pietre · Storia e Economia

Gandola Srl, CAVA DI PIETRA MOLTRASINA, estrazione-lavorazione-vendita

La nostra Azienda si occupa della lavorazione della Pietra Moltrasina.

Questa particolare pietra è tipica del lago di Como e delle zone circostanti.
La cava si trova a Faggeto Lario, sulla strada che da Como porta a Bellagio. Ad oggi siamo l’unica cava ancora attiva nel territorio.

Avvalendoci di personale altamente specializzato e supportati da macchinari specifici possiamo offrire un prodotto di altissima qualità. Infatti ci occupiamo personalmente dell’estrazione, della lavorazione e della finitura del prodotto. Realizzando un prodotto finito di altissima qualità.

Cava di pietra moltrasina

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mùro, da: lo Zingarelli 2014 Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli Zanichelli editore

mùro / ˈmuro/
[lat. mūru(m), di orig. indeur.  av. 1292]
s. m. (pl. mùrim. nei sign. 1, 2, 3, 4, 5, mùraf. nel sign. 8)
1 costruzione le cui dimensioni longitudinali e di altezza prevalgono in genere sullo spessore; è realizzato mediante sovrapposizione di elementi come mattoni, pietre naturali e squadrate, con o senza leganti: muro bianco, pulito, intonacatopuntellare il muroattaccare un quadro al muro | muro di sassi, a secco, senza calce | muro maestro, il principale di un edificio, che va dalle fondamenta al tetto | muro divisorio, che separa case o appartamenti contigui | muro di tramezzo, muro sottile, muriccio | muro cieco, privo di vani | muro a tenuta, con intonaco di cemento idraulico | muro d’accompagnamento, che completa le fronti dei ponti raccordandoli col corpo stradale | muro di testa, quello posto in corrispondenza di ciascun lato dei ponti ad arco in muratura, di cui sorregge il coronamento | muro d’ala, muro d’accompagnamento costruito sul prolungamento della spalla del manufatto, che tronca le scarpate del terreno secondo piani verticali normali alle fronti del ponte | muro d’ambito, ciascuno dei muri perimetrali della scala | muro d’anima, muro interno di sostegno della scala | muro di risvolto, tratto di muro parallelo alla fronte del manufatto stradale, che inizia alla fine del muro d’ala |muro di spina, in alcuni tipi di costruzioni a pianta rettangolare, quello, posto lungo un asse centrale, che serve da sostegno alle strutture orizzontali e alle coperture | Muro del pianto, a Gerusalemme, muraglia formata da resti di mura risalenti, secondo la leggenda, al tempio di Salomone, dove è tradizione che si rechino a pregare gli Ebrei | Muro di Berlino, quello fatto costruire nel 1961 dal governo della Repubblica Democratica Tedesca che, fino al 1989, ha diviso la zona orientale della città, posta sotto il suo controllo, da quella occidentale controllata invece dalla Repubblica Federale Tedesca | a muro, detto di oggetti inseriti o incassati in un muro: armadio a muro | batterie da muro, bocche da fuoco poste dietro parapetti di muro, destinate alla difesa di opere fortificate e di costa | palla a muro, V. pallamuro | mettere qlcu.al muro, fucilarlo | parlare al muro, (fig.) a chi non vuole ascoltare | battere la testa nel muro, (fig.) in segno di rabbiosa disperazione | è come urtare contro il muro, (fig.) di persona che non si lascia convincere o situazione difficile da risolvere | (fig.muro contro muro, in contrapposizione frontale, netta e irriducibile | mettere qlcu. con le spalle al muro, (fig.) costringerlo a fare o dire qlco.; costringerlo a tener fede ai propri impegni | (lett.mettere, puntare i piedi al muro, (fig.) impuntarsi in un proposito | (fig.i muri parlano, c’è sempre pericolo che qlcu. riferisca un segreto | (fig.qui anche i muri hanno orecchie, c’è sempre qlcu.che ascolta
2 (est.) ciò che per densità, compattezza, altezza o altri elementi caratteristici può ricordare un muro: un muro di nebbiaun muro d’acqua si abbatté sul villaggio
3 (est.) riparo, difesa (anche fig.): un muro di ghiaccio li proteggeva dal ventoun muro d’orgoglio nasconde la sua timidezza
4 (fig.) barriera, ostacolo: un muro d’odio, d’incomprensione | (fig.muro di gomma, atteggiamento di distaccata indifferenza e di assoluto disinteresse, tale da scoraggiare qualsiasi iniziativa o richiesta | muro del suono, resistenza dell’aria, che aumenta molto sensibilmente quando un aereo raggiunge o supera la velocità del suono
5 (sport) nella pallavolo, azione difensiva attuata da uno, due o tre giocatori affiancati che si oppongono saltando con le braccia tese in alto alla schiacciata degli avversari, talvolta andando a punto direttamente sulla respinta; (est.) l’insieme dei giocatori che effettuano tale azione | fare muro, (est.) difendere qlcu. o qlco. facendo barriera; (fig.) opporsi decisamente e in modo compatto a qlco.i sindacati fanno muro contro le proposte del governo | nell’equitazione, tipo di ostacolo usato nei concorsi ippici costituito da leggeri mattoni di legno sovrapposti | nello sci, tratto di pista in notevole pendenza | nel ciclismo, salita molto ripida
6 (mar.ciascuna delle parti esterne rotonde di dritta e sinistra della prua
7 (geol.) letto di uno strato di roccia | muro di faglia, parete inferiore di una faglia inclinata
8 (al pl.) insieme di opere murarie, spec. quelle che cingono un agglomerato urbano: mura merlate, turriteassalire, scalzare, demolire le muraprima, seconda cerchia di mura;edificare entro, fuori le mura | chiudersi fra quattro mura, (fig.) condurre una vita eccessivamente ritirata
|| (lett.murèllo, dim. | murétto, dim. (V.) | muricciòlomuricciuòlo, dim. (V.)

La parola è tratta da:
lo Zingarelli 2014
Vocabolario della lingua italiana
di Nicola Zingarelli
Zanichelli editore

città · GENIUS LOCI · Paesaggio · pietre · Rovine · strade · Vie e Piazze

Audio Lettura da: Raffaele Milani, IL PAESAGGIO E’ UN’AVVENTURA. invito al piacere di viaggiare e di guardare

Leggo da Raffaele Milani, IL PAESAGGIO E’ UN’AVVENTURA. invito al piacere di viaggiare e di guardare, Feltrinelli, 20015, pagg. 164, 165

dove parla del provare a “leggere la città cercando i luoghi segreti, rimasti intoccati perchè trascurati e abbandonati”

pietre · Terra

Le pietre sono maestre mute …

 

LUOGHI del LARIO e oltre ...

