Sul Lario rivive l’arte antica dei muretti a secco, articolo di Katia Trinca Colonel in Corriere d Como 28 agosto 2021

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L’iniziativa è promossa in collaborazione con il Comune di Brunate e una rete di realtà del terzo settore locali (Cooperativa Sociale Tikvà, Cooperativa Sociale Azalea, Associazione Sentiero dei Sogni, Progetto di rete “Il Futuro è oggi”, Casa dei Tigli, associazione per la Promozione della Cipolla di Brunate, Como Accoglie, Auser Como e il Circolo Ambiente Ilaria Alpi).

Rigenerare il PAESAGGIO, attrarre l’economia, a cura della Commissione paesaggio, Consiglio dell’Ordine degli architetti di Como, 2018

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sguardo sui terrazzamenti di BRIENNO, da COATESA, agosto 2019

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gratitudine per le generazioni passate che hanno costruito i MURI A SECCO che sostengono i terrazzamenti del giardino di Coatesa, agosto 2019

PERCORSO FOTOGRAFICO

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i TERRAZZAMENTI delle PREALPI, di Eugenio Turri in Capire l’Italia: I PAESAGGI UMANI, Touring Club Italiano, 1977

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https://coatesa.com/2019/06/22/capire-litalia-i-paesaggi-umani-touring-club-italiano-1977/

terrazzamenti dei pendii, estensione degli orti, mantenimento dei boschi: è il lavoro della comunità, degli abitanti tradizionali del lago – in Percorsi tematici – Lombardia Beni Culturali

paesi adagiati sulla riva o a mezza costa, nelle costruzioni di maggenghi o “monti”, ma anche nei terrazzamenti dei pendii, nella estensione degli orti, nel mantenimento dei boschi: è il lavoro della comunità, degli abitanti tradizionali del lago.

La vita collettiva definiva le forme del paese: strade strette, vicoli erti, cortili e spazi comuni, affacci e viste verso il lago che si accostavano, si incrociavano, si sovrapponevano; costruzioni in pietra, tetti tradizionalmente in piode, aperture di finestre e porte non grandi, androni ombrosi, vani piccoli. Tutto questo è ancora oggi percepibile a chi allontana lo sguardo dalle rive – che hanno subito trasformazioni più consistenti e nel dopoguerra interventi di adeguamento alle mutate economie – per dirigerlo verso le località montane rimaste come ferme nel tempo, nei loro antichi nuclei.

via Ville storiche sul lago di Como – Percorsi tematici – Lombardia Beni Culturali

TERRAZZAMENTI: il luogo di PALANZO sul LAGO DI COMO| in Ordine Architetti di Como

I terrazzamenti furono in agricoltura la soluzione all’esigenza di rendere coltivabili territori in pendenza quali le sponde del lago. Permettevano una maggiore superficie coltivabile, un buon orientamento al sole e un ottimo assorbimento dell’acqua piovana. I terrazzamenti di Palanzo erano orientati fronte lago. Tra la fine di un terrazzamento e l’inizio dell’altro crescevano filari di viti d’uva. Tutto il terrazzamento era a disposizione per la coltivazione di frumento, verdura e alberi da frutto. I muri di contenimento erano costruiti a secco in pietra moltrasina.

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Fisionomie lariane – Terrazzamenti di Palanzo | Ordine Architetti di Como

i terrazzamenti: paesaggio ed economia, da un articolo di Andrea Veronese Vittorio Fantin, in Un paesaggio verticale

Al contrario dei grandi parchi e giardini, non di rado opera di architetti ed artisti più o meno famosi, sapientemente ispirati dai loro prìncipi e condizionati o guidati dalle mode artistiche o dalle “visioni” tipiche del loro tempo, i paesaggi a gradoni non hanno un autore, né in senso concettuale, né in senso materiale; essi sono opera di generazioni di uomini ignoti che, operando con secolare continuità nell’alveo di una tradizione a lungo tramandata, hanno compiuto un’opera immane, in grado appunto, come ancora si vede, di dare forma a rive e montagne, modellando in definitiva gran parte del paesaggio lariano. 

    L’immane opera di conformazione a terrazzi delle rive del lago, che certamente prese inizio dalla colonizzazione romana, oggi è la sedimentazione di un lavoro plurisecolare, ed anzi bi-millenario, che non ha dunque autore e che può apparire a molti come un dato “naturale” e quindi di alcun valore culturale: qualcosa di dato, non come un’opera fatta dall’arte.

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Se per l’ignoto contadino dei secoli passati il pezzetto di terra pianeggiante ricavato a fatica sui pendii del monte scavandone il sasso era il luogo dei foraggi, degli orti, degli alberi da frutto e da foglia, dell’ulivo e della vite, oggi che questa agricoltura di sostanziale sussistenza è un ricordo, queste terre sono il luogo ideale per farci su una casa. Terre pianeggianti dove il piano non esiste, se non quello acqueo del lago; terre ben esposte al sole e riparate dai venti più freddi; terre libere vicine alle case degli antichi nuclei abitati, spesso servite da buone strade che le collegano ai centri vicini. Il costruttore di oggi capisce in fretta il mistero di ogni giardino, a partire da quello dell’Eden: dove stanno bene le piante stanno bene anche gli uomini. In definitiva: le sponde del Lario non offrono aree fabbricabili migliori degli antichi terrazzamenti.

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Un paesaggio verticale

I TERRAZZAMENTI sulle sponde del lago di Como – in Ciao Como

Cos’è un terrazzamento se non l’uso razionale di un declivio? Un uso per rendere un digradante territorio produttivo e transitabile. Il terrazzamento altro non è che la premessa tecnica necessaria a questo scopo, trasforma la pietra incoerente in manufatto coerente, di contenimento. Trasforma un digradare in strette lame piane per accogliere i frutti della terra e del lavoro. Opera di trasformazione discreta e lenta nei secoli per plasmare terreni non facili, comunque resi fecondi da un clima temperato e favorevole. Un terrazzamento è segno nel paesaggio: docile, perché asseconda le curve dei livelli, rincorre i promontori, scompare nelle anse; forte, perché lo segna, anzi, lo disegna

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I terrazzamenti sulle spode del lago, un convegno sul paessaggio e l’economia – Ciao Como

Sul Lago di Como: orti, ulivi e alpeggi…, Fondazione Cariplo, i progetti di Cernobbio, Laglio, Tremezzina

Recupero di alpeggi e terrazzamenti a Cernobbio, Laglio e Tremezzina. Il progetto sui Beni Comuni selezionato dalla Fondazione Provinciale della Comunità Comasca ha l’obiettivo di educare i cittadini allavalorizzazione del territorio recuperando la tradizione agricola della zona.

L’abbandono graduale da parte degli abitanti ha portato al rimboschimento dell’area del Lario Intelvese e al crollo delle strutture di supporto alle attività agricole, come i terrazzamenti. Questa iniziativa fa rete coinvolgendo le associazioni del territorio e le scuole.

 

 

Da Tremezzo Sala Comacina lungo la Greenway, domenica 19 ottobre 2014

Domenica 19 ottobre abbiamo imparato che i luoghi assumono una intensità diversa se vengono visitati con l’intenzione di “leggerli” dal punto di vista storico oltre che paesaggistico.

