivevo nel 2007 (http://paolodel1948.com/2007/01/11/la-strage-di-erba/)

I fatti

Omicidio plurimo premeditato: è il reato contestato ai coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi per la strage di Erba. Gli inquirenti ritengono che la famiglia di Raffaella Castagna sarebbe stata spiata nei giorni precedenti al quadruplice omicidio. Ad uccidere il piccolo Youssef sarebbe stata Rosa Bazzi, la prima a confessare. Le armi usate,un coltello, una mazza e un coltellino, sono state distrutte.
Il movente sarebbe stato la causa giudiziaria nata da una denuncia di Raffaella Castagna contro i Romano.
Avevano sempre negato, ma ieri notte i due coniugi hanno fatto le prime ammissioni. Dal carcere è arrivata la confessione, dopo 10 ore d’interrogato.
Così siamo arrivati alla verità su quello che accade l’undici dicembre 2006 nella cascina ristrutturata di via Diaz, nel pieno centro di Erba. Quel giorno Raffaela Castagna, sua madre Paola Galli, suo figlio di due anni Youssuf e la vicina di casa Valeria Cherubini, vennero massacrati. Poi gli assassini cercarono di nascondere quel pluriomicidio con un incendio. Ma i corpi senza vita dei quattro vennero ritrovati immediatamente dai vigili del fuoco.
All’inizio il sospettato numero uno per gli inquirenti era il marito di Raffaella, Azouz Marzouk, 25 anni, con alle spalle un passato recente legato al traffico dei stupefacenti. Ma lui quel giorno non era ad Erba, addirittura non era in Italia, ma in Tunisia, paese di cui è originario.
Si era ipotizzata una vendetta trasversale. Qualcuno che voleva far pagare al Marzouk uno sgarro. A fare luce sulle quattro morti ci hanno pensato i Ris- Reparti Investigazioni Scientifiche. Dalle loro analisi risultava che sul luogo del delitto c’erano tracce ematiche appartenenti ad una donna. In ventiquattr’ore ecco la svolta. Vengono da prima ascoltati e in un secondo tempo arrestati due vicini di casa della Castagna, i coniugi Romano.
Abitano al pian terreno della cascina. Avevano avuto dei problemi con la famiglia Marzouk. Erano arrivati alle mani e avevano picchiato Raffaela Castagna, al punto che la donna aveva denunciato i due tramite querela.
Romano e la moglie si sono sempre dichiarati innocenti e l’hanno urlato ai giornalisti il giorno in cui vennero caricati su una macchina dei carabinieri. Si era parlato anche di una foto, scattata il giorno della tragedia, che scagionava l’uomo. Ma poche ore dopo la smentita.
Ieri notte, pochi minuti prima della mezzanotte, le prime conferme. Oggi, dopo le complete confessioni di Olindo Romano e Rosa Bazzi, che dicono agli inquirenti:”Siamo stati noi. Abbiamo usato spranga e coltello”.

I commenti

Ci saranno tante e diversamente motivate spiegazioni.
Dentro di me ne emergono tre.
Non ci sono più tabù nei confronti dei reati, anche quelli più estremi. E’ caduta la paura della sanzione e sono caduti i freni inibitori alla istintualità nascosta dentro ciascuno di noi. Non c’è un imperativo esterno neppure contro la uccisione di un bambino che non parla, ma che piange: a Cogne Samuele piangeva, a Casalbaroncolo Tommaso piangeva, a Erba Youssuf piangeva. Qui poi c’è il calcolo: “bruciamo tutto, daranno la caccia agli immigrati” (e qui era facile per loro pensare di depistare: c’era un organizzatore del traffico di droga nella zona). Decenni di garantismo hanno dissolto le barriere contro il reato. In più la italica furbizia (i processi Previti e Berlusconi ne sono gli archetipi) ha prodotto apprendimento: si può farla franca.
Poi c’è la cultura della “roba”, del piccolo interesse privato:

Tutta quella roba se l’era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll’affaticarsi dall’alba a sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la pioggia, col logorare i suoi stivali e le sue mule – egli solo non si logorava, pensando alla sua roba, ch’era tutto quello ch’ei avesse al mondo; perché non aveva né figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la sua roba. Quando uno è fatto così, vuol dire che è fatto per la roba.

