Criminalità e microcriminalità · CRONACHE LOCALI · strage di Erba

la “strage di Erba”: ci sono i colpevoli, ma Carlo Castagna a sette anni di distanza deve sopportare attacchi diretti alla sua famiglia, 15 dicembre 2013

C’è una famiglia in città che da sette anni porta la croce di un dolore immenso, quello per la morte violenta di un bambino, Youssef, della sua mamma, Raffaella Castagna e della sua nonna, Paola Galli.

I responsabili di quella che è nota come la “strage di Erba” (nella quale è stata uccisa anche Valeria Cherubini) sono stati condannati in via definitiva all’ergastolo. Eppure – forse a causa del clamore mediatico che questa brutta storia ha avuto e continua ad avere – la verità accertata al termine di tre gradi di processo viene continuamente rimessa in discussione.

Carlo Castagna è l’uomo che ha perso la moglie, la figlia e il nipote, e che porta dentro di sé quindi tutto il dolore di quella strage. Un uomo forte e di fede: in coerenza con il suo credo cristiano ha perdonato i due carnefici, i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi. Un gesto che, se da un lato gli ha restituito la pace interiore, dall’altro però sembra incredibilmente non bastare per mettere una pietra sopra al passato. Perché a sette anni di distanza Castagna deve sopportare attacchi diretti alla sua famiglia, da parte di chi, forse sfruttando la leva mediatica, vorrebbe riaprire il processo e lancia accuse contro suo figlio Pietro.

Sorprende che a sposare questa linea sia adesso Azouz Marzouk, il padre del piccolo Youssef, il marito di Raffaella, la madre assassinata con suo figlio

tutto l’articolo qui   Sette anni fa la strage di Erba «Basta infangare la mia famiglia» – Cronaca Erba La Provincia di Como – Notizie di Como e provincia.

Scrivevo nel 2007 (http://paolodel1948.com/2007/01/11/la-strage-di-erba/)

I fatti

Omicidio plurimo premeditato: è il reato contestato ai coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi per la strage di Erba. Gli inquirenti ritengono che la famiglia di Raffaella Castagna sarebbe stata spiata nei giorni precedenti al quadruplice omicidio. Ad uccidere il piccolo Youssef sarebbe stata Rosa Bazzi, la prima a confessare. Le armi usate,un coltello, una mazza e un coltellino, sono state distrutte.
Il movente sarebbe stato la causa giudiziaria nata da una denuncia di Raffaella Castagna contro i Romano.
Avevano sempre negato, ma ieri notte i due coniugi hanno fatto le prime ammissioni. Dal carcere è arrivata la confessione, dopo 10 ore d’interrogato.
Così siamo arrivati alla verità su quello che accade l’undici dicembre 2006 nella cascina ristrutturata di via Diaz, nel pieno centro di Erba. Quel giorno Raffaela Castagna, sua madre Paola Galli, suo figlio di due anni Youssuf e la vicina di casa Valeria Cherubini, vennero massacrati. Poi gli assassini cercarono di nascondere quel pluriomicidio con un incendio. Ma i corpi senza vita dei quattro vennero ritrovati immediatamente dai vigili del fuoco.
All’inizio il sospettato numero uno per gli inquirenti era il marito di Raffaella, Azouz Marzouk, 25 anni, con alle spalle un passato recente legato al traffico dei stupefacenti. Ma lui quel giorno non era ad Erba, addirittura non era in Italia, ma in Tunisia, paese di cui è originario.
Si era ipotizzata una vendetta trasversale. Qualcuno che voleva far pagare al Marzouk uno sgarro. A fare luce sulle quattro morti ci hanno pensato i Ris- Reparti Investigazioni Scientifiche. Dalle loro analisi risultava che sul luogo del delitto c’erano tracce ematiche appartenenti ad una donna. In ventiquattr’ore ecco la svolta. Vengono da prima ascoltati e in un secondo tempo arrestati due vicini di casa della Castagna, i coniugi Romano.
Abitano al pian terreno della cascina. Avevano avuto dei problemi con la famiglia Marzouk. Erano arrivati alle mani e avevano picchiato Raffaela Castagna, al punto che la donna aveva denunciato i due tramite querela.
Romano e la moglie si sono sempre dichiarati innocenti e l’hanno urlato ai giornalisti il giorno in cui vennero caricati su una macchina dei carabinieri. Si era parlato anche di una foto, scattata il giorno della tragedia, che scagionava l’uomo. Ma poche ore dopo la smentita.
Ieri notte, pochi minuti prima della mezzanotte, le prime conferme. Oggi, dopo le complete confessioni di Olindo Romano e Rosa Bazzi, che dicono agli inquirenti:”Siamo stati noi. Abbiamo usato spranga e coltello”.