A rendere possibile questo obiettivo è l’accompagnamento dello storico Fabio Cani, il cui lavoro di analitico studio documentale gli permette di fornirci informazioni a cavallo di diversi secoli di storia locale ed europea.

Partenza da Piazza Cavour attorno alle 9 in aliscafo all’interno di un gruppo che, pur nella sua eterogeneità, condivide interesse e voglia di conoscere. L’utilizzo dell’aliscafo consente inoltre una vista complessiva delle sponde del lago, poiché i diversi “passaggi acquei” vengono attraversati velocemente.

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Arriviamo allo scalo di Tremezzo attorno alle 10 e 30 e, prima dell’inizio della camminata, ci viene sottolineata la riflessione che è solo da pochi decenni che le rive del nostro lago vengono  percorse con l’automobile.

Per lungo tempo infatti la vera “autostrada” è stata il lago stesso e gli abitanti lacustri erano ben abituati a percorrenze “ad U”, con partenza da un punto del lago, penetrazione dell’entroterra e ritorno da un diverso punto d’approdo. Questo permetteva di fare esperienza della straordinaria doppiezza dei nostri luoghi, costituita dalla profonda integrazione fra la linea dell’acqua e la ripida pendenza dei monti.

La giornata è bellissima. Sole, caldo e cielo terso costituiscono uno scenario abbastanza insolito per essere a ottobre avanzato. Il percorso inizia con una ripida erta lungo i tipici sentieri acciottolati che talvolta dividono in due giardini e orti delle case. Lungo la salita sono distribuiti qua e là archi di pietra che collegano i vari appezzamenti.

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L’arrampicata è impervia, ma il risultato ne vale la pena: al cospetto della torre medievale di Rogaro è possibile rimirare una stupenda visione del lago.

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Giunti a mezza costa il cammino è più rilassato e tranquillo e ci porta abbastanza rapidamente alla frazione di Bonzanigo, dove di fronte al palazzo Rosati apprendiamo che questi luoghi sono stati tutt’altro che isolati e chiusi, visto che i loro abitatori intrattenevano intensi collegamenti commerciali e artistici con le regioni del Nord Europa.

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Attraversiamo questo straordinario borgo che alterna agglomerati di case addossate l’un l’altra ad archi di pietra affacciati sul panorama delle montagne che contornano il lago. Visita della chiesa di Sant’Abbondio con breve relazione di Fabio Cani sugli aspetti storici e artistici e rapida escursione nel vicino cimitero.

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L’incantevole caratteristica di questo luogo è il paesaggio dolcemente digradante in cui spiccano ampi terrazzamenti di centinaia di ulivi e cipressi.

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Attorno alle 13 giungiamo all’imbarcadero di Lenno.

Qui è il lungolago ad imporsi grazie alla spaziosa curvatura verso il promontorio di Villa Balbianello.

Nella piazza ascoltiamo la descrizione dell’architettura romanica del Battistero e, con un notevole balzo in avanti del tempo, la storia più recente rappresentata dal monumento di caduti che si erge a pochi metri dalla chiesa di Santo Stefano.

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E’ davvero bella la possibilità di camminare in viottoli paralleli al percorso delle automobili. Appare alla nostra vista la villa Balbiano, stupenda anche nella veduta retrostante, il cui giardino nulla ha da invidiare a quello ben più famoso di Versailles.

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Breve sosta davanti alla chiesa di Sant’Eufemia e poi imbocchiamo il sentiero che passando davanti a Villa Monastero ci porterà verso Ossuccio, la cui principale attrattiva è la chiesa di Santa Maria Maddalena, dove ci viene ricordata la sua collocazione vicino a un antico “hospitium”. Il luogo è di profonda suggestione dovuta anche alla prospettiva sull’isola Comacina. Da qui l’ultimo tratto di strada previsto dalla gita ci conduce a Spurano dove, a strapiombo sul lago sorge la chiesa di San Giacomo e Filippo.

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Termina qui il nostro “cammino nella conoscenza”.

Alcuni torneranno a Como in corriera e altri in aliscafo, con la netta percezione di avere trascorso una giornata indimenticabile.

i “terrazzamenti” del territorio di Nesso, da RIORGANIZZAZIONE DEL PAESAGGIO STORICO DELLA VAL DI NESSO, TESI DI Silvio Bonali, RELATORE Darko Pandakovic, Politecnico di Milano Facoltà di Architettura, 1999/2000 | COATESA SUL LARIO … e dintorni

Il territorio nessese venne reso coltivabile grazie alla diffusione dei terrazzamenti, anche oggi caratteristici del paesaggio della zona e che nella documentazione medioevale venivano indicati come campi situati “uno sopra l’altro” (“unum super aliud”)

RIORGANIZZAZIONE DEL PAESAGGIO STORICO DELLA VAL DI NESSO, TESI DI Silvio Bonali, RELATORE Darko Pandakovic, Politecnico di Milano Facoltà di Architettura, 1999/2000 | COATESA SUL LARIO … e dintorni.

RIORGANIZZAZIONE DEL PAESAGGIO STORICO DELLA VAL DI NESSO, TESI DI Silvio Bonali, RELATORE Darko Pandakovic, Politecnico di Milano Facoltà di Architettura, 1999/2000

Politecnico di Milano

Facoltà di Architettura

RIORGANIZZAZIONE DEL PAESAGGIO STORICO DELLA VAL DI NESSO

 

Relatore:Prof. Darko Pandakovic

Studente:Silvio Bonali

Anno accademico 1999/2000



INDICE

  1. INDICE pag. 2
  2. ELENCO TAVOLE pag. 3
  3. ABSTRACT pag. 4
  4. INTRODUZIONE pag. 6
  5. CENNI STORICI SUL TRIANGOLO LARIANO pag. 6
  6. VAL DI NESSO pag. 10
  7. NESSO pag. 10
  8. VELESO pag. 13
  9. ZELBIO pag. 13
  10. LA NATURA COME STORIA pag. 16
  11. L’AMBIENTE pag. 23
  12. PIANO SOCIO-ECONOMICO E TERRITORIALE pag. 26
  13. PROBLEMI DELL’ATTIVITA’ TURISTICA pag. 28
  14. TURISMO SOSTENIBILE pag. 30
  15. LA BIODIVERSITA’ pag. 32
  16. STRUTTURA DEL PROGETTO pag. 35
  17. RELAZIONE SUL PROGETTO pag. 36
  18. MODALITA’ DI INTERVENTO SULLE INFRASTRUTTURE pag. 40
  19. NORMATIVE RELATIVE AL PROGETTO pag. 42
  20. BIBLIOGRAFIA pag. 49

La valle di Nesso che interessa il nostro studio ha come livelli massimi il monte S.Primo, il monte Forcoletta e la Colma del Piano, sotto i quali si estendono gli altri cordoni principali che sono:

i monti di Erno, attraversato da frequenti frane, il Pian del Tivano, il Piano di Nesso, gradatamente i cordoni si abbassano formando bellissimi terrazzi morenici.

A circa 750m. abbiamo i terrazzi di Zelbio e di Erno, a 350 300 i ripiani di Scerio e Vico che sono le frazioni più alte di Nesso.

Molto frequenti in tutta regione, quasi totalmente calcarea, sono i fenomeni carsici. Un inghiottitoio che si trova al centro di Pian del Tivano, chiamato Buco della Nicolina, raccoglie tutte le acque del pianoro, numerose sono le grotte tra le quali le più note sono: la Grotta Guglielmo sul versante occidentale del Palanzone, profonda 350m. e la Grotta Masera sopra Careno.

