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Categoria: GIARDINO, ORTO, FRUTTETO, TERRAZZAMENTI in Coatesa
Eros di primavera: Erotici Rigonfiamenti Ostentano Spudoratezza, 21 marzo 2009
R igonfiamenti
O stentano
S pudoratezza











- Fotografie di Luciana
Annunci di Primavera: Sassifraghe, 16 marzo 2009
S pavalda
A rrampicatrice
S i
S pinge
I n
F enditure
R occiose
A spirando
G loriose
A scese












- Fotografie di Luciana
Corylus Avellana o Nocciolo contorto, 27 febbraio 2009
C on
O rnamentali
R icciolute
Y psilon,
L anguide
U nioni
S inuose,A nela
V irtuose
E sibizioni
L iberamente
L egate
A
N uovi
A ccostamenti









Fotografie di Luciana
Hanno dedicato al Corylus:
ricciolo e nodo
nudità vegetale
prima del ruolo
Haiku di Papavero di Campo
nudi intrecci
reali strette unioni
vera libertà
Haiku di Auradanzante
Il nocciolo, molteplice forma che muta, si contorce, ci prende e ci accompagna nell’immaginario, nelle rappresentazioni visionarie di Bosch e di Goya, dove magia, superstizione, sogno e realtà si amalgamano in una dura armonia.
Rami di nocciolo cavalcati da streghe, rami che donano i desideri e allontanano la stoltezza, rami contorti che scacciano i serpenti, rami benevoli che accompagnano i nostri pastori nella transumanza…
Calicanto d’inverno, 8 febbraio 2009
Esattamente vent’anni fa un ritaglio di giornale mi portò in quell’angolo di mondo che, poi, sarebbe diventato il nostro luogo dell’anima.
La natura era quella sopita dell’inverno e, tuttavia, un profumo dolce e inebriante si diffondeva nell’aria e fluiva verso le acque del lago.
Ogni anno, in questi giorni, il Calicanto d’inverno mi ricorda quel colpo di fortuna del 1989.
ALTROVE
L‘
INVERNO;
COSPARGE
AROMA
NETTARINO,
TIMIDO
OCCHIOLINO
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Fotografie di Luciana
Caco di fine autunno
E’ il solstizio del 12 dicembre, proprio il cuor dell’inverno. E io mi giro fra le dita il cuore del cuore: il caco o diòspiro, il frutto che più amo perché ci ammaestra nella filosofia dell’irragionevole, dell’assurdo, infine del coraggio. Ha scelto la stagione che tutti accusano più amara per sfidarla con la sua polpa ch’è la più dolce. Penzola su un albero nudo, tutto nero e spettrale, e lo contraddice nell’allegria di un clown, lo addobba sfacciatamente a farne non si sa se uno strambo albero di Natale o alla Villon una spavalda danza d’impiccati. Fa a meno di fogliame e fiori, vuol essere protagonista, anzi solista smargiasso, e tuttavia ha l’innocenza dei naif. Con la sua purpurea risata, con la sua sensualità melliflua, scombina e riscatta il calunniato inverno.
Luigi Santucci, Il cuore dell’inverno, Piemme, 1992
Fotografie di Luciana
Il colore marrone

L’esuberanza e la passionalità del rosso-oro lentamente perdono intensità per abbandonarsi alla tonalità più morbida e rassicurante del colore marrone.
E’ questo il colore che mi induce all’introspezione, alla regressione.

Forse perché la terra nuda è di questa tinta, quella stessa terra che elargisce e raccoglie, dispensatrice di vita e depositaria di ciò che vita non è più.

C’è ancora spazio per gettare i semi di spinacio ed interrare i bulbi di tulipano, mentre il resto dell’orto deve essere spogliato dagli avanzi delle piantagioni estive, affinchè il terreno possa ricevere il nutrimento appropriato per ributtare generosamente nel prossimo ciclo riproduttivo.