Le pietre sono maestre mute; esse rendono muto l’osservatore e la cosa migliore  che da esse si apprende non si può comunicare

Johann Wolfgang Goethe, Massime e riflessioni, Teoria, 1983 Volume Primo, p. 165

“In mezzo all’effimero che ci umilia e ci offende, come ha scritto Kafka, abbiamo bisogno di credere che possa sopravvivere qualcosa che abbia i caratteri dell’indistruttibile e dell’eterno”

Gabriele De Ritis

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Le pietre sono maestre mute …

Le pietre sono maestre mute; esse rendono muto l’osservatore e la cosa migliore  che da esse si apprende non si può comunicare

Johann Wolfgang Goethe, Massime e riflessioni, Teoria, 1983 Volume Primo, p. 165

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“In mezzo all’effimero che ci umilia e ci offende, come ha scritto Kafka, abbiamo bisogno di credere che possa sopravvivere qualcosa che abbia i caratteri dell’indistruttibile e dell’eterno”

Gabriele De Ritis

Acqua · Architettura · ARTE · FOTOGRAFIE · GENIUS LOCI · Paesaggio · pietre · Simboli · stare · Terra e Clima

GENIUS LOCI: LO SPIRITO DEI LUOGHI, a cura Associazione Culturale Erodoto, Como

GENIUS LOCI: LO SPIRITO DEI LUOGHI
Chiostrino di Sant’Eufemia, Piazzolo Terragni – Como

Dal 26 settembre al 24 ottobre 2010, dalle 11 alle 18, orario continuato; giorni: dal martedì alla domenica, lunedì chiuso; Ingresso libero

Catalogo Vanilla Edizioni in mostra (7 €)

A cura di: Associazione Culturale Erodoto
Direzione artistica: Jessica Anais Savoia
Artisti: Jalisco Pineda, Nicoletta Brenna
Contributo artistico: OLO creative farm, per il montaggio video; Diego Casartelli per le fotografie sulla Valle del Cosia

Genius Loci è un ambiente in cui l’arte contemporanea, attraverso una video installazione, sculture in creta, bassorilievi, incisioni, fotografia, suoni, odori e installazioni spaziali, diventa mezzo di connessione tra lo spettatore e il suo io più intimo legato al ricordo e al contatto con la natura e il suo Genius Loci.
Ognuno di noi conserva dentro sé il segreto di un incontro intimo e personale con i luoghi che ci circondano, che ci appartengono o a cui siamo appartenuti. In questa mostra possiamo ritrovare quel ricordo, quella sensazione, quel momento.
Basta guardare, annusare, ascoltare e sentire, attraverso i tre piani espositivi, rapiti dalla magia di questo splendido Chiostrino nascosto nel centro storico di Como. Possiamo vivere in prima persona questa rassegna, vivere le opere, le piante, il verde che fa parte imprescindibile dell’allestimento, o ascoltare le testimonianze raccolte tra professionisti e professori che nel catalogo e durante le due conferenze (9 e 23 ottobre), ci parleranno del Genius Loci della Provincia di Como, del suo lago, ma anche dell’aspetto filosofico di questa figura, della simbologia del bosco e dell’albero

da: Associazione Culturale Erodoto

 

Careno · COATESA: frazione del Comune di Nesso · GENIUS LOCI · pietre · Storia e Economia

Lago di Como: IL TERRITORIO E LE PIETRE, Tratto da: Antiche cave di Como, Varese, Cantone ticino, a cura di Andrea Balzarini, Fabio Cani, Alberto Zerbini, Società Archeologica Comense, Comune di Como, 2001, pagg. 4, 27-28

 

Nel territorio insubrico numerosi sono i luoghi in cui in passato erano attive cave di materiale da costruzione.

Come dappertutto, in età preindustriale, si faceva di necessità virtù: recuperando in luogo tutto quello che si poteva, specie se questi materiali erano voluminosi e pesanti e quindi difficili (e costosi) da trasportare. La notevole varietà geologica e morfologica del territorio prealpino tra Lago Maggiore, Lago di Lugano e Lago di Como, mise a disposizione dei costruttori un ampio ventaglio di pietre e marmi, così che l’estrazione e la lavorazione dei materiali di cava fu a lungo uno dei mestieri tradizionali della zona.

Oggi molte di queste cave non sono più in attività. Molte sono letteralmente scomparse, riassorbite dalla natura o – più spesso – cancellate dall’espansione edilizia. Di alcune si hanno solo imprecisabili notizie storiche. Altre sono addirittura avvolte nel mito o nel mistero.

L’indagine sulle antiche cave del territorio insubrico ha messo in luce che nell’attuale provincia di Como in almeno 20 comuni erano presenti luoghi di estrazione, nell’attuale provincia di Varese in almeno 23 comuni, nel Cantone Ticino in non meno di 81. A questa notevole quantità di testimonianze corrisponde un’altrettanto ampia varietà di qualità.

Nel territorio si cavavano e si lavoravano:

marmi: a Musso (bianco), a Varenna (nero), a Peccia;

graniti: a S. Fedelino e in molti luoghi del Ticino;

pietre, a volte chiamate “marmi”: ad Arzo, a Viggiù;

la pietra calcarea di Moltrasio, diffusa in molti luoghi lungo le sponde del Lario e nel Cantone Ticino;

la pietra molerà: presso Como, in Ticino e in provincia di Varese;

porfidi: in provincia di Varese e in Cantone Ticino;

il tufo lombardo: presso il Lario, in Valle Intelvi, a Ganna, nel Mendrisiotto e presso il Ceresio;

trovanti, diffusi in modo sporadico in tutto il territorio insubrico;

ceppo: lungo i corsi d’acqua (Adda, Olona, Seveso, Lambro);

alabastro: sul Monte Bisbino, in Valle Intelvi, a Induno Olona.

La pietra di Moltrasio

I più famoso e più usato materiale da costruzione della zona insubrica è noto come “pietra di Moltrasio”, forse perché, come riportato dalle credenze popolari pur in assenza di documenti, lì ebbe inizio la pratica di cavare e lavorare questa pietra. Ma altri toponimi indicano l’importanza delle cave: Carate (“Car – ate” significherebbe in celtico “luogo della pietra”), Cavadino (frazione dello stesso comune) o Careno (sulla sponda opposta del lago).