Vario è il territorio riguardo alla vegetazione. Le pendici più elevate sono coperte esclusivamente da pascolo,(S.Primo e la Forcoletta) fino all’altezza di Pian del Tivano 970m. dove si hanno i primi terreni coltivati quasi esclusivamente a patate e cavolfiori di cui si fa grande smercio.

Lungo la striscia più bassa i fianchi dei monti sono coperti da boschetti di ginestre tra i quali si ergono maestose querce e qualche pino, faggi ,betulle, boschi di nocciolo.

Già verso i 1000m. si trova qualche albero da frutta selvatico: ciliegio, melo.

Anche qui , come nella zona del pascolo, la risorsa principale è costituita dall’allevamento del bestiame (soprattutto bovino mentre è poco diffusa la pastorizia) e dall’industria casearia.

L’abitazione salvo qualche caso, non è fissa, le casupole sparse sono abitate solo nella stagione estiva durante la quale si falcia il fieno e si sfrutta il pascolo.

Scendendo verso i centri abitati costantemente la vegetazione si fa più folta, si ha la fascia del castagno che va da circa 900m. fino al lago. Il bosco (costituito da castagni e noci), oltre ad essere una notevole risorsa, per il legname ed i frutti che se ne ricavano, è una delle più belle attrattive della zona e, dandole un aspetto pittoresco, offre con la sua ombra refrigerio ai villeggianti che numerosi vi si ristorano durante l’estate.

I campi disposti a terrazzi e rivolti a mezzogiorno, sono coltivati in massima parte a patate, granoturco ed ortaggi.

Il frumento è coltivato in quantità limitata sulla montagna, mentre si trova abbondante in riva al lago.

Qui campi ed orti sono coperti da pergolati, infatti la vite è una delle piante che meglio di adatta al clima umido e mite del lago, insieme all’ulivo ed alle piante da frutta.

Molto diffusa era, parecchi anni fa, la coltivazione del gelso, per l’allevamento del baco da seta che ora purtroppo si può dire completamente scomparso.

 

 

NESSO

Fino a metà dell’ottocento si presenta come una tipica pieve rurale, anzi lacustre, che unisce i disagi della montagna a quelli del lago, come le lamentele che ricorrono nei documenti continuamente ricordano: povertà economica, strade impervie, insediamenti abitativi sparsi e disagiati.

Quanto alla tradizione che vorrebbe far risalire l’origine della pieve di Nesso addirittura a Ermagora di Aquileia, non è che il riflesso locale di una più ampia ma non più sincera tradizione che individua in Ermagora uno dei possibili fondatori della Chiesa di Como, nella comprensibile e diffusa ambizione di dare alle Chiese locali una fondazione, se non apostolica, quanto meno subapostolica: Ermagora era, infatti, discepolo, se non proprio di un apostolo, di un evangelista, Marco. Il riferimento ad Aquileia è invece un riflesso del fatto, più noto, dell’aggregazione della Chiesa di Como al patriarcato di Aquileia, avvenuto all’inizio del VII secolo – a motivo del permanere di Como, con Aquileia, appunto, nello scisma suscitato in Occidente, e soprattutto nel Nord Italia. Dallo scandalo creato dalla passiva soggezione del papa Vigilio all’imperatore nell’episodio dei Tre Capitoli, mentre Milano si era di nuovo allineata con Roma. Si può ben concludere che l’origine del cristianesimo di Nesso attribuita a Ermagora appare più come legenda che come tradizione.

Nel secolo XI troviamo la prima testimonianza di una struttura plebana, nel senso di un collegio di preti, viventi secondo una regola, addetti alla cura di una “plebs”, ossia ad una popolazione di un territorio periferico, rispetto alla città sede del vescovo.

Quanto alla data precisa di fondazione della pieve, non è possibile individuarla: rispondendo ai quesiti del vescovo durante la visita pastorale, l’arciprete di Nesso, nel 1696, scriverà che la collegiata di Nesso era tale “habitu sed non actu”: per tradizione antica non per un atto giuridico di cui si conservi ancora traccia.

La parola “plebs” significa “popolo”, indica una comunità territoriale che si riconosce come popolo raccolto attorno a una chiesa matrice, fornita di battistero, luogo di aggregazione al popolo di Dio.

Diffondendosi dalla città vescovile verso il territorio circostante, la presenza cristiana si attesta innanzitutto in alcune località geograficamente socialmente già significative e qui organizza il territorio circostante, praticamente come un’unica grande parrocchia.

Particolarmente interessante il documento moltrasino del 1058 con cui Enrico da Vignola ed Enrico detto Forte, consoli di Moltrasio, vietarono di piantare gli alberi sulla costa del monte appena disboscato e destinato alla coltura della vigna. Se la data del documento, pubblicato agli inizi del secolo da Piero Buzzetti, è corretta, si tratta di una precocissima testimonianza della capacità di emanare ordinati da parte di un comune rurale.

La gestione dei boschi e dei pascoli di proprietà pubblica era senza dubbio una delle principali preoccupazioni dei comuni rurali del Lario, come è dimostrato dagli esempi di Torno e Moltrasio. Purtroppo non è sopravvissuta alcuna documentazione di questo tipo attinente a Nesso, ma i beni comuni sono frequentemente ricordati nei documenti come confinanti ai terreni privati: non si può dunque dubitare che essi avessero grande importanza ( ancora nel ‘700 il comune possedeva oltre metà dei terreni del borgo ) e svolsero un ruolo fondamentale in un centro in cui l’allevamento del bestiame aveva una grande importanza.

Non è facile ricostruire come fosse il paesaggio nel territorio nessese nel medioevo. I documenti a nostra disposizione descrivono vari appezzamenti di terreno, illustrandone sinteticamente le colture: campo a cereali (“terra laborativa”), vigna (“terra vineata”), bosco (“silva”), prato (“terra prativa”) o varie combinazione di esse. Molto raramente però è possibile sapere qualcosa di più su di esse, le loro dimensioni, la forma, quali piante vi fossero allevate.

Qualche informazione su come i nessesi del medioevo percepissero il loro territorio può fornirla la microtoponomastica, ossia i nomi forniti dai documenti alle località dove si trovavano i campi, nomi, peraltro, spesso sopravvissuti fino ad oggi.

