Criminalità e microcriminalità · CRONACHE LOCALI · strage di Erba

Ergastolo ai coniugi assassini Olindo Romano e Rosa Bazzi, 21 aprile 2010

Hanno fatto così i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi:

Secondo la sequenza ricostruita dagli esperti ai medici­na legale dell’Università di Pavia, 
Raffaella Castagna, 31 anni, viene aggredita e uccisa per prima, sulla soglia di ca­sa, con sei colpi alla testa e dodici pugnalate. 
A metà corri­doio tocca a sua madre, Paola Galli, 57 anni, colpita cinque volte alla testa e cinque alla gola, 
poi al figlioletto di Raf­faella, Youssef, 2 anni e 3 mesi, ucciso con due coltellate alla gola, sul divano della sala. 
Tutti e tre vengono aggre­diti e assassinati al buio, nell’appartamento al primo piano, che viene successivamente incendiato in due punti, la camera matrimoniale e la cameretta del bambi­no, per cancellare le tracce del massacro. Subito dopo, sulle scale, tra il primo piano e la mansarda, 
viene uccisa con otto colpi alla testa e undici coltellate al corpo Valeria Cherubini, 50 anni, 
e viene ferito suo marito, Mario Frigerio, 65 anni, che si salva grazie a una malformazione con­genita dell’arteria carotide, deviata rispetto al normale”
in Pino Corrias, Vicini da morire, Mondadori 2007, p. 5
 
Ora c’è la sentenza confermata in appello: colpevoli ed ergastolo ad entrambi.
Se qualcuno vuole “perdonare” (orribile sentimento quando il dolore, la sofferenza ha bisogno, invece, di trovare rifugio in un porto legittimo in cui ad agire è il principio di responsabilità) sono fatti suoi. Speriamo solo che non vada ad esibire la sua violenza alla televisione e nelle intervista ai giornali. 
Il procuratore del processo d’appello Nunzia Gatto ha detto: “la strage non poteva essere stata compiuta da Biancaneve e i sette nani …. esistono persone crudeli e non necessariamente incapaci
Esistono le persone cattive. Chiaro?
Non è compito di ciascuno vendicarsi (difendersi sì): è la Giustizia deve dire la sua parola.
Per 4 anni la orrenda litania è stata: “nessuno è colpevole fino alla sentenza“.
Va bene,  sono le regole. Rispettiamo le regole
Ma ora è arrivato il momento che i due riflettano (ammesso che le persone cattive sappiano riflettere): ergastolo e isolamento per tre anni. Nel vuoto delle ore, dei giorni, dei mesi, degli anni provino a riflettere e anche a risvegliarsi sentendo qualche urlo notturno.
Restano (solo nella memoria) quattro cadaveri e un inabile provocati da loro. Mentre un brianzolo religioso da Radio Maria continua a blaterare di “perdono”.
Erano due persone cattive. 
Molto cattive.
Perchè i buonisti sembrano dimenticare che esistono le persone cattive.
 
Avevo scritto nel 2006/2007, a sentimenti ravvicinati:


