Ortensia

Ortensie, Hydrangea (Ortensia – Saxifragaceae)

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Per le cure delle Ortensie vai a Giardinaggio.it

Fotografie e acronimo di Luciana

Flickr · Ortensia

Ortensie, 2010, album fotografico flickr

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Agave

La commovente storia di Agave


Poche piante danno un’idea di potenza, di vigore, quasi di immortalità quanto l’agave. Anche le più vecchie querce, i castagni millenari, i pini secolari, sembra siano vivi per una specie di miracolo e sulla corteccia screpolata, sui rami contorti e irregolari, sulle foglie destinate comunque a cadere, portano i segni della vecchiaia e della morte.

L’agave no. La pianta è acaule, ovvero priva di fusto, ed è formata da una «rosetta» di circa 30 foglie, con le più vecchie che solo dopo anni seccano e si accartocciano. Le foglie partono direttamente dal terreno, dal centro della rosetta, sono carnose e lunghe fino a tre metri, grigio-verdi, lineate di giallo in certe varietà, lisce e vellutate ma durissime e orlate da minacciose spine scure che sembrano denti di squalo; hanno perfetta sezione triangolare e apice acuto terminante in un mucrone, una grande spina appuntita come un pugnale. L’interno della rosetta è irraggiungibile, difeso com’è dalle foglie armate di denti e pugnali, perfetto nella sua geometria regolare, quasi metafisica.

Ecco, l’agave è una pianta metafisica. Un clandestino metafisico. Originaria del Messicol’Agave americana (famiglia Agavacee), fu importata dagli spagnoli dopo la conquista del paese centroamericano e coltivata nei giardini di mezza Europa, forse già a partire dalla metà del XVI secolo.

Robusta, resistente alle più avverse condizioni climatiche ma non alle basse temperature, capace di crescere ovunque, persino in vasi ristretti, si è presto liberata, diffondendosi in tutto il Mediterraneo e in gran parte delle aree temperato-calde della terra. In Italia è presente quasi ovunque, con l’eccezione delle regioni senza sbocco al mare: Val d’Aosta, Piemonte, Trentino Alto-Adige e Umbria (in Lombardia si giova dell’effetto mitigante dei grandi laghi alpini). Cresce bene tanto sui terreni rocciosi che sulle spiagge sabbiose. Spesso si accompagna al fico d’india, con cui condivide l’origine e l’enorme adattabilità.

L’agave vive fino a ventanni. Quando è matura inizia a produrre ai lati della rosetta piantine figlie, che emettono radici e si affrancano dalla pianta madre. È il segnale che il ciclo si sta per compiere, che la morte, anche per l’agave, sta arrivando. 

Ma non è una morte come le altre. Nell’ultimo anno di vita l’agave compie uno sforzo che ha dell’incredibile. Dal centro della rosetta inizia a comparire a primavera un’infiorescenza che cresce rapidissima fino ad arrivare a 20 cm di diametro e 4 o 5 metri d’altezza; qualche volta, pare, addirittura fino a 12, come un palazzo di 4 piani. Sembra un gigantesco asparago, che poi sviluppa rami laterali portanti ognuno numerosi fiori giallo-verdastri. All’inizio dell’estate l’infiorescenza è completa e l’agave raggiunge il massimo della sua bellezza. Siccome le piante vicine sono spesso sorelle, figlie della stessa pianta madre, la fioritura è quasi sempre simultanea e decine di enormi infiorescenze dominano il paesaggio anche da lontano. Poi l’infiorescenza si secca, improvvisamente come è cresciuta, e la magnifica agave, perfetta, armata e invincibile, muore improvvisamente, svuotata di ogni energia.
Le piantine figlie però si accrescono velocemente e il ciclo ricomincia. Tra 15 o 20 anni ci sarà un’altra incredibile fioritura …

In Marco Di Domenico, Clandestini. Animali e piante senza permesso di soggiorno, Bollati Boringhieri, 2008, p. 35-37

Le fotografie sono di Luciana
Camelia invernale e Camelia Sasanqua · Colori · Giardini del lago di Como

Il COLORE VIOLA, racconto di Luciana

 


Ho appreso nei miei primi rudimenti dell’arte della pittura che il rosso carminio unito al blu ciano origina il viola. Utilizzare solo i 5 colori di base è l’esortazione indispensabile allo sprovveduto principiante per prendere confidenza con i cromatismi delle tonalità e delle sfumature dei colori derivati.