Quali erano dunque, i punti di riferimento che si offrivano ai Nessesi per ritrovarsi nel loro territorio? Alcuni ovviamente erano costituiti da costruzioni di particolare importanza: ecco dunque alcuni campi ed orti siti sotto la località Vico, campi e viti siti presso la chiesa di S.Maria, campi e prati siti presso il Mulino “Cirixolum” e, nei pressi del borgo, un campo “Alla Porta” e uno presso la “Portezella”, evidentemente posti presso le fortificazioni. Anche le strade i sentieri che attraversano il territorio davano spesso nome ai campi ed ai boschi ( per esempio, un campo con viti situato “subtus stratam de Zelbio”). Spesso i toponimi facevano riferimento ad elementi del paesaggio, quali le piante: l’abbondanza di noci dava nome ad esempio alla “Valle de Noxedum”, ancora oggi “Valle Noséé” sulla strada per Zelbio, dove si trovano i campi, vigne e, ovviamnte, boschi con noci e castagni. I castagni dovevano inoltre prevalere nella zona detta “Castenetam”, dove si trovano alcuni campi, così come i frassini dovevano caratterizzare la località omonima (“Ad frassinum”) sita non lontano da Zelbio. Sul lago prendevano il sopravvento gli ulivi, come attestano i toponimi “Olivala” e “Ad Zocham de Olivala”. Molto interessante è il toponimo “La Taliata”, che denominava alcune selve: si trattava probabilmente di un bosco ceduo, destinato al taglio. Anche i massi erratici, così tipici di queste montagne, davano nome ai campi detti Al Sasso (“Ad sassum”), Alla Pietra Grossa (“Ad pedram grossam”) e Alla Pietra Piatta (“Ad pedran platam”). Sperse qua e là per le campagne dovevano poi trovarsi lacune croci, forse simbolo della pietà popolare e forse, strumenti per delimitare il territorio.

Il territorio nessese venne reso coltivabile grazie alla diffusione dei terrazzamenti, anche oggi caratteristici del paesaggio della zona e che nella documentazione medioevale venivano indicati come campi situati “uno sopra l’altro” (“unum super aliud”).

L’agricoltura nessese pare essere stata destinata essenzialmente all’autoconsumo da parte degli abitanti del borgo, e ciò nonostante non sempre doveva essere sufficiente: almeno nella prima metà del Quattrocento i Nessesi dovevano rivolgersi ai vicini Tornaschi per le forniture di vino. Per quanto riguarda i cereali, dai contratti che prevedevano il pagamento di fitti in natura, si può notare come venissero coltivati soprattutto i grani destinati alla panificazione, quali il frumento, la segale e il miglio, ma non mancavano anche cereali minori, come l’orzo e il panico, utili per le zuppe e le minestre.

La forte vocazione all’autoconsumo dell’agricoltura nessese lasciava poco spazio alle altre colture, in particolare ai frutteti, rei di sottrarre luce ai preziosi cereali. L’unico albero presente con una certa frequenza nei pressi del borgo era l’ulivo, anche se si trattava sempre di presenze sporadiche.

Se nei dintorni del borgo e nelle zone meglio insolate terrazzamenti e spianate erano occupati dai cereali, dalle viti e da qualche olivo, la maggior parte del territorio nessese era occupata dal bosco.

Nell’economia agricola di un paese di montagna come Nesso il bosco ricopriva un’importanza fondamentale: non solo infatti da esso provenivano legna per le costruzioni e legna da ardere, ma vi si portavano al pascolo le capre, pecore e maiali e la raccolta dei frutti costituiva un’importantissima integrazione del vitto delle famiglie.

Prima dell’arrivo della coltivazione del mais dall’America, fu il pasticcio di farina di castagne a ricoprire il ruolo che poi fu della polenta ed ancora nel secolo scorso i mugnai della zona di Faggeto Lario macinavano grandi quantità di farina di castagne. A causa di questa sua grande importanza il castagno era oggetto di particolari cure nei paesi del lago, a Torno, per esempio, era vietato scortecciare i castagni o farvi pascolare gli animali e il Comune promuoveva la diffusione di tali piante cedendo gratuitamente le terre a chi intendesse impiantarvene.

Per scoprire quali bestie erano allevate a Nesso, data la reticenza della documentazione locale, è opportuno rivolgersi alle “soccide” stipulate dai Nessesi con i Tornaschi davanti al notaio di quest’ultima località. La “soccida” era un tipo di contratto molto diffuso nel Medioevo, che associava un finanziatore ed un allevatore. Il finanziatore acquistava del bestiame e poi lo affidava all’allevatore che s’impegnava a versargli la metà di tutti i guadagni che n’avrebbe ricavato oltre che, talvolta, a rifondergliene anche il prezzo. I ricchi mercanti tornaschi fecero molti contratti di questo tipo con gli abitanti dei paesi del Lario e, fra questi anche con i Nessesi, ai quali affidavano pecore, capre, manzi e mucche.

Strettamente connessa con l’allevamento era la presenza sui monti di Nesso delle cascine (“cassine”), piccoli edifici rustici destinati a ricoverare temporaneamente i pastori e i loro atrezzi da lavoro: tali costruzioni, come a Torno, dovevano essere molto semplici, ad un solo piano, con un tetto di paglia o frasche. Col passare del tempo però le “cassine” tendevano a diventare più solide o complesse e nel corso del ‘400 ne compaiono alcune dotate di tetti in lastra di ardesia (o “aplodate”, coperte di pioeude) o con cortili, mentre nel XVI secolo, da un rapido spoglio degli estimi, appare evidente come ormai quasi tutte le cascine fossero costruite in muratura.

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RIORGANIZZAZIONE.

stampe di Nesso e Coatesa sul Lario. Come erano costruiti i TERRAZZAMENTI per la coltivazione e la sopravvivenza

saper vedere il paesaggio:

qui si vede bene come erano costruiti i TERRAZZAMENTI per la coltivazione e la sopravvivenza:

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ITINERARI VERDI Terrazzamenti a ulivi e agrumi sulla sponda orientale del lago di Como Ortofloricola Comense organizza, per sabato 3 novembre 2012, un’escursione pomeridiana sulla sponda orientale dal lago di Como

 

ITINERARI VERDI
Terrazzamenti a ulivi e agrumi sulla sponda orientale del lago di Como

Ortofloricola Comense organizza, per sabato 3 novembre 2012, un’escursione pomeridiana sulla sponda orientale dal lago di Como. A fronte di esempi di cementificazione selvaggia, si è individuato un significativo recupero ambientale sulla sponda orientale del lago, in una proprietà privata nella quale, un impianto misto a ulivi ed agrumi sapientemente disposti in una insenatura naturale, costituisce un gradevole ornamento per il paesaggio oltre che la memoria storica di tipologie di colture tipiche dei terrazzamenti del nostro lago.

L’escursione, da intendersi con mezzo proprio, prevede un incontro preliminare in piazza Roma a Blevio (CO) alle ore 14:15, in modo da poter proseguire con un numero ridotto di auto.

PRENOTAZIONI ENTRO VENERDI’ 2 NOVEMBRE

Ortofloricola Comense:
Via Ferabosco, 11 (loc. Sagnino)< br>22100 Como
tel. 031.572177 / cell. 338.7632455
info@ortofloricola.it

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Il paesaggio prealpino: fascia collinare subalpina, insubria, alta collina. Testo di Eugenio Turri, La fascia prealpina, in Paesaggi umani, Touring Club italiano, 1977

Ci sono motivazioni diverse che indu­cono a parlare di Prealpi e a riconoscere un “paesaggio prealpino”

Le prime e più immediate sono quelle – d’ordine percettivo – che si impongono a chi le guarda dal basso, dalla pianura o dal pedemonte, così come felicemente le colse lo Stoppani, che proprio alle Prealpi, lui prealpino, dedicò le più af­fettuose descrizioni :

“Le Prealpi, prin­cipalmente le calcaree, raggiungono di rado i limiti delle nevi perpetue… Non sono per conseguenza nemmeno ca­ratterizzate dalla vegetazione alpina che dà alle Alpi quell’aspetto loro partico­lare di durezza e severità. Mancano per­ciò alle Prealpi i due tratti principali che improntano il paesaggio alpino così sublime e pittoresco. Per compenso sono ricche di altre bellezze tutte particolari. Si nota anzitutto in esse il contrasto, di effetto meraviglioso davvero, fra quelle creste dentate, ignude e bianche come scheletri… e il verde perenne, di cui la perenne ubertà copre i fianchi e i piedi delle montagne… “.