I fatti
Omicidio plurimo premeditato: è il reato contestato ai coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi per la strage di Erba. Gli inquirenti ritengono che la famiglia di Raffaella Castagna sarebbe stata spiata nei giorni precedenti al quadruplice omicidio. Ad uccidere il piccolo Youssef sarebbe stata Rosa Bazzi, la prima a confessare. Le armi usate,un coltello, una mazza e un coltellino, sono state distrutte.
Il movente sarebbe stato la causa giudiziaria nata da una denuncia di Raffaella Castagna contro i Romano.
Avevano sempre negato, ma ieri notte i due coniugi hanno fatto le prime ammissioni. Dal carcere è arrivata la confessione, dopo 10 ore d’interrogato.
Così siamo arrivati alla verità su quello che accade l’undici dicembre 2006 nella cascina ristrutturata di via Diaz, nel pieno centro di Erba. Quel giorno Raffaela Castagna, sua madre Paola Galli, suo figlio di due anni Youssuf e la vicina di casa Valeria Cherubini, vennero massacrati. Poi gli assassini cercarono di nascondere quel pluriomicidio con un incendio. Ma i corpi senza vita dei quattro vennero ritrovati immediatamente dai vigili del fuoco.
All’inizio il sospettato numero uno per gli inquirenti era il marito di Raffaella, Azouz Marzouk, 25 anni, con alle spalle un passato recente legato al traffico dei stupefacenti. Ma lui quel giorno non era ad Erba, addirittura non era in Italia, ma in Tunisia, paese di cui è originario.
Si era ipotizzata una vendetta trasversale. Qualcuno che voleva far pagare al Marzouk uno sgarro. A fare luce sulle quattro morti ci hanno pensato i Ris- Reparti Investigazioni Scientifiche. Dalle loro analisi risultava che sul luogo del delitto c’erano tracce ematiche appartenenti ad una donna. In ventiquattr’ore ecco la svolta. Vengono da prima ascoltati e in un secondo tempo arrestati due vicini di casa della Castagna, i coniugi Romano.
Abitano al pian terreno della cascina. Avevano avuto dei problemi con la famiglia Marzouk. Erano arrivati alle mani e avevano picchiato Raffaela Castagna, al punto che la donna aveva denunciato i due tramite querela.
Romano e la moglie si sono sempre dichiarati innocenti e l’hanno urlato ai giornalisti il giorno in cui vennero caricati su una macchina dei carabinieri. Si era parlato anche di una foto, scattata il giorno della tragedia, che scagionava l’uomo. Ma poche ore dopo la smentita.
Ieri notte, pochi minuti prima della mezzanotte, le prime conferme. Oggi, dopo le complete confessioni di Olindo Romano e Rosa Bazzi, che dicono agli inquirenti:”Siamo stati noi. Abbiamo usato spranga e coltello”.
Ci saranno tante e diversamente motivate spiegazioni.
Dentro di me ne emergono tre.

Non ci sono più tabù nei confronti dei reati, anche quelli più estremi. E’ caduta la paura della sanzione e sono caduti i freni inibitori alla istintualità nascosta dentro ciascuno di noi. Non c’è un imperativo esterno neppure contro la uccisione di un bambino che non parla, ma che piange: a Cogne Samuele piangeva,  a Casalbaroncolo Tommaso piangeva, a Erba Youssuf piangeva. Qui poi c’è il calcolo: “bruciamo tutto, daranno la caccia agli immigrati” (e qui era facile per loro pensare di depistare: c’era un organizzatore del traffico di droga nella zona). Decenni di garantismo hanno dissolto le barriere contro il reato. In più la italica furbizia (i processi Previti e Berlusconi ne sono gli archetipi) ha prodotto apprendimento: si può farla franca.
Poi c’è la cultura della “roba”, del piccolo interesse privato:
Tutta quella roba se l’era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll’affaticarsi dall’alba a sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la pioggia, col logorare i suoi stivali e le sue mule – egli solo non si logorava, pensando alla sua roba, ch’era tutto quello ch’ei avesse al mondo; perché non aveva né figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la sua roba. Quando uno è fatto così, vuol dire che è fatto per la roba.
Giovanni Verga, La roba, da “Novelle rusticane”
 