I commenti

Ci saranno tante e diversamente motivate spiegazioni.
Dentro di me ne emergono tre.
Non ci sono più tabù nei confronti dei reati, anche quelli più estremi. E’ caduta la paura della sanzione e sono caduti i freni inibitori alla istintualità nascosta dentro ciascuno di noi. Non c’è un imperativo esterno neppure contro la uccisione di un bambino che non parla, ma che piange: a Cogne Samuele piangeva, a Casalbaroncolo Tommaso piangeva, a Erba Youssuf piangeva. Qui poi c’è il calcolo: “bruciamo tutto, daranno la caccia agli immigrati” (e qui era facile per loro pensare di depistare: c’era un organizzatore del traffico di droga nella zona). Decenni di garantismo hanno dissolto le barriere contro il reato. In più la italica furbizia (i processi Previti e Berlusconi ne sono gli archetipi) ha prodotto apprendimento: si può farla franca.
Poi c’è la cultura della “roba”, del piccolo interesse privato:

Tutta quella roba se l’era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll’affaticarsi dall’alba a sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la pioggia, col logorare i suoi stivali e le sue mule – egli solo non si logorava, pensando alla sua roba, ch’era tutto quello ch’ei avesse al mondo; perché non aveva né figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la sua roba. Quando uno è fatto così, vuol dire che è fatto per la roba.

Giovanni Verga, La roba, da “Novelle rusticane”

Qui poi, nel profondo nord celtico, tanto contiguo al profondo sud arabo, c’è il localismo selvaggio alimentato con aggressività dalla Lega Nord, partito di fortissima base sociale in quelle zone. Si tratta di una società improntata all’apparire, incapace di elaborare i nuovi problemi, tendente solo a negare o nascondere. Una società che frequenta la chiesa senza alcun vero sentimento religioso, una società apparentemente pacifica, in realtà aggressiva (molto aggressiva) e, per giunta, vittimista. Una società che sembra fondarsi sulla famiglia entro cui, invece, domina il conflitto espresso o quello nascosto che genera sempre maggior odio. Una società inondata dal denaro dello sviluppo economico, dove per lungo tempo le banconote venivano nascoste sotto le mattonelle e solo dopo nelle banche. In questa società lo studio scolastico è considerato una perdita di tempo. In questa società tutto quanto “è nuovo” è pericoloso. L’unico posto dove ci si costruisce una opinione è l’osteria. Dove il linguaggio è violento e gridato.
Ora si indagheranno la personalità, la patologia, i legami familiari: ma occorrerà non ignorare la responsabilità di una società che ha contribuito a produrre quei colpevoli.
Infine c’è la caduta del senso di colpa. Il cui indizio è la tranquillità con cui gli assassini hanno affrontato i cronisti e la serenità di coppia che hanno continuato a trasmettere in questi giorni. Il senso di colpa non appare quando l’azione è deliberata e consapevole. E il nodo è proprio questo: venuto a cadere il principio della responsabilità morale il pentimento non può emergere alla coscienza.
Ancora una volta si vede che è nelle situazione estreme che l’intreccio inestricabile persona-cultura-società si mostra in tutta la sua evidenza.
L’aggressività individuale può essere contenuta solo se l’ambiente esterno la regola, incanala, punisce.
Una riflessione finale. Solo qualche giorno fa si è scoperto un paese apparentemente schierato tutto contro l’esecuzione di un capo di stato responsabile attivo della morte di migliaia di bambini e di adulti. L’opinionismo giornalistico e politico politically correct ha elogiato questa italianità.
Ora gli omicidi e l’infanticidio di Erba fanno riaffiorare quelle pulsioni punitive favorevoli alla pena di morte che sembravano assopite e dormienti.
Quanto è mutevole e quanto rapidamente cambia il giudizio delle persone!
E’ una cosa che mi appare strana, davvero molto strana: nel caso del dittatore-sterminatore, che è un “caso” estremo, le coscienze si acquietano e si fanno le processioni per fermare la sentenza.
Nel caso di Erba, che invece è “normale” e latente fra i nostri luoghi della quotidianità, la pena di morte – per queste persone di sensibilità mutabile a seconda della vicinanza – diventa di nuovo utilmente punitiva e giusta.
Strane le coscienze e le anime belle!