La zona fra il Lario e il Ceresio, in Italia come nel Cantone Ticino, è disseminata di luoghi nei quali si aprivano cave di pietra di Moltrasio. La formazione rocciosa di questo calcare selcifero presenta un ampio areale, che interessa le due rive del ramo comasco del Lario per parecchi chilometri: in quella occidentale, dai pressi di Como, seguendo il versante italiano del Monte Bisbino, affiora fin oltre Argegno, in quella orientale fino a Lezzeno.

Le cave sono quindi concentrate da una parte nell’immediato retroterra di Moltrasio e di Carate Urio (dove esistevano svariate cave ora abbandonate lungo la mulattiera per i Monti di Carate), dall’altra a livello del lago soprattutto nei pressi di Faggeto Lario, Pognana, Careno di Nesso. Altre cave sono localizzate in Valle Intelvi (Blessagno, Schignano, Lanzo ecc.) e sul versante svizzero della zona montagnosa fra Bisbino e Generoso, a Salorino, Castagnola, Morbio Inferiore, Sagno, Brè, Bruzella, Castel San Pietro, Gandria.

Le uniche cave tuttora in attività sono quelle di Careno e di Faggeto. Notizie geologiche e petrografiche

“Pietra di Moltrasio” è il termine con cui gli studiosi del secolo scorso denominarono quel grande complesso di calcare selcifero che occupa la zona compresa tra il Luganese e l’Alta Brianza.

È formato da calcari silicei di colore grigio scuro, leggermente bituminosi con intervalli calcarenitici e frequenti noduli o liste di selce nera. La stratificazione è ben sviluppata e marcata e gli strati hanno spessori che variano da meno di un centimetro sino a un metro.

Il comportamento meccanico della roccia è influenzato anche dallo stato di degrado della pietra. Il materiale sottoposto a prove di resistenza a compressione e a flessione indiretta non presenta, all’osservazione visiva, alcuna deformazione. Le pietre impiegate nelle costruzioni, oltre a presentarsi spesso alterate nel colore (soleggiabilità), sono a volte tanto degradate da consentirne il distacco in scaglie.

L’Impiego della pietra

Sin dall’Età Romana è documentato l’impiego a Como della pietra di Moltrasio come materiale da costruzione per opere di pavimentazione stradale realizzate in lastre quadrangolari e per la cinta muraria di età cesariana.

La lavorazione della pietra rivestiva un ruolo determinante nell’economia locale: questo

è riscontrabile sin dal trecento, le plodas (o piode, o piotte) avevano un valore estrinseco,

rapportabile alla moneta corrente d’allora. Le piode sono lastre sottili di color grigio

scuro utilizzate per le coperture degli edifici in tutta l’area lariana e ticinese.

Le prime testimonianze che attestano l’impiego del “Moltrasio” in un’opera architettonica

di rilievo, la Fabbrica del Duomo di Como, risalgono al periodo 1482-85.

La pietra moltrasina veniva utilizzata anche per produrre calce.

‘ La diffusione ottocentesca delle cave

Preziose indicazioni sulla localizzazione delle cave antiche, attualmente abbandonate, sono riportate nelle guide ottocentesche.

A Carate Urio l’estesa zona estrattiva si sviluppò a mezza costa sfruttando il pendio montuoso. Caratteristici del luogo sono i cosiddetti garuf (ovvero accumulo di pietre), che indicano la presenza di terrapieni realizzati con il materiale di scarto dell’escavazione. La localizzazione delle cave caratesi, tutt’ora difficilmente raggiungibili, deve essere stata determinata dalla presenza di una roccia facilmente lavorabile, dalle stratificazioni regolari e frequenti.

Interessanti notizie riguardanti cave un tempo aperte in Valle Intelvi sono contenute nel manoscritto di U. Bellini La Valle Intelvi. Note geografiche e storiche del 1898: “Quanto alle industrie minerarie diremo essere in esercizio nella valle (…) due cave di pietra da costruzione nel comune di Claino (presso il lago di Lugano) e una in quello di Cerano, oltre a parecchie altre estemporanee in varie località della valle, le quali vengono occasionalmente fruite dai singoli proprietari o da questi concesse ad altri in temporaneo esercizio”.

Lungo la sponda orientale del Lario, all’altezza dell’attuale strada statale, si vedono le uniche cave ancora attive: il “Catozz” di Careno e la “Pliniana” di Faggeto. Entrambe si sono sviluppate nel secondo dopoguerra in seguito alla diffusione dei mezzi di trasporto su gomma. In quel periodo devono essere state chiuse le sottostanti cave lungo il lago (“Verdura”, “Mulesel” e “Corno”), nelle quali il trasporto delle pietre avveniva tramite le gondole e i comballi.

Tratto da: Antiche cave di Como, Varese, Cantone ticino, a cura di Andrea Balzarini, Fabio Cani, Alberto Zerbini, Società Archeologica Comense, Comune di Como, 2001, pagg. 4, 27-28

Vedi anche:

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Le pietre sono maestre mute, 7 settembre 2008

Le pietre sono maestre mute; esse rendono muto l’osservatore e la cosa migliore  che da esse si apprende non si può comunicare

Johann Wolfgang Goethe, Massime e riflessioni, Teoria, 1983 Volume Primo, p. 165

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“In mezzo all’effimero che ci umilia e ci offende, come ha scritto Kafka, abbiamo bisogno di credere che possa sopravvivere qualcosa che abbia i caratteri dell’indistruttibile e dell’eterno”

Gabriele De Ritis

baia di coatesa · Camminare in COMO città · contare i passi · DIARIO di Coatesa · GENIUS LOCI · Noi · pietre · stare

Camminare per 500 passi … | da Tracce e Sentieri, 2007

Dalla casa sul lago al posteggio occorre camminare per circa 500 passi (di cui 77 scalini).
Nel mese di novembre lassù il sole cala già alle 15 e alle 18 è buio pesto.

Quei passi, calcati nel buio, fanno ancor più riflettere sullo scorrere del tempo.

A metà percorso una breccia nel muro 

fa vedere il disegno della baia.

Mi piace contare i gradini e stupirmi di alcune regolarità ripetitive che un’architettura non mia ha saputo costruire da tempi più o meno memorabili.

76 sono per esempio i gradini che interrompono il sentiero della mulattiera che scende a lago.

Tra il 74 e il 75° c’è il respiro di un passo. E gli ultimi due degradano più dolcemente. Quando li ripercorro in senso contrario, al 48° c’è una breccia sul muro sassoso che delimita un pezzo di bosco privato. Sembra un invito al riposo durante la risalita, un piccolo brandello di scorcio su quella baia protetta che fa parte del mio paesaggio dell’anima.

