Una stanza ellittica, vuota, fuori dal tempo. Un uomo solo, perennemente in cerca di risposte ai quesiti dell’esistenza. Quattro porte, da aprire su mondi fantastici e verso persone con storie particolari, che spingeranno il protagonista a una seria riflessione su se stesso. Una scelta che cambia la vita. Un viaggio interiore popolato di musica, pittura e letteratura, tra reale e immaginario. Un mistero senza tempo e senza luogo, racchiuso dietro quattro porte.
L’allegro e il pensieroso – 3068 aforismi e pensieriè una raccolta, come dice il titolo, di 3068 aforismi e pensieri: otto capitoli tematici, in cui si condensano riflessioni e provocazioni, invettive e dichiarazioni d’affetto, citazioni celebri e battute del momento, storie e passioni. Un lungo racconto articolato in 3068 scene.
Carlo Ferrario, poeta, scrittore, compositore e musicologo, vive a Como, dove è sempre stato uno dei protagonisti del dibattito e dell’animazione culturale. Ha scritto (e musicato): I Canti della Patria, Alfabeto comasco (pubblicato da NodoLibri nel 1989),Sera in Via Odescalchi, Sélénade, Monologhi illustri, Il pane di Como, Il mercoledì delle Ceneri (racconti), Visita guidata, Storie di un tale, Andata e ritorno (pubblicato da NodoLibri nel 2005),Una piccola deviazione (pubblicato da NodoLibri nel 2007); i romanzi in versi Paganus (l’ottavo dormiente) e Amici; Al suon dell’arpe angeliche, Sull’alba il queto Lario (cronache e commenti musicali); ha rappresentato una serie di “Dicerie” (sul Don Giovanni, sul Parini e sulla Tosca). Scrive musica e di musica.
Per il catalogo completo delle opere di Carlo Ferrario pubblicate da NodoLibri clicca qui.
«In un giorno di giugno / (io avevo sei anni)…». Una precisazione cronologica, questa, singolare e tale da dover incuriosire non poco, posta com’è proprio all’inizio di un “romanzo in versi”, edito qualche anno fa (nel 2008) da NodoLibri e intitolato Paganus, in cui “more poetico” si racconta la storia di una “educazione sentimentale”. Una vera e propria iniziazione alla vita sul teatro di un’età aurea, che, spopolata di miti e di portenti, si avvia ad un tempo grigio di rovine e di violenza.
Protagonista e autore di siffatta storia ovviamente si identificano:
si tratta di un tal Carlo Ferrario, familiarmente denominato allora “Carluccio”, residente in una sorta di Valle dell’Eden, in quel di Introbio, un luogo dove possono intervenire a turbare i giorni anche i presagi di una guerra e la morte, fermo restando che è ancora la fine di una giornata di giochi a diventare il principale motivo «di malinconia», come accade solo nel beato mondo dell’infanzia…
Carlo e la signorina Antonia
Ferrario così ricorda la Pozzi
di Vincenzo Guarracino *
«In un giorno di giugno / (io avevo sei anni)…». Una precisazione cronologica, questa, singolare e tale da dover incuriosire non poco, posta com’è proprio all’inizio di un “romanzo in versi”, edito qualche anno fa (nel 2008) da NodoLibri e intitolato “Paganus”, in cui “more poetico” si racconta la storia di una “educazione sentimentale”. Una vera e propria iniziazione alla vita sul teatro di un’età aurea, che, spopolata di miti e di portenti, si avvia ad un tempo grigio di rovine e di violenza.
Protagonista e autore di siffatta storia ovviamente si identificano: si tratta di un tal Carlo Ferrario, familiarmente denominato allora “Carluccio”, residente in una sorta di Valle dell’Eden, in quel di Introbio, un luogo dove possono intervenire a turbare i giorni anche i presagi di una guerra e la morte, fermo restando che è ancora la fine di una giornata di giochi a diventare il principale motivo «di malinconia», come accade solo nel beato mondo dell’infanzia.
Una storia in versi di fiabesca lievità in cui la vita (luoghi, fatti, persone) vengono raccontati e miticamente trasfigurati attraverso gli occhi di un bambino, immerso in uno scenario incantato e intento a guardarsi intorno con stupore e benedicente ammirazione: versi, almeno all’inizio, di sensazioni delicate, incrostati intorno a una data, giugno 1937, in cui qualcosa di essenziale deve essere capitato al “seienne” protagonista, anche se di primo acchito non è dato di sapere che cosa.