Commenti:

Gabriele Romagnoli: Il nemico in condominio
Tratto da “la Repubblica”, 12 gennaio 2007
Ora che il giallo di Erba è risolto ci tocca uscire dal calduccio del nostro appartamento di convinzioni prefabbricate, spingerci quanto meno sul pianerottolo della realtà e guardare in faccia i massacratori della porta accanto. Scoprirli rubicondi, con i pullover infeltriti e le borse della spesa al gomito. Banali eppure ferali. Insospettabili a partire dai nomi: un’Angela che accoltella un bambino, un Olindo che va alla giugulare di tre donne. Con quell’apparenza paciosa da quadro di Botero. Possibile? Ma allora, che cosa ci era sfuggito? Tutto. I coniugi Romano, esponenti di quella specie apparentemente umana sottoposta a regressione evolutiva che chiamiamo “vicini”, ci costringono a ripensare affermazioni scontate.
La prima è che l’uomo sia un animale socievole. È vero: tende a riunirsi in gruppi, più o meno ampi. Dove scatena la propria violenza. Le coppie si fanno, dopo qualche bene, tanto male. Le famiglie sono campi minati. Tutte le forme di convivenza sono micce. Accostate le persone in quel reality game senza uscita di sicurezza che è la vita e otterrete, nella maggior parte dei casi, due reazioni: amore o odio. Spesso: prima uno, poi l’altro. Accade negli uffici, negli ospedali, nelle redazioni. Accade nelle case.
Nei Paesi confinanti. Viviamo tutti quanti su una “striscia di Gaza”, dove si invocano diritti, si attribuiscono doveri, si reclama una tolleranza che non si sa concedere. Un qualunque condominio è un piccolo Medio Oriente, fiacca la pazienza dei mediatori, distrugge la possibilità di ristrutturazione crogiolandosi nella fatiscenza del rancore. È un universo che si richiude, ottenebrato dal feticcio meschino della proprietà, dall’illusione di essere, per quanto insignificanti non dico su scala planetaria, ma fuori dal portone, re nei propri metri quadrati e nelle maledette parti comuni. Una parete divisoria, una porzione di pianerottolo o di terrazzo e quell’ambiguo spazio che alcuni chiamano pavimento e altri soffitto diventano altrettanti “casus belli”. I vicini sono esseri in competizione: confrontano quotidianamente bucati stesi, arredi colti nello spiraglio della porta, piante al davanzale, stili di vita. Concepiscono invidie, gelosie e malanimi. Si fanno dispetti ridicoli e/o tragici. Ognuno ha la propria esperienza. Nella mia ho collezionato: un vicino psicotico che infilava una lettera a settimana sotto la porta protestando per ogni rumore, incluso quello della doccia; un vicino ladro che corruppe la domestica per avere le chiavi e quando cambiai serratura dopo il furto mi aiutò a montarla; un vicino ambientalista che mi ha seccato le piante; una vicina perpetua che bestemmiava se ascoltavo musica a volume troppo alto; un vicino assassino che strangolò una ragazza durante un gioco erotico, ne depositò il cadavere sulle scale e l’indomani si lamentò con l’amministratore per l’indecenza a cui gli era toccato assistere. E non ho mai vissuto a Erba.
