GIARDINO, ORTO, FRUTTETO, TERRAZZAMENTI in Coatesa

La terra è bassa: preparazione dell’orto

Dalle auree Lezioni del professor Cristianini è passato un anno.
Un altro anno.
Tempus fugit.
Si ritorna a lavorare con le braccia e con la testa, perchè non esistono buone pratiche senza buone teorie.
“La terra è bassa” e deve essere preparata alle sue benefiche funzioni:

Al suono di:
No Blue Thing di Ray Lynch, 1989

Connessioni:

“Noi oggi tendiamo a dimenticare che l’anima non è solo dentro di noi, ma anche fuori di noi. E quando siamo in un giardino, che si tratti di un giardino asiatico o di un giardino alla francese o di qualunque altro tipo di giardino,si manifesta qualcosa dell’”anima mundi”. L’Anima del Mondo si rende visibile e, anzi, si mette in mostra.”
da: James Hillman, Conversazione con Silvia Ronchey, Il piacere di pensare, Rizzoli, 2001

“Non direbbe piuttosto che l’anima mundi si mostra nella natura, in tutta la natura? Perché scegliere il giardino come esempio della visibilità dell’anima?
Perché il giardino è una metafora della nostra psiche – spiega Hillman -, con questo delicato e sapiente intreccio di selvatico e di controllato, di spontaneo e di modellato. Perché la sua ricchezza e complessità, data dall’intreccio dei sentieri, dall’alternarsi di prati fioriti e alberi verdeggianti, dalla vitalità di cespugli colorati, rispecchia la nostra natura interiore.
Ciò che accade nel giardino, nell’arco delle stagioni, accade anche nella psiche:
La caduta delle foglie, la paralisi della vita durante l’inverno, lo schiudersi dei germogli, il movimento dell’acqua tra le rocce. Sono tutte esperienze che anche l’individuo fa, solo che le esprime con i concetti complessi della psicologia, mentre il giardino le esprime con il linguaggio della natura.”
Il giardino diventa così quella che Jung chiamava la “psiche oggettiva”. Con i suoi punti più luminosi e quelli più nascosti, i suoi aspetti più curati e quelli magari trascurati, i suoi punti di forza, da cui attingere energia nei momenti di maggior vulnerabilità, e con i suoi limiti, quelle parti di sé su cui ancora è necessario lavorare per raggiungere una maggior armonia, un equilibrio tra tutti gli elementi del giardino. Sì, perché l’anima, come il giardino, “va fatta”, nel senso che va coltivata.
Richiede attenzione. Richiede bellezza, richiede apprendimento, conclude il discorso Hillman.

a: da classificare · GIARDINO, ORTO, FRUTTETO, TERRAZZAMENTI in Coatesa · Video (in cultura locale)

Fare un orto

Camelia invernale e Camelia Sasanqua · Colori · Giardini del lago di Como

Il COLORE VIOLA, racconto di Luciana

 


Ho appreso nei miei primi rudimenti dell’arte della pittura che il rosso carminio unito al blu ciano origina il viola. Utilizzare solo i 5 colori di base è l’esortazione indispensabile allo sprovveduto principiante per prendere confidenza con i cromatismi delle tonalità e delle sfumature dei colori derivati.


Ma  poter rendere omaggio in prima persona alle macchie di colore che nel mio giardino esplodono è obiettivo ben presto fallito. Sì, perché per quanto sprema tubetti e mi dia da fare nel mescolamento delle molli paste, nulla è vicino a ciò che la natura spontaneamente mi offre. E così ammiro beata, spostando lo sguardo dalla mia tavolozza di plastica a quella genuina della mia vegetazione.
E’ il momento delle gradazioni dal rosa al viola.

Per essere sinceri, già quando ero immerso nella sinfonia del giallo, SASSIFRAGHE e COTOGNO GIAPPONESE davano mostra di sé. Ma erano una cosiddetta minoranza relativa.


Ora che il giallo si è spento, con maggior audacia, di settimana in settimana puntuali si presentano all’appello le varie generazioni del rosso-blu.

Per la prima volta il giovane LILLA’ espone le sue infiorescenze, dimostrando energia e vitalità nonostante la sua ancora bassa statura.