Qui poi, nel profondo nord celtico, tanto contiguo al profondo sud arabo, c’è il localismo selvaggio alimentato con aggressività dalla Lega Nord, partito di fortissima base sociale in quelle zone. Si tratta di una società improntata all’apparire, incapace di elaborare i nuovi problemi, tendente solo a negare o nascondere. Una società che frequenta la chiesa senza alcun vero sentimento religioso, una società apparentemente pacifica, in realtà aggressiva (molto aggressiva) e, per giunta, vittimista. Una società che sembra fondarsi sulla famiglia entro cui, invece, domina il conflitto espresso o quello nascosto che genera sempre maggior odio. Una società inondata dal denaro dello sviluppo economico, dove per lungo tempo le banconote venivano nascoste sotto le mattonelle e solo dopo nelle banche. In questa società lo studio scolastico è considerato una perdita di tempo. In questa società tutto quanto “è nuovo” è pericoloso. L’unico posto dove ci si costruisce una opinione è l’osteria. Dove il linguaggio è violento e gridato.
Ora si indagheranno la personalità, la patologia, i legami familiari: ma occorrerà non ignorare la responsabilità di una società che ha contribuito a produrre quei colpevoli.
Infine c’è la caduta del senso di colpa. Il cui indizio è la tranquillità con cui gli assassini hanno affrontato i cronisti e la serenità di coppia che hanno continuato a trasmettere in questi giorni. Il senso di colpa non appare quando l’azione è deliberata e consapevole. E il nodo è proprio questo: venuto a cadere il principio della responsabilità morale il pentimento non può emergere alla coscienza.
Ancora una volta si vede che è nelle situazione estreme che l’intreccio inestricabile persona-cultura-società si mostra in tutta la sua evidenza.
L’aggressività individuale può essere contenuta solo se l’ambiente esterno la regola, incanala, punisce.
Una riflessione finale. Solo qualche giorno fa si è scoperto un paese apparentemente schierato tutto contro l’esecuzione di un capo di stato responsabile attivo della morte di migliaia di bambini e di adulti. L’opinionismo giornalistico e politico politically correct ha elogiato questa italianità.
Ora gli omicidi e l’infanticidio di Erba fanno riaffiorare quelle pulsioni punitive favorevoli alla pena di morte che sembravano assopite e dormienti.
Quanto è mutevole e quanto rapidamente cambia il giudizio delle persone!
E’ una cosa che mi appare strana, davvero molto strana: nel caso del dittatore-sterminatore, che è un “caso” estremo, le coscienze si acquietano e si fanno le processioni per fermare la sentenza.
Nel caso di Erba, che invece è “normale” e latente fra i nostri luoghi della quotidianità, la pena di morte – per queste persone di sensibilità mutabile a seconda della vicinanza – diventa di nuovo utilmente punitiva e giusta.
Strane le coscienze e le anime belle!
Criminalità e microcriminalità

L’orrore banale di Como, sulle orme di Rosa e Olindo di MARCO NEIROTTI PER LA STAMPA –

MARCO NEIROTTI PER LA STAMPA –
Per un rumore che dà fastidio si uccide. Dopo il delitto si appicca il fuoco. Si va al lavatoio a darsi una pulita. Si fa sparire l’arma. Si va a mangiare un boccone. Intanto il paese commenta: «Non è gente di qui». E, una volta arrestati, si domanda al giudice: «Possiamo stare in cella insieme?». Scene da Erba, a quindici giorni dall’apertura del processo d’appello. Ma è pure un’antologia dalla catena di morti ammazzati in un anno a Como e provincia, per motivi futili, atonia morale. Allievi inconsapevoli di Rosa e Olindo, gli assassini ne ricalcano ciascuno un’orma.

Un anno fa, febbraio 2009
. Nel centro di Como un filippino aggiusta una pentola e fa chiasso, un amico gli spacca il cuore con una coltellata. Per dissidi di lavoro, un imprenditore è freddato, ad Albiolo, dopo un rogo che devasta quattro camion. Altre fiamme per distruggere un cadavere: quello di Maria Rosa Albertani, 39 anni, operaia. Il corpo carbonizzato è scoperto il 14 luglio 2009 sotto una finestra d’una casa di Cirimido. Si sospetta la sorella Stefania, 27 anni. Durante l’intercettazione ambientale i carabinieri ascoltano un dialogo, poi urla e voce soffocata. Per forza: la figlia sta strangolando la madre. Una pattuglia salva la donna prima che finisca nel vuoto e nel fuoco.

Il 22 agosto, a Carate Urio, un malato di mente finisce a coltellate davanti al cancello di casa il suo ex datore di lavoro: era convinto che l’uomo, anni prima, lo filmasse in azienda per poi deriderlo al bar. Il 5 settembre 2009, a Laino, un uomo è ammazzato dal fratello della convivente. Fa giardinaggio, è andato giù deciso di cesoie. Non gradisce il rimprovero della sorella, la colpisce con un punteruolo e uccide l’uomo che la difende.

