Mostre

LE STANZE DELL’ARTE, pittura, scultura, fotografia, Como 20 settembre-5 ottobre 2014, Caserma De Cristoforis, piazzale Montesanto

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Architettura · ARTE · CONVEGNI, incontri, dibattiti, festival · Mostre

Inaugurazione della mostra: Como 1920-1940. Paesaggi della città razionalista, a cura di Alberto Novati e Aurelio Pezzola, SABATO 6 SETTEMBRE 2014

COMO 1920 – 1940

Spazio Natta, via Natta 18, ore 18.30, ingresso libero

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Inaugurazione della mostra Como 1920-1940. Paesaggi della città razionalista. La mostra, curata da Alberto Novati e Aurelio Pezzola, illustra didascalicamente la specificità e l’originalità del modello Razionalista comasco, applicato ai temi di sviluppo della città. Gli architetti razionalisti del Gruppo 7 – con a capo Giuseppe Terragni, figura leader a livello nazionale – hanno infatti saputo costruire un significativo brano di città, superando il puro esercizio lessicale e praticando una rinnovata unità tra architettura e urbanistica, ben oltre la furia iconoclasta futurista e l’imperturbabile eclettismo di fine secolo. Il percorso della mostra evidenzia come, nell’arco temporale di circa un ventennio, le nuove funzioni dello stato sociale si tradurranno in edifici volti a ricostruire le figure del moderno, attraverso le antiche matrici architettoniche. L’esposizione si articola su 21 pannelli (in italiano, inglese e tedesco) 2 di inquadramento generale e 19 dedicati specificamente ad una particolare opera: le foto, originali, sono state realizzate appositamente da Giovanni Colosio. Per l’occasione, Fabio Cani ha studiato l’approfondimento che integra il percorso espositivo: una proiezione di immagini d’epoca che aiuteranno a collocare le architetture nel preciso contesto degli avvenimenti storici del nostro territorio

da SABATO 6 SETTEMBRE – La Settimana InCom – La Provincia di Como La Provincia di Como – Notizie di Como e provincia.

Architettura

6 SETTEMBRE: Inaugurazione ”Como 1920-1940 Paesaggi della città razionalista 7/28 settembre Spazio Natta | Como – via Natta 18

 

Immagine 6 SETTEMBRE: Inaugurazione ”Como 1920-1940
Paesaggi della città razionalista

7/28 settembre
Spazio Natta | Como – via Natta 18
 
La mostra, curata da Alberto Novati e Aurelio Pezzola illustra didascalicamente la specificità e l’originalità del modello Razionalista comasco, applicato ai temi di sviluppo della città. Gli architetti razionalisti del Gruppo 7 – con a capo Giuseppe Terragni, figura leader a livello nazionale – hanno infatti saputo costruire un significativo brano di città, superando il puro esercizio lessicale e praticando una rinnovata unità tra architettura e urbanistica, ben oltre la furia iconoclasta futurista e l’imperturbabile eclettismo di fine secolo. Il percorso della mostra evidenzia come, nell’arco temporale di circa un ventennio, le nuove funzioni dello stato sociale si tradurranno in edifici volti a ricostruire le figure del moderno, attraverso le antiche matrici architettoniche. L’esposizione si articola su 21 pannelli (in italiano, inglese e tedesco) 2 di inquadramento generale e 19 dedicati specificamente ad una particolare opera: le foto, originali, sono state realizzate appositamente da Giovanni Colosio.
Per l’occasione, Fabio Cani ha studiato l’approfondimento che integra il percorso espositivo: una proiezione di immagini d’epoca che aiuteranno a collocare le architetture nel preciso contesto degli avvenimenti storici del nostro territorio, di cui si parlerà diffusamente nella conferenza, Como tra due guerre: la storia e la ragione, il 24 settembre, ore 18.30, presso lo Spazio Natta.
Ingresso gratuito
Orari di apertura
martedì/venerdì ore 14.30-19.30
sabato/domenica ore 11-19.30
È possibile effettuare visite guidate, per informazioni e richieste:info@maarc.it
Mostre

mostra COSMOGONIE, opere di Paolo Barlusconi , a S. Pietro in Atrio, Via Odescalchi, Como

dove: S. Pietro in Atrio, Via Odescalchi
quando: dal 3 al 31 agosto 2014 – inaugurazione sabato 2 agosto alle 18
orari: martedì – venerdì 15 – 19 / sabato e festivi 10 – 12 e 15 – 19
ingresso: libero

Cosmochrome 2003

Sabato 2 agosto inaugura a S. Pietro in Atrio, con il patrocinio e il supporto dell’Assessorato alla cultura la mostra COSMOGONIE. Si tratta di un progetto culturale interdisciplinare a cura di Michele Caldarelli, avviato nel 2005 in occasione dell’anno mondiale della fisica indetto dall’UNESCO per celebrare il centenario della formulazione della Teoria della Relatività di Einstein.
In mostra una serie di opere dell’artista Paolo Barlusconi e il cui argomento è il COSMO. Un cosmo inteso come MULTIVERSO, visto, letto e interpretato mettendo a confronto le più diverse teorie in occasione di incontri, manifestazioni e convegni a carattere interdisciplinare (anche espres-samente organizzati).
L’intenzione programmatica del progetto, ormai alla sua quindicesima tappa espositiva, è quella di sviluppare un clima di sinergia possibile fra le arti e le scienze che non trascuri alcuna disciplina e ne favorisca ispirazione reciproca proponendo interventi di fisici, astronomi, matematici, architetti, poeti, filosofi, astrofisici, musicisti…