Ma le motivazioni più fondate sono quelle suggerite dai geologi, per i quali la fascia prealpina che va dalla zona del lago Maggiore all’Isonzo costituisce il lembo marginale, verso sud, della catena alpina: una sorta di grande am­manto, formato in prevalenza da rocce sedimentarie, che durante la formazione delle Alpi ha subito fratture, dislocazioni, scorrimenti e piegamenti, oggi testimo­niati dalla stessa frammentazione oro­grafica della regione e dalla varia con­formazione del rilievo a seconda delle sue grandi divisioni regionali. Questo si presenta infatti assai vario da parte a parte.

La prima distinzione che si impone è quella – così ben sottolineata dal Sestini nella sua minuta descrizione del paesaggio italiano – che riguarda le sezioni occidentale e orientale, tra loro separate dalla valle dell’Adige : la prima, per larga parte coincidente con le Prealpi Lombarde, presenta un paesaggio più erto, un’architettura del rilievo più vi­gorosa e tormentata ed ospita inoltre un elemento che manca alla sezione orientale: i laghi, che occupano i grandi solchi vallivi modellati dai ghiacciai pleistocenici provenienti dalla parte più interna ed elevata della catena alpina; la sezione orientale, corrispondente alle Prealpi Venete e Carniche, presenta un rilievo più disteso, tettonicamente meno violentato, come rivela la successione di massicci calcarei e di accoglienti al­tipiani (dei Lessini, d’Asiago e del Can-siglio) al di sopra delle dorsali collinose che si smorzano dolcemente in pianura e che danno un tratto inconfondibile al paesaggio veneto. In questo rientrano, come elementi disgiunti dalla fascia prealpina, i monti Berici e, più margi­nalmente, i colli Euganei, « arcipelago vulcanico » emergente dalle alluvioni padane.

Ma le forme del rilievo variano poi lo­calmente in rapporto alla costituzione delle rocce, responsabile delle linee ad­dolcite di molte dorsali prealpine o delle forme rupestri e vagamente dolomitiche dei massicci più elevati; od ancora dei profili delle valli che tagliano trasver­salmente la fascia prealpina, talora pro­fonde ed incassate come canyons tra le formazioni sedimentarie, talora più a-perte e dai versanti ammorbiditi. Le più marcate di queste vallate, che col loro orientamento meridiano hanno facilitato i rapporti tra pianura e Prealpi, hanno il classico profilo a U proprio del model­lamento glaciale, mentre le valli laterali e le conche più elevate presentano inci­sioni più recenti a V che lasciano poco spazio agli abitati e alle colture.

Ma se si passa a considerare l’uomo e il rapporto che l’uomo ha stabilito con queste montagne il paesaggio si fa anche più vario di motivi. In generale si può dire che diversamente dall’ambiente al­pino – un mondo di vallate più chiuso, più conservatore, più geloso della pro­pria autonomia – quello prealpino è sempre stato più aperto all’esterno, pro­fondamente permeato dalle relazioni economiche e culturali con la vicina Pia­nura Padana, di cui le Prealpi sono state in diverse epoche una specie di generoso entroterra, una riserva di ri­sorse naturali e umane a cui « le città padane hanno attinto a piene mani ». La conquista delle Prealpi da parte del­l’uomo è di data antichissima ed è par­tita dal pedemonte, realizzandosi a gra­do a grado, con progressiva espansione dell’azione modificatrice dal basso verso l’alto; come risulta ancor oggi osser­vando la diversa intensità degli abitati, delle aree coltivate, delle strade e di tutte le altre opere che umanizzano il paesaggio. Una conquista che si è rea­lizzata sino ad epoche recenti secondo le opportunità suggerite dall’ambiente, per cui certi geografi del passato, come il De Martonne nel suo grande affresco geografico della catena alpina, avevano individuato delle aree che si qualifica­vano per i diversi « generi di vita », come quello « insubro » che associava l’allevamento all’agricoltura più varia, quello « pastorale » fondato essenzial­mente sull’allevamento, quello « foresta­le » caratterizzato dalla silvicoltura af­fiancata dalle attività agricole e pasto­rali … Ma sono classificazioni ormai ca­dute e che trascurano i rapporti profondi e continuamente selettivi che le Prealpi hanno sempre intrattenuto con il pe­demonte, con la pianura e le sue città, il cui soffio animatore ha profondamente inciso sulla stessa mentalità dell’uomo prealpino, sulla sua stessa compagine sociale, diventando fattore decisivo del rapporto uomo-ambiente: un rapporto che ha conosciuto in varie fasi la disgre­gazione della più antica organizzazione comunitaria, e poi la penetrazione bor­ghese e capitalistica nelle vallate, e più recentemente la dissociazione profonda del legame uomo-natura, con l’espulsio­ne dell’uomo prealpino dalle sue mon­tagne e la « ricolonizzazione » di queste ad opera della forte capacità penetrativa degli interessi padani. Da questo punto di vista la varietà del paesaggio prealpino va rapportata alla storia dell’intera regione padano-prealpina, ai diversi legami che le Prealpi hanno avuto con le città che hanno gestito la vita e l’economia padane. Così la sezione più direttamente rimasta vin­colata a Venezia ha conosciuto sviluppi diversi da quella più legata a Milano.

La prima perché ha risentito intimamente della lunga e irrimediabile decadenza della Repubblica Veneta, socialmente bloccata da un regime nobiliare oligar­chico, mentre la seconda ha potuto be­neficiare del crescente soffio animatore del capoluogo lombardo, divenuto via via quel grande polo di vita economica e urbana che è oggi. Due destini, due sviluppi storici che si sono espressi da un lato nella grande crisi iniziata nel secolo scorso delle Prealpi Venete e Carniche (indebolite quest’ultime anche dalla secolare funzione del Friuli di re­gione marginale e poi dalle servitù mi­litari, per non parlare dei terremoti), dall’altro nella vivace industrializzazione delle valli lombarde, favorite queste per altro dalla maggior ricchezza di risorse idriche e minerarie (che è poi una que­stione di costituzione geologica e di morfologia).

Ma al di là di queste distinzioni, il pae­saggio prealpino ha tutta la varietà, ap­parentemente casuale, in realtà sempre profondamente motivata, che deriva da condizioni puramente locali, da inizia­tive umane più o meno vivaci, da chiu­sure e persistenze legate alle comunica­zioni non sempre facili, dalla felice in­ventiva degli uomini, dal peso di situa­zioni difficili e intricate nel tempo. L’a­rea prealpina, come ogni altra regione, va vista cioè come un complesso orga­nismo, oggi profondamente integrato nella regione padana, che ha le sue aree forti, vigorose, le sue aree deboli, ap­partate, dove il soffio modernizzante e livellatore che degrada le passate forme di vita penetra più faticosamente. Ed ecco perciò la varietà di « letture » che impongono le Prealpi.