Mi piace contare i gradini quando apro il cancello. 9 gradini e il corridoio sotto il cupolone delle viti, verdi e pesanti con i loro grappoli di un colore che muta man mano che le giornate si accorciano.

Oggi pomeriggio con Lu abbiamo riflettuto su queste parole di Silvia Montefoschi:

“Il problema fondamentale è che nella reale intersoggettività i contenuti su cui i due riflettono insieme sono contenuti che riguardano entrambi. Il punto di partenza implica il concetto che la dinamica dell’uno è uguale alla dinamica dell’altro. Tutte le dinamiche che emergono appartengono ai due e, via via riflettendo scoprono insieme che queste dinamiche appartengono a tutta l’umanità e si passa in un ambito di ricerca filosofica, in cui la dinamica umana coincide con la dinamica dell’essere.

Come si parla di intersoggettività ? non ci si può limitare a dire tu sei un soggetto non sei un oggetto, ma occorre trattare un contenuto comune, perché se ci si limita a trattare i problemi del paziente non è mica intersoggettività. In “al di là del tabù dell’incesto” dico che in gioco deve entrare anche la problematica del soggetto analista. Metterei in evidenza questo problema. Nell’intersoggettività come ne parlo io ciò che emerge è un contenuto universale”

da Intervista a Silvia Montefoschi, a cura di Tullio Tommasi


Camminare per 500 passi, il buio presto, una breccia sulla baia, il tema dell’intersoggettività, una canzone … sono eventi che stanno assieme solo se gli si dà peso ed importanza. Come quando sulla rena di una spiaggia ciottoli, alghe, legni e barattoli formano una figura che appare dotata di significato.
E’ la relazione fra gli oggetti e il soggetto che si può provare a far agire dentro di sè.

ascoltiamo John Foxx & Harold Budd, Here And Now, in Translucence, 2003

GEOGRAFIA · MAPPE · pietre

Carta geologica d’Italia

Cinquecento · GEOGRAFIA · LAGO DI COMO-LARIO: Luoghi · Ottocento · Paesaggio · pietre · Prealpi · Settecento · Storia e Economia · STORIA LOCALE E SOCIETA' · Tempo · Terrazzamenti

Il paesaggio prealpino: fascia collinare subalpina, insubria, alta collina. Testo di Eugenio Turri, La fascia prealpina, in Paesaggi umani, Touring Club italiano, 1977

Ci sono motivazioni diverse che indu­cono a parlare di Prealpi e a riconoscere un “paesaggio prealpino”

Le prime e più immediate sono quelle – d’ordine percettivo – che si impongono a chi le guarda dal basso, dalla pianura o dal pedemonte, così come felicemente le colse lo Stoppani, che proprio alle Prealpi, lui prealpino, dedicò le più af­fettuose descrizioni :

“Le Prealpi, prin­cipalmente le calcaree, raggiungono di rado i limiti delle nevi perpetue… Non sono per conseguenza nemmeno ca­ratterizzate dalla vegetazione alpina che dà alle Alpi quell’aspetto loro partico­lare di durezza e severità. Mancano per­ciò alle Prealpi i due tratti principali che improntano il paesaggio alpino così sublime e pittoresco. Per compenso sono ricche di altre bellezze tutte particolari. Si nota anzitutto in esse il contrasto, di effetto meraviglioso davvero, fra quelle creste dentate, ignude e bianche come scheletri… e il verde perenne, di cui la perenne ubertà copre i fianchi e i piedi delle montagne… “.

Ma le motivazioni più fondate sono quelle suggerite dai geologi, per i quali la fascia prealpina che va dalla zona del lago Maggiore all’Isonzo costituisce il lembo marginale, verso sud, della catena alpina: una sorta di grande am­manto, formato in prevalenza da rocce sedimentarie, che durante la formazione delle Alpi ha subito fratture, dislocazioni, scorrimenti e piegamenti, oggi testimo­niati dalla stessa frammentazione oro­grafica della regione e dalla varia con­formazione del rilievo a seconda delle sue grandi divisioni regionali. Questo si presenta infatti assai vario da parte a parte.

La prima distinzione che si impone è quella – così ben sottolineata dal Sestini nella sua minuta descrizione del paesaggio italiano – che riguarda le sezioni occidentale e orientale, tra loro separate dalla valle dell’Adige : la prima, per larga parte coincidente con le Prealpi Lombarde, presenta un paesaggio più erto, un’architettura del rilievo più vi­gorosa e tormentata ed ospita inoltre un elemento che manca alla sezione orientale: i laghi, che occupano i grandi solchi vallivi modellati dai ghiacciai pleistocenici provenienti dalla parte più interna ed elevata della catena alpina; la sezione orientale, corrispondente alle Prealpi Venete e Carniche, presenta un rilievo più disteso, tettonicamente meno violentato, come rivela la successione di massicci calcarei e di accoglienti al­tipiani (dei Lessini, d’Asiago e del Can-siglio) al di sopra delle dorsali collinose che si smorzano dolcemente in pianura e che danno un tratto inconfondibile al paesaggio veneto. In questo rientrano, come elementi disgiunti dalla fascia prealpina, i monti Berici e, più margi­nalmente, i colli Euganei, « arcipelago vulcanico » emergente dalle alluvioni padane.

Ma le forme del rilievo variano poi lo­calmente in rapporto alla costituzione delle rocce, responsabile delle linee ad­dolcite di molte dorsali prealpine o delle forme rupestri e vagamente dolomitiche dei massicci più elevati; od ancora dei profili delle valli che tagliano trasver­salmente la fascia prealpina, talora pro­fonde ed incassate come canyons tra le formazioni sedimentarie, talora più a-perte e dai versanti ammorbiditi. Le più marcate di queste vallate, che col loro orientamento meridiano hanno facilitato i rapporti tra pianura e Prealpi, hanno il classico profilo a U proprio del model­lamento glaciale, mentre le valli laterali e le conche più elevate presentano inci­sioni più recenti a V che lasciano poco spazio agli abitati e alle colture.

