Una scossa forte, fortissima. Magnitudo 4.4. Il sisma si è verificato intorno alle 21.12 in Svizzera, sul lago di Zurigo. Immediata la rifrazione del terremoto è stata avvertita anche nel comasco. Decine le segnalazioni arrivate in redazione da quasi tutti i quartieri della città, da Cernobbio, Appiano Gentile, Lora, Lipomo, Moltrasio, Cantù, Senna Comasco, Albavilla, Merone e Valle d’Intelvi (tanto per citare le prime indicazioni arrivate ma evidentemente tutto il territorio è stato colpito). Il contraccolpo è stato molto forte dunque: analoghe segnalazioni anche nel bergamasco, nel milanese e in altre zone lombarde.
Raccontare Milàn col cœur in man: il saggio delizioso di Lucia De Marco è una guida e allo stesso tempo un viaggio sentimentale nella «Svergolata» Milano di Carlo Emilio Gadda (Giulio Perrone Editore).
Il libro traccia una «cartografia temporale», non procede per luoghi ma per momenti della giornata: mattina, mezzogiorno, pomeriggio, sera, notte, più un utile «itinerario bibliografico» finale, che raccoglie tutte le opere spulciate, dall’Adalgisa alla Cognizione del dolore, dagli articoli di giornale ai racconti e novelle.
di Camilla Tagliabue – Raccontare Milàn col cœur in man: questo fa Carlo Emilio Gadda, in modo trasversale e in molte delle sue opere letterarie. Raccontare Milàn col cœur in man: questo fa Lucia Lo Marco all’inseguimento di Gadda a zonzo…
Per l’ozioso che si rifiuta di misurare l’arte con l’orologio, l’Italia costituisce un orizzonte sconfinato.
Edith Wharton
Nei secoli passati l’Italia è stata meta di un incessante pellegrinaggio culturale. Il Grand Tour, consuetudine delle classi colte europee, trovava infatti il suo culmine nel Bel Paese, in omaggio al quale diventava il Viaggio in Italia. Come in concreto si svolgeva ce lo racconta la messe di diari, memorie, guide, epistolari a cui il libro attinge, restituendoci, grazie ad annotazioni ora sapide ora struggenti, l’esperienza viva di uomini e donne d’ingegno, di nobili, di artisti, di poeti, di studenti e di quanti si dettero con entusiasmo alla scoperta della penisola. Ripercorriamo così gli itinerari più battuti, sperimentiamo l’equipaggiamento e i mezzi di trasporto, riviviamo gli incidenti e le avventure, ma anche i sogni e a volte lo scoramento di quei primi turisti. Ma c’è dell’altro, perché attraverso lo sguardo degli stranieri…
Qui sorge il Ponte della Maddalena, conosciuto anche come Ponte del Diavolo, uno dei tanti che costellano l’Italia e che regalano spettacolari paesaggi giocati sui riflessi nel sottostante specchio d’acqua. Il ponte fu costruito ai tempi della Contessa Matilde di Canossa (1046-1115), anche se il suo odierno aspetto è dovuto alla ricostruzione effettuata da Castruccio Castracani (1281-1328), nobile lucchese, che gli conferì la caratteristica forma dei ponti medievali a “schiena d’asino”, con la differenza che le sue arcate sono asimmetriche e quella centrale molto alta e ampia, tanto che la sua solidità sembra una sfida alla legge di gravità.
A questo ponte che collega le due sponde del fiume Serchio è legata una leggenda
I
Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; la sua azzurrezza, l’ombra che lasciava,
che cadeva, riempiva l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori da se stesso, fuori da qualsiasi idea
di se’ descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto in un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
affoga in se’, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo tenero, piccolo vuoto che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e cosi’ sempre,
e sempre perche’, e solo perche’, essendo stato, era…
II
Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.
Era quello, ed era altro ancora; era il vento che azzannava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai piu’ chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne ando’, come doveva, nessun dolore riusciva
a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa
dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello
dimenticato da lei, la penna che lei lascio’ sul tavolo.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, per giorni. Era quello. Solo quello.
(da Mark Strand: “Blizzard of One” – 1998, traduzione di Damiano Abeni, ora in “West of your cities” – a cura di M. Strand e D. Abeni – Minimum fax – Roma 2003)
qui letta con ben altra bravura ed intensità da DOMENICO PELINI