L’Insubria

Il paesaggio prealpino assume caratteri particolari intorno ai laghi della sezione occidentale: il lago Maggiore (nel cui bacino è compreso il lago d’Orta), quello di Como, i laghi d’Iseo e di Garda: tutti occupano la sezione terminale delle grandi vallate alpine sbarrate dagli am­massi morenici depositati dai ghiacciai al loro sbocco in pianura. Le acque la­custri occupano cioè gli invasi che, sino a 15.000 anni or sono, erano per­corsi dalle grandi fiumane glaciali: una sorta di sostituzione di elementi avve­nuta in seguito alle grandi mutazioni climatiche. La presenza di queste masse d’acqua è all’origine di un paesaggio molto diverso da quello che si ha nelle altre vallate. I primi e più vistosi effetti si trovano nella vegetazione. Il clima mitigato rende qui possibile l’insediamanto di specie vegetali del tutto particolari e una generale specificità floristica indicata dal nome di Insubria dato dai botanici alla regione lacustre: areale sub-mediterraneo che ospita specie pro­prie della regione peninsulare, qui pene­trate nelle fasi interglaciali e postglaciali. Comprendono cisti, terebinti, astragali, artemisie, ecc., e piante arboree sem­preverdi proprie della « macchia », come il leccio, che ammanta soprattutto i ver­santi rupestri del lago di Garda, dove più spiccata è la mediterraneità del clima. A questa vegetazione termofila, spon­tanea, che mediamente non supera l’al­titudine di poche centinaia di metri, si associa, specialmente sul Garda e sul lago d’Iseo, l’olivo, introdotto sul Garda probabilmente dagli etruschi, ma diffu­sosi soprattutto con i romani, che per primi valorizzarono in « senso medi­terraneo » le eccezionali possibilità del­l’ambiente insubrico. L’olivicoltura, che ha trovato difficoltà di espansione soprattutto nel Settecento, un periodo caratterizzato dalla rigidità del clima, ha ricevuto un impulso de­cisivo sotto il dominio austriaco e ha poi costituito, sino alla prima metà del nostro secolo, una risorsa importante specialmente per la popolazione del Benaco.

Intorno ai laghi il terreno coltivabile non è molto esteso, e ciò per la stessa ripidità dei versanti, modellati dal gla­cialismo: per questo la popolazione vi è sempre stata in passato relativamente poco numerosa. Gli insediamenti si pon­gono lungo le rive, sulle brevi cimose costiere o sui conoidi alluvionali laterali (un esempio bellissimo in tal senso è offerto, sul Garda, dalla penisola di Toscolano-Maderno). Essi sono per lo più formati da case aggregate, mentre più rara è la casa sparsa, almeno secondo l’organizzazione tradizionale. L’econo­mia delle popolazioni è sempre stata le­gata in passato all’agricoltura e, come attività integrata, alla pesca. Sin dall’epoca comunale i centri di sponda e collinari estesero le loro pertinenze territoriali spesso ai livelli superiori, sfruttando i pascoli, i boschi, le cave di marmo e altri prodotti che per via lacustra venivano inviati alle città padane o pedemontane (come i marmi di Candoglia usati per il duomo di Milano).

Una economia aperta ebbero sempre i centri del sommolago o del bassolago, in quanto basi della navigazione lacustre che fu sempre attivissima in passato sia per i collegamenti dei vari centri tra loro, sia per i collegamenti lungo le grandi direttrici alpine. Già in epoca romana esistevano sul Benaco delle associazioni di barcaioli e l’importanza che la navi­gazione vi ebbe nei secoli è documen­tata dalle incisioni rupestri dell’area gar­desana, che ci mostrano tutta una serie di imbarcazioni che vanno dalla piroga preistorica, quella usata dalle popola­zioni palafitticole insediate nell’età del bronzo, alla barca a vela romana, sino ai battelli dei nostri giorni. Nonostante queste funzioni di vie di transito le popolazioni lacustri hanno mantenuto a lungo una loro autonomia e sia l’organizzazione feudale che quella comunale sono scomparse relativamente tardi. L’immissione diretta della regione dei laghi nell’organizzazione padana si ebbe soprattutto a partire dal ‘500. Ciò comportò, con l’attivazione economica, anche un primo inserimento signorile sulle sponde lacustri, cui si collegano le prime prestigiose ville signorili sul Lario, sul Verbano (le isole Borromee), sul Garda, i cui sfondi paesistici diver­ranno in seguito punti fermi dell’icono­grafia romantica. Ma la costruzione del paesaggio lacustre attuale è “un fenomerio tipicamente ottocentesco, quando la ric­ca borghesia lombarda iniziò a costruire lungo le coste le proprie residenze di lusso, circondate da parchi con piante esotiche, sempreverdi, favorite dal cli­ma mitigato. A queste ville, affiancate da grandi alberghi belle-epoque, si sono aggiunti in epoca più recente ville e alberghi per il turismo di massa ali­mentato dalle popolazioni urbanizzate delle non lontane città padane.

A queste edificazioni e alle infrastrutture imposte dal turismo pendolare di fine settimana si deve la più recente trasformazione del paesaggio insubrico, uno dei più direttamente integrati nella organizzazione padana.

La fascia collinare subalpina

Il paesaggio agrario lo si ritrova, sia pure non più con gli stessi connotati d’un tempo, lasciando il pedemonte e i fondivalle industrializzati e popolosi, nelle aree collinari della cosiddetta fa­scia « subalpina », oltre che nelle con­che e nelle vallate interne rimaste in­denni dall’industrializzazione e dall’as­salto edilizio più recente.

In quest’area rientrano, nella sezione orientale, le ap­pendici montuose che nel Friuli si sal­dano alle cordonature moreniche, incolli che dominano la pianura trevigiana e vicentina (con i Berici e gli Euganei), le ultime digitazioni lessiniche con le loro conche interposte, la stessa vai d’Adige col suo ampio fondovalle; nella sezione occidentale, al di là delle alture moreniche intorno al lago di Garda, le colline del Bresciano e del Bergamasco e, più oltre, la saldatura collinare della Brianza ai rilievi prealpini.

Gli aspetti agricoli di questa fascia, che rappresenta sostanzialmente una con­tinuazione, in ambiente roccioso, del­l’alta pianura padana e delle colline moreniche, mostrano un generale adat­tamento alle condizioni ambientali, ca­ratterizzate da precipitazioni piuttosto scarse, clima asciutto. Il rilievo presenta forme addolcite e dovunque è possibile si pratica l’agricoltura, sin da epoche remote. Poco spazio è riservato in ge­nerale al bosco, un bosco termofilo, prevalentemente di querce, che soprav­vive in piccoli lembi sui pendii più erti, lungo gli argini e i valloncelli dove però spesso la robinia si è sostituita alle piante originarie. Le colture sono varie (si parla di poli­coltura o coltura promiscua che associa le legnose ai seminativi), ma particolare risalto e diffusione assume la viticoltura, che ha aree specializzate soprattutto nel Veronese, nel Bresciano, nell’alto Tre­vigiano, nell’Udinese (con un’appendice nelle colline novaresi). I campi sono ter­razzati, anche nei pendii meno ripidi, e danno luogo talora a belle successioni di gradinate, oggi lasciate in abbandono nelle aree più povere. I muri di sostegno sono generalmente costruiti a secco, con blocchi di pietra; dove questi mancano o dove i pendii sono meno ripidi si trovano invece ciglioni fatti con cotiche erbose. La tecnica del terrazzamento è nelle Prealpi molto antica, ma si è dif­fusa soprattutto a partire dal ‘500, per­fezionandosi nel ‘700, sotto l’impulso di nuove esigenze tecniche e colturali che, nel clima illuministico dell’epoca, erano espresse persino in versi :

« O sag­gio lui, che di frequenti mura / quasi panche alternate il suol distingue ! / Il declive s’allenta, e fa pianura… (B. Lo­renzi).

