Categoria: LAGO DI COMO-LARIO: Luoghi
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NESSO: 100 ANNI DI VITA DELL’ASILO
Si inaugura domenica 2 agosto alle ore 20,30 a Nesso, presso la vecchia Biblioteca (nel palazzo comunale in frazione Lissogno) la mostra sulla storia dell’Asilo infantile di Nesso, che celebra quest’anno il proprio centenario, avendo aperto i battenti nel maggio 1909.
La piccola mostra è un’anteprima del volume sulla storia dell’asilo che verrà edito nel prossimo mese di ottobre e che andrà a costituire un altro tassello della storia di Nesso, che già vede ben sei volumi pubblicati di cui quattro realizzati da NodoLibri (Fabio Cani, Nesso. I nomi dei luoghi, 2003; Fabio Cani – Rodolfo Vaccarella, Nesso. Il lavoro dell’acqua, 2005; Pietro Guzzetti – Claudio Pestuggia – Silvia Vaccani, Falco della Rupe Nesso, 2006; e Fabio Cani, Nesso. I consumi e il ritrovo, 2008).
Il nuovo volume, pubblicato da NodoLibri, si intitolerà Nesso. Una scuola per i figli del popolo. 100 anni di vita dell’Asilo e ripercorrerà attraverso una nutrita serie di documenti la storia di questa scuola, voluta dal parroco don Anselmo Vanini alla fine dell’Ottocento e inaugurata nel 1909 dopo più di dodici anni di testardo lavoro di organizzazione e promozione. Oltre a costituire un approfondito spaccato della vita sociale di Nesso per tutto il Novecento, i documenti dell’Asilo consentono anche interessanti aperture su altri argomenti (per esempio vi si conservano i contratti di appalto per la costruzione dell’edificio nel 1901).
La mostra resterà aperta fino al 20 agosto 2009, e si inserisce nel quadro delle attività della Biblioteca Comunale di Nesso, che comprendono anche nelle prossime settimane una gita alla Villa del Balbianello (20 agosto) e una giornata a Mantova (11 settembre).
Nesso nome di un centauro figlio di Issione e di Nefèle …
caro Paolo adesso è chiara la tua assenza da tracce e sentieri, eri qui a costruire con le pietre e i sentimenti il tuo omaggio alla tua terra del cuore,
Nesso … Nesso mi frulla in testa qualcosa di mitologico, agguanto un vecchio testo del liceo che conforta la curiosità:
Nesso nome di un centauro figlio di Issione e di Nefèle, partecipò alla lotta contro Eracle nella caverna di Folo e in quell’occasione fuggì fin sulla riva dell’Evèno in Etolia dove si stabilì facendo il traghettatore, (per il suo secondo incontro con l’eroe e per le tragiche conseguenze che se ne ebbero vedi Deianira)
Con valore figurato, la locuzione in camicia di Nesso indica un problema o una cosa che ci tormenta e di cui non riusciamo a liberarci
ti rimando a tutte le associazioni del caso!
saluti cari!
ps: com’è bella Luciana pensosa!
da una lettera di Laura
Lago di Como: IL TERRITORIO E LE PIETRE, Tratto da: Antiche cave di Como, Varese, Cantone ticino, a cura di Andrea Balzarini, Fabio Cani, Alberto Zerbini, Società Archeologica Comense, Comune di Como, 2001, pagg. 4, 27-28
Nel territorio insubrico numerosi sono i luoghi in cui in passato erano attive cave di materiale da costruzione.
Come dappertutto, in età preindustriale, si faceva di necessità virtù: recuperando in luogo tutto quello che si poteva, specie se questi materiali erano voluminosi e pesanti e quindi difficili (e costosi) da trasportare. La notevole varietà geologica e morfologica del territorio prealpino tra Lago Maggiore, Lago di Lugano e Lago di Como, mise a disposizione dei costruttori un ampio ventaglio di pietre e marmi, così che l’estrazione e la lavorazione dei materiali di cava fu a lungo uno dei mestieri tradizionali della zona.
Oggi molte di queste cave non sono più in attività. Molte sono letteralmente scomparse, riassorbite dalla natura o – più spesso – cancellate dall’espansione edilizia. Di alcune si hanno solo imprecisabili notizie storiche. Altre sono addirittura avvolte nel mito o nel mistero.
L’indagine sulle antiche cave del territorio insubrico ha messo in luce che nell’attuale provincia di Como in almeno 20 comuni erano presenti luoghi di estrazione, nell’attuale provincia di Varese in almeno 23 comuni, nel Cantone Ticino in non meno di 81. A questa notevole quantità di testimonianze corrisponde un’altrettanto ampia varietà di qualità.