La seconda certezza prefabbricata che ci conviene smantellare è che la violenza venga da lontano, da un meandro oscuro o un ambiente deviante. Ci si trova di fronte a un evento che non si comprende (il massacro di quattro persone tra cui un bambino in una villetta della provincia che chiamiamo “sana”) e, per riflesso condizionato si vanno a cercare la colpa e il movente in cose che non si comprendono: un’altra cultura, una diversa religione, il sistema retributivo di quella società alternativa che è la criminalità organizzata. La violenza, anche la più efferata, può nascere vicino, maturare dove tutti siamo cresciuti, nutrirsi di quello che tutti conosciamo. I Romano e i Castagna reinterpretano un copione tragicamente ordinario. Due mondi sono costretti a vivere uno di fianco all’altro. Non si piacciono e non si rispettano. I Romano hanno origini più umili e fanno lavori più umili. Ai Castagna invidiano il successo economico. Che almeno se lo godessero lontano da loro, in una villetta singola e inaccessibile. Eccoli lì, invece, al piano di sopra. E la figlia Raffaella ha una colpa ulteriore: aver buttato via il proprio status di principessina del mobile, sprecato una dote che Angela Bazzi si sarebbe giocata ben diversamente, sposando un extracomunitario “poco di buono”. Facendoci un figlio, che gioca o piange disturbando la quiete di loro due che figli non ne hanno avuti e vivranno il resto della vita in coppia, loro due e amen, con i lavori di pulizia, i desideri senza più oggetto, la delusione da trasformare in rabbia per poterla dirigere all’esterno. O se la vedevano tra loro o, insieme, se la prendevano con qualcuno. L’ossessione tiene vivi quando il resto è morto: morti i sensi, la speranza e, va da sè, la pietà. Non è davvero difficile immaginarli, Angela e Olindo, sera dopo sera, nella loro cucina di Brianza, senza altro legame che l’irritazione, divenuta odio, verso i Castagna. A parlare dei Castagna. A prendersela con i Castagna.
A sognare, poi concepire, infine preparare lo sterminio dei Castagna. Non è difficile, è solo spaventoso. Nella cucina della storia si sono seduti popoli e razze a concepire lo sterminio di altre. Quasi sempre le divideva un confine, una rivalità, un risentimento dall’origine sepolta, quindi inestirpabile. Le conseguenze sono sempre spropositate, se confrontate con chi le ha determinate.
Qui bisogna fare piazza pulita della terza convinzione: che la violenza sia, se non esclusivamente, almeno in prevalenza appannaggio maschile. Gli inquirenti cercavano l’uomo (o gli uomini). Perfino il sopravvissuto, nella sua affaticata testimonianza, descriveva soltanto l’uomo, quasi avesse rimosso l’Angela sterminatrice come un’allucinazione. Eppure lei è quella che ha ammazzato a coltellate il piccolo Youssuf (perchè piangeva? O perché esisteva?). Lei quella il cui ruolo nella strage è andato crescendo, rivelazione dopo rivelazione e, facile scommessa, crescerà ancora. Se ha confessato per prima è perché il suo risentimento è incontenibile: non bastavano le pareti di casa, non è bastata la sua libertà. Lei e il marito hanno ucciso pur sapendo che, anche con tutta la presbiopia degli investigatori, non l’avrebbero fatta franca. Davvero, è spaventoso ma non è difficile comprendere che hanno voluto fare a pezzi non soltanto i Castagna, ma anche la vita che li ha sfiorati e quella che hanno invece avuto, la loro immutabile convivenza e se stessi.
Criminalità e microcriminalità