Tutte le informazioni e i contenuti relativi a COSMOGONIE, testi e immagini, si trovano, progressivamente aggiornati, in http://www.caldarelli.it/cosmogonie.htm dove saranno anche documentate le prossime tappe espositive programmate presso Università, Musei e altri luoghi istituzionali, come naturale sviluppo di questo ampio progetto interdisciplinare.

COSMOGONIE – il grande mistero dell’universo esplorato da Paolo Barlusconi
di Michele Caldarelli
Da cosa nasce cosa, secondo il principio deterministico che vuole ogni oggetto semplice prodotto da automatismi meccanici. Uno stampo, una trancia, una calandra lo hanno sagomato o modellato, pronto per entrare nel quotidiano; elemento anonimo di sistemi complessi o singolo elemento di uso comune, il più delle volte, è prodotto per essere consumato distrattamente e destinato velocemente al riciclo o all’inquinamento ambientale. Eppure è figlio di un’idea, un principio di utilità o di bellezza, di un a priori intelligente che ne ha permesso l’esistenza anche se effimera e ne giustificherebbe un passaggio di stato, una archeologizzazione dinamica nell’area affettiva del pensiero collettivo.

Germinazione radiale - 2007

Questo principio “salvifico” credo si possa considerare idea guida di Paolo Barlusconi nel raccogliere con pervicace volontà una quantità indescrivibile di oggetti da classificare, quasi fossero individui appartenenti a specie botaniche in estinzione, e da riusare come elementi, segni alfabetici o lemmi del proprio racconto. In ogni opera che realizza, più che plasmare la materia secondo i principi della pittura o della scultura, la conduce attraverso una sorta di passaggio di stato, pone in comunicazione due universi paralleli attraverso una sorta di black hole concettuale. Concentra l’attenzione sulla ”intelligenza“ degli oggetti trasformando questa in qualcosa di completamente differente lasciando i “corpi” essenzialmente inalterati. Un percorso di analisi, questo, che dà seguito coerente ad una ben collaudata esperienza dell’autore nel campo della macrofotografia, quando particolari di piante o di elementi inanimati erano da lui collazionati in un unico erbario atipico. Lo interessavano e lo interessano le forme a prescindere dal rapporto di scala della standardizzazione fotografica rispetto al soggetto; i rapporti di proporzione armonica sono fondamentali in ogni sua composizione dove tutto si confronta con le misure perfette del quadrato o della sezione aurea. La spirale logaritmica, che sottende la fillotassi nel mondo vegetale, definisce le superfici dei pannelli rettangolari su cui lavora o governa la distribuzione degli elementi su di essi mentre il cerchio, duplice nella sua natura simbolica e ampiamente saggiato nelle opere più recenti, fa da limite concettuale e ideale al rapportarsi della visione di un universo perfetto, misurabile ed esperibile con quella di un cosmo infinito ed in continuo divenire. Cerchio con due anime e due misure, delle quali potremmo argomentare come, per la prima, il centro del compasso che ne traccia la circonferenza si colloca con precisione nel qui ed ora mentre, per la seconda, il punto di appoggio si situa nel non-luogo e non-tempo, all’origine del “tutto”. Chiedendoci “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? – Oppure: “Che cosa siamo? Dove siamo? Come mutiamo e perchè?” O ancora, facendo sfuggire il nostro punto di osservazione dalle vicende del mondo, ponendo le medesime domande nei confronti dello stesso, riattualizziamo domande fondamentali, madri di tutti gli interrogativi che costellano tutte le discipline, siano esse scientifiche che umanistiche. Paolo le riscopre come proprie, navigando trasversalmente, in profondità e in altezza tutta la loro estensione, trovando/offrendo, nella forma compiuta delle opere, sintesi e risposta dinamica a quesiti contemporaneamente sia esistenziali che di approfondimento intellettuale. Superata l’autoreferenzialità dell’arte, purtroppo fin troppo diffusa nella cultura contemporanea, trova il coraggio di ricercare sempre nuovi e inaspettati confronti con problematiche inerenti i processi cognitivi. “Osservando la volta celeste, cercando di superare la sensazione di fragilità e transitorietà umana che la visione del cosmo ha generato in me come penso in chiunque tenti di penetrarne i segreti – così mi ha confessato recentemente – ho dato una svolta fondamentale alla mia creatività, riscoprendo la ricerca scientifica in sinergia con quella artistica e inoltrandomi in un territorio estremamente fertile di prospettive”. Sono nate così molte delle opere presenti in questa mostra dal titolo “Cosmogonie” e, alla ricerca di un dialogo più approfondito e ricco, l’idea di invitare ad argomentare sul tema chi in altre discipline possa confrontarsi in modo specifico e contemporaneamente scevro da pregiudizi. Il frutto ne sono stati i saggi prodotti nel tempo e che sono parte integrante del progetto, andando a toccare gli ambiti disciplinari della fisica, della matematica, dell’astrofisica, della letteratura, della filosofia, della mitologia… e altro.