Non manca mai di impressionarmi la lotta delle
CAMELIE screziate e delle giganti PEONIE contro lo scorrere del tempo. Sono entrambi fiori grandi, gonfi, turgidi. Forse la natura si è un po’ presa gioco di loro, affidandoli ad un sostegno troppo esile per la loro pezzatura.

Il fatto è che crollano a terra con una velocità spietata: le CAMELIE, tutte intere, sembra scelgano un letto più comodo su cui coricarsi; le PEONIE, invece, “spetalano” con  aria depressa, deluse dallo scarso riconoscimento prestato al lavorio di un anno delle loro pazienti gemme.


Noncurante delle pene inflitte agli eleganti cespugli che, inermi, depositano al suolo la loro parte migliore, il ROSMARINO REPENS getta le sue code dal balcone sovrastante, fra la lavanda e la salvia che lo ammirano composte. Le sue chiome sono inghirlandate da una moltitudine di minuscoli fiori violetti, gioia e nutrimento per i ghiotti lepidotteri ed imenotteri avventori.


Altrettanto viola, ma più aristocratici, gli
IRIS mantengono uno sguardo vigile e apprensivo, poiché anche quest’anno non capiscono come può accadere che vento e acqua tipici di questo mese possano sciupare così velocemente il loro fragile manto.

Ma il vero tocco d’artista se lo riservano, in contemporanea, AZALEE eGLICINE.

Il gruppo rosso-arancio vicino alla panca si allarga sempre di più e inizia a reclamare la seduta sui sedili di legno, in  speranzosa attesa sotto la
cerata blu che li ha riparati dall’umido clima invernale.



A pioggia, lunghi grappoli profumatissimi scendono dal cielo, inebriando l’aria di un delicato effluvio. E’ il GLICINE, che baldanzoso tenta di avvitare le fluttuanti estremità dei rami ai primi appigli che trova, quasi avesse l’intenzione di raggiungere il poco distante gelsomino, che fra un mese gli darà il cambio nella profumazione dell’aria quasi estiva.

Vicino alla forsithia, un po’ più insignificante ora che il giallo ha cessato di ricoprirla, si scorge una distesa violacea. Sono le AZALEE sorelle maggiori, il primo tentativo di rendere più colorato quei nove gradini che erano al mio giungere dal corridoio delle viti.

In principio erano due macchie di colore violaceo e bianco. Un inverno più freddo del solito ha però impedito all’azalea bianca, delicata e cagionevole, di continuare la sua esistenza. Al suo posto (ammetto un po’ osé per accostamento) c’è ora un’AZALEA MOLLIS arancione. La annovero comunque, nonostante la gamma del colore non sia quella qui considerata.

Osservo sempre con scetticismo la seconda pianta di GLICINE che ricopre la pergola del terrazzo sopra il pontile.

Diversamente dall’altra ha un colore più intenso e il fogliame viaggia in parallelo con la comparsa del grappolo fiorito. Per cui ogni anno mormoro fra me e me che la fioritura è scarsa. Eppure so che per godere di quella odorosa cascata, non bisogna guardare dall’alto, ma andarci proprio sotto e alzare gli occhi.


Spazio anche alle foglie. Di aprile rispuntano le foglie purpuree a cinque lobi dell’ACERO CANADESE, lassù, vicino al noce, e dell’ACERO GIAPPONESE che con il suo largo ombrello ripara gli ultimi tulipani.


Dopo la rapida fioritura marzolina, al
PRUNO DA FIORE è rimasto il bel fogliame rosso cupo e, a cercarli con attenzione, piccoli frutticini tinti di porpora, deliziose leccornie per gli amici alati che da quelle parti hanno capito esserci un generoso banchetto.


E così, quando l’occhio ricade sulle mie prove colore, capisco la potenza della cromoterapia.

Rosso, colore dell’agire. Blu, colore del sentire.

Rosso, spinta all’azione. Blu, quiete che subentra all’appagamento dell’azione.

Ripongo i tubetti sparsi sul tavolo.

Una sosta di fronte alla rossa peonia e una tregua sotto il tranquillo viola del glicine diluiscono uno spirito sacrificale per lui decisamente troppo oneroso.