Ma se si passa a considerare l’uomo e il rapporto che l’uomo ha stabilito con queste montagne il paesaggio si fa anche più vario di motivi. In generale si può dire che diversamente dall’ambiente al­pino – un mondo di vallate più chiuso, più conservatore, più geloso della pro­pria autonomia – quello prealpino è sempre stato più aperto all’esterno, pro­fondamente permeato dalle relazioni economiche e culturali con la vicina Pia­nura Padana, di cui le Prealpi sono state in diverse epoche una specie di generoso entroterra, una riserva di ri­sorse naturali e umane a cui « le città padane hanno attinto a piene mani ». La conquista delle Prealpi da parte del­l’uomo è di data antichissima ed è par­tita dal pedemonte, realizzandosi a gra­do a grado, con progressiva espansione dell’azione modificatrice dal basso verso l’alto; come risulta ancor oggi osser­vando la diversa intensità degli abitati, delle aree coltivate, delle strade e di tutte le altre opere che umanizzano il paesaggio. Una conquista che si è rea­lizzata sino ad epoche recenti secondo le opportunità suggerite dall’ambiente, per cui certi geografi del passato, come il De Martonne nel suo grande affresco geografico della catena alpina, avevano individuato delle aree che si qualifica­vano per i diversi « generi di vita », come quello « insubro » che associava l’allevamento all’agricoltura più varia, quello « pastorale » fondato essenzial­mente sull’allevamento, quello « foresta­le » caratterizzato dalla silvicoltura af­fiancata dalle attività agricole e pasto­rali … Ma sono classificazioni ormai ca­dute e che trascurano i rapporti profondi e continuamente selettivi che le Prealpi hanno sempre intrattenuto con il pe­demonte, con la pianura e le sue città, il cui soffio animatore ha profondamente inciso sulla stessa mentalità dell’uomo prealpino, sulla sua stessa compagine sociale, diventando fattore decisivo del rapporto uomo-ambiente: un rapporto che ha conosciuto in varie fasi la disgre­gazione della più antica organizzazione comunitaria, e poi la penetrazione bor­ghese e capitalistica nelle vallate, e più recentemente la dissociazione profonda del legame uomo-natura, con l’espulsio­ne dell’uomo prealpino dalle sue mon­tagne e la « ricolonizzazione » di queste ad opera della forte capacità penetrativa degli interessi padani. Da questo punto di vista la varietà del paesaggio prealpino va rapportata alla storia dell’intera regione padano-prealpina, ai diversi legami che le Prealpi hanno avuto con le città che hanno gestito la vita e l’economia padane. Così la sezione più direttamente rimasta vin­colata a Venezia ha conosciuto sviluppi diversi da quella più legata a Milano.

La prima perché ha risentito intimamente della lunga e irrimediabile decadenza della Repubblica Veneta, socialmente bloccata da un regime nobiliare oligar­chico, mentre la seconda ha potuto be­neficiare del crescente soffio animatore del capoluogo lombardo, divenuto via via quel grande polo di vita economica e urbana che è oggi. Due destini, due sviluppi storici che si sono espressi da un lato nella grande crisi iniziata nel secolo scorso delle Prealpi Venete e Carniche (indebolite quest’ultime anche dalla secolare funzione del Friuli di re­gione marginale e poi dalle servitù mi­litari, per non parlare dei terremoti), dall’altro nella vivace industrializzazione delle valli lombarde, favorite queste per altro dalla maggior ricchezza di risorse idriche e minerarie (che è poi una que­stione di costituzione geologica e di morfologia).

Ma al di là di queste distinzioni, il pae­saggio prealpino ha tutta la varietà, ap­parentemente casuale, in realtà sempre profondamente motivata, che deriva da condizioni puramente locali, da inizia­tive umane più o meno vivaci, da chiu­sure e persistenze legate alle comunica­zioni non sempre facili, dalla felice in­ventiva degli uomini, dal peso di situa­zioni difficili e intricate nel tempo. L’a­rea prealpina, come ogni altra regione, va vista cioè come un complesso orga­nismo, oggi profondamente integrato nella regione padana, che ha le sue aree forti, vigorose, le sue aree deboli, ap­partate, dove il soffio modernizzante e livellatore che degrada le passate forme di vita penetra più faticosamente. Ed ecco perciò la varietà di « letture » che impongono le Prealpi.

L’Insubria

Il paesaggio prealpino assume caratteri particolari intorno ai laghi della sezione occidentale: il lago Maggiore (nel cui bacino è compreso il lago d’Orta), quello di Como, i laghi d’Iseo e di Garda: tutti occupano la sezione terminale delle grandi vallate alpine sbarrate dagli am­massi morenici depositati dai ghiacciai al loro sbocco in pianura. Le acque la­custri occupano cioè gli invasi che, sino a 15.000 anni or sono, erano per­corsi dalle grandi fiumane glaciali: una sorta di sostituzione di elementi avve­nuta in seguito alle grandi mutazioni climatiche. La presenza di queste masse d’acqua è all’origine di un paesaggio molto diverso da quello che si ha nelle altre vallate. I primi e più vistosi effetti si trovano nella vegetazione. Il clima mitigato rende qui possibile l’insediamanto di specie vegetali del tutto particolari e una generale specificità floristica indicata dal nome di Insubria dato dai botanici alla regione lacustre: areale sub-mediterraneo che ospita specie pro­prie della regione peninsulare, qui pene­trate nelle fasi interglaciali e postglaciali. Comprendono cisti, terebinti, astragali, artemisie, ecc., e piante arboree sem­preverdi proprie della « macchia », come il leccio, che ammanta soprattutto i ver­santi rupestri del lago di Garda, dove più spiccata è la mediterraneità del clima. A questa vegetazione termofila, spon­tanea, che mediamente non supera l’al­titudine di poche centinaia di metri, si associa, specialmente sul Garda e sul lago d’Iseo, l’olivo, introdotto sul Garda probabilmente dagli etruschi, ma diffu­sosi soprattutto con i romani, che per primi valorizzarono in « senso medi­terraneo » le eccezionali possibilità del­l’ambiente insubrico. L’olivicoltura, che ha trovato difficoltà di espansione soprattutto nel Settecento, un periodo caratterizzato dalla rigidità del clima, ha ricevuto un impulso de­cisivo sotto il dominio austriaco e ha poi costituito, sino alla prima metà del nostro secolo, una risorsa importante specialmente per la popolazione del Benaco.