COSMOGONIE
di Paolo Barlusconi
Permettete ad un artista di citare due numeri: il primo numero è 13,7 miliardi, il secondo è 1. Molti avranno già compreso cosa rappresenti 13,7 miliardi: è il numero di anni che gli astrofisici attualmente attribuiscono al nostro Universo, dalla data del Big Bang fino ad oggi; al numero viene inoltre assegnata dagli scienziati la tolleranza +/- 0,2 (miliardi di anni!). Il numero 1 cosa rappresenta invece? Sta per un minuto secondo e si riferisce alla domanda che mi sono posto più volte: cosa c’era un secondo prima del Big Bang? Gli scienziati affermano che all’origine tutto l’Universo (centinaia di miliardi di galassie) fosse “concentrato” in una sfera avente le dimensioni di una palla da football o addirittura di un punto infinitesimale. Quando appresi per la prima volta queste nozioni, esse mi lasciarono letteralmente sconvolto: non so trovare un altro modo per esprimere ciò che provai. Faccio ricerca artistica da 45 anni e quando venni a contatto con simili concetti di astrofisica, ne rimasi talmente impressionato da decidere che tutte le mie opere future sarebbero state cosmogonie. Ritenni difatti che la mia ricerca artistica dovesse avere una finalizzazione, non limitandosi a praticare la dimensione estetica, e soprattutto dovesse cercare di dare una interpretazione del mondo di cui facciamo concretamente parte. Ecco dunque che il Cosmo si pose al centro della mia attenzione come pretesto per parlare dell’essere; l’Universo, con la sua quasi incommensurabilità, si presenta come una delle più grandi manifestazioni dell’essere. Nella mia ricerca artistica dunque la problematica cosmogonica si innesta così in una dimensione più grande, di carattere ontologico: cogliere l’essenza dell’esistere. Un granello di sabbia, l’uomo, l’universo: tutto è, tutto esiste. I filosofi hanno dato diverse interpretazione dell’essere (l’essere è e non può non essere, ecc.); le varie teorie ontologiche sono spesso in contrasto tra loro, ma tutte cercano di capire la realtà. L’etimo del termine “cosmogonia” contiene il concetto di “generazione” e, relativamente a ciò, mi interessano sia le considerazioni di carattere scientifico sia le interpretazioni di carattere mitologico o fantastico; gli spunti per la mia ricerca nascono pertanto dalle varie visioni del cosmo che la storia dell’uomo ha prodotto nei secoli. Quindi buchi neri e stringhe cosmiche si pongono sullo stesso piano di stimolo creativo delle visioni del mondo delle civiltà mesopotamiche o precolombiane: un calendario azteco può essere interessante come la più recente teoria astrofisica, anche perché contiene in sé vari riferimenti, anche di carattere matematico. Ed eccoci giunti alla matematica… Anche prima di occuparmi di cosmogonie, la matematica è sempre stata presente nelle mie opere, sia a livello cosciente sia a livello inconscio; io non appartengo a quella categoria di artisti cosiddetti gestuali o dell’action painting, che eseguono l’opera di getto, bensì a quella schiera che programmano razionalmente l’opera, nel senso che prima di eseguirla stendono un progetto, sia pure in forma di disegno o schizzo, con indicazione di dimensioni, materiali e finiture. Questo tipo di ideazione viene elaborato tenendo presenti regole matematiche (come ad esempio quella denominata sezione aurea, da me molto usata), in base alle quali l’opera viene strutturata secondo rapporti di equilibrio la cui ragion d’essere è scandita dai numeri. Le cosmogonie sono realizzate con materiali e oggetti seriali di uso quotidiano e di produzione industriale, secondo una tecnica da me usata da diversi anni, ancora da prima di introdurre la ricerca cosmogonica: si tratta di una “rivisitazione” degli oggetti a livello formale, a prescindere dalla loro funzionalità. L’oggetto diventa così il mattone, il modulo con il quale creare l’opera; si potrebbe parlare di una “metamateria”, cioè di una materia che va oltre la propria funzione originaria oppure anche di una “trasfigurazione” dell’oggetto di uso comune.
In “Caosdisk” ad esempio mi sono ispirato ad una delle leggi della teoria scientifica del Caos, teoria nata per lo studio e l’interpretazione dei fenomeni detti appunto caotici, cioè quelli che non possono essere ricondotti alle leggi della fisica classica. In particolare l’opera fa riferimento alla legge detta della “autosomiglianza”, in base alla quale un ente o un fenomeno si presenta sempre formalmente simile, qualunque sia il fattore di scala sotto il quale lo si esamini; esempi tipici ne sono la foglia della felce o il profilo della costa marina. L’opera, a forma di compact disk, è realizzata mediante l’assemblaggio di un certo numero di CD. Il passo successivo potrebbe essere quello di realizzare un’opera della dimensione della sala che ospita questa mostra, costituita a sua volta da tanti moduli uguali all’opera esposta.