 

in:  Il colore viola | Tracce e Sentieri.

viola

Il colore viola

Testo e fotografie di Luciana

Colori · Giardini del lago di Como

Il colore verde

 

Se confronto la verde distesa del prato all’inglese con i selvatici prati dei corridoi del mio giardino, sorrido. Di me stessa, ovviamente.

Non che io rincorra la speranza di ottenere, prima o poi, la lussureggiante erbetta verde dagli steli allineati alla stessa altezza. Per dire la verità, ogni anno, almeno vicino alla panca in cui si ama soggiornare, Paolo distribuisco generosamente duecentocinquanta chili di terra e spargo, a mo’ di seminatore dalla larga bracciata, qualcosa come due pacchi da 1000 grammi ciascuno di semenza.

 

Non succede mai nulla, se non l’arrivo di colonne di formiche e panciuti uccelli che probabilmente si rifanno le scorte dopo la penuria invernale.

 

Il mio prato è di buon temperamento. Accogliente e tollerante. Non fa distinzioni di generi e razze. Tutti sono benvenuti. E così si presenta con un manto assai variegato, dove in pacifico adattamento convivono erbe infestanti, erbe urticanti, erbe aromatiche. Tutte con al seguito il proprio corredo colorato che rallegra la vista e l’umore.

 

Solletica i sensi, il mio prato.

La vista. Il suo verde disordinato racchiude gioielli e colori infiniti. PRATOLINE, TARASSACO e VIOLE sono quelli che so distinguere.

 

 

Anche il TRIFOGLIO conosco, nelle sue due versioni bianco e violetto. E pure i cespugli di ORTICHE, che non necessitano certo delle infiorescenze viola per esprimere, attraverso il tatto, la loro presenza.

 

 

E carezzevoli ancora al tatto risultano le vellutate foglie della MALVA, con il loro fiore il cui colore assume lo stesso nome della pianta che lo produce. Poi la BRUNETTA, la CAMPANULA,la BUGULA, l’ACETOSA, la GINESTRINA e altre ignote erbe offrono le loro viaropinte corolle agli occhi di chi le sa guardare.

Fa rumore il mio prato. Sì. Perché nel verde dominante non spunta solo l’umile ma variopinto omaggio floreale. Nel silenzio del pomeriggio, se contemplo le calme acque del lago, l’udito si appresta a discriminare altri suoni. Di colore in colore si sposta il ronzio di api, bombi e calabroni.

 

Fra i resti delle foglie secche, un fruscio rapido e leggero annuncia la schiusa delle uova delle lucertole. Di tutte le dimensioni balenano velocissime, sparendo e riapparendo fra i sassi del muro, o mimetizzandosi fra i fili dell’erba novella, o nascondendosi tra i rami della salvia, o in ogni dove.

Se volessi inoltre accostare il mio orecchio alla nuda terra, potrei ascoltare il frenetico lavorio di infiniti insetti che si mescolano fra semi, radici e minerali, inerti e ignari del loro futuro.

 

Già, perché nel rumore del prato c’è anche il rumore della morte.

E’ armonioso per il mio udito, perché prodotto da gioiosi volatili che scendono a terra quando inizio a vangare e a rimuovere le zolle per preparare lo spazio dell’orto.

 

Ma questo suono melodioso è un annuncio funereo per gli abitanti della profondità terrena. Qualche volta però anche agli alati amici la sorte non arride.

 

Il vento, o un attentato di matrice felina, possono abbattere il nido sapientemente costruito con voli e voli di trasporto faticoso di selezionato materiale. Questa primavera la coppia proprietaria di questo cestello intrecciato cercherà inutilmente la propria dimora al calare della sera.

 

E’ odoroso il mio prato. Nelle giornate di pioggia il mio olfattoraccoglie il profumo della terra bagnata che sprigiona odori intensi e pregnanti. Vicino all’orto il secchio che raccoglierà il macerato di ORTICHE non mancherà di elargire il suo efficacissimo contributo dalle putride esalazioni.

 

E’ buono il mio prato. Qualcosa di suo entra dentro di me, lusingando il mio gusto.

