Un piccolo classico della letteratura sugli animali torna in libreria arricchito di una nuova storia e un nuovo personaggio. Alla fortunatissima autobiografia di Baldo, il primo cane di Franco Marcoaldi, forse il più amato, si aggiunge ora la vicenda di Ribaldo, il suo erede, raccontata dalla voce di una creatura fantastica – un folletto, un coboldo dei boschi – che ci restituisce tutta la tenerezza, l’irruenza e la comicità del nuovo arrivato, insieme alle ansie e ai timori degli esseri umani che l’hanno scelto come compagno di vita. Con la sua scrittura intrisa di poesia, Marcoaldi ci racconta la magia della vita condivisa da Uomo e Donna con i cani e i gatti che nel corso del tempo si succedono nella casa di campagna abitata da questa strana comunità. Le gioie più fanciullesche si intrecciano ai dolori più cupi, le amicizie amorose a rapsodici conflitti, in un susseguirsi di eventi grandi e piccoli che offrono il destro a riflessioni filosofiche vertiginose così come, per converso, a esilaranti siparietti. Soltanto un poeta poteva regalarci con tanta leggerezza e profondità il senso ultimo di ogni vero incontro con l’animale.
Gli animali pensano mai alla morte? In che modo lo fanno?
Nonostante non sia facile accostarsi a questo tema, è solo rivolgendoci al suo aspetto più ‘naturale’ che possiamo trovare una via d’ingresso alla sua comprensione: la morte, sebbene dolorosa, è parte integrante della vita.
Scrive l’autrice Susana Monsó: «Noi umani facciamo fatica ad accettare quanto sia comune e insignificante la morte nel mondo naturale. Sappiamo che la morte avviene, ma di solito non la vediamo». Questo nostro essere al di qua rispetto alla morte ha fatto sorgere un ostacolo non indifferente alla comprensione della cognizione animale: diversi tanatologie filosofi ritengono, infatti, che la morte sia un «concetto astratto». Ma per gli animali in natura la morte non è astratta. È, al contrario, «molto concreta e tangibile» ci avverte l’autrice che, con delicatezza e rispetto delle discipline scientifiche con cui si confronta, cerca di isolare quelle sacche di antropocentrismo che impediscono una più profonda conoscenza della mente animale.
Questo libro è un valido e interessante antidoto contro le eccessive riserve di chi ritiene che l’essere umano sia l’unico animale dotato di una vita mentale ed emotiva. Parallelamente, ci mette in guardia sulle precipitose attribuzioni di sentimenti agli animali, le cui esperienze sono costitutivamente diverse dalle nostre. La pluralità di modi in cui la morte viene vissuta in natura ci precipita direttamente nel cuore della materia più misteriosa di tutte: là dove sembra essersi creato uno squarcio, un vuoto irreparabile, ecco che si palesa, palpitante, la vita.
UNA RECENSIONE:
Ma quanto è buono (da morto) il padrone ? di Giorgio Vallortigara, in Sole 24 Ore/Domenica, 19 febbraio 2023
Chi mi vuole bene sa che amo le tartarughe (e non solo).
Stefy – visitando l’originale libreria monzese Virginia & Co. – è stata attratta da un titolo e ha pensato a me: ecco come questo libro è arrivato sul mio comodino.
Non conoscevo l’autrice e i quindici racconti raccolti nel testo sono stati un’autentica rivelazione.
Le tartarughe elogiano la lentezza e tale dovrebbe essere la lettura di queste storie che, sia pur brevi, hanno il potere di lasciare un marchio nella sfera mnemonica ed emotiva. Direi quasi a lento rilascio o ad impatto ritardato, perché lavorano dentro, suscitando interrogativi, ipotesi, dubbi.
Caratterizzati da una tonalità dolente, offrono spaccati di vita mescolati a visioni talvolta surreali, spesso rette dalla comparsa di animali, oggetti, situazioni che fungono da “elemento terzo” per orientare verso la comprensione di uno sviluppo incerto, o incomodo, o spiazzante, o senza speranza.
Miracoli della tenerezza: ci fa entrare in un mondo che non serve a niente, dove siamo tutti stranieri e non ci salviamo a vicenda probabilmente, ma almeno ci perdiamo insieme.
Proust distingue la mera vita animale, ossia tutto ciò che la natura ci assegna quando veniamo al mondo, da bíos, ciò che il nostro essere-vita diviene relazionandosi nel mondo. Per ciascun personaggio precisa i percorsi della vita vissuta e, anticipando Martin Heidegger, come la propria Zoé esprima la loro biografia in funzione degli altri personaggi; racconta inoltre la temporalità epigenetica della loro esistenza attraverso l’uso di zooicone, anticipando in ciò Conrad Waddington. Ne scaturisce uno zoo di 214 diverse specie esaminate per 1.026 volte capace di svelare sia un Proust aracnofobico e nasofilo sia che ciascuno di noi è un con-dividuo, un intreccio di unità e molteplicità. Siamo, in definitiva, una composizione dei medesimi valori e disvalori che si esprimono in dipendenza delle inaudite felicità e meravigliose cadute che il tempo ci riserva.
Indice
Introduzione Zoé:schede animali Bíos: personaggi e animali Epigenetica dei personaggi:zoé…