28 luglio 2014

da:  Mostra Cosmogonie.

ARTE · COMO città · Doriam Battaglia

LE MANI, di Massimo Clerici e Doriam Battaglia, Como, verso la stazione di San Giovanni

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Mostre

Ritratti di città, da Boccioni a De Chirico, da Sironi a Merz a oggi, Como, Villa Olmo dal 28 giugno al 16 novembre 2014. Con la cronaca fotografica della mia visita del 23 luglio 2014

Vai al sito della Mostra

http://www.ritrattidicitta.com/la-mostra/attivita-per-adulti/

 

qui la cronaca fotografica della  mia visita del 23 luglio 2014:

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ARTE · Cineforum · Parisi Ico

ICO PARISI. Lake Como film festival: Oggi pomeriggio alle 17 in biblioteca comunale Alberto Cano e Andrea Mariani presenteranno alcuni film inediti, recuperati e digitalizzati, martedì 22 luglio 2014

Dopo il bell’omaggio a Marcello Piccardo, il “Lake Como film festival” porta oggi all’attenzione del suo pubblico un altro importante pioniere comasco dell’arte cinematografica, Ico Parisi, prima di ospitare un maestro della scena italiana contemporanea come Edoardo Winspeare.

Oggi pomeriggio alle 17 in biblioteca comunale Alberto Cano e Andrea Mariani presenteranno alcuni film inediti, recuperati e digitalizzati, girati da Ico Parisi. Interverranno il critico e giornalista e conoscitore dell’arte di Parisi Alberto Longatti, il professor Flaminio Gualdoni, curatore della mostra “Ritratti di città” in corso a Villa Olmo dove sono esposte anche due immaginifiche opere di Parisi, Lucia Tenconi e Giovanna D’Amia, curatrici del prezioso volume “Ico Parisi. Architettura, fotografia e design.

da Lake Como film festival Da Ico Parisi a Winspeare – Cultura e Spettacoli Como La Provincia di Como – Notizie di Como e provincia.

dal sito di alessio brunialti

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Ico Parisi, artista artigiano. Ico Parisi, fotografo d’arte, cineasta, disegnatore, pittore, designer, architetto postrazionalista e in seguito interprete del degrado dell’architettura, arredatore di interni, ma anche vignettista, polemista, opinionista, umorista, critico e ancora, ancora. Uno sperimentatore curioso di tutte le innovazioni, fantasista, ricercatore. Testimone e protagonista della modernità, alla fine profeta del riflusso e dell'”apocalisse gentile” che avrebbe abbattuto il sogno del progresso. Un irregolare, sempre alla frontiera della progettazione in ogni campo, lucidamente in conflitto con quanti l’osteggiavano, senza affrontarlo direttamente, in difesa della conservazione. Interverranno Alberto LongattiFlaminio GualdoniLucia TenconiGiovanna D’AmiaAlberto Cano Andrea Mariani presenteranno alcuni film inediti, recuperati e digitalizzati, girati da Ico Parisi.

ARTE

Tacita Dean, comoggardising: THE BENEFIT OF CREATIVE INDOLENCE per il XX CSAV della Fondazione Antonio Ratti a Como – Espoarte

COMOGGARDISING: the benefits of creative indolence

 

Corriamo il rischio di perdere la capacità di sognare ad occhi aperti e, con essa, di avere pensieri fortuiti.

Quei momenti d’interruzione non voluti, comuni a tutti, come l’attesa di un mezzo di trasporto pubblico o le pause tra un appuntamento e l’altro, sono consumati e riempiti dall’utilizzo degli strumenti digitali che dominano le nostre vite.

Lo faccio anch’io anche se desidererei evitarlo – le e-mail, gli sms. il riempimento del tempo. Il tran tran quotidiano o gli impegni che riempiono le nostre giornate stanno rovinando la nostra capacità di perderci nello spazio dell’immaginazione.

Lasciamo le nostre menti sempre meno inattive, come automobili in sosta ma con il motore acceso. Il non fare nulla è una condizione importante per l’artista.

L’indolenza viene spesso male interpretata o fraintesa. Lo scrittore svizzero Robert Walser la chiamò oziare’ [sluggardising o anche slug -a- beddishness); io la definisco come la capacità di lavorare – il più delle volte stando sdraiati – mentre sembra di non fare nulla. Le idee migliori si presentano quando non sono corteggiate, ma pochi sanno essere abbastanza ricettivi da riuscire a riconoscerle.

Dobbiamo quindi ritrovare

questa posizione ognitiva sottovalutata.

Il lago di Como sarà il luogo di soggiorno particolare per tutti noi. In passato, probabilmente, era una località di ritiro dove le persone andavano a “prendere aria”, a respirare: un luogo di riposo dove, forse, perseguire la ricerca del pensiero rarefatto.