TARASSACO, foglioline di MALVA, RUGHETTA selvatica e qualche grumolo risparmiato nel campo della CICORIA si danno finale appuntamento in generose terrine di salutare misticanza. L’artefice è Luciana che, dopo silenziose e attente passeggiate nelle macchie imprecise del verde dei corridoi terrosi, sa unire l’opera del suo raccolto in deliziosi piatti che titillano il palato con sapori forti,  pungenti, croccanti e gradevolmente amari.

 

Questo è il mio prato. Un piccolo mazzo rubato con discrezione appare nella casa di città ad allietare le colazioni del mattino, a ricordarmi che dopo qualche giorno lo potrò ritrovare là, dove l’ho lasciato.

da:  Il colore verde | Tracce e Sentieri.

ORTO: lavori, cure, manutenzione · primavera

Fare l’orto, primavera 2008 (probabilmente)

Amamelide · Colori · Giardini del lago di Como

Il colore giallo

 

Nello scendere e salire i gradini, ti è dato di constatare l’assoluta contiguità tra terra e aria.
Dalla concretezza della pietra che salda il tuo contatto col suolo,  alla luce che rischiara il passo, rendendolo meno incerto e precario.
E’ da gennaio che le tenebre maggiormente faticano ad inghiottire quel che resta del giorno.
Prima ancora di me, esoso di quegli eroici minuti che regalano l’allungamento del crepuscolo, se ne accorge la silente natura, pronta a salutare la dissolvenza dell’oscuramento invernale.
E’ il momento del giallo.

Dapprima fioco, si posa sugli spogli rami del Calicanto, catturando più l’olfatto che la vista.I fiori paglierini sfidano la temperatura ancora fredda, esalando un intenso profumo che non può lasciare indifferente chiunque si trovi di lì a passare, obbligando pertanto ad accostarsi alle gialle corolle, così effimere ma caparbiamente decise ad affermare il loro dominio

 

Timidamente anche l’Amamelide non resta insensibile alla voluttà di quella fragranza.
Non riuscendo a competere in misura di essenza, sferra la sua rivincita acuendo la tonalità del suo giallo.
E’ commovente l’Amamelide, con quei fiori a raggiera che discordano col grigio del muro di pietra, pronta a ricevere la luce che la solletica dai tralci delle viti stesi sopra di lei, ancora completamente nudi.

 

Dal piano superiore un altro prodigio accade. Allineati come tanti soldatini curiosi, irrompono nelle loro gialle livree i Narcisi. Mossi dalla leggera brezza, si inchinano con un movimento grazioso ora lateralmente, ora abbassandosi a sbirciare nel corridoio sottostante. L’assortimento delle famiglie bulbacee alterna svariate sfumature di giallo e un cangiante colore del cuore, mescolato ad una punta di rosso.
Giallo e arancio marciano così, ordinati, lungo il bordo del sentiero dell’orto, con una smaliziata promessa di leggerezza e briosa volubilità.

 

 

 

Esulta anche la Forsithia, di solo giallo vestita, consapevole della sua caduca fatuità ma, forse proprio per questo, ben determinata a protendere i lunghi rami fioriti verso il cielo.

 

 

Più ostinata la Maonia. Lei ha resistito con le sue foglie lucide e dentate per tutta la stagione invernale, dispiegata sulla terra brulla ed in attesa del momento propizio. Eccoli ora, i mazzi delle infiorescenze, di un giallo esuberante che illumina il verde scuro del suo manto perenne.

 

 

Un’altra Maonia, questa ad arbusto e non tappezzante, abbraccia il sedile di pietra accanto al caco.

 

 

Al lato opposto, a mo’ di sentinella, la Kerria anch’essa getta disordinatamente le sue braccia in egual misura colme di foglioline verde tenero e di piccole corolle di un giallo spigliato e festaiolo.

 

 

Introversi e misteriosi, invece, i tulipani poco distante silenziosamente meditano.
La visione del cuore crocefisso ti è concessa per poche ore del giorno, poiché, allo scemare del calore solare, essi rialzano a calice i petali carnosi, ritornando a custodire gelosamente il segreto della loro passione.

 

Così mi nutro del giallo e della luce che esso richiama.

