Gianfranco Gentile detto Tato, e Luigi Piotti · Poesie

MI MANCHI, poesia di Gianfranco Gentile, detto “Tato”. Inviata il 21 maggio 2020. grazie !!!

MI MANCHI

Mi manchi

come il sorriso alla persona adirata,

come il dolce suono a una chitarra stonata,

come il sole ad una brutta giornata.

Mi manchi

come il vento alla vela sul mare,

come il conforto al malato terminale,

come l’aria a chi sta per annegare.

Mi manchi

come il bel panorama ai gitanti,

come l’intimità a due amanti,

come le loro vittime ai briganti.

Mi manchi

come il seno materno al neonato,

come l’acqua al deserto inaridito,

come il consiglio fraterno di un amico.

Mi manchi

come al goloso un tiramisù,

come la gravità a chi sta lassù,

mi manchi e tutto manca se manchi tu.

Gianfranco Gentile detto Tato, e Luigi Piotti · Poesie

MAMMA, poesia di Gianfranco Gentile, detto “Tato”. Inviata il 21 maggio 2020. grazie !!!

MAMMA

Mamma, nome comune

migliaia di volte nominato

che racchiude il più grande amore

che essere umano abbia mai dato.

Oceano di bontà, burrascoso a volte, ma in un attimo calmato

dal bacio del figlio amato.

Mamma, calamita vivente che attira su di sé le colpe altrui

e in cambio non vuole niente.

Altro da dire non ho, ma dire mamma

è più che sufficiente.

Tuo figlio.

Natale 1964

Gianfranco Gentile detto Tato, e Luigi Piotti · Poesie · Sguardi

LO SGUARDO, poesia di Gianfranco Gentile, detto “Tato”. Inviata il 21 maggio 2020. grazie !!!

LO SGUARDO

+ Ehi tu, perché mi stai a guardare?

Ho forse la faccia da Babbo Natale?

– Mi scusi signore ero sopra pensiero

non volevo offenderla certo davvero!

+ Allora fa in modo che i tuoi occhi stanchi

guardino altrove, o dietro o avanti!

– Ma sa che lei è certo un bel tipo?

Deve essere pazzo o forse smarrito!

+ Né l’uno né l’altro son di quei due

e sappi che di te faccio bistecche di bue!

– Allora, mi scusi, se la mette su questo piano

le dirò che non guardavo lei, guardavo un villano!

+ Oh brutto bastardo, mi hai rotto le palle

ti conviene andartene o ti piego le spalle!

– Certo la saluto, ma non per paura,

solo mi allontano dalla sua losca figura!

+ Guardatelo tutti, sto grande signore,

mi guardava negli occhi come fossi il suo amore!

– Gliel’ho già detto, mi sono sbagliato,

non guardavo lei, ma un villano patentato

e quindi se lei non vuol esser tale,

non abbia timore, si faccia guardare!

Gianfranco Gentile detto Tato, e Luigi Piotti · Poesie

L’AMBULANTE MAGGIO, poesia di Gianfranco Gentile, detto “Tato”. Inviata il 21 maggio 2020: grazie !!!

L’AMBULANTE MAGGIO .82

Vengano signori, vengano

s’avvicinino alla bancarella….

guardino che fiori, dica signora….

no, direi sia meglio quella.

Abbiamo anche vasi dipinti a mano

li crea per noi un artigiano

e il prezzo non è esagerato

se pensiamo al lavoro che gli è costato.

Su signora, faccia sta spesa,

o preferisce il vaso accanto…

beh questo costa un pochino

vede, è rifinito con oro zecchino.

Creda, è un affare che sta facendo,

merce di questo genere è più unica che rara,

però, in fretta signora che sto chiudendo,

non mi farà stare tutta la sera.

Oh, brava signora, ha scelto bene,

pensi che questo vaso con le catene

è di una ceramica molto fine

e poi guardi l’espressione di queste bambine.

Arrivederci signora, e grazie tante…

vengano signori, vengano che ora chiudo…

beh non è importante, l’incasso l’ho fatto

e in tasca ho qualche scudo.

Gianfranco Gentile detto Tato, e Luigi Piotti · Poesie

LA FANTASIA, poesia di Gianfranco Gentile, detto “Tato”. Inviata il 21 maggio 2020: grazie !!!

LA FANTASIA26.5.81

Stavo fermo sulla riva del lago

e di tanto in tanto il paesaggio ammiravo.

Ad un tratto mi accorsi che…

alcune persone guardavano me.

Lì per lì a ciò non diedi peso,

pensavo fosse solo un malinteso.