Ma  poter rendere omaggio in prima persona alle macchie di colore che nel mio giardino esplodono è obiettivo ben presto fallito. Sì, perché per quanto sprema tubetti e mi dia da fare nel mescolamento delle molli paste, nulla è vicino a ciò che la natura spontaneamente mi offre. E così ammiro beata, spostando lo sguardo dalla mia tavolozza di plastica a quella genuina della mia vegetazione.
E’ il momento delle gradazioni dal rosa al viola.

Per essere sinceri, già quando ero immerso nella sinfonia del giallo, SASSIFRAGHE e COTOGNO GIAPPONESE davano mostra di sé. Ma erano una cosiddetta minoranza relativa.


Ora che il giallo si è spento, con maggior audacia, di settimana in settimana puntuali si presentano all’appello le varie generazioni del rosso-blu.

Per la prima volta il giovane LILLA’ espone le sue infiorescenze, dimostrando energia e vitalità nonostante la sua ancora bassa statura.


Non manca mai di impressionarmi la lotta delle
CAMELIE screziate e delle giganti PEONIE contro lo scorrere del tempo. Sono entrambi fiori grandi, gonfi, turgidi. Forse la natura si è un po’ presa gioco di loro, affidandoli ad un sostegno troppo esile per la loro pezzatura.

Il fatto è che crollano a terra con una velocità spietata: le CAMELIE, tutte intere, sembra scelgano un letto più comodo su cui coricarsi; le PEONIE, invece, “spetalano” con  aria depressa, deluse dallo scarso riconoscimento prestato al lavorio di un anno delle loro pazienti gemme.


Noncurante delle pene inflitte agli eleganti cespugli che, inermi, depositano al suolo la loro parte migliore, il ROSMARINO REPENS getta le sue code dal balcone sovrastante, fra la lavanda e la salvia che lo ammirano composte. Le sue chiome sono inghirlandate da una moltitudine di minuscoli fiori violetti, gioia e nutrimento per i ghiotti lepidotteri ed imenotteri avventori.


Altrettanto viola, ma più aristocratici, gli
IRIS mantengono uno sguardo vigile e apprensivo, poiché anche quest’anno non capiscono come può accadere che vento e acqua tipici di questo mese possano sciupare così velocemente il loro fragile manto.

Ma il vero tocco d’artista se lo riservano, in contemporanea, AZALEE eGLICINE.

Il gruppo rosso-arancio vicino alla panca si allarga sempre di più e inizia a reclamare la seduta sui sedili di legno, in  speranzosa attesa sotto la
cerata blu che li ha riparati dall’umido clima invernale.



A pioggia, lunghi grappoli profumatissimi scendono dal cielo, inebriando l’aria di un delicato effluvio. E’ il GLICINE, che baldanzoso tenta di avvitare le fluttuanti estremità dei rami ai primi appigli che trova, quasi avesse l’intenzione di raggiungere il poco distante gelsomino, che fra un mese gli darà il cambio nella profumazione dell’aria quasi estiva.

Vicino alla forsithia, un po’ più insignificante ora che il giallo ha cessato di ricoprirla, si scorge una distesa violacea. Sono le AZALEE sorelle maggiori, il primo tentativo di rendere più colorato quei nove gradini che erano al mio giungere dal corridoio delle viti.

In principio erano due macchie di colore violaceo e bianco. Un inverno più freddo del solito ha però impedito all’azalea bianca, delicata e cagionevole, di continuare la sua esistenza. Al suo posto (ammetto un po’ osé per accostamento) c’è ora un’AZALEA MOLLIS arancione. La annovero comunque, nonostante la gamma del colore non sia quella qui considerata.

Osservo sempre con scetticismo la seconda pianta di GLICINE che ricopre la pergola del terrazzo sopra il pontile.

Diversamente dall’altra ha un colore più intenso e il fogliame viaggia in parallelo con la comparsa del grappolo fiorito. Per cui ogni anno mormoro fra me e me che la fioritura è scarsa. Eppure so che per godere di quella odorosa cascata, non bisogna guardare dall’alto, ma andarci proprio sotto e alzare gli occhi.


Spazio anche alle foglie. Di aprile rispuntano le foglie purpuree a cinque lobi dell’ACERO CANADESE, lassù, vicino al noce, e dell’ACERO GIAPPONESE che con il suo largo ombrello ripara gli ultimi tulipani.


Dopo la rapida fioritura marzolina, al
PRUNO DA FIORE è rimasto il bel fogliame rosso cupo e, a cercarli con attenzione, piccoli frutticini tinti di porpora, deliziose leccornie per gli amici alati che da quelle parti hanno capito esserci un generoso banchetto.