Non è il caso qui di raccontare cosa c’è in questo “romanzo in versi”, che è più complesso di quanto potrebbe a prima vista apparire. Quello che qui importa è la presenza di quella data, “giugno 1937”. Perché un siffatto scrupolo di determinazione cronologica? Come non pensare che una tale pignoleria sia tutt’altro che casuale e richieda un’attenzione non superficiale, chiamando in causa motivi dell’autore ben più profondi di quanto possa apparire? In altri termini, come accade ogni qualvolta si mette in gioco un momento preciso e puntuale attraverso una data, si vuole sottolineare che l’evento assume un carattere nuovo e diverso, come un momento su cui il soggetto costituisce una privata mitologia, trasformandolo in un qualcosa da cui la sua vita acquista un altro senso e significato: uno spazio cronologico di ordine ieratico (l’avrebbe chiamato così Roland Barthes), fondativo, meritevole di speciale considerazione e destinato nel tempo ad agire con forza ipnotica sulla coscienza, in grado anche inconsapevolmente di determinare uno sguardo e un comportamento diversi.
Ma che cosa era realmente successo in quel giorno di giugno di un lontano 1937, tale da dare al giovanissimo protagonista l’idea di un cambiamento, di un passaggio quasi epocale da un’età dell’incoscienza infantile a un’età della ragione e della responsabilità? Me l’ero chiesto quando avevo letto per la prima volta quel testo ma senza darmene all’epoca contezza. Poi, improvvisamente, come un’illuminazione, mi è parso di “comprenderne” il motivo alla luce di un’altra pagina dell’autore contenuta in “Alfabeto comasco” (1989), ben precedente al passo in questione di “Paganus”: una pagina inscritta sotto la voce “Poeti”. Leggiamo cosa dice a pagina 84: «Di poeti se ne trovano ad ogni angolo… ma a me basterà ricordare due incontri. Da piccolo ero incantato all’idea di poter vedere da vicino un esemplare in carne e ossa di questa magica stirpe: si trattava di Antonia Pozzi, che villeggiava in Valsassina e che da sempre conosceva i miei. Non avevo allora nessuno strumento valutativo, ma sapevo che la signorina Antonia scriveva poesie, e questo mi bastava per guardarla come se fosse stata una dea… Una fotografia scattata nel suo giardino coglie un po’ di quel mio stupore…».
Allude a questo evento la data di cui prima (per inciso, il secondo è con il poeta inglese Auden? Io credo di sì). A fare un rapido calcolo (Carlo Ferrario nato nel 1931 e Antonia Pozzi tragicamente scomparsa nel ’38), i conti tornano: la data della foto potrebbe essere stata l’ultima primavera-estate della poetessa, il ’37 appunto, e il “seienne” io di “Paganus” potrebbe averne riportato, alla luce soprattutto di quello che poi si è saputo della “signorina Antonia”, un’emozione incancellabile, tale da diventare un evento fondante e formativo della sua esperienza. Certo, non è evento da poter trovare registrato nelle biografie della poetessa (pregevoli biografie come la recente di Graziella Bernabò, edita da Àncora) e neppure degna di più puntuali ricostruzioni (alla maniera per intendervi dell’aureo “Soltanto in sogno”, con foto e lettere, a cura di G. Sandrini, edito da Alba Pratalia, 2011), ma è certo un ricordo, da conservare gelosamente: un qualcosa che Carlo Ferrario affida alla sua privata mitografia e che ci consegna come un mirabile cammeo.
(* Italianista e poeta)v.fisogni
Giovedì 12 Maggio 2011 alle 17.00 presso la sede della Famiglia Comasca (via Bonanomi 5, Como) verrà presentato il libro di Carlo FerrarioAmici pubblicato da NodoLibri.
Alberto Longatti introduce e dialoga con l’autore.
COMO – Remo Martini e Giulio Guardini sono due bambini, due ragazzi, due uomini come in qualche modo ciascuno di noi è stato ed è. Per di più, vivono in una città, frequentano scuole e ambienti che richiamano subito una certa Como e sono tormentati dai dubbi e dalle sfide dell’età, dalla più tenera a quella delle scelte difficili, dolorose, talvolta senza ritorno.
Il loro percorso, accompagnato da un’amicizia che resiste alle svariate prove che la vita le mette davanti, è il tema di un racconto in versi – Amici appunto – ultima opera di un ingegno vivace, per certi versi bizzarro, sempre stimolante, che i comaschi conoscono bene: Carlo Ferrario.
La trama del lavoro è volutamente essenziale, scandita dalle esperienze che ognuno può riconoscere come sue. Ecco allora i giorni dell’infanzia legati a una nonna maniaca del fegato di merluzzo e delle vecchie zie pronte a mettere in tavola «ogni tre giorni/del cervellaccio impanato/ e fritto». Ecco, a scuola, un Giulio diligente fin troppo e un Remo in perenne «lotta coi prof/ma in grado poi d’imbrogliarli/su tutto». Ecco i giochi, l’idea di mettere in scena una recita, ecco il bastardino al quale viene dato il nome di Giuseppe Mazzini. Ed ecco soprattutto il primo serio bivio: l’uno con la vocazione precocemente accettata per la matematica e pronto quindi a diventare ingegnere, l’altro che «incerto/del tuo futuro, sapevi/(come Montale)/ solo ciò che non avresti/voluto…».