Ma questo non è un invito a non fare nulla, o a ciò che è comunemente inteso come ‘nulla’; al contrario, il livello di inattività cerebrale al quale desidero incoraggiare i partecipanti al workshop è estremamente rigoroso e di difficile raggiungimento.

Questo è un invito a individuare un nuovo tempo e un nuovo spazio nella propria vita, al fine di avvicinarsi a quella che è la scoperta di un livello inconscio nell’attività di ogni artista.

Tacita Dean

 

La personale Craneway Event di Tacita Dean sarà allestita, invece, presso lo Spazio Culturale Antonio Ratti, ex Chiesa di San Francesco: per la prima volta in Italia si potrà ammirare qui l’omologo film del 2009, uno dei più lunghi mai girati dall’artista (108 mnuti). Questo suo grande capolavoro riprende Merce Cunningham (1919-2009), coreografo tra i più importanti del Novecento, alcuni mesi prima della morte, quando, novantenne, dirige da una sedia a rotelle, attento e concentrato, le prove della sua compagnia di danza. Il film di Dean lascia emergere la suggestione che il coreografo non diriga solo i suoi ballerini, ma anche tutti gli elementi dell’intorno con la consapevolezza, quasi, che questi sarebbero rimasti anche dopo la sua scomparsa. 

da Tacita Dean per il XX CSAV della Fondazione Antonio Ratti a Como – Espoarte.

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ARTE · Audio e Letture · AUDIO e VIDEO · BIOGRAFIA, biografie · Paolo Ferrario · Simone Nina · The Necks · Trio Jarrett-Peacock-DeJohnette

intervento di Paolo Ferrario su SPAZIO, TEMPO E MUSICA in occasione della Mostra FREQUENZE di Doriam Battaglia BATT, allo Spazio Natta, Como 12 luglio 2014

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Nell’ambito della mostra di Doriam Battaglia BATT realizzata con il patrocinio del Comune di Como, Assessorato alla Cultura è stato organizzato un incontro-conversazione sul tema “Spazio, Tempo e Musica” che si è svolto sabato 12 luglio (giorno di chiusura della mostra) alle ore 18,30 presso lo Spazio Natta.

I relatori sono stati l’Arch. Angelo Monti ed il Prof. Paolo Ferrario (docente presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca) che dialogheranno con me e con l’artista Benny Posca che ha realizzato una installazione nel giardino antistante lo spazio della mostra

Parto dal testo di BATT che introduce le opere esposte:

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“alcune considerazioni sulle opere recenti: sguardo verso l’infinito e l’eterno; pittura “preformale” (vibrazioni, frequenze, particelle, atomi); l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande; regola dei frattali; l’opera come memoria nello spazio; il pensiero che genera la materia; l’attimo fugace (pag. 9-11)

la sua idea di invitarmi parte da questa canzone di Nina Simone: “He was too good to me” (1961) dove l’emozione dell’ascolto dipende dalle pause di silenzio che lei sa introdurre nel suo canto. Di lei diceva Charles Aznavour: “Nina Simone canta le parole delle canzoni”

Da qui una prima suggestione sul rapporto fra spazio (di una tela, di un pannello, di un quadro) e musica: spesso mi capita di rappresentarmi dentro la mia percezione uditiva la musica come delle pennellate gialle, rosse, blu.

E infatti il blu, nella musica jazz (basta ricordarsi di Duke Ellington) è molto ricorrente. E ora lo vediamo nel video  in quella tela di Batt.

A me sembra che i fondamenti del nostro percorso di attraversamento della vita siano:

il Tempo

lo Spazio

l’Eros

la Polis

il Destino

battSul Tempo possiamo fare riferimento ad una splendida lezione del fisico Carlo Rovelli al TedXlakeComo del 2002 nella quale “mostrava ” questi concetti:

  • il tempo non esiste. E’ una concezione utile ma la scienza dimostra, con le argomentazioni degli orologi,  che il tempo non esiste perchè è influenzato dalla gravità. Non esiste un unico orologio, ma tanti orologi diversi, tanti tempi diversi
  • come pure la nozione di alto e basso: che non c’è nell’universo
  • l’universo è sterminato e noi vi occupiamo un angolo piccolissimo, dove percepiamo alcune cose e che interpretiamo con i nostri necessari criteri appresi nella cultura. Il mondo è molto più ricco di come lo percepiamo
  • sull’estremamente piccolo e sull’estremamente grande abbiamo meno nozioni

Ecco: a mio avviso l’arte, la pittura, la musica riescono a rappresentare, tramite l’uso di spazio, colori, note soggettivamente rielaborate, questa complessità che ci appartiene

Qui il video di Carlo Rovelli:

Il Tempo nella musica è ben raccontato dal violoncellista Mario Brunello nel libro Il silenzio, Il Mulino, 2014. Vediamo alcuni passaggi del suo dire:

  • il silenzio è parte dell’ascolto
  • la musica ha bisogno di tempo per essere “sentita”. Occorrerebbe dedicare tempo all’ascolto
  • il silenzio valorizza i suoni
  • il silenzio consente al suono di essere valorizzato