Il 9 ottobre, in un appartamento accanto al Duomo, un imprenditore del caffè è freddato a rivoltellate. Lo troveranno l’indomani in un furgone a Tavernerio. Antonio Di Giacomo, 46 anni, era in affari con Emanuel Capellato, 34 anni, e Leonardo Panarisi, di 52. Era a casa loro con un borsone pieno di Rolex (tarocchi). Come nasca il dissidio gli arrestati non dicono. Sta di fatto che il cadavere deve sparire, i due ingegnosi fanno una capatina in un ipermercato, comperano un armadio a un’anta, ci piazzano dentro il morto e scendono in strada con contenitore e cadavere. Senonchè dalla bara provvisoria spunta un piede. Caricano tutto sul furgone e via. Poi uno va, anziché da Mc Donald’s, a mangiare la pizza con amici, l’altro raggiunge moglie e figlia per la cena.

Finisce in pizzeria il trucido film del 1° febbraio 2010. Alberto Arrighi, 40 anni, titolare di un’armeria, perito balistico del tribunale, riceve nello scantinato del negozio Giacomo Brambilla, 43 anni, gestore di pompe di benzina. Contorti i rapporti fra i due, ci sono problemi di denaro, Arrighi custodisce per conto dell’altro assegni circolari, però è in credito di 85 mila euro. Parlano quieti, Brambilla se ne va ma non arriva alla porta: l’altro lo fulmina con due colpi, gli spara quello definitivo. Teme che si trovino proiettili, si facciano perizie, se ne intende di queste cose. Allora telefona al suocero, Emanuele La Rosa, 68 anni, che accorre e tiene fermo il corpo mentre lui taglia la gola del poveraccio e poi con un seghetto gli stacca la testa. Tutto in due minuti e cinquanta secondi. Arrighi scarica il corpo nei pressi di Domodossola e La Rosa porta la testa nella sua pizzeria di Cantù, la piazza su una teglia con un po’ d’acqua e la infila nel forno a 350 gradi (per non impregnare tutto di odori sgradevoli). Poi appende un foglio: «Deve cuocere. Non aprire». Per dare una pulita Arrighi chiama la consorte, Daniela, che, minigonna e stivaloni bianchi, scende nella cantina con stracci e ammoniaca. Lui va al poligono, il suocero sulle piste da sci.

Ricostruzione inattaccabile: nessuno aveva spento le telecamere del caveau. Su Facebook nascono due fazioni, guidate da una vedova che invoca giustizia (con 827 aderenti) e dalla moglie dell’assassino (47 amici): «Temete l’ira del mansueto».

La voglia di ammazzare rispunta a Valbrona. Antonino Correnti è un artigiano di 63 anni. Aveva una moglie, ma se n’era andata con i tre figli, uno disabile, a vivere con Carlo D’Elia, 57 anni, artigiano pure lui, rivale nella posa di pavimenti. Litigavano per l’assegno al ragazzino disabile e la disparità di lavoro. La mattina del 23 febbraio Correnti va a prendere il furgone e trova ad aspettarlo D’Elia con il figlio diciannovenne che ha avuto dalla convivente. Due botte in testa e una rivoltellata in faccia. Genitore e ragazzo – mentre il coro rispolvera il «non è stata gente di qui» – prima di andare uno dal carrozziere e l’altro a lavorare, buttano l’arma nel lago del Segrino, quello delle passeggiate di Rosa e Olindo, dove ora gli inquirenti, cercando l’arma di D’Elia, hanno già pescato quattro pistole che con questo delitto non c’entrano. Padre e figlio si sono lavati e al pm Massimo Astori, quello di Erba, raccontano dove: «Al lavatoio di Olindo, lei lo conosce». Alla fine una preghiera: «Possiamo essere messi nella stessa cella?».

ALTRI MONDI

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Criminalità e microcriminalità · Politica regionale e locale · Storia e Economia

Convegno UNITI CONTRO TUTTE LE MAFIE promosso da Siulp Lombardia, Filca Cisl Lombardia, Cisl Lombardia Intervento del Prefetto di Como Dr. Michele Tortora, Como 5 marzo 2012

la criminalità organizzata opera nel territorio lombardo ed opera con i mezzi che le sono propri e cioè gestendo lucrosi traffici illeciti nel campo degli stupefacenti (Milano è una delle piazze più attive in Europa), della prostituzione, del gioco d’azzardo, delle armi e, da ultimo, nel traffico di esseri umani e nello sfruttamento dell’immigrazione clandestina.