So che è un annuncio di breve durata.

La fascinazione del giallo è dirompente e l’energia che scatena mi appaga.

Nella tavolozza del mio giardino, intanto, altri colori si apprestano a mescolarsi per offrirmi nuove emozioni.

Ciao, giallo.

Benvenuta, primavera.

 

da: Il colore giallo | Tracce e Sentieri.

giallo

Il colore giallo

6 Largo dei PESCHI all'ultimo piano · 7 Terrazza della PERGOLA · Gradini · Orto Zen verde di Luciana · Scale

Gradini

Mi piace contare i gradini e stupirmi di alcune regolarità ripetitive che un’architettura non mia ha saputo costruire da tempi più o meno memorabili.

76 sono per esempio i gradini che interrompono il sentiero della mulattiera che scende a lago.

Tra il 74 e il 75° c’è il respiro di un passo. E gli ultimi due degradano più dolcemente. Quando li ripercorro in senso contrario, al 48° c’è una breccia sul muro sassoso che delimita un pezzo di bosco privato. Sembra un invito al riposo durante la risalita, un piccolo brandello di scorcio su quella baia protetta che fa parte del mio paesaggio dell’anima.

Mi piace contare i gradini quando apro il cancello. 9 gradini e il corridoio sotto il cupolone delle viti, verdi e pesanti con i loro grappoli di un colore che muta man mano che le giornate si accorciano.

Mi piace contare i gradini quando arrivo al cespuglio delle azalee e lo sguardo verso l’alto incontra Anima sotto l’ulivo. 9 gradini e la repentina svolta a destra per salirne altri 6

Il cipresso si erge imponente alla mia sinistra, mentre a destra svettano le lagestremie. Di fronte la rassicurante facciata della parte posteriore della casa estiva, con quei 4 gradoni più i 6 scalini che tante volte scendo e salgo a tal punto che nessuno sospetta  dove sia il vero ingresso (e non posso fare torto agli altri 6 che lì accanto mi immettono allo studiolo del gufo).

Ma se decido di attardarmi nella zona esterna, mi attendono altri 9 gradini per salire allo slargo dei ciliegi. O meglio 18 più 3,  alcuni piuttosto scoscesi anche.

Mi piace contare i gradini. I 9 scalini di pietra incastrati fra gli oleandri e le sassifraghe sono meno battuti, ma pure fanno parte delle passeggiate serali, durante il saluto della buona notte ai respiri delle foglie e dei frutti.

Da lì, inoltre, non c’è un percorso obbligato per ritornare indietro. Percorrendo il pergolato dei kiwi, infatti, attraverso 5 gradini si ridiscende al corridoio sottostante, accolti dalla minuscola coreografia che ricorda il caldo del sud, tra mandarini, limoni, arance, vasi di agavi e una piccola palma che si sta irrobustendo di anno in anno.

Mi piace contare i gradini. Se proprio proprio il desiderio di stendere lo sguardo da una prospettiva più ampia mi assale, ci sono altri 13 gradini, abbarbicati alla roccia e non troppo sicuri, che si spingono all’ultimo piano di quella che fu la costa di un monte glaciale. Lassù il noce si sporge ad inseguire il sole. In questa piazzola si gode il panorama più dolce, che comprende i lunghi corridoi del giardino, il cipresso, la casa e il suo tetto, la tranquilla baia e le sue dormienti abitazioni.

Per contro, per arrivare al corridoio più basso, quello che, per intenderci, contempla la stazione di approdo del battello, occorre scendere gli ultimi 8 gradini di pietra, che con una curva armoniosa si arrestano accanto alla palma che segna l’epoca del mio arrivo.

Mi piace contare i gradini.

Sono parte dei gesti del quotidiano, quando ho la fortuna di fermarmi in modo stanziale durante i mesi estivi.

Mi piace sentire contare i gradini. Non c’è giorno, tranne forse quando la pioggia torrenziale interrompe la percorribilità delle mulattiere, non c’è giorno dicevo che una voce non dica “O cielo, ma quanti sono? Pensa a risalirli!”. E segue una risata, o un trillio di voci, o un sospiro, o una sosta, a seconda dell’età e del numero dei viandanti.