Il marrone aranciato tinge anche gli ultimi frutti della stagione, già preludio dell’intimo piacere di rompere il guscio di noci e nocciole al crepitio di un ciocco di legno che brucia e dello smuovere la paglia per verificare, al tatto, l’avvenuta maturazione di nespole e kiwi.







E’ tempo di tagliar legna per rinnovare il magico momento dispiare il fuoco ardente dal portellone del forno, grembo accogliente per indorare la pasta della pizza o avvizzire la buccia delle mele renette.


I raggi obliqui del sole giocano con le ombre e le volute del fumo che sbuffano dal camino. C’è silenzio nell’aria. Tra breve le sedie della terrazza dovranno essere riposte in casa per il letargo invernale.

Il colore rosso
su grigia pietra striata
cenere e fuoco





L’erba del vicino NON è sempre più verde, 3 settembre 2008
Sbirciare tra i reticolati e le brecce dei muri di cinta che costeggiano spazi d’orto sottratti alla china dei monti è per me operazione quanto mai stimolante e appagante, consapevole come sono della mia ancora abbastanza acerba esperienza di orticoltore.
E così, verso fine estate, scopro che quasi tutti gli orti hanno un aspetto un po’ trasandato e di lento declino. La produzione rallenta e le foglie ingialliscono, le erbacce crescono in altezza e i confini degli appezzamenti non sono più distinguibili, dando come visione d’insieme una immagine di incolto e abbandonato.
Tra me e me gongolo e mi confermo che il duro lavoro della coperture delle prode coi teli offre ancora la sensazione della cura e di un relativo ordine. E io sono persona di moderato ordine.
Inoltre, poiché
“Si hortum in bibliotheca habes, deerit nihil”
capita anche di trovare ulteriore sprone alla mia soddisfazione nelle pagine di Ruth Ammann:
“La vita quotidiana in giardino, come ben sanno tutti coloro che devono curarne uno, non significa solo gioia, bellezza, sensualità o meditazione silenziosa, ma anche molto lavoro ripetitivo, rude, stancante e spesso anche noioso. Lo si fa proprio perché ci si prefigge di tenere in ordine il giardino e si potrebbe paragonare il perseguimento di tale obiettivo ai mille piccoli e faticosi passi che si fanno per godere soddisfatti della vista, una volta giunti sulla cima di un monte”.
Ruth Ammann, Il Giardino come spazio interiore (2006), Bollati Boringhieri – Collana Oltre i Giardini, Torino 2008, traduzione di Maria Anna Massimello, p. 130
Nelle passeggiate tardo-pomeridiane di queste giornate sempre più corte contemplo i miei lembi di terra delimitati da pietre, fiori, vasi e mi rendo conto di quanti gesti siano occorsi per arrivare a questo risultato. So per certo, inoltre, che questa è solo una tappa, perché già nella mia mente affiorano nuove prospettive di miglioramento e trasformazione.
Rallento i miei “ingordi” pensieri e mi abbandono al Carpe Diem di quanto sin qui realizzato.

L’erba del vicino (non) è sempre più verde
Tra me e me gongolo e mi confermo che il duro lavoro della coperture delle prode coi teli offre ancora la sensazione della cura e di un relativo ordine. E io sono persona di moderato ordine.
Inoltre, poiché
“Si hortum in bibliotheca habes, deerit nihil”
capita anche di trovare ulteriore sprone alla mia soddisfazione nelle pagine di Ruth Ammann:
“La vita quotidiana in giardino, come ben sanno tutti coloro che devono curarne uno, non significa solo gioia, bellezza, sensualità o meditazione silenziosa, ma anche molto lavoro ripetitivo, rude, stancante e spesso anche noioso. Lo si fa proprio perché ci si prefigge di tenere in ordine il giardino e si potrebbe paragonare il perseguimento di tale obiettivo ai mille piccoli e faticosi passi che si fanno per godere soddisfatti della vista, una volta giunti sulla cima di un monte”.
Ruth Ammann, Il Giardino come spazio interiore (2006), Bollati Boringhieri – Collana Oltre i Giardini, Torino 2008, traduzione di Maria Anna Massimello, p. 130
Nelle passeggiate tardo-pomeridiane di queste giornate sempre più corte contemplo i miei lembi di terra delimitati da pietre, fiori, vasi e mi rendo conto di quanti gesti siano occorsi per arrivare a questo risultato. So per certo, inoltre, che questa è solo una tappa, perché già nella mia mente affiorano nuove prospettive di miglioramento e trasformazione.
Rallento i miei “ingordi” pensieri e mi abbandono al Carpe Diem di quanto sin qui realizzato.
Il COLORE BIANCO, racconto di Luciana