Giovanni Verga, La roba, da “Novelle rusticane”

Qui poi, nel profondo nord celtico, tanto contiguo al profondo sud arabo, c’è il localismo selvaggio alimentato con aggressività dalla Lega Nord, partito di fortissima base sociale in quelle zone. Si tratta di una società improntata all’apparire, incapace di elaborare i nuovi problemi, tendente solo a negare o nascondere. Una società che frequenta la chiesa senza alcun vero sentimento religioso, una società apparentemente pacifica, in realtà aggressiva (molto aggressiva) e, per giunta, vittimista. Una società che sembra fondarsi sulla famiglia entro cui, invece, domina il conflitto espresso o quello nascosto che genera sempre maggior odio. Una società inondata dal denaro dello sviluppo economico, dove per lungo tempo le banconote venivano nascoste sotto le mattonelle e solo dopo nelle banche. In questa società lo studio scolastico è considerato una perdita di tempo. In questa società tutto quanto “è nuovo” è pericoloso. L’unico posto dove ci si costruisce una opinione è l’osteria. Dove il linguaggio è violento e gridato.
Ora si indagheranno la personalità, la patologia, i legami familiari: ma occorrerà non ignorare la responsabilità di una società che ha contribuito a produrre quei colpevoli.
Infine c’è la caduta del senso di colpa. Il cui indizio è la tranquillità con cui gli assassini hanno affrontato i cronisti e la serenità di coppia che hanno continuato a trasmettere in questi giorni. Il senso di colpa non appare quando l’azione è deliberata e consapevole. E il nodo è proprio questo: venuto a cadere il principio della responsabilità morale il pentimento non può emergere alla coscienza.
Ancora una volta si vede che è nelle situazione estreme che l’intreccio inestricabile persona-cultura-società si mostra in tutta la sua evidenza.
L’aggressività individuale può essere contenuta solo se l’ambiente esterno la regola, incanala, punisce.
Una riflessione finale. Solo qualche giorno fa si è scoperto un paese apparentemente schierato tutto contro l’esecuzione di un capo di stato responsabile attivo della morte di migliaia di bambini e di adulti. L’opinionismo giornalistico e politico politically correct ha elogiato questa italianità.
Ora gli omicidi e l’infanticidio di Erba fanno riaffiorare quelle pulsioni punitive favorevoli alla pena di morte che sembravano assopite e dormienti.
Quanto è mutevole e quanto rapidamente cambia il giudizio delle persone!
E’ una cosa che mi appare strana, davvero molto strana: nel caso del dittatore-sterminatore, che è un “caso” estremo, le coscienze si acquietano e si fanno le processioni per fermare la sentenza.
Nel caso di Erba, che invece è “normale” e latente fra i nostri luoghi della quotidianità, la pena di morte – per queste persone di sensibilità mutabile a seconda della vicinanza – diventa di nuovo utilmente punitiva e giusta.
Strane le coscienze e le anime belle!


Commenti:

Gabriele Romagnoli: Il nemico in condominio
Tratto da “la Repubblica”, 12 gennaio 2007
Ora che il giallo di Erba è risolto ci tocca uscire dal calduccio del nostro appartamento di convinzioni prefabbricate, spingerci quanto meno sul pianerottolo della realtà e guardare in faccia i massacratori della porta accanto. Scoprirli rubicondi, con i pullover infeltriti e le borse della spesa al gomito. Banali eppure ferali. Insospettabili a partire dai nomi: un’Angela che accoltella un bambino, un Olindo che va alla giugulare di tre donne. Con quell’apparenza paciosa da quadro di Botero. Possibile? Ma allora, che cosa ci era sfuggito? Tutto. I coniugi Romano, esponenti di quella specie apparentemente umana sottoposta a regressione evolutiva che chiamiamo “vicini”, ci costringono a ripensare affermazioni scontate.
La prima è che l’uomo sia un animale socievole. È vero: tende a riunirsi in gruppi, più o meno ampi. Dove scatena la propria violenza. Le coppie si fanno, dopo qualche bene, tanto male. Le famiglie sono campi minati. Tutte le forme di convivenza sono micce. Accostate le persone in quel reality game senza uscita di sicurezza che è la vita e otterrete, nella maggior parte dei casi, due reazioni: amore o odio. Spesso: prima uno, poi l’altro. Accade negli uffici, negli ospedali, nelle redazioni. Accade nelle case.
Nei Paesi confinanti. Viviamo tutti quanti su una “striscia di Gaza”, dove si invocano diritti, si attribuiscono doveri, si reclama una tolleranza che non si sa concedere. Un qualunque condominio è un piccolo Medio Oriente, fiacca la pazienza dei mediatori, distrugge la possibilità di ristrutturazione crogiolandosi nella fatiscenza del rancore. È un universo che si richiude, ottenebrato dal feticcio meschino della proprietà, dall’illusione di essere, per quanto insignificanti non dico su scala planetaria, ma fuori dal portone, re nei propri metri quadrati e nelle maledette parti comuni. Una parete divisoria, una porzione di pianerottolo o di terrazzo e quell’ambiguo spazio che alcuni chiamano pavimento e altri soffitto diventano altrettanti “casus belli”. I vicini sono esseri in competizione: confrontano quotidianamente bucati stesi, arredi colti nello spiraglio della porta, piante al davanzale, stili di vita. Concepiscono invidie, gelosie e malanimi. Si fanno dispetti ridicoli e/o tragici. Ognuno ha la propria esperienza. Nella mia ho collezionato: un vicino psicotico che infilava una lettera a settimana sotto la porta protestando per ogni rumore, incluso quello della doccia; un vicino ladro che corruppe la domestica per avere le chiavi e quando cambiai serratura dopo il furto mi aiutò a montarla; un vicino ambientalista che mi ha seccato le piante; una vicina perpetua che bestemmiava se ascoltavo musica a volume troppo alto; un vicino assassino che strangolò una ragazza durante un gioco erotico, ne depositò il cadavere sulle scale e l’indomani si lamentò con l’amministratore per l’indecenza a cui gli era toccato assistere. E non ho mai vissuto a Erba.
La seconda certezza prefabbricata che ci conviene smantellare è che la violenza venga da lontano, da un meandro oscuro o un ambiente deviante. Ci si trova di fronte a un evento che non si comprende (il massacro di quattro persone tra cui un bambino in una villetta della provincia che chiamiamo “sana”) e, per riflesso condizionato si vanno a cercare la colpa e il movente in cose che non si comprendono: un’altra cultura, una diversa religione, il sistema retributivo di quella società alternativa che è la criminalità organizzata. La violenza, anche la più efferata, può nascere vicino, maturare dove tutti siamo cresciuti, nutrirsi di quello che tutti conosciamo. I Romano e i Castagna reinterpretano un copione tragicamente ordinario. Due mondi sono costretti a vivere uno di fianco all’altro. Non si piacciono e non si rispettano. I Romano hanno origini più umili e fanno lavori più umili. Ai Castagna invidiano il successo economico. Che almeno se lo godessero lontano da loro, in una villetta singola e inaccessibile. Eccoli lì, invece, al piano di sopra. E la figlia Raffaella ha una colpa ulteriore: aver buttato via il proprio status di principessina del mobile, sprecato una dote che Angela Bazzi si sarebbe giocata ben diversamente, sposando un extracomunitario “poco di buono”. Facendoci un figlio, che gioca o piange disturbando la quiete di loro due che figli non ne hanno avuti e vivranno il resto della vita in coppia, loro due e amen, con i lavori di pulizia, i desideri senza più oggetto, la delusione da trasformare in rabbia per poterla dirigere all’esterno. O se la vedevano tra loro o, insieme, se la prendevano con qualcuno. L’ossessione tiene vivi quando il resto è morto: morti i sensi, la speranza e, va da sè, la pietà. Non è davvero difficile immaginarli, Angela e Olindo, sera dopo sera, nella loro cucina di Brianza, senza altro legame che l’irritazione, divenuta odio, verso i Castagna. A parlare dei Castagna. A prendersela con i Castagna.
A sognare, poi concepire, infine preparare lo sterminio dei Castagna. Non è difficile, è solo spaventoso. Nella cucina della storia si sono seduti popoli e razze a concepire lo sterminio di altre. Quasi sempre le divideva un confine, una rivalità, un risentimento dall’origine sepolta, quindi inestirpabile. Le conseguenze sono sempre spropositate, se confrontate con chi le ha determinate.
Qui bisogna fare piazza pulita della terza convinzione: che la violenza sia, se non esclusivamente, almeno in prevalenza appannaggio maschile. Gli inquirenti cercavano l’uomo (o gli uomini). Perfino il sopravvissuto, nella sua affaticata testimonianza, descriveva soltanto l’uomo, quasi avesse rimosso l’Angela sterminatrice come un’allucinazione. Eppure lei è quella che ha ammazzato a coltellate il piccolo Youssuf (perchè piangeva? O perché esisteva?). Lei quella il cui ruolo nella strage è andato crescendo, rivelazione dopo rivelazione e, facile scommessa, crescerà ancora. Se ha confessato per prima è perché il suo risentimento è incontenibile: non bastavano le pareti di casa, non è bastata la sua libertà. Lei e il marito hanno ucciso pur sapendo che, anche con tutta la presbiopia degli investigatori, non l’avrebbero fatta franca. Davvero, è spaventoso ma non è difficile comprendere che hanno voluto fare a pezzi non soltanto i Castagna, ma anche la vita che li ha sfiorati e quella che hanno invece avuto, la loro immutabile convivenza e se stessi.