Leggiamo:

ogni forma d’arte ha il suo spazio per il silenzio: la pittura, sorda a ogni commento, vive nel silenzio, ma arriva a descriverlo. La scultura, muta, silenziosa suo malgrado, custodisce gelosamente un insieme di suoni, parole o rumori. La poesia scritta o detta vive nel silenzio, rotto dalle parole, vive nel silenzio degli spazi bianchi non misurabili perchè possono durare all’infinito. La musica addirittura del silenzio ne fa materia prima. Il silenzio che precede la prima nota eil silenzio dopo l’ultima sono indispensabili affinchè la musica si riveli ed esista.” (pag14)

Qui una lezione di Mario Brunello nella quale farà “vedere” come John Cage è il cantore del silenzio, quando rovescia i rapporti fra suono e silenzio. Il silenzio diventa accettazione dei “suoni altri esistenti ” all’interno dello spazio concesso all’autore:

Ma è lo Spazio ad avvicinare molto la musica alla pittura.

Qui l’associazione mentale ed emotiva che faccio è al concetto di Cerchio dell’apparire, insegnato dal filosofo Emanuele Severino. Un quadro e una musica fanno apparire qualcosa. Lo fissano nel tempo.

Leggiamo le sue parole:

“La parola “apparire” non indica la parvenza, l’apparenza illusoria. Anche le parvenze e le apparenze appaiono – e appare il loro rapporto con la “realtà” di cui sono parvenze. L’apparire non è l’apparenza che altera e nasconde l’essere, ma è la manifestazione dell’essere, il suo illuminarsi, il suo mostrarsi. … Appaiono anche i sogni e i silenzi; anche i pensieri e gli affetti – tutte cose che, insieme a tante altre, non sono illuminate dalla luce del sole … e la stessa parola “apparire” proviene dal latino apparere, che è riconducibile a pario, che significa “partorisco” e a paro, “preparo, allestisco”. (in La filosofia futura, Rizzoli, 1989, p. 195-196)

e ancora:

“L’uomo e le altre cose vanno lungo una strada, così come gli astri eterni percorrono la volta del cielo. Il loro sorgere non è il loro nascere, il loro tramontare non è il loro morire, essi brillano eterni anche prima di sorgere e dopo essere tramontati. Tutte eterne, le cose, dalle più umili alle più grandi, tutte ingenerabili e incorruttibili, esse vanno lungo una strada, nel senso che vanno via via mostrandosi, vanno entrando e uscendo dalla volta dell’apparire del mondo.  (in La strada, Rizzoli, 1983, p.  134)

Ecco, a me la figura del cerchio dell’apparire -guardo voi nella sala con i quadri di Batt  ed effettivamente apparite come dentro a un cerchio- sembra perfetta per vedere le vicinanze percettive ed esistenziali fra una musica e un quadro. L’arte produce questo effetto: renderci consapevoli della eternità di ogni attimo.

C’è un’altra immagine molto adatta a far riflettere su questo tema. Le immagini di una pellicola fotografica sono una sequenza di fotogrammi. Noi percepiamo quell’attimo, che poi scompare, e nella sequenza della comparsa e scomparsa ottemiamo l’effetto della visione e dell’ascolto. Dunque i fotogrammi scorrono lungo la linea del tempo, compaiono nello spazio e scompaiono: Ma la struttura della pellicola rimane. Dunque quelle singole immagini non finiscono nel nulla, ma sono eterne.

Spiega meglio questo passaggio il filosofo Aldo Natoli, in una intervista alla vicina Radio Svizzera:

A me sembra che quando Doriam Battaglia dice “ciò che provo a rappresentare sono le vibrazioni, le frequenze dello spettro visibile, le particelle, gli atomi e le molecole che vengono a costruire la materia  di cui siamo fatti e di cui è fatto l’universo” ci avvicini, con il linguaggio dell’arte, a fare esperienza diretta della struttura sottostante  ad ogni evento che compaia nel cerchio dell’apparire

Cosa resta della scomparsa o affievolimento, nella pittura dell’ultimo secolo, dei volti, dei paesaggi? Resta la struttura delle cose. Le cose non sono solo “cose”, ma energia. La natura del mondo è un fluire di energia. La materia è un “campo” in cui le diverse espressioni dell’energia si muovono incessantemente. Il mondo fisico non è una serie di oggetti, ma una rete di interazioni in costante flusso.

I frattali, presenti nella espressione pittorica di BATT, ne sono una delle manifestazioni. Il frattale è una figura geometrica, sostenuta dalle regola matematiche, in cui un motivo identico si ripete su scala continuamente ridotta. le zone del dettaglio fanno vedere la struttura ricorsiva che si ripete, ma è  l’effetto visivo quello che ci emoziona. Apputo: struttura sottostante e risultato complessivo. C’è una struttura che sostiene ciò che entrerà nel nostro campo della visione

Un’altra associazione mi è indotta dai pannelli di Batt, soprattutto di quello “bianco” che si vede anche nel video: il rapporto fra mente e cervello.