Cadorago : rapina, tentano la fuga con l’ostaggio. Presi. da La provincia di Como

quelli che piacciono a Pannella and company:

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Uno dei dipendenti, consegnando il denaro (9200 euro in contanti) e applicando alla lettera la procedura d’emergenza, ha inserito tra i soldi buoni anche una mazzetta “pilota”, dotata di un dispositivo che innesca un’esplosione temporizzata non appena il denaro varchi la soglia dell’istituto. Il botto determina la fuoriuscita di un inchiostro che macchia i soldi indelebilmente.

Non solo: oltre a consegnare la mazzetta, ha avuto anche la prontezza di attivare il sistema d’allarme silenzioso, di fatto comunicando quello che stava succedendo. È stato il brigadiere in servizio alla centrale operativa di Cantù ad attivare le procedure previste in questi casi, facendo convergere su Cadorago tutti gli equipaggi disponibili. Così, cinque minuti dopo, in via Mameli si nascondevano militari delle stazioni di Lomazzo, Fino Mornasco, di Appiano e Cermenate, assieme ai colleghi del Radiomobile canturino.

I rapinatori se ne sono accorti una volta all’esterno della banca, mentre cercavano di portarsi via una cliente per coprirsi la fuga. Visti i militari, Tripi e Beccalli, sono rientrati in tutta fretta. Secondo quanto ricostruito ieri dal comando compagnia di Cantù, si sarebbe a quel punto innescata una sorta di trattativa, conclusa con l’esplosione della mazzetta pilota. I due rapinatori sono caduti a terra. Una frazione di secondo più tardi i carabinieri gli erano addosso

DA Tentano la fuga con l’ostaggio Terrore in banca: presi i rapinatori – Cronaca Cadorago La Provincia di Como – Notizie di Como e provincia.

Criminalità e microcriminalità

Microcriminalità a Como: Un’altra spaccata in città Tocca a un locale del centro

quelli che …

“poverini il carcere ” (intendo i radical chic con portineria blindata)

Un’altra spaccata in città Tocca a un locale del centro – Cronaca – Como La Provincia di Como – Notizie di Como e provincia.

Criminalità e microcriminalità

Abbadia Lariana, mamma uccide il figlioletto di tre anni

ad Abbadia Lariana. Questa notte attorno alle 3 una mamma 25 anni ha ucciso a colpi di forbice il figlioletto di nemmeno tre anni, Nicolò. La donna, Aicha Christine Coulibaly, è originaria della Costa d’Avorio ma vive da almeno una decina d’anni nel Lecchese e ha sposato un artigiano di 42 anni, Stefano Imberti,con il quale ha messo su casa ad Abbadia. La coppia ha anche una bambina di pochi mesi.

da Abbadia, mamma uccide il figlioletto di tre anni – Cronaca – Abbadia Lariana La Provincia di Como – Notizie di Como e provincia.

Uccide il figlio di tre anni con le forbiciLa Stampa

Si è consumata ad Abbadia Lariana, centro della provincia di Lecco affacciato sul ramo lecchese del Lago di Como, la tragedia che la notte scorsa ha straziato 
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Lecco, mamma uccide il figlio di tre anni: il piccolo accoltellato in La Repubblica Milano.it

L’episodio ad Abbadia Lariana, sul lago di Como. La donna, che ha anche una bambina di 9 mesi, è originaria della Costa d’Avorio. Il marito, un artigiano del 
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Mamma uccide il figlio di 3 anniL’Eco di Bergamo

 ad Abbadia Lariana, piccolo centro della provincia di Lecco, sul lago di Como. La donna è originaria della Costa d’Avorio e vive da diversi anni nel Lecchese, 
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Tragedia nel lecchese, mamma africana uccide figlio di 3 anniItalia chiama Italia

Si e’ consumata ad Abbadia Lariana, centro della provincia di Lecco affacciato sul ramo lecchese delLago di Como, la tragedia che la notte scorsa ha straziato 
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DI 3 ANNI NEL LECCHESEAffari Sul Web

 ha accoltellato e ucciso il figlioletto di poco meno di 3 anni, questa notte ad Abbadia Lariana,piccolo centro della provincia di Lecco, sul lago di Como.
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Lecco : Madre uccide figlio di 3 anniZazoom Blog

 meno di 3 anni, questa notte ad Abbadia Lariana ,piccolo centro della provincia di Lecco, sul lago di Como. Vano ogni tentativo di salvare il piccolo trasportato 
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Lecco, mamma uccide il figlio di tre anniVanity Fair.it

È successo nella notte tra giovedì 24 e venerdì 25 ottobre ad Abbadia Lariana, un piccolo comune in provincia di Lecco, sul lago di Como. La donna, originaria 
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Lecco, madre uccide il figlio di 3 anniRSI.ch Informazione

 di 3 anni è stato ucciso a coltellate nella notte fra giovedì e venerdì ad Abbadia Lariana, un comune di 3’000 abitanti sulla sponda lecchese del Lago di Como.
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Madre uccide figlio di tre anni nel LeccheseLettera43

 accoltellato e ucciso il figlioletto di poco meno di tre anni, la notte del 24 ottobre ad Abbadia Lariana, piccolo centro della provincia di Lecco, sul lago di Como.
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Lecco, madre accoltella e uccide il figlio di tre anniIl Mattino

Storia scioccante in provincia di Lecco, ad Abbadia Lariana, un piccolo centro sul lago di Como. Una mamma di origine ivoriana ha accoltellato e ucciso il 
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Criminalità e microcriminalità

Ragazzo di 18 anni ucciso nella Inghilterra del Kent “Gridavano: ‘Italian shit’, l’hanno massacrato di botte. indagati 4 lituani