Io sono lì, che dalla finestra aperta ascolto e, talvolta, mi affaccio e informo su ciò che li attende.

Mi piace contare i gradini. Perché anche dove è situato il vero ingresso della casa non esiste strada, ma una lunga scalinata di pietra che dalla strada provinciale porta direttamente giù al ponte, vera attrazione del paese grazie alla vista che offre della cascata che strapiomba dal monte al lago.

Mi piace contare i gradini. Più passano gli anni e più imparo da uomini e donne che lì sono invecchiati che non bisogna affannarsi.

Una volta anche il cuore me lo ha ricordato.

E allora, quando devo salire, conto i gradini. Sono 305. Ma dalla mia porta alla strada se ne scontano 65, quindi sono solo 240 quelli da affrontare.

Dopo i primi 120, dieci metri di piano ti consentono di regolarizzare il respiro e di dosare il tempo per gli altri 120, molto più ripidi dei precedenti, quasi a sfidarti e darti il senso della conquista quando, finalmente, col muscolo dolente, posi il piede sull’asfalto della modernità.

Mi piace contare i gradini. Anno dopo anno mi ricordano il tempo che scivola.

Ma ogni anno è bello contare i gradini che resistono, impavidi, al mio scendere e salire.

Alberi

Il pianto degli alberi di Mario Rigoni Stern in La Stampa 26 luglio 2007

Il pianto degli alberi

di Mario Rigoni Stern

in La Stampa 26 luglio 2007

Quando la pioggia di primavera scende sui boschi a risvegliare dal gelo le sorgenti, sembra anche di sentire il leggero cinguettare dei fringuelli maschi e il sommesso verso dei tordi botacci. Sì, allora il bosco diventa come una grande creatura che vive e si rinnova all’amore, al canto e alla musica. Pure d’inverno il bosco respira, quando il gelo fa scricchiolare i rami che rabbrividiscono e il pettirosso arruffa le penne dentro un cespuglio. Ma è terribile e raggriccia il cuore quando d’estate crepita, stride e urla e muore per il fuoco.

Gli antichi miti

Dagli alberi, dicono gli antichi miti, erano scesi gli dei e dagli alberi nati gli uomini. Erano sacri e il bosco è stato il primo luogo di preghiera. Non meno dei simulacri, in ogni villaggio della Terra si adoravano gli alberi maestosi delle foreste. Si dice che in epoca remotissima un dio spargitore di fuoco, Egido, per qualche vendetta abbia distrutto gran parte delle foreste che coprivano il nostro pianeta. Si dice anche che furono gli uomini per avere terre coltivabili. Allora venne il deserto, non più le piogge e si inaridirono le sorgenti. Fu dopo molto tempo che gli uomini decisero di fare leggi al fine di proteggere gli alberi, anche con il mistero della religione, consacrando i boschi alle divinità, perché da tutti fossero rispettati.

Il moderno Egido

Oggi leggo i giornali, guardo la televisione e sono rattristato. Leggo di gente fuggita alle fiamme dalla riva del mare dove era in vacanza; vedo le fiamme che si alzano sopra gli alberi e il fumo dalla macchia mediterranea. No, il bosco così da per se stesso non può bruciare, anche se è molto caldo. Bruciare così in tante vaste aree discoste lungo la Penisola e nelle isole di questa Italia ignifera non può essere che opera dell’uomo, di questo moderno Egido spargitore di fuoco. Ma perché? Saranno pur tanti i motivi nascosti, anche perfidi, speculatori, per piromania e per ignoranza colpevole o no.

Piangono gli alberi bruciando, e si offrono agli dei non per chiedere acqua ma per consumarsi in sacrificio per dimostrare e far capire agli umani la loro stoltezza.