Nel territorio si cavavano e si lavoravano:
– marmi: a Musso (bianco), a Varenna (nero), a Peccia;
– graniti: a S. Fedelino e in molti luoghi del Ticino;
– pietre, a volte chiamate “marmi”: ad Arzo, a Viggiù;
– la pietra calcarea di Moltrasio, diffusa in molti luoghi lungo le sponde del Lario e nel Cantone Ticino;
– la pietra molerà: presso Como, in Ticino e in provincia di Varese;
– porfidi: in provincia di Varese e in Cantone Ticino;
– il tufo lombardo: presso il Lario, in Valle Intelvi, a Ganna, nel Mendrisiotto e presso il Ceresio;
– trovanti, diffusi in modo sporadico in tutto il territorio insubrico;
– ceppo: lungo i corsi d’acqua (Adda, Olona, Seveso, Lambro);
– alabastro: sul Monte Bisbino, in Valle Intelvi, a Induno Olona.
…
I più famoso e più usato materiale da costruzione della zona insubrica è noto come “pietra di Moltrasio”, forse perché, come riportato dalle credenze popolari pur in assenza di documenti, lì ebbe inizio la pratica di cavare e lavorare questa pietra. Ma altri toponimi indicano l’importanza delle cave: Carate (“Car – ate” significherebbe in celtico “luogo della pietra”), Cavadino (frazione dello stesso comune) o Careno (sulla sponda opposta del lago).
La zona fra il Lario e il Ceresio, in Italia come nel Cantone Ticino, è disseminata di luoghi nei quali si aprivano cave di pietra di Moltrasio. La formazione rocciosa di questo calcare selcifero presenta un ampio areale, che interessa le due rive del ramo comasco del Lario per parecchi chilometri: in quella occidentale, dai pressi di Como, seguendo il versante italiano del Monte Bisbino, affiora fin oltre Argegno, in quella orientale fino a Lezzeno.
Le cave sono quindi concentrate da una parte nell’immediato retroterra di Moltrasio e di Carate Urio (dove esistevano svariate cave ora abbandonate lungo la mulattiera per i Monti di Carate), dall’altra a livello del lago soprattutto nei pressi di Faggeto Lario, Pognana, Careno di Nesso. Altre cave sono localizzate in Valle Intelvi (Blessagno, Schignano, Lanzo ecc.) e sul versante svizzero della zona montagnosa fra Bisbino e Generoso, a Salorino, Castagnola, Morbio Inferiore, Sagno, Brè, Bruzella, Castel San Pietro, Gandria.
Le uniche cave tuttora in attività sono quelle di Careno e di Faggeto. Notizie geologiche e petrografiche
“Pietra di Moltrasio” è il termine con cui gli studiosi del secolo scorso denominarono quel grande complesso di calcare selcifero che occupa la zona compresa tra il Luganese e l’Alta Brianza.
È formato da calcari silicei di colore grigio scuro, leggermente bituminosi con intervalli calcarenitici e frequenti noduli o liste di selce nera. La stratificazione è ben sviluppata e marcata e gli strati hanno spessori che variano da meno di un centimetro sino a un metro.
Il comportamento meccanico della roccia è influenzato anche dallo stato di degrado della pietra. Il materiale sottoposto a prove di resistenza a compressione e a flessione indiretta non presenta, all’osservazione visiva, alcuna deformazione. Le pietre impiegate nelle costruzioni, oltre a presentarsi spesso alterate nel colore (soleggiabilità), sono a volte tanto degradate da consentirne il distacco in scaglie.
L’Impiego della pietra
Sin dall’Età Romana è documentato l’impiego a Como della pietra di Moltrasio come materiale da costruzione per opere di pavimentazione stradale realizzate in lastre quadrangolari e per la cinta muraria di età cesariana.
La lavorazione della pietra rivestiva un ruolo determinante nell’economia locale: questo
è riscontrabile sin dal trecento, le plodas (o piode, o piotte) avevano un valore estrinseco,
rapportabile alla moneta corrente d’allora. Le piode sono lastre sottili di color grigio
scuro utilizzate per le coperture degli edifici in tutta l’area lariana e ticinese.
Le prime testimonianze che attestano l’impiego del “Moltrasio” in un’opera architettonica
di rilievo, la Fabbrica del Duomo di Como, risalgono al periodo 1482-85.
La pietra moltrasina veniva utilizzata anche per produrre calce.
‘ La diffusione ottocentesca delle cave
Preziose indicazioni sulla localizzazione delle cave antiche, attualmente abbandonate, sono riportate nelle guide ottocentesche.
A Carate Urio l’estesa zona estrattiva si sviluppò a mezza costa sfruttando il pendio montuoso. Caratteristici del luogo sono i cosiddetti garuf (ovvero accumulo di pietre), che indicano la presenza di terrapieni realizzati con il materiale di scarto dell’escavazione. La localizzazione delle cave caratesi, tutt’ora difficilmente raggiungibili, deve essere stata determinata dalla presenza di una roccia facilmente lavorabile, dalle stratificazioni regolari e frequenti.
Interessanti notizie riguardanti cave un tempo aperte in Valle Intelvi sono contenute nel manoscritto di U. Bellini La Valle Intelvi. Note geografiche e storiche del 1898: “Quanto alle industrie minerarie diremo essere in esercizio nella valle (…) due cave di pietra da costruzione nel comune di Claino (presso il lago di Lugano) e una in quello di Cerano, oltre a parecchie altre estemporanee in varie località della valle, le quali vengono occasionalmente fruite dai singoli proprietari o da questi concesse ad altri in temporaneo esercizio”.