Continuai a fissare le onde increspate

e vidi riflettervi quelle persone a me attorniate.

Mi volsi di scatto guardandole in faccia,

mi accorsi che a tutte mancavan le braccia.

Pensai tra me che, povera gente,

facessero parte di un gruppo demente.

Quando uno di loro, il più grasso,

mi scagliò in fronte un sasso.

Rimasi allibito e senza parole,

non per il male, ma per lo stupore.

E subito dopo quel ciccione

mi disse: “Sei tu demente, mascalzone”.

Non sai che noi siamo il tuo pensiero

e quel che tu vedi non è affatto vero”.

Noi siamo fatti di tutto e di niente

e quel che tu vedi è aria o è gente”?

E’ quindi solo la tua fantasia

che ti vuol far credere che il falso, vero sia”.

Non ti azzardare un’altra volta

a sognare con la tua mente distorta”.

Perché vedi cosa succede,

sei poi tu a pagarne le spese”.

Or ce ne andiamo, ti lasciamo contenti

di averti tolto dagli occhi cose fatiscenti”.

Ciao, andiamo via,

torniamo dalla nostra regina, la Fantasia”!

Gianfranco Gentile detto Tato, e Luigi Piotti · Poesie

IL RITORNO, poesia di Gianfranco Gentile, detto “Tato”. Inviata il 21 maggio 2020. grazie !!!

IL RITORNO

Quando l’invernale nebbia calerà sulle brulle rive nascoste da inerpicanti sponde e l’acqua rallenterà il suo tortuoso corso per scorrere placida alla foce dell’immenso mare, allora la quiete tutto sovrasterà e le ormai prive fronde si placheranno in statico essere.

Sarà allora che anche la mia anima ritroverà il beato atavico riposo e nulla più scorrerà nelle mie vene.

Così è scritto nel libro della vita; tutto ritorna come fu, ed allora anch’io sarò tornato.

Sett. 2006

Gianfranco Gentile detto Tato, e Luigi Piotti

IL SUGGELLO, poesia di Gianfranco Gentile, detto “Tato”. Inviata il 21 maggio 2020. grazie !!!

IL SUGGELLO

Sei arrivata come soffio d’aria limpida e pura

e m’hai preso dentro,

per questo non sarà solo un’avventura,

hai cancellato ogni mio tormento.

Son fortunato poterti amare,

averti accanto è il regalo più bello;

tu doni gioia e al tuo solo arrivare

dipingi tutto di un rosa pastello.

Troppo veloce se ti ho accanto scorre la vita;

se non ci sei, il bramar di vederti è cosa infinita.

Un desiderio mai appagato

è tenerti stretta sul mio cuore

e mai e poi mai sarò pentito

di dire al mondo del nostro amore.

Ti amo tanto e te lo scrivo

per suggellar la verità

e se a volte sembro schivo

stringimi forte e mi passerà.

Gianfranco Gentile detto Tato, e Luigi Piotti · Poesie

IL COLORE DEI BIMBI, poesia di Gianfranco Gentile, detto “Tato”. Inviata il 21 maggio 2020: Grazie !!!

IL COLORE DEI BIMBI

Quando un bimbo nasce

si vuole far sentire,

ma col passar degli anni

gli adulti lo fan zittire.

Un bimbo, finché è tale,

con tutti vuol giocare

e non guarda se la pelle

ha il colore delle stelle

oppure è tanto scura.

A lui non fa paura.

Quando un bimbo nasce

si vuole far sentire,

vorrebbe dire al mondo

che tutti siam fratelli,

i neri, i bianchi, i rossi, i gialli,

i ricchi e i poverelli.

Un bimbo, finché è tale,

con tutti vuol giocare,

ma sono poi gli adulti

coi loro pensieri contorti

che lo fanno cambiare

insegnandogli, a volte, il male.

Lasciate che i bimbi

si stringano la mano,

lasciateli anche giocare

con quelli di un paese da lontano.

Sarebbe così bello se un miscelatore

potesse mischiare il colore delle pelli,

avremmo in tutto il mondo un sol colore,

bello da far invidia agli acquerelli.

La purezza di un bimbo

è grande come il mare

e il bene che ha in sé

può sconfiggere ogni male.

Gianfranco Gentile detto Tato, e Luigi Piotti · Poesie

GUARDA QUEL VECCHIO, poesia di Gianfranco Gentile, detto “Tato”. Inviata il 21 maggio 2020: grazie !!!

GUARDA QUEL VECCHIO

E’ brutto veder passare un vecchio curvo sul suo bastone,

contargli le rughe che gli solcano il viso,

cercar di scoprirgli un tenue sorriso,

poi mettersi a confronto e fare un paragone.