All’infanzia segue un’adolescenza da studenti di liceo, ovviamente l’uno il classico e l’altro lo scientifico, in un Istituto che dei Padri governano secondo schemi immutabili, le seduzioni e gli stimoli, le prime sfide intellettuali, la maturità e la scelta della facoltà universitaria che divide le carriere scolastiche ma non il percorso di vita dei due. Che si ritroveranno, accomunati – al di là delle diversità di carattere, di attitudini, di interessi – quando, dopo la laurea, al momento di indirizzare definitivamente il proprio futuro con un impegno lavorativo necessariamente diverso, faranno la stessa scelta di campo.
La scelta di non cedere alle lusinghe subdole o martellanti del perbenismo corrente, delle strade già tracciate, di una borghese mediocrità fatta di soldi e di affermazione sociale, per non tradire se stessi, le proprie aspirazioni autentiche, il proprio destino.
È così che gli ultimi versi prendono congedo dai due amici ormai diventati uomini dando atto che «comunque vada,/la loro vita,/ o meglio, la loro anima/ l’hanno salvata,/fuori, anche a loro rischio,/dal grande/ovile dove si ammassa/il gregge occidentale, insipiente, fatuo,/ ricco, clonato…». Antonio Marino
Oggi Carlo Ferrario compie ottant’anni. Per quei pochi che non lo conoscono rinviamo alla sua breve biografia.
Carlo, per molti di noi, è stato un esempio, una guida, uno stimolo a ricercare sempre la novità. Della contemporaneità ci ha insegnato a cogliere il bello nella musica, nella letteratura, nella poesia e nell’arte; nella vita sociale ci ha mostrato che l’impegno culturale è anche e soprattutto un dovere di ogni cittadino.
Della sua disponibilità e del suo affetto lo ringraziamo; i nostri auguri sinceri lo accompagneranno nei prossimi e certamente molti anni di lavoro.
Sempre insieme: come quando tanti anni fa Carlo era già un giovane intellettuale comasco e noi solo dei ragazzini impertinenti e curiosi.
Auguri. Da NodoLibri, dall’Università Popolare di Como, da tutti gli amici.
Oggi, giorno del suo compleanno, gli regaliamo l’edizione del suo ultimo romanzo: Quattro porte
Vincenzo Guarracino ha scritto un breve saggio sulla figura di Carlo Ferrario del quale riportiamo un brano.
Il testo completo è pubblicato sul blog Poetrydream.
«”In un giorno di giugno / (io avevo sei anni)…” Mi ha incuriosito questa precisazione cronologica, l’unica dell’ultima fatica poetica di Carlo Ferrario, ossia del “romanzo in versi” intitolato Paganus (NodoLibri, Como 2008), storia di un’iniziazione alla vita sul teatro di un’età aurea che, spopolata di miti e di portenti si avvia ad un tempo grigio di rovine e di violenza.
A guardarle attentamente, tutte le prove poetiche di Carlo Ferrario si dispongono in questa maniera: come una volontà di raccogliere e inscrivere tutta quanta la propria esperienza esistenziale e intellettuale, prosciugata di ogni languore e sdolcinatura, sotto l’egida di una regia per così dire numerica, di un rigoroso e geometrico sistema pitagorico.
Un personaggio ricco e complesso, dunque, Carlo Ferrario: davvero un personaggio polytropon, versutum, dalle molteplici applicazioni e competenze. Versatile, insomma: narratore, musicologo e musicista, comunicatore e polemista e soprattutto poeta, nel suo senso di creatore di linguaggio (…) uno che “molto ha viaggiato e conosciuto”, che ha attraversato e praticato innumerevoli territori, sfidando con la scrittura e prima ancora con la vita luoghi comuni e pregiudizi, sempre fedele a una propria riconoscibile cifra esistenziale e intellettuale, che si può pressappoco riassumere e condensare così, una visione illuministica della vita, di un illuminismo generoso e aperto a una laica intelligenza delle cose ma senza illusioni.
Disincantato ma non rinsavito, al pari del Didimo foscoliano, Carlo sa guardare a persone e situazioni con l’occhio di chi molto ha conosciuto e che per questo sa dosare parole ed espressioni distillandole in “qualche verso” che senza temere di irritare il senso morale di chicchessia persegue con determinazione il progetto di smascheramento dei falsi miti della nostra contemporaneità.»
Vincenzo Guarracino
Carlo Ferrario (1931) vive a Como, dove è sempre stato uno dei protagonisti del dibattito e dell’animazione culturale. Per NodoLibri ha scritto:
Vincenzo Guarracino è autore del volume Il Teatro tra passione e missione (NodoLibri 2008) sulla figura di Bernardo Malacrida(1925-2003), personaggio fondamentale della cultura comasca del secondo Novecento e animatore di un’esperienza importante come quella del Teatro Stabile di Como.