Lungo la sponda orientale del Lario, all’altezza dell’attuale strada statale, si vedono le uniche cave ancora attive: il “Catozz” di Careno e la “Pliniana” di Faggeto. Entrambe si sono sviluppate nel secondo dopoguerra in seguito alla diffusione dei mezzi di trasporto su gomma. In quel periodo devono essere state chiuse le sottostanti cave lungo il lago (“Verdura”, “Mulesel” e “Corno”), nelle quali il trasporto delle pietre avveniva tramite le gondole e i comballi.
Tratto da: Antiche cave di Como, Varese, Cantone ticino, a cura di Andrea Balzarini, Fabio Cani, Alberto Zerbini, Società Archeologica Comense, Comune di Como, 2001, pagg. 4, 27-28
Vedi anche:
Nesso – Wikipedia, the free encyclopedia
Nesso frazione Coatesa: mappa
Brienno: vista da Nesso Coatesa
Il Lario si formò 15.000 anni fa, al ritiro definitivo dei ghiacciai …
… ma la sua storia cominciò 12 milioni di anni or sono, quando il Mediterraneo si prosciugò, trasformandosi in una depressione. In tal modo, i fiumi che allora vi sfociavano furono costretti a raggiungere un livello di oltre 2.000 m inferiore rispetto a quello marino attuale.
Con l’aumento della loro pendenza e della velocità di scorrimento, si generò un’azione erosiva dei fiumi che intagliò e approfondì le valli.
Solo a partire da 5-6 milioni di anni fa e fino a 2 milioni di anni addietro, le acque dell’Atlantico tornarono a riempire il Mediterraneo, che invase quelle valli in precedenza scavate dai fiumi.
Quindi iniziarono le grandi glaciazioni, e al loro esaurirsi si formò il lago di Como.
Oggi lo specchio d’acqua (147 kmq di superficie e 180 km di perimetro) ha un’altezza sul livello del mare di 198 m. La sua profondità massima è di 414 m tra Nesso e Argegno, la maggiore d’Europa, mentre la batimetria (termine che in oceanografia indica la misurazione della profondità) media è di meno 190 m.
… in effetti ti senti in un posto magico …
Caro Paolo, vedo che sei sempre superinnamorato di Nesso e dintorni e ti capisco. Ci ho passato questo ultimo week end a casa di una amica e in effetti ti senti in un posto magico, girando verso sera tra i viottoli di sasso , tra le case in pietra che ogni tanto aprono lo sguardo verso il lago, con qualche signora seduta fuori l’uscio a rinfrescarsi e chiacchierare.
E’ un posto fuori dal mondo o è il nostro mondo (di cittadini metropolitani) che è fuori dalla dimensione dell’uomo? Che pace….
da una email di E.M.
Genius loci
L’uomo dell’antichità aveva un rapporto privilegiato con la natura, che per lui era animata e sacra, e definiva
l’essenza, l’anima, la forza del luogo:
una forza percepibile al punto da indurlo ad interpretarla come una divinità, personificazione degli elementi naturali, monte, pianura, fonte o fiume che fossero. Si parlava quindi di genius montis, valli, fontis,fluminis.
C’era poi anche il genio delle terme, del teatro, delle stalle (genius thermarum, theatri, stabuli), del villaggio, della città (genius vici, oppiai). E c’era il genius huius loci, il genio di questo luogo, senza altra specificazione.
Il genius loci, che poteva avere carattere benevolo ma a volte anche malevolo, era quindi individuato sia in luoghi edificati sia in località naturali dalle quali emanava una particolare radiazione. A lui erano consacrate grotte naturali, boschetti, alture, che sovente venivano corredati di semplici altari e circoscritti con pietre per delimitarne l’accesso. Anche singoli alberi potevano essere oggetto di culto.
Col cristianesimo il genius loci perde importanza, ma la riacquista nel Medioevo sotto forma di luogo di pellegrinaggio; e resta comunque sempre presente nella mentalità popolare come credenza nelle fate, negli gnomi, negli spiriti benigni e maligni legati a determinati luoghi. Li ritroviamo nelle fiabe di tutto il mondo e nelle leggende locali.
Con l’avvento dell’illuminismo e del razionalismo tutto viene smitizzato e, diciamolo pure, privato di gran parte del suo lascino. Al genius loci non si crede più, lo si interpreta come proiezione della psiche primitiva. Diminuisce anche l’interesse per il paesaggio inteso come natura libera e animata; i giardini, pur splendidi, divengono creazioni dell’uomo, natura addomentata e deformata.
Con l’epoca romantica il genius loci, ingiustamente dimenticato. viene riscoperto: si ritorna al paesaggio naturale, si riscopre il fascino della natura incontaminata.
In Paola Giovetti, I luoghi di forza, Mediterranee, 2002, p. 9