La vite, che caratterizza questo paesag­gio collinare, è stata introdotta prima ancora dell’età romana (ne sono state trovate tracce nei villaggi di palafitte dei laghi insubrici), ma i romani la diffusero ulteriormente e trovarono che certi vini prealpini potevano rivaleggiare con quel­li più famosi del Lazio. Essa fu sempre coltivata con la tecnica della vite sposata all’albero (frassini, olmi, aceri). Soltanto a partire dal secolo scorso, con la ra­zionalizzazione dell’agricoltura, solleci­tata dagli esempi offerti dall’agricoltura capitalistica padana, si ebbe la generale adozione della vite su palo asciutto e la creazione di pergolati come quelli che danno una nota speciale al paesaggio collinare del Veronese.

Il paesaggio d’un tempo comprendeva, oltre alla vite, altre essenze legnose, come il ciliegio, ancora frequente, e molti gelsi, pianta diffusasi a partire specialmente dal ‘600, che portò un soffio benefico all’economia prealpina, poi abbandonata totalmente nel corso di questo secolo : qualche gelso sopravvive ancor oggi sugli argini e sulle prode dei campi, come testimonianza d’un’e-poca.

Associati alle piante legnose un tempo si coltivavano seminativi vari, in antico rappresentati da cereali poveri come il sorgo, poi dal grano e dal mais. Oggi molte aree per i seminativi sono state spesso riconvertite in prati. Questo paesaggio collinare molto smi­nuzzato, ricco di elementi diversi, co­struito con cure secolari, pazienti, con vigneti, orti, alberi, privo o quasi di macchie boschive, con siepi intercalate tra podere e podere e pieno di chiusure, in quanto fu il primo nelle Prealpi a respingere le leggi medievali del libero pascolo delle greggi, è il paesaggio del­l’appropriazione privata, che nella se­zione veneta è per gran parte legata al dominio signorile, nobiliare, nella se­zione occidentale soprattutto alla pro­prietà contadina e borghese. Il processo di appropriazione è iniziato praticamente in età comunale, quando si ebbe l’incentivazione dell’economia prealpina da parte delle città e la prima penetrazione borghese nelle campagne. Questa però non si spinse molto ad­dentro nelle valli, dove i beni comunali furono annessi, attraverso vicende con-trastatissime, dalle popolazioni locali. Nella sezione sotto il dominio veneto l’acquisizione signorile della terra, che iniziò massicciamente nella seconda metà del ‘400, fu favorita dalla politica della Serenissima, come strumento per valo­rizzare la terraferma. Al regime signo­rile si collega la conduzione di tipo mez­zadrile, diffusa nelle colline venete, me­no in Lombardia. Alla mezzadria e alla conduzione diretta dei fondi di non grandi dimensioni (da 6 a 10 ettari) si connettono per gran parte la distribu­zione delle case e le loro stesse caratte­ristiche. Esse sono infatti intimamente legate al podere e l’insieme costituisce l’elemento base, molecolare, dell’orga­nizzazione territoriale. Non sono in­frequenti, anche in queste zone di col­lina, le piccole corti, simili a quelle dell’alta pianura; ma la struttura delle dimore rurali varia sensibilmente a se­conda che risalga ad epoche anteriori o posteriori al ‘700.

Al dominio signorile si deve infine l’inserimento nel paesaggio collinare delle ville, dimore di delizia ma anche centri aziendali legati all’organizzazione mez­zadrile che hanno plasmato un certo paesaggio veneto (zone di Asolo, colline del Vicentino, del Veronese, ecc.) con l’introduzione di elementi urbani, ar­chitetture armoniose su sfondi sceno­grafici (con le sue invenzioni architet­toniche il Palladio si può considerare come un grande « architetto di paesag­gi »), giardini, scalee, boschetti e roc­coli all’interno di broli inviolabili, con piante, come il cipresso, prima ignorate nell’ambiente prealpino. Ma anche questo paesaggio, che il Sereni ha classificato, alla stregua di quello to­scano, tra il « bel paesaggio all’italiana », plasmato dalla civiltà uscita dal Rinasci­mento, è oggi in decadenza, almeno là dove non si è avuta una rivalorizzazione delle vecchie e nobili dimore e dei fondi connessi da parte del neocapita­lismo industriale. In altri casi, all’abban­dono dei vecchi fondi hanno fatto se­guito lottizzazioni e forme varie di agri­turismo.

L’alta collina, peculiare ambiente prealpino

E’ nella parte più interna dell’arcata prealpina, nelle vallate che la solcano e nelle più piccole valli laterali, nelle conche e nei pianori interposti, che si ritrova l’ambiente prealpino vero e pro­prio, il meno coinvolto nei rapporti col pedemonte e le città padane. Siamo in un paesaggio che riflette un’organizza­zione essenzialmente agricola e pasto­rale della vita sebbene non manchi nep­pure qui l’attività artigianale che nei fondivalle ha trovato in epoche recenti una sua riconversione in senso preva­lentemente industriale.

Ovunque infatti ci sono potenzialità idriche si trovano le testimonianze di una tenace intraprendenza artigianale (i vecchi molini e i magli ad acqua risa­livano le valli più interne alla ricerca di fonti e cascatelle), ovunque esistono ri­sorse minerarie o possibilità di sfrutta­mento diversificato si ritrova la vivacità delle iniziative imprenditoriali. Però que­sto ambiente prealpino è quello carat­terizzato in generale da un’economia povera, fondamentalmente basata sullo sfruttamento del suolo, un suolo spesso avaro, sia per la natura carsica dei terreni, sia per la non sempre facile agibilità, dei versanti. Inoltre quest’ambiente, che si pone in generale al di sopra dei 400 metri fino a 900 metri ed oltre, dove inizia l’ambiente montano dai caratteri ormai decisamente alpini, non offre con­dizioni climatiche ideali per l’agricol­tura, perché già oltre i 400-500 metri certe colture fondamentali come la vite, il gelso e lo stesso granoturco trovano difficoltà di adattamento. Il paesaggio rivela queste difficoltà del­l’uomo, i cui segni si riducono a van­taggio delle superfici boschive, che co­prono i versanti più ripidi. Esse sono rappresentate da associazioni di latifoglie (dai roveri, ai carpini, ai faggi), unite nel bosco ceduo sfruttato da secoli dal­l’uomo, intercalato abbastanza spesso da boschi di castagni.