Accanto a questi traffici loschi, la criminalità organizzata è presente anche nell’economia legale ed utilizza le straordinarie opportunità offerte dall’economia e dalla finanza lombarda per riciclare i proventi delle attività criminali. Quest’ultimo aspetto desta particolare preoccupazione forse più dell’esercizio delle attività illecite. Il rischio che si corre è che l’economia mafiosa, forte della disponibilità di notevoli flussi finanziari, possa piano piano entrare nell’economia “sana” come un parassita, finendo poi per divorarla e questo pericolo è tanto più rilevante  in periodi come questi di  crisi economica, che spesso registrano numerosi casi di sofferenza di aziende in difficoltà e di scarsa disponibilità di accesso al credito.

 

tutto l’intervento qui

Criminalità e microcriminalità

un 24enne straniero ha tentato di usare violenza nei confronti di una donna di 37 anni

Attimi di panico autentico l’altra sera dalle parti di via Milano, attorno alle 20.30, dove un 24enne straniero ha tentato di usare violenza nei confronti di una donna di 37 anni che è comunque riuscita a farlo identificare ed arrestare.
Le manette sono scattate ad opera degli agenti della squadra volante della polizia, ai polsi di un giovane pakistano che è ora detenuto in carcere, al Bassone, in attesa di essere interrogato e di poter fornire al giudice – se saprà o potrà farlo – la propria versione dell’episodio, visto che l’unica per il momento disponibile lo inchioda a responsabilità piuttosto gravi.


L’accusa sostiene che abbia avvicinato la sua vittima attorno alle 20.20, aprofittando del fatto che a quell’ora fossero davvero poche le persone ancora in circolazione. L’avrebbe palpeggiata a ripetizione, spaventandola a morte, stringendola e costringendola a fuggire.


COMO città · Criminalità e microcriminalità

Ucciso dal proprio armiere

Giacomo Brambilla, 43 anni, noto in città per avere gestito diversi distributori di benzina Shell, da ieri sera irrintracciabile.
Il delitto si sarebbe verificato ieri sera (orario ancora da stabilire) sul retro del negozio. Non ci sarebbero stati testimoni diretti e nessuno – del,lo stabile dove ha sede l’armeria – avrebbe sentito lo sparo. La presunta arma del delitto è già stata portata via dalla polizia, il negozio posto sotto sequestro dalla Procura di Como. Stamane, all’interno dello stesso, la polizia ha compiuto numerosi accertamenti scientifici. Arrighi era in negozio quando è stato raggiunto dagli agenti della Questura. Da lui, al momento, non sarebebro arrivare ammissioni. Poco dopo è arrivata in Questura anche la moglie, rintracciata dagli agenti della squadra mobile. A denunciare la scomparsa di Brambilla è stata ieri sera la sua compagna, preoccupata nel non vederlo rientrare a casa. Nessuna risposta dal suo cellulare.

Fonte:
http://www.ciaocomo.it/index.php?option … &Itemid=64

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COMO città · Criminalità e microcriminalità

Il delitto dell’armaiolo Arrighi

Il delitto risalirebbe al primo pomeriggio di lunedì, quando Arrighi e la vittima si danno appuntamento in via Garibaldi, nel negozio. Discutono animatamente, forse per questioni di tipo finanziario, poi l’armaiolo spara. Le telecamere di sicurezza riprendono tutto, distintamente, istante per istante. Dopo avere compiuto l’omicidio il commerciante trascorre il pomeriggio al tiro a segno di via Belvedere, dove è conosciutissimo, lasciando il negozio chiuso con il corpo nascosto all’interno. Prima di uscire lava la pistola e la ripone in un espositore. Del cadavere si sbarazza la sera, probabilmente con l’aiuto del suocero. Compie un’operazione atroce e incomprensibile: lo decapita. La testa finisce chiusa in un forno della pizzeria di Senna. La ritroverà la polizia il giorno successivo, ieri mattina, mentre il corpo, caricato sulla Porsche Cayenne di proprietà dello stesso Brambilla, viene portato fino a Domodossola e gettato in un dirupo sotto la strada.

Il delitto – Homepage – La Provincia di Como