C’è un negozio nel centro della mia città che non manca mai di provocare una sosta.
Si tratta di due vetrine arredate con straordinaria eleganza: madie, credenze, vecchi tavoli in legno massello, bagnafiori e secchi di ghisa in svariate fogge, trasparenti vasi globosi. Appoggiati con casualità studiata spiccano ovunque composizioni e mazzi di fiori.
Ogni volta, dopo silenziosi attimi di sguardo, mi dico: “Ecco … vorrei portarlo via tutto così com’è”.
Poi un giorno ho compreso la magia del mio incantamento. L’arredo floreale è monocromatico.
Bianco, rigorosamente bianco.
Immaginate le fioriture tipiche di ogni stagione (tulipani, glicini, rose, ortensie, gerani, dalie, gladioli, crisantemi) nell’unica, candida tonalità. Lattei fiori intrecciati in nastri di rafia se essiccati, o immersi in recipienti oramai in disuso, avvolti in un’atmosfera che sa di antico, di tempi passati.
Nel vano centrale del negozio, su un massiccio tavolo fa bella mostra di sé una grande gabbia di legno dove cinguettano cinque canarini, bianchi anch’essi.
Amo i colori, ma per me il bianco, riferito ad animali e fiori, rasenta l’estasi.
Per questo, anno dopo anno, nel nostro giardino abbiamo inserito cespugli, arbusti, bulbi e piante dalla nivea fioritura, ma, a parte gli alberi da frutto, abbiamo scoperto che il bianco è un colore delicato, facilmente aggredibile da fattori climatici avversi e, ancor più, da famiglie di insetti “biancofagi”.
Nonostante tutto, in vent’anni qualche risultato l’abbiamo ottenuto. Sono angoli “dedicati”, da ricercare in anfratti al riparo della luce, ma che pure, nel giusto periodo dell’anno, riflettono il loro splendore.
Sono di questi mesi la seduttiva calla, il timido mughetto, la tenera margherita, il giocoso opulos palla di neve, la fragile azalea, la sarmentosa hydrangea, il profumato gelsomino, l’elegante gardenia, l’ornamentale rosa, il precario soffione, l’inebriante zagara.
Eccoli in questo “White Tribute”:



















La fotografia della Civetta delle Nevi è stata scattata durante una visita ai rapaci di Sergio.
In connessione a:
Vita da ciliegio
Maggio è stato particolarmente generoso con la pioggia quest’anno.
Il maestoso ciliegio che si leva in prossimità dell’orto ogni anno ci mette sempre in apprensione, perché è un albero particolarmente sensibile e delicato.
Se durante la fioritura si abbassa la temperatura, i frutti non si sviluppano a sufficienza e cadono assai prima della maturazione. E se in quel periodo piove con media intensità, si sfalda il fiore e quindi il frutto nemmeno inizia a formarsi.
Se, poi, piove e fa freddo durante la maturazione, come quest’anno, le speranze di raccogliere manciate dei vermigli frutti si fa ancora più remota.
Non resta che ricordare l’incanto del risveglio e lo spumoso bianco del mese di marzo e, nuovamente, rimettersi in paziente attesa del maggio 2009.
Ma, nel frattempo, passerà un altro anno.