È anzi, questa, la fascia propria del ca­stagno, che si addensa soprattutto là dove i suoli sono acidi e più ricchi di spessore, sulle pendici più umide e fre-

sche. I castagneti, che rappresentano una delle formazioni vegetali peculiari delle Prealpi, ospitano individui secolari, dal portamento maestoso, veri e propri feticci arborei gelosamente custoditi un tempo dall’uomo, perchè il castagno è un albero generoso che ha fornito sempre materia alimentare farinacea preziosa alle popolazioni di questa fascia povera e soggetta a ricorrenti crisi alimentari. L’agricoltura, molto difficile e stentata in talune zone carsiche, è praticata su proprietà estremamente frazionate. Sia­mo qui, infatti, nella fascia della piccola proprietà, dominante su tutto il fronte prealpino, anche come risultato sia di una compressione esercitata dai domini signorili e borghesi in basso, sia di un accrescimento demografico che ha de­terminato ulteriori frammentazioni del­le originarie proprietà familiari. Queste si sono costituite in seguito ad un pro­cesso di erosione dei beni comunali e religiosi, rimasti a lungo inattaccati so­prattutto nelle zone isolate e povere di scambi. Il processo di frammentazione era già molto avanzato agli inizi dell’8oo, epoca in cui la popolazione era eccessiva rispetto alle risorse. L’introduzione della patata aveva momentaneamente e illusoriamente risolto i problemi alimentari – essenziali in un’economia di autocon­sumo – contribuendo a tenere ulterior­mente legati alla terra gli uomini; que­sto fenomeno era stato all’origine sia della grande espansione dei terreni col­tivati a spese del bosco sia di quel ge­nerale impoverimento della vita preal­pina che ebbe drammatiche manifesta­zioni nel secolo scorso, con la diffusione della pellagra, con la rovina e i falli­menti senza speranza di numerose fa­miglie per le quali la polenta, le patate, le castagne e poco altro costituivano le uniche risorse.

In questo quadro economico e sociale, particolarmente difficile in certe zone del Bergamasco, del Bresciano, del Vero­nese, del Trentino, del Bellunese, della Carnia, si inserirono i primi esodi del­la popolazione verso il basso: la migra­zione stagionale verso la pianura di ma­nodopera avventizia, le lunghe peregri­nazioni di seggiulaì e cartolare che dalle Prealpi Carniche andavano a vendere in pianura i prodotti confezionati d’inverno nelle stalle, e la migrazione verso la Ger­mania, la Svizzera, la Francia e, più tardi, verso le Americhe. Esodi perio­dici, più o meno lunghi, dopo i quali gli uomini, quando non facevano scelte definitive (cui si collegano le fortune di parecchi prealpini, i gelatai del Tren­tino, i formaggieri della Valsassina, ecc.), tornavano con i danari sufficienti per comperare un pezzo di campo, con ciò non certo risolvendo i problemi del mondo prealpino, come ha dimostrato la grande discesa degli ultimi vent’anni dai « balconi » prealpini. È proprio a questi livelli, tra i. 400 e i 900 metri, sia in Lombardia, che nel Veneto, nel Friuli e nel Trentino, che il mondo prealpino ha conosciuto le più dure crisi. Ciò almeno nelle aree demografica­mente più compresse e in quelle più lontane ed emarginate dai grandi centri di animazione economica. La raziona­lizzazione imposta dall’industria moder­na ha anche fatto decadere certe attività minerarie, in passato molto importanti nell’economia di alcune zone, provo­cando nel settore dei marmi e del ma­teriale cementifero una selezione che ha creato zone specializzate (nel Veronese, nel Bresciano, nel Bergamasco, ecc.).

Dove l’economia agricola si è conser­vata, sia pure in forme degradate, l’or­ganizzazione territoriale tradizionale è ancora ben evidente. Essa ha i suoi perni in piccoli paesi, per lo più centri parrocchiali o comunali, che occupano le aree più agibili dell’orografia, molto spesso sui terrazzi e sugli addolcimenti di pendenza dei versanti, in vicinanza delle sorgenti d’acqua, che nelle aree carsiche, così dominanti nelle Prealpi, hanno una distribuzione discreta, le­gata ai reticoli idrici sotterranei. In ge­nere sono piccoli centri, dominati da vecchie pievi, molte delle quali rima­neggiate dopo il ‘700 in forme barocche, con vecchie case dignitose là dove esi­steva qualche famiglia più benestante o di professione artigianale (padroni di vecchi molini o di cave di marmo, produttori di ghiaccio, commercianti di legna, ecc.). Intorno ai villaggi si tro­vano talora contrade sparse, dislocate anch’esse nei punti migliori: aggregati di origine patriarcale ingranditisi per espansione del nucleo originario (ciò è rivelato dall’aggiunzione spesso li­neare delle case, che cercano di prefe­renza l’orientamento a solatio) in cui il nome del ceppo fondatore coincide con quello della località.

Le case sono costruite secondò criteri che rispondono alle esigenze dell’attività agricola, meno sensibili qui agli influssi urbani e risolti non di rado in modi originali. L’uso di materiali locali ha talora direttamente influenzato le stesse strutture delle case. Gli esempi migliori in tal senso si conservano nel Berga­masco, nei Lessini, nel Bellunese, nelle Prealpi Carniche, dove predomina l’uso di pietre o lastami calcarei, materiale impiegato anche per i terrazzamenti, le recinzioni degli orti, le barriere divisorie lungo le mulattiere, gli altari votivi agli incroci: insieme di forme che, nel loro rapporto con le disponibilità e le condizioni dell’ambiente locale davano un carattere originale al paesaggio. In questo rientrano il dintorno coltivato, i campi e i prati intimamente legati ai paesi e alle contrade.

Le superfici coltivate si pongono su terrazze, an­che qui laboriosamente costruite con muretti a secco. Un tempo si coltiva­vano grano saraceno, orzo, avena, pa­tate; tra le piante legnose, oltre a qualche stento vigneto e agli ultimi gelsi, larga diffusione hanno sempre avuto i ciliegi. Numerosi sono sempre stati gli orti vicino alle case e alle stalle per la colti­vazione di legumi e ortaggi vari desti­nati al consumo familiare. Gran parte dei campi oggi sono trasformati in prati per l’allevamento del bestiame che viene ancora in parte portato agli alpeggi sugli alti pascoli. I lavori agricoli sono svolti in molti casi da vecchi e da donne per­chè gli uomini si dedicano ad attività più redditizie nelle fabbriche dei fondi-valle, nelle cave, quando non sono al­l’estero. Al massimo gli uomini si dedicano ai lavori sulle loro piccole proprietà nei giorni festivi, come passa­tempo, come ritorno a una tradizione o come legame affettivo con la vecchia proprietà familiare. Le attività agricole e d’allevamento danno da vivere ormai anche in questa zona ad un numero complessivamente limitato di persone. Questa fascia prealpina, la più decaduta e impoverita, è stata anche la meno rivi­talizzata dalle forme moderne di annes­sione e di colonizzazione della monta­gna da parte della città. Anche dal punto di vista turistico non ha avuto molti sviluppi, se si escludono i casi partico­lari dei grandi e prestigiosi centri ter­mali di fondovalle, come S. Pellegrino, Boario, Recoaro. L’edilizia turistica ha raggiunto soltanto i centri più vicini alle città, dove cioè è più agevole la pratica di quel turismo pendolare che lega le aree montane alle città. Questo in generale ha infatti cercato le quote superiori verso i 900-1000 metri. Ma qui entriamo in un altro paesaggio.

Testo di: Eugenio Turri, La fascia prealpina, in Paesaggi umani, Touring Club Italiano, 1977, pagg. 36-37, 40-48

 

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