Intorno ai laghi il terreno coltivabile non è molto esteso, e ciò per la stessa ripidità dei versanti, modellati dal gla­cialismo: per questo la popolazione vi è sempre stata in passato relativamente poco numerosa. Gli insediamenti si pon­gono lungo le rive, sulle brevi cimose costiere o sui conoidi alluvionali laterali (un esempio bellissimo in tal senso è offerto, sul Garda, dalla penisola di Toscolano-Maderno). Essi sono per lo più formati da case aggregate, mentre più rara è la casa sparsa, almeno secondo l’organizzazione tradizionale. L’econo­mia delle popolazioni è sempre stata le­gata in passato all’agricoltura e, come attività integrata, alla pesca. Sin dall’epoca comunale i centri di sponda e collinari estesero le loro pertinenze territoriali spesso ai livelli superiori, sfruttando i pascoli, i boschi, le cave di marmo e altri prodotti che per via lacustra venivano inviati alle città padane o pedemontane (come i marmi di Candoglia usati per il duomo di Milano).

Una economia aperta ebbero sempre i centri del sommolago o del bassolago, in quanto basi della navigazione lacustre che fu sempre attivissima in passato sia per i collegamenti dei vari centri tra loro, sia per i collegamenti lungo le grandi direttrici alpine. Già in epoca romana esistevano sul Benaco delle associazioni di barcaioli e l’importanza che la navi­gazione vi ebbe nei secoli è documen­tata dalle incisioni rupestri dell’area gar­desana, che ci mostrano tutta una serie di imbarcazioni che vanno dalla piroga preistorica, quella usata dalle popola­zioni palafitticole insediate nell’età del bronzo, alla barca a vela romana, sino ai battelli dei nostri giorni. Nonostante queste funzioni di vie di transito le popolazioni lacustri hanno mantenuto a lungo una loro autonomia e sia l’organizzazione feudale che quella comunale sono scomparse relativamente tardi. L’immissione diretta della regione dei laghi nell’organizzazione padana si ebbe soprattutto a partire dal ‘500. Ciò comportò, con l’attivazione economica, anche un primo inserimento signorile sulle sponde lacustri, cui si collegano le prime prestigiose ville signorili sul Lario, sul Verbano (le isole Borromee), sul Garda, i cui sfondi paesistici diver­ranno in seguito punti fermi dell’icono­grafia romantica. Ma la costruzione del paesaggio lacustre attuale è “un fenomerio tipicamente ottocentesco, quando la ric­ca borghesia lombarda iniziò a costruire lungo le coste le proprie residenze di lusso, circondate da parchi con piante esotiche, sempreverdi, favorite dal cli­ma mitigato. A queste ville, affiancate da grandi alberghi belle-epoque, si sono aggiunti in epoca più recente ville e alberghi per il turismo di massa ali­mentato dalle popolazioni urbanizzate delle non lontane città padane.

A queste edificazioni e alle infrastrutture imposte dal turismo pendolare di fine settimana si deve la più recente trasformazione del paesaggio insubrico, uno dei più direttamente integrati nella organizzazione padana.

La fascia collinare subalpina

Il paesaggio agrario lo si ritrova, sia pure non più con gli stessi connotati d’un tempo, lasciando il pedemonte e i fondivalle industrializzati e popolosi, nelle aree collinari della cosiddetta fa­scia « subalpina », oltre che nelle con­che e nelle vallate interne rimaste in­denni dall’industrializzazione e dall’as­salto edilizio più recente.

In quest’area rientrano, nella sezione orientale, le ap­pendici montuose che nel Friuli si sal­dano alle cordonature moreniche, incolli che dominano la pianura trevigiana e vicentina (con i Berici e gli Euganei), le ultime digitazioni lessiniche con le loro conche interposte, la stessa vai d’Adige col suo ampio fondovalle; nella sezione occidentale, al di là delle alture moreniche intorno al lago di Garda, le colline del Bresciano e del Bergamasco e, più oltre, la saldatura collinare della Brianza ai rilievi prealpini.

Gli aspetti agricoli di questa fascia, che rappresenta sostanzialmente una con­tinuazione, in ambiente roccioso, del­l’alta pianura padana e delle colline moreniche, mostrano un generale adat­tamento alle condizioni ambientali, ca­ratterizzate da precipitazioni piuttosto scarse, clima asciutto. Il rilievo presenta forme addolcite e dovunque è possibile si pratica l’agricoltura, sin da epoche remote. Poco spazio è riservato in ge­nerale al bosco, un bosco termofilo, prevalentemente di querce, che soprav­vive in piccoli lembi sui pendii più erti, lungo gli argini e i valloncelli dove però spesso la robinia si è sostituita alle piante originarie. Le colture sono varie (si parla di poli­coltura o coltura promiscua che associa le legnose ai seminativi), ma particolare risalto e diffusione assume la viticoltura, che ha aree specializzate soprattutto nel Veronese, nel Bresciano, nell’alto Tre­vigiano, nell’Udinese (con un’appendice nelle colline novaresi). I campi sono ter­razzati, anche nei pendii meno ripidi, e danno luogo talora a belle successioni di gradinate, oggi lasciate in abbandono nelle aree più povere. I muri di sostegno sono generalmente costruiti a secco, con blocchi di pietra; dove questi mancano o dove i pendii sono meno ripidi si trovano invece ciglioni fatti con cotiche erbose. La tecnica del terrazzamento è nelle Prealpi molto antica, ma si è dif­fusa soprattutto a partire dal ‘500, per­fezionandosi nel ‘700, sotto l’impulso di nuove esigenze tecniche e colturali che, nel clima illuministico dell’epoca, erano espresse persino in versi :

« O sag­gio lui, che di frequenti mura / quasi panche alternate il suol distingue ! / Il declive s’allenta, e fa pianura… (B. Lo­renzi).

La vite, che caratterizza questo paesag­gio collinare, è stata introdotta prima ancora dell’età romana (ne sono state trovate tracce nei villaggi di palafitte dei laghi insubrici), ma i romani la diffusero ulteriormente e trovarono che certi vini prealpini potevano rivaleggiare con quel­li più famosi del Lazio. Essa fu sempre coltivata con la tecnica della vite sposata all’albero (frassini, olmi, aceri). Soltanto a partire dal secolo scorso, con la ra­zionalizzazione dell’agricoltura, solleci­tata dagli esempi offerti dall’agricoltura capitalistica padana, si ebbe la generale adozione della vite su palo asciutto e la creazione di pergolati come quelli che danno una nota speciale al paesaggio collinare del Veronese.

Il paesaggio d’un tempo comprendeva, oltre alla vite, altre essenze legnose, come il ciliegio, ancora frequente, e molti gelsi, pianta diffusasi a partire specialmente dal ‘600, che portò un soffio benefico all’economia prealpina, poi abbandonata totalmente nel corso di questo secolo : qualche gelso sopravvive ancor oggi sugli argini e sulle prode dei campi, come testimonianza d’un’e-poca.