Uno scorcio dell'abitazione dove ha vissuto Joele Leotta, nella frazione di Tabiago a Nibionno (Cardini)

Uno scorcio dell’abitazione dove ha vissuto Joele Leotta, nella frazione di Tabiago a Nibionno (Cardini)

Maidstone, 23 ottobre 2013 – “Italian shit”, “Italiani di merda, ci rubate il lavoro”. Poi li hanno massacrati di botte. Joele Leotta, 19 anni, di Nibionno in provincia di Lecco, non ha potuto nulla per parare i colpi, mentre Alex Galbiati, coetaneo di Molteno, l’amico di sempre ha cercato di difenderlo. Stavano guardando un film, erano già in pigiama quando sono stati aggrediti da un gruppo di giovani che hanno fatto irruzione. In due contro sette, o forse di più, non c’era scampo. Quando i soccorritori sono intervenuti sul posto in quella stanza di Lower Stone Street, a Maidstone, nel Kent, il nibionnese versava in condizioni disperate. Trasferito d’urgenza con l’eliambulanza, è morto poco dopo il ricovero al King’s College Hospital di Londra. Quattro lituani sono stati indagati per l’omicidio: si tratta di Aleksandras Zuravliovas, di 26 anni; Tomas Gelezinis, 30 anni, Saulius Tamoliunas, 23 anni e Linas Zidonis, di 21 anni

da Ragazzo ucciso nel Kent “Gridavano: ‘Italian shit’, l’hanno massacrato come bestie” – Il Giorno – Lecco.

estratto dalla scheda Treccani sulla LITUANIA:

http://www.treccani.it/enciclopedia/lituania/

Dalla Prima guerra mondiale all’epoca sovietica

Nella Prima guerra mondiale la L. fu occupata dalle truppe tedesche (1915). Un consiglio riconosciuto dalle autorità di occupazione proclamò a Vilnius nel febbraio 1918 la ricostituzione dello Stato lituano, a forma monarchica, ma dopo la fine del conflitto fu proclamata la repubblica. Gli inizi del nuovo Stato videro l’occupazione bolscevica nel nord-est e furono travagliati dal contenzioso per Vilnius con la Polonia, con cui solo nel 1938 fu raggiunto un accordo, e dalla questione di Memel (od. Klaipėda), solo porto della L. e sede di una forte comunità tedesca, al cui possesso aspirava la Germania, che la tenne poi dal 1939 al 1945. In politica internail paese, dopo un colpo di Stato nel 1926, ebbe uno sviluppo in senso autoritario. Nel 1939 la Germania riconobbe la L. zona d’influenza sovietica; incorporata all’URSS nel 1940, fu sottoposta a un regime brutale, con migliaia di arresti e deportazioni. Occupata poi dai Tedeschi nel 1941, subì l’annientamento della comunità ebraica; nell’autunno 1944 tornò a essere una delle repubbliche sovietiche.

Cani · Criminalità e microcriminalità

il labrador Lucky mette in fuga i ladri albanesi che gli lanciano un’accetta, da Il Giorno – luogo: Albavilla

Il cane Lucky (Cusa)

Il cane Lucky (Cusa)

Albavilla (Como), 22 ottobre 2013 – Volevano mettere a segno l’ennesimo colpo ad Albavilla…Ma non avevano fatto i conti con il “temibile” Lucky, il labrador di uno dei proprietari delle case assaltate in via dei Crotti. Dopo aver cercato di infiltrarsi in numerose case, è stata la volta della casa del labrador, che è corso verso di loro abbaiando, ed ha ricevuto in cambio il lancio dell’accetta verso di lui, riuscendo a evitarla e a salvarsi.

I carabinieri di Erba hanno bloccato e arrestato i malviventi: si tratta di giovani albanesi, in tenuta da banda del buco, che hanno tentato di fare razzia nelle abitazioni, dove però man mano suonavano gli allarmi o abbaiavano i cani. In auto, su una Mini Minor prestata da un altro albanese, c’era inveceun altro “complice”, in abiti sgargianti e senza nessuna esigenza di confondersi nel buio

Cane eroe mette in fuga i ladri che gli lanciano un’accetta: lui sta bene, loro sono in carcere – Il Giorno – Como.

post catalogato in:

Criminalità e microcriminalità

Otto furti in casa una notte a Grandate

saltando da un giardino all’altro, sono entrati in otto case, portando via ori, soldi, orologi, preziosi. Al mattino i giardini erano pieni di borse e portafogli svuotati, con i documenti sparsi in giro.

da Otto furti in casa una notte Una via di Grandate ha paura – Cronaca – Grandate La Provincia di Como – Notizie di Como e provincia.