E così, quando l’occhio ricade sulle mie prove colore, capisco la potenza della cromoterapia.

Rosso, colore dell’agire. Blu, colore del sentire.

Rosso, spinta all’azione. Blu, quiete che subentra all’appagamento dell’azione.

Ripongo i tubetti sparsi sul tavolo.

Una sosta di fronte alla rossa peonia e una tregua sotto il tranquillo viola del glicine diluiscono uno spirito sacrificale per lui decisamente troppo oneroso.

 

in:  Il colore viola | Tracce e Sentieri.

Amamelide · Colori · Giardini del lago di Como

Il colore giallo

 

Nello scendere e salire i gradini, ti è dato di constatare l’assoluta contiguità tra terra e aria.
Dalla concretezza della pietra che salda il tuo contatto col suolo,  alla luce che rischiara il passo, rendendolo meno incerto e precario.
E’ da gennaio che le tenebre maggiormente faticano ad inghiottire quel che resta del giorno.
Prima ancora di me, esoso di quegli eroici minuti che regalano l’allungamento del crepuscolo, se ne accorge la silente natura, pronta a salutare la dissolvenza dell’oscuramento invernale.
E’ il momento del giallo.

Dapprima fioco, si posa sugli spogli rami del Calicanto, catturando più l’olfatto che la vista.I fiori paglierini sfidano la temperatura ancora fredda, esalando un intenso profumo che non può lasciare indifferente chiunque si trovi di lì a passare, obbligando pertanto ad accostarsi alle gialle corolle, così effimere ma caparbiamente decise ad affermare il loro dominio

 

Timidamente anche l’Amamelide non resta insensibile alla voluttà di quella fragranza.
Non riuscendo a competere in misura di essenza, sferra la sua rivincita acuendo la tonalità del suo giallo.
E’ commovente l’Amamelide, con quei fiori a raggiera che discordano col grigio del muro di pietra, pronta a ricevere la luce che la solletica dai tralci delle viti stesi sopra di lei, ancora completamente nudi.

 

Dal piano superiore un altro prodigio accade. Allineati come tanti soldatini curiosi, irrompono nelle loro gialle livree i Narcisi. Mossi dalla leggera brezza, si inchinano con un movimento grazioso ora lateralmente, ora abbassandosi a sbirciare nel corridoio sottostante. L’assortimento delle famiglie bulbacee alterna svariate sfumature di giallo e un cangiante colore del cuore, mescolato ad una punta di rosso.
Giallo e arancio marciano così, ordinati, lungo il bordo del sentiero dell’orto, con una smaliziata promessa di leggerezza e briosa volubilità.

 

 

 

Esulta anche la Forsithia, di solo giallo vestita, consapevole della sua caduca fatuità ma, forse proprio per questo, ben determinata a protendere i lunghi rami fioriti verso il cielo.

 

 

Più ostinata la Maonia. Lei ha resistito con le sue foglie lucide e dentate per tutta la stagione invernale, dispiegata sulla terra brulla ed in attesa del momento propizio. Eccoli ora, i mazzi delle infiorescenze, di un giallo esuberante che illumina il verde scuro del suo manto perenne.

 

 

Un’altra Maonia, questa ad arbusto e non tappezzante, abbraccia il sedile di pietra accanto al caco.

 

 

Al lato opposto, a mo’ di sentinella, la Kerria anch’essa getta disordinatamente le sue braccia in egual misura colme di foglioline verde tenero e di piccole corolle di un giallo spigliato e festaiolo.

 

 

Introversi e misteriosi, invece, i tulipani poco distante silenziosamente meditano.
La visione del cuore crocefisso ti è concessa per poche ore del giorno, poiché, allo scemare del calore solare, essi rialzano a calice i petali carnosi, ritornando a custodire gelosamente il segreto della loro passione.

 

Così mi nutro del giallo e della luce che esso richiama.

So che è un annuncio di breve durata.

La fascinazione del giallo è dirompente e l’energia che scatena mi appaga.

Nella tavolozza del mio giardino, intanto, altri colori si apprestano a mescolarsi per offrirmi nuove emozioni.

Ciao, giallo.

Benvenuta, primavera.

 

da: Il colore giallo | Tracce e Sentieri.

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Mi ricordo che me lo regalò Andrea. Era una estate dei primi anni ’90: Piante medicinali. Come riconoscerle, raccoglierle, utilizzarle, Marietti editore

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