ORTO: lavori, cure, manutenzione

Innaffiare non è gettare dell’acqua sulla terra: vuol dire somministrare con giudizio l’acqua necessaria

Giorni caldi questi, giorni addirittura bollenti in giardino. E necessari: si lavora il mattino presto e la sera tardi. Le persone non addette «ai lavori» non capiscono: perché così presto perché così tardi? È semplice: i miracoli in giardino si fanno a quelle ore. Tutto lì. L’acqua si dà nelle controre: durante le ore calde bollenti del mezzogiorno e del pomeriggio il giardino dorme. Si riposa, sonnecchia, sembra quasi in coma.
Innaffiare non è gettare dell’acqua sulla terra: vuol dire somministrare con giudizio l’acqua necessaria. Senza esagera­zioni né sprechi. Le piante «parlano», chiedono e consigliano con il linguaggio delle foglie, la loro brillantezza, il loro colore e soprattutto il loro portamento. L’appassimento non fa male, ma deve essere breve: durante l’estate qualche piccola crisi di sete e di asciutto è addirit­tura salutare. Troppa acqua per troppo tempo fa malissi­mo alle piante, al loro appa­rato radicale: le marcescen­ze con le loro conseguenze letali ed epidemiche sono sempre dietro l’angolo. Del­le due (troppa o troppo poca) è meglio, lo dicono gli esper­ti e i veri giardinieri, indulgere nell’avarizia piuttosto che nell’abbondanza: è meglio essere un po’ avari che scialacquato­ri. Questi secchi nei giardini d’estate sono l’unica arma valida ed efficace contro i funghi maligni e assassini (i funghi non sopravvivono, non si propagano, non attaccano se fa troppo asciutto).L’estate è fatta, come la natura, anche di asprezze e ruvidezze: per avere delle buone pesche e delle profumate albicocche c’è bisogno del caldo afoso e canicolare di luglio: un giardino tutto rugiadoso, umido e innaffiato è certamente attraente e gradevole, far diventare un lembo di terra un angolo di Scozia o d’Irlanda può essere una giusta speranza, un obiettivo… ma con il caldo delle nostre regioni i prati vellutati e morbidi si portano dietro un bel po’ di malattie.
La natura è equilibrio e armonia e se ha deciso che in estate le giornate debbano essere lunghe e calde, il bravo giardiniere (quello che non ha paura d’avere il giardino un po’ secco e un po’ giallo nei periodi più secchi) deve accettarle, non negarle: innaffia, non inonda, irriga, non esonda.

Paolo Pejrone in  La Stampa – Tutto Libri, 23 giugno 2006

Orto/Giardino | Tracce e Sentieri.

Alberi

Alberi dei luoghi, nella frazione Buccinigo di Erba Erba, vicino al Castello di Pomerio, 14 giugno 2006

Alberi  dei luoghi


questa cattedrale, questo albero veramente straordinario è nella frazione di Buccinigo,  Comune di  Erba (nella provincia provincia di Como)

poco vicino al castello di Pomerio, sulla strada secondaria che, passando da Albavilla, porta alla cittadina verde di nome e di fatto.

Siamo riusciti a fotografarlo all’ora giusta, verso il tramonto, con il sole alle spalle.

E prima di sentire Carlo Rivolta leggere Giuseppe Pontiggia.

Il 14 giugno 2006

da un commento:

Mi fa piacere sapere che questo albero continua ad affascinare chi lo guarda. Si trova nel giardino di una villa a Buccinigo (Erba). Era il nostro albero, mio e dei miei fratelli, quanto abbiamo giocato sotto le sue fronde. Mi ricordo che c’era un’altalena appesa, talvolta con i piedi riuscivamo a toccare i suoi rami.
Lui era l’albero più grande del giardino, era il fulcro, il padrone in assoluto.
Viveva con noi, faceva parte della famiglia. Potrei scrivere all’infinto su di lui.
Mi ha donato tantissime emozioni, tutte bellissime. Era imponente, protettivo,
saggio, sprigionava senso di tranquillità, di eternità, di bontà infinita, ai suoi piedi la vita diventava meravigliosa.

Tutto il giardino era protetto dai beni artistici. Del vecchio, magico e fiabesco giardino è rimasto solo quell’antico albero: difficile da eliminare! C’era ogni tono di verde, c’erano parti aperte e altre boschive e fiori e frutta a profusione. La fantasia di noi bambini galoppava… Che momenti felici ci ha regalato l’antico giardino di famiglia!

Carla M.

è in un giardino privato, ma in uno spazio ampio e sicuramente ben curato.

Probabilmente da 100 e più anni.

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