Criminalità e microcriminalità

la società della INSICUREZZA: Como violenta Ancora botte e vandali – La Provincia di Como, settembre 2013

Un clochard preso a cinghiate in centro, senza nessun motivo apparente. Ragazzi che entrano nelle auto ferme con le “doppie frecce” per fare stupidi dispetti. E ancora: giovani che si picchiano fuori da un locale notturno per futili motivi. Tutto in una sera, nel giro di poche ore.

Se a questo si aggiungono gli accoltellamenti di venerdì, nel pomeriggio in via Milano e in serata sotto i portici Plinio, si può comprendere come la situazione in città non sia particolarmente tranquilla. Anzi.

Como violenta Ancora botte e vandali – Cronaca – Como La Provincia di Como – Notizie di Como e provincia.

Criminalità e microcriminalità · Lezzeno

Lezzeno, tentato omicidio tra vicini di casa Gli spara col fucile

andare d’accordo con i vicini non è facile e c’è chi ha pensato bene porre rimedio alle continue liti da pianerottolo con un colpo di fucile. Un pensionato di 66 anni di Lezzeno, sul lago di Como, ieri pomeriggio ha deciso, infatti, di sparare a un vicino di casa, a causa dei prolungati dissidi verificatesi tra i due.

Imbracciato il fucile calibro 20 regolarmente detenuto, ***., è andato dal vicino e ha esploso un colpo al suo indirizzo, senza riuscire a colpirlo

Criminalità e microcriminalità

Stazione di San Giovanni, ennesima aggressione – Espansione Tv

Criminalità e microcriminalità

Vertemate, fiamme al Botanic Garden

una regione, una provincia, i nostri luoghi ormai infiltrati di criminalità mafiosa

siamo deboli e indifesi di fronte a questo attacco criminale alimentato dalla immigraziome  senza limiti e controlli

Fiamme a Vertemate

In fumo il Botanic Garden

L’ombra del dolo

L’allarme alle sei. Il fumo visibile a decine di chilometri. Undici mezzi dei vigili del fuoco per domare il rogo. Distrutti duecento metri quadri di struttura. Dieci giorni fa i pompieri intervenuti per un principio di incendio sempre al Garden. Inquieta la concomitanza con l’attentato doloso a I figli dei fiori di via Borgovico

La Provincia di Como – Notizie di Como e provincia

DOLOSO L’INCENDIO AL GARDEN DI VERTEMATE

vai anche a:

—> Espansione Tv

—>   Notizie relative a Vertemate, fiamme al Botanic Garden

http://www.laprovinciadicomo.it/stories/Cronaca/rogo-al-botanic-di-vertemate-gli-attentatori-sono-entrati-cosi_1024027_11/?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter

Criminalità e microcriminalità

imprenditori taglieggiati del racket: Vivaio avvolto dalle fiamme e rogo doloso distrugge un’auto

vertemate, 4 settembre 2013 – Solo il tempestivo intervento dei Vigili del fuoco ha scongiurato che finisse tutto in fumo, mentre le prime fiamme erano già partite nel locale che ospita i quadri elettrici di un vivaio che si trova alle spalle della Metro, in una zona già nota in passato per le pesanti ripercussioni ai danni di imprenditori taglieggiati del racket. Poche denunce e tanti silenzi, come avevano potuto sperimentare sulla loro pelle gli inquirenti, costretti a investigare spesso senza poter contare sull’aiuto degli stessi ricattati. Solo l’ennesima conseguenza della crisi che investito tutto il mondo dell’economia, con gli imprenditori costretti spesso ad affidarsi a circuiti illegali per ottenere quei prestiti negati dalle banche, quasi sempre a tassi da usura. In altri casi a far scattare la rappresaglia non è il debito non onorato ma il rifiuto di pagare per la protezione

Vivaio avvolto dalle fiamme e rogo doloso distrugge un’auto – Il Giorno – Como.