Associati alle piante legnose un tempo si coltivavano seminativi vari, in antico rappresentati da cereali poveri come il sorgo, poi dal grano e dal mais. Oggi molte aree per i seminativi sono state spesso riconvertite in prati. Questo paesaggio collinare molto smi­nuzzato, ricco di elementi diversi, co­struito con cure secolari, pazienti, con vigneti, orti, alberi, privo o quasi di macchie boschive, con siepi intercalate tra podere e podere e pieno di chiusure, in quanto fu il primo nelle Prealpi a respingere le leggi medievali del libero pascolo delle greggi, è il paesaggio del­l’appropriazione privata, che nella se­zione veneta è per gran parte legata al dominio signorile, nobiliare, nella se­zione occidentale soprattutto alla pro­prietà contadina e borghese. Il processo di appropriazione è iniziato praticamente in età comunale, quando si ebbe l’incentivazione dell’economia prealpina da parte delle città e la prima penetrazione borghese nelle campagne. Questa però non si spinse molto ad­dentro nelle valli, dove i beni comunali furono annessi, attraverso vicende con-trastatissime, dalle popolazioni locali. Nella sezione sotto il dominio veneto l’acquisizione signorile della terra, che iniziò massicciamente nella seconda metà del ‘400, fu favorita dalla politica della Serenissima, come strumento per valo­rizzare la terraferma. Al regime signo­rile si collega la conduzione di tipo mez­zadrile, diffusa nelle colline venete, me­no in Lombardia. Alla mezzadria e alla conduzione diretta dei fondi di non grandi dimensioni (da 6 a 10 ettari) si connettono per gran parte la distribu­zione delle case e le loro stesse caratte­ristiche. Esse sono infatti intimamente legate al podere e l’insieme costituisce l’elemento base, molecolare, dell’orga­nizzazione territoriale. Non sono in­frequenti, anche in queste zone di col­lina, le piccole corti, simili a quelle dell’alta pianura; ma la struttura delle dimore rurali varia sensibilmente a se­conda che risalga ad epoche anteriori o posteriori al ‘700.

Al dominio signorile si deve infine l’inserimento nel paesaggio collinare delle ville, dimore di delizia ma anche centri aziendali legati all’organizzazione mez­zadrile che hanno plasmato un certo paesaggio veneto (zone di Asolo, colline del Vicentino, del Veronese, ecc.) con l’introduzione di elementi urbani, ar­chitetture armoniose su sfondi sceno­grafici (con le sue invenzioni architet­toniche il Palladio si può considerare come un grande « architetto di paesag­gi »), giardini, scalee, boschetti e roc­coli all’interno di broli inviolabili, con piante, come il cipresso, prima ignorate nell’ambiente prealpino. Ma anche questo paesaggio, che il Sereni ha classificato, alla stregua di quello to­scano, tra il « bel paesaggio all’italiana », plasmato dalla civiltà uscita dal Rinasci­mento, è oggi in decadenza, almeno là dove non si è avuta una rivalorizzazione delle vecchie e nobili dimore e dei fondi connessi da parte del neocapita­lismo industriale. In altri casi, all’abban­dono dei vecchi fondi hanno fatto se­guito lottizzazioni e forme varie di agri­turismo.

L’alta collina, peculiare ambiente prealpino

E’ nella parte più interna dell’arcata prealpina, nelle vallate che la solcano e nelle più piccole valli laterali, nelle conche e nei pianori interposti, che si ritrova l’ambiente prealpino vero e pro­prio, il meno coinvolto nei rapporti col pedemonte e le città padane. Siamo in un paesaggio che riflette un’organizza­zione essenzialmente agricola e pasto­rale della vita sebbene non manchi nep­pure qui l’attività artigianale che nei fondivalle ha trovato in epoche recenti una sua riconversione in senso preva­lentemente industriale.

Ovunque infatti ci sono potenzialità idriche si trovano le testimonianze di una tenace intraprendenza artigianale (i vecchi molini e i magli ad acqua risa­livano le valli più interne alla ricerca di fonti e cascatelle), ovunque esistono ri­sorse minerarie o possibilità di sfrutta­mento diversificato si ritrova la vivacità delle iniziative imprenditoriali. Però que­sto ambiente prealpino è quello carat­terizzato in generale da un’economia povera, fondamentalmente basata sullo sfruttamento del suolo, un suolo spesso avaro, sia per la natura carsica dei terreni, sia per la non sempre facile agibilità, dei versanti. Inoltre quest’ambiente, che si pone in generale al di sopra dei 400 metri fino a 900 metri ed oltre, dove inizia l’ambiente montano dai caratteri ormai decisamente alpini, non offre con­dizioni climatiche ideali per l’agricol­tura, perché già oltre i 400-500 metri certe colture fondamentali come la vite, il gelso e lo stesso granoturco trovano difficoltà di adattamento. Il paesaggio rivela queste difficoltà del­l’uomo, i cui segni si riducono a van­taggio delle superfici boschive, che co­prono i versanti più ripidi. Esse sono rappresentate da associazioni di latifoglie (dai roveri, ai carpini, ai faggi), unite nel bosco ceduo sfruttato da secoli dal­l’uomo, intercalato abbastanza spesso da boschi di castagni.

È anzi, questa, la fascia propria del ca­stagno, che si addensa soprattutto là dove i suoli sono acidi e più ricchi di spessore, sulle pendici più umide e fre-

sche. I castagneti, che rappresentano una delle formazioni vegetali peculiari delle Prealpi, ospitano individui secolari, dal portamento maestoso, veri e propri feticci arborei gelosamente custoditi un tempo dall’uomo, perchè il castagno è un albero generoso che ha fornito sempre materia alimentare farinacea preziosa alle popolazioni di questa fascia povera e soggetta a ricorrenti crisi alimentari. L’agricoltura, molto difficile e stentata in talune zone carsiche, è praticata su proprietà estremamente frazionate. Sia­mo qui, infatti, nella fascia della piccola proprietà, dominante su tutto il fronte prealpino, anche come risultato sia di una compressione esercitata dai domini signorili e borghesi in basso, sia di un accrescimento demografico che ha de­terminato ulteriori frammentazioni del­le originarie proprietà familiari. Queste si sono costituite in seguito ad un pro­cesso di erosione dei beni comunali e religiosi, rimasti a lungo inattaccati so­prattutto nelle zone isolate e povere di scambi. Il processo di frammentazione era già molto avanzato agli inizi dell’8oo, epoca in cui la popolazione era eccessiva rispetto alle risorse. L’introduzione della patata aveva momentaneamente e illusoriamente risolto i problemi alimentari – essenziali in un’economia di autocon­sumo – contribuendo a tenere ulterior­mente legati alla terra gli uomini; que­sto fenomeno era stato all’origine sia della grande espansione dei terreni col­tivati a spese del bosco sia di quel ge­nerale impoverimento della vita preal­pina che ebbe drammatiche manifesta­zioni nel secolo scorso, con la diffusione della pellagra, con la rovina e i falli­menti senza speranza di numerose fa­miglie per le quali la polenta, le patate, le castagne e poco altro costituivano le uniche risorse.