Qui mi sostiene il libro di Daniel J. Levitin, Fatti di musica, Codice edizioni, 2006. L’autore è un neuroscienziato che ci propone una visione cognitiva dell’ascolto estetico della musica. La mente è la parte di noi che incarna pensieri, speranze, desideri, ricordi, convinzioni, esperienze. Il cervello è un organo fisico (materia) fatto di cellule, acqua, sostanze chimiche. E’ costituito da 100 miliardi di neuroni ed è capace di una quantità enorme di connessioni. Dunque: strutture e connessioni sono alla base della nostra presenza ed identità. Una struttura di base è capace di produrre esiti infiniti. E l’opera d’arte ci offre, per via emozionale, questa vertiginosa e profonda esperienza.

La musica è una combinazione organizzata di suoni nel tempo e nello spazio. E un”arte che sa esprimere i sentimenti per mezzo di un linguaggio delle note che il cervello sa elaborare, sia per la sua struttura biologica, sia per la sua capacità di “fare memoria” e di rielaborala.

Concludo con  la musica che accompagna il lavoro produttivo delle opere pittoriche di Batt. Questa mostra è stata costantemente accompagnata dalla musica di Roberto Cacciapaglia.In riferimento al suo disco “Canone degli spazi” Cacciapaglia dice: “Per comporre i miei brani io uso le triadi, che sono elementi elementari alla base dell’armonia. Usufruisco dei cicli, in cui lo strumento solista rimane sempre al centro, mentre l’orchestra ruota intorno ad esso, facendo delle fasce che vanno dal pianissimo al fortissimo, dando vita a delle orbite, come quelle dello spazio. L’orchestra diviene così come una sorta di costellazione che gira intorno, come fossero onde planetarie. Lavoro sulla presenza del suono, cercando di creare una alchimia fra gesto, suoni e intenzioni per cercare di toccare le emozioni di chi ascolta. Ad ogni modo per me è importantissimo comporre immerso nel silenzio“.

Di Nina Simone e della sua straordinaria capacità di usare il silenzio per agire con il canto e il suo pianoforte nel creare il momento “unico” dell’ascolto interiore ho già detto all’inizio.

Ma ci sono tre musicisti australiani che suonano da una trentina d’anni ad offrire, a mio avviso, una eccezionale base musicale al modo di fare pittura di Batt. Si tratta dei The Necks (Chris Abrahams, tastiere, Tony Buck batteria, Lloyd Swanton, basso).

In Italia sono praticamente sconosciuti. Io li ho inseguiti dove ho potuto, una volta a Forlì e un’altra a Berna

Ascoltiamo questo due framment musicale:

E’ difficile per i Necks proporre dei frammenti perchè la loro specificità consiste nel creare, nel qui ed ora di una serata, un unico pezzo musicale di circa un’ora. Per ascoltarli (e nel tempo di internet oggi questo sembra impossibile) occorre darsi un’ora di tempo

Vi invito a sentire i due pezzi di Aquatic e se volete a inseguire le mie successive note di ascolto.

Qui c’è un estratto di Aquatic:

I The Necks creano e suonano assieme dal 1989, fanno un jazz nuovissimo, esplorano nuove frontiere come hanno fatto i loro predecessori, che cercavano

la nota impossibile, quella che non esiste, che non c’è sulla terra” (Steve Lacy su Thelonius Monk). 

Il loro ascolto lascia sempre il segno. Eppure non hanno attraversato quella invisibile linea che passa fra il notturno trascinare gli strumenti per il piccolo pubblico e la notorietà. Ripeto: almeno in Italia.
Dipenderà anche dal fatto che abitano in una terra straordinaria, ancestrale e moderna nello stesso tempo: l’Australia. Là devono essere molto famosi, visto che continuano il loro progetto musicale difficile e inusuale: in quasi vent’anni hanno realizzato solo 34 pezzi per un totale di 20 ore. Effettivamente la loro musica assomiglia molto a quel paesaggio: sanno creare uno spazio psichico e visivo che è bello e coinvolgente attraversare con la loro guida. Sì, sanno costruire un percorso ipnotico. Come nel film Picnic ad Hanging Rock ha fatto Peter Weir (1975).