Lui stanco, triste e ormai rassegnato

e pensa alle cose che da tempo ha lasciato,

tu forte, allegro e pieno di vita

e guardi al futuro con gioia infinita.

Ma poi pensi a lui che se ne deve andare,

allora ti rassegni, sai che è una ruota,

ti rattristi e pensi che la vita è vuota.

E’ vuota se pensi che anche tu dovrai andare,

è vuota perché sai quel che devi lasciare.

Guarda quel vecchio e continua a pensare!

Brunate · Gianfranco Gentile detto Tato, e Luigi Piotti · LAGO DI COMO-LARIO: Luoghi

I MONTI, poesia di Gianfranco Gentile, detto “Tato”, inviata il 21 maggio 2020 (Grazie !!!)

I MONTI

Si guardavano ormai da millenni

senza che nessuno facesse dei cenni

poi, nella luce di un chiaro mattino

si vollero unire , Brunate e Bisbino.

Fece loro da testimone un caro amico, il Bollettone

e sacerdote, forse per il suo nome,

fu il Monte San Primo che in quell’occasione

fece un sermone veramente divino.

Brunate era di bianco vestita

con un grande manto di pizzo di neve,

Bisbino portava un vestito marrone,

il suo sarto fu il fuoco di un mascalzone.

Gli invitati non furono molti

però da lontano guardavano in tanti

e incuriositi da quell’unione

c’erano Appennini, Alpi e Prealpi.

Ad un tratto giunse una voce:

Viva la sposa, viva la sposa”

e tutti applaudirono

all’esclamazione del Monte Rosa.

Passaron poi tanti e tanti lustri

tra vita tranquilla, ma anche trambusti,

decisero allora di non star più soli

e fecero un figlio che nacque tra i fiori.

Montorfano vollero così chiamarlo

in ricordo di un caro zio lontano

scomparso purtroppo, diciamo per mano,

di un terremoto antivesuviano.

Montorfano era un bel monticello

affettuoso, garbato, un figlio modello

e per premiarlo gli fu regalato

un bel laghetto da tutti invidiato.

Era un laghetto puro e lucente,

nelle sue acque, molta gente,

andava a bagnarsi nei giorni assolati

per poi sdraiarsi sui verdi prati.

Però, come tutte le cose buone,

dell’acqua pura restò solo il nome

e dopo tanti e tanti anni

anche il laghetto soffrì di malanni.

Nacquero uomini a dismisura;

crebbero case, fabbriche e cemento

che insediandosi in quella pianura

inquinarono acqua, aria e firmamento.

Morirono così Brunate e Bisbino

lasciando in vista il loro scheletro appassito,

così fu segnato il loro destino,

ma non era quello che Dio avrebbe voluto.

Finisce qui la storia di due monticelli

che per mano dell’uomo cessaron d’esser belli

e che lasciarono un caro figlioletto

che ancora combatte per avere rispetto.

Si chiama Montorfano e questo nome s’addice

a un monte senza genitori, a un monte infelice,

facciamo ora in modo che questo piccino

non debba seguire un turpe destino!

Chat Noir

un GATTO NERO che ci ricorda il nostro Chat Noir. Grazie a Nottola per la segnalazione

Guarracino Vincenzo · Mi ricordo

Un ricordo per me prezioso perché è il ricordo di un Testimone, SANDRO LUKACS, scrittore di origine ebraica vissuto a Como, recentemente scomparso …, memoria di Vincenzo Guarracino, 2020

Evento forte e commovente, lo ha definito così il mio amico Agnello Ogliaroso, autore della foto: si riferiva a un incontro a Villa Olmo, a Como, il 26 gennaio del 2019, in occasione della Giornata della Memoria.
Un ricordo per me prezioso perché è il ricordo di un Testimone, Sandro Lukàcs, scrittore di origine ebraica vissuto a Como, recentemente scomparso, alla fine di dicembre 2019, lasciandoci un preciso e forte messaggio:
 
“Ebrei sono tutti quelli che soffrono, umiliati della storia, esuli”