In questo quadro economico e sociale, particolarmente difficile in certe zone del Bergamasco, del Bresciano, del Vero­nese, del Trentino, del Bellunese, della Carnia, si inserirono i primi esodi del­la popolazione verso il basso: la migra­zione stagionale verso la pianura di ma­nodopera avventizia, le lunghe peregri­nazioni di seggiulaì e cartolare che dalle Prealpi Carniche andavano a vendere in pianura i prodotti confezionati d’inverno nelle stalle, e la migrazione verso la Ger­mania, la Svizzera, la Francia e, più tardi, verso le Americhe. Esodi perio­dici, più o meno lunghi, dopo i quali gli uomini, quando non facevano scelte definitive (cui si collegano le fortune di parecchi prealpini, i gelatai del Tren­tino, i formaggieri della Valsassina, ecc.), tornavano con i danari sufficienti per comperare un pezzo di campo, con ciò non certo risolvendo i problemi del mondo prealpino, come ha dimostrato la grande discesa degli ultimi vent’anni dai « balconi » prealpini. È proprio a questi livelli, tra i. 400 e i 900 metri, sia in Lombardia, che nel Veneto, nel Friuli e nel Trentino, che il mondo prealpino ha conosciuto le più dure crisi. Ciò almeno nelle aree demografica­mente più compresse e in quelle più lontane ed emarginate dai grandi centri di animazione economica. La raziona­lizzazione imposta dall’industria moder­na ha anche fatto decadere certe attività minerarie, in passato molto importanti nell’economia di alcune zone, provo­cando nel settore dei marmi e del ma­teriale cementifero una selezione che ha creato zone specializzate (nel Veronese, nel Bresciano, nel Bergamasco, ecc.).

Dove l’economia agricola si è conser­vata, sia pure in forme degradate, l’or­ganizzazione territoriale tradizionale è ancora ben evidente. Essa ha i suoi perni in piccoli paesi, per lo più centri parrocchiali o comunali, che occupano le aree più agibili dell’orografia, molto spesso sui terrazzi e sugli addolcimenti di pendenza dei versanti, in vicinanza delle sorgenti d’acqua, che nelle aree carsiche, così dominanti nelle Prealpi, hanno una distribuzione discreta, le­gata ai reticoli idrici sotterranei. In ge­nere sono piccoli centri, dominati da vecchie pievi, molte delle quali rima­neggiate dopo il ‘700 in forme barocche, con vecchie case dignitose là dove esi­steva qualche famiglia più benestante o di professione artigianale (padroni di vecchi molini o di cave di marmo, produttori di ghiaccio, commercianti di legna, ecc.). Intorno ai villaggi si tro­vano talora contrade sparse, dislocate anch’esse nei punti migliori: aggregati di origine patriarcale ingranditisi per espansione del nucleo originario (ciò è rivelato dall’aggiunzione spesso li­neare delle case, che cercano di prefe­renza l’orientamento a solatio) in cui il nome del ceppo fondatore coincide con quello della località.

Le case sono costruite secondò criteri che rispondono alle esigenze dell’attività agricola, meno sensibili qui agli influssi urbani e risolti non di rado in modi originali. L’uso di materiali locali ha talora direttamente influenzato le stesse strutture delle case. Gli esempi migliori in tal senso si conservano nel Berga­masco, nei Lessini, nel Bellunese, nelle Prealpi Carniche, dove predomina l’uso di pietre o lastami calcarei, materiale impiegato anche per i terrazzamenti, le recinzioni degli orti, le barriere divisorie lungo le mulattiere, gli altari votivi agli incroci: insieme di forme che, nel loro rapporto con le disponibilità e le condizioni dell’ambiente locale davano un carattere originale al paesaggio. In questo rientrano il dintorno coltivato, i campi e i prati intimamente legati ai paesi e alle contrade.

Le superfici coltivate si pongono su terrazze, an­che qui laboriosamente costruite con muretti a secco. Un tempo si coltiva­vano grano saraceno, orzo, avena, pa­tate; tra le piante legnose, oltre a qualche stento vigneto e agli ultimi gelsi, larga diffusione hanno sempre avuto i ciliegi. Numerosi sono sempre stati gli orti vicino alle case e alle stalle per la colti­vazione di legumi e ortaggi vari desti­nati al consumo familiare. Gran parte dei campi oggi sono trasformati in prati per l’allevamento del bestiame che viene ancora in parte portato agli alpeggi sugli alti pascoli. I lavori agricoli sono svolti in molti casi da vecchi e da donne per­chè gli uomini si dedicano ad attività più redditizie nelle fabbriche dei fondi-valle, nelle cave, quando non sono al­l’estero. Al massimo gli uomini si dedicano ai lavori sulle loro piccole proprietà nei giorni festivi, come passa­tempo, come ritorno a una tradizione o come legame affettivo con la vecchia proprietà familiare. Le attività agricole e d’allevamento danno da vivere ormai anche in questa zona ad un numero complessivamente limitato di persone. Questa fascia prealpina, la più decaduta e impoverita, è stata anche la meno rivi­talizzata dalle forme moderne di annes­sione e di colonizzazione della monta­gna da parte della città. Anche dal punto di vista turistico non ha avuto molti sviluppi, se si escludono i casi partico­lari dei grandi e prestigiosi centri ter­mali di fondovalle, come S. Pellegrino, Boario, Recoaro. L’edilizia turistica ha raggiunto soltanto i centri più vicini alle città, dove cioè è più agevole la pratica di quel turismo pendolare che lega le aree montane alle città. Questo in generale ha infatti cercato le quote superiori verso i 900-1000 metri. Ma qui entriamo in un altro paesaggio.

Testo di: Eugenio Turri, La fascia prealpina, in Paesaggi umani, Touring Club Italiano, 1977, pagg. 36-37, 40-48