C’è una zona d’ombra su di loro e allora vorrei colmare la lacuna e illuminare qua e là.
In “Aquatic” (1999) Chris Abrahams è al Piano e all’organo Hammond, Lloyd Swanton al Contrabbasso acustico ed elettrico, Tony Buck alla batteria e alle percussioni. Questa volta c’è anche Stevie Wishart all’”Hurdy-Gurdy” (
una specie di violino elettrico che ha un suono simile alla cornamusa).
I pezzi sono due: uno di 27 minuti, e l’altro di 25. Una eccezione rispetto al loro standard, che quello di un’unica scultura musicale di circa un’ora.
L’ascolto lascia vigilmente intontiti per la bellezza del ritmo (Tony Buck è un batterista eccezionale), per le armonie degli accordi pianistici, per la ripetizione ipnotica, per tutte le cose che accadono in quella che non è solo un’iterazione minimalista.
Già il primo movimento è di grande soddisfazione per la mente musicale. Suoni raffinati che alimentano l’immaginazione, rintocchi pianistici di forte energia, un drumming-beat davvero unico, rumori ambientali appena accennati e stimolatori di benessere psichico. Come a dire: “sei in un altro spazio, ma qui si può stare bene. E’ solo diverso”.
Ma il secondo movimento è incredibilmente bello (cercherò di scegliere un assaggio  che lo rappresenti). Uno “Swing” che è indubbiamente jazzistico, ma che si avventura in un’Ambient Music di gran cultura. Inizia subito a grande velocità, con il contrabbasso violineggiante di Swanton, incalzato dal terribile Tony Buck, un vero monello della batteria. Poi il piano di
Abrahams comincia a spingere avanti. Sempre di più: trilli, battiti, con il basso a contenere. Ecco di nuovo gli archi. Sempre più veloce, impercettibilmente veloce. Viene voglia di chiudere gli occhi. Ecco: nel nero si vede lo spazio che è attraversato dalle note del piano sorrette da quel tappeto volante che è la batteria, baroccheggiata dal contrabbasso. Ora il ritmo si fa un po’ meno frenetico. E comincia il gioco fra di loro. Sì: l’interplay jazzistico inventato dal trio di Bill Evans risorgesi riattualizza in un’altra dimensione ! I tre improvvisano dentro un sonno spaziale reso possibile dalla (leggera) elaborazione elettronica dei suoni. La conclusione è di grande pace.
Sì è bello stare qui. E dove siamo ?

Ma guarda un po’: ancora in Drive By.

La loro è un’architettura musicale: siamo sempre a casa ! O meglio: si ritorna sempre a casa. Come insegna la cadenza d’inganno, qui raccontata da Alessandro Baricco:

Infine una esperienza musicale irripetibile è quella di Prism , suonato dal trio Keith Jarrett, Gary Peacock, Jack Dejhonette.

Irripetibile perchè questo pezzo è stato suonato così solo quella sera del 1985 a Tokyo e poi mai più:

Guardate Keith Jarret che vola sul pianoforte inseguendo quel frammento di mondo che ha trovato in quell’istante

Guardate Gary Peacock che ride  con il batterista come per dire: “hai visto … è partito …

E non dimentichiamoci di Dejohnette che umilmente si mette al servizio di questa esperienza unica di spazio, tempo e suoni.

Infine: grazie Doriam Battaglia Batt che ha reso possibile questo inimmaginabile incontro nell’imbrunire sul centro storico di Como, nella giornata di sabato 12 luglio 2014.

Paolo Ferrario

AUDIO e VIDEO · Mostre · Pittura

Doriam Battaglia BATT, Mostra FREQUENZE 140621/0712: incontro-conversazione sul tema “SPAZIO, TEMPO e MUSICA” con Angelo Monti, Paolo Ferrario, Benny Posca. Video dei momenti trascorsi assieme nel “cerchio dell’apparire”

Mostra FREQUENZE 140621/0712 Spazio Natta, Como, 12 luglio 2014
Nell’ambito della mostra di Doriam Battaglia BATT realizzata con il patrocinio del Comune di Como, Assessorato alla Cultura è stato organizzato un incontro-conversazione sul tema “Spazio, Tempo e Musica” che si è svolto sabato 12 luglio (giorno di chiusura della mostra) alle ore 18,30 presso lo Spazio Natta.

I relatori sono stati l’Arch. Angelo Monti ed il Prof. Paolo Ferrario (docente presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca) che dialogheranno con me e con l’artista Benny Posca che ha realizzato una installazione nel giardino antistante lo spazio della mostra

1. Percorso della mostra, con i quadri esposti. 

Doriam Battaglia BATT parla con i visitatori:

 

  1. l’intervento di Angelo Monti

 

  1. l’intervento di Paolo Ferrario

 

  1. il secondo intervento di Angelo Monti

 

le riprese video sono di Luciana Quaia

Mostre

TACITA DEAN . CRANEWAY EVENT Spazio Antonio Ratti (ex chiesa di San Francesco), largo Spallino, proiezioni alle 16 e alle 18, ingresso libero

TACITA DEAN . CRANEWAY EVENT

Spazio Antonio Ratti (ex chiesa di San Francesco), largo Spallino, proiezioni alle 16 e alle 18, ingresso libero

https://i0.wp.com/www.fondazioneratti.org/img/news/Tacita%20Dean%20-%20Craneway%20Event/tn754_cropsito.jpg

La personale di Tacita DeanCraneway event, proporrà, per la prima volta in Italia, il film del 2009 dallo stesso titolo, uno dei più lunghi mai girati dall’artista (108’) e uno dei suoi capolavori. Craneway event ritrae Merce Cunningham, uno dei più importanti coreografi della seconda metà del XX secolo, pochi mesi prima della morte, avvenuta all’età di 90 anni.

http://www.fondazioneratti.org

Mostre · Pittura

RITRATTI DI CITTA’ da Boccioni a De Chrico, da Sironi a Merz, Como, Villa Olmo dal 28 giugno al 16 novembre 2014

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