È morto alla vigilia del nuovo anno 2020 e alle soglie del suo 98° compleanno, Alessandro Sandor Lukàcs, medico e scrittore, lasciandoci in eredità ben quattro libri, scritti in età ragguardevole, Via Mala (2001), Un’agente segreta a Mauthausen (2002),  Il Talmudista (Libri Bianchi Editore, 2009) e per ultimo un’antologia, traduzioni con testo a fronte, Liriche del primo Novecento ungherese (2019), che ripercorre la poesia magiara novecentesca attraverso 9 autori (Ady Endre e Attila Jozsef, su tutti), a testimonianza di un tenace radicamento nella cultura ebraica e ungherese e in omaggio alla purezza di un passato non rimovibile, neppure nei suoi aspetti più tragici.
Nato nel 1922 a Ujpest, in Ungheria, Sandòr Lukàcs, per colpa delle leggi in vigore nel suo paese che gli avevano impedito di continuare gli studi, era stato costretto a svolgere i più diversi mestieri, compreso il calzolaio. Deportato nel 1943 prima in Romania e, dopo una fuga fallita, in un sottocampo di Mauthausen, in Austria, si era trasferito dopo la fine della guerra in Italia e con l’aiuto del fratello medico si era laureato in medicina e chirurgia a Pavia.
Ottenuto la cittadinanza italiana nel 1962, fino al 1971 aveva lavorato presso la Clinica Odontoiatrica dell’Università di Milano, per poi approdare all’Ospedale Sant’Anna di Como in qualità di primario, fino al pensionamento.

Dei tre romanzi, usciti i primi presso un editore comasco (Ibis) e il terzo presso un editore milanese (Libri Bianchi),  a rivestire la più grande importanza, sia per la materia che per i motivi ideologici e morali che lo tramano, è soprattutto Il Talmudista, una storia di grande forza e verità, posta all’insegna del perdono, simboleggiato dal Kol Nidré, la preghiera recitata in sinagoga prima dell’Espiazione, collocata proprio in apertura quale emblema della riconciliazione dell’autore col proprio passato.
Una tessera ulteriore al mosaico della grande letteratura sulla Shoà, che pone molti interrogativi, posto com’è al termine di una vera e propria trilogia della memoria: come per liberarsi da un peso insopportabile, nella convinzione che “tutti i dolori sono sopportabili, se li metti dentro una storia”, giusto l’esergo della Blixen.
Un libro di dolorosa sostanza autobiografica, dunque, ancorché dissimulata sotto vesti romanzesche, in cui si mette il dito su una ferita ancora aperta e cui ci si sforza di dare faticosamente e coraggiosamente un volto e un nome. “Si impiegano decenni per ricordare quello che si voleva dimenticare”, ammette l’autore che dall’alto delle sue, all’epoca, 88 primavere può ben consentirsi di guardare al suo passato, costellato da non pochi lutti e sofferenze (ben nove membri della sua famiglia deportati a Guskirchen e due soltanto, lui e un fratello, sopravvissuti), dopo averne elaborato e assimilato i fantasmi.
Il libro racconta il dramma di Josif, uno “impegnato da una vita nello studio dei testi sacri” e che cerca Dio non “come espressione etica della religione rivelata”, ma “solo come compagno di strada durante le lunghe marce da un Campo all’altro” (come si dice nel risvolto), consapevole che solo nel colloquio con Lui può annegare l’orrore per la ferocia di cui lui è vittima in quanto espressione di un popolo perseguitato.
Sfuggito al campo di Mauthausen e disperato, al punto da essere tentato di di porre termine alle sofferenze con la morte, viene salvato da una donna, una nazista, che lo accoglie nella sua casa e insieme vivono un’esperienza d’amore, che si tramuta per entrambi in un’occasione di riscatto. Tutto avviene in una notte, che cambia il corso dell’esistenza ad entrambi. È grazie a Judith, si chiama così la donna, che Josif ricupera il senso della vita e un nuovo sguardo sul mondo al termine di uno stringente e drammatico colloquio, un vero e proprio psicodramma, che chiama in causa il suo stesso essere ebreo. “Chi è un ebreo? Lei che lo è, può dirmelo”, gli chiede Judith, e lui: “Ebrei sono tutti quelli che soffrono, umiliati della storia, esuli. È questo l’ebreo e prima poi tutta l’umanità potrebbe esserlo”. Ma lui stesso è per la donna l’occasione di un riscatto dal delirio dell’ideologia che l’ha condizionata per una vita. “Se si può diventare nazisti durante un’esperienza di vita, allora si può ridiventare uomo in una sola notte”, è questo, dice l’autore, il filo conduttore così di questa storia, come di tutte le storie.
L’alba li troverà entrambi, l’ebreo e la nazista, accomunati da due cose: dalla consapevolezza di essere stati toccati dalla misericordia del Signore (per “ricordare che l’umanità merita di sopravvivere”) e dalla responsabilità, dal dovere morale di testimoniare la conquista di una nuova umanità, attraverso l’amore che da quel momento li legherà indissolubilmente, per sempre, su quegli stessi campi in cui sono sepolte e custodite per sempre le ceneri di vittime e carnefici.