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Progetto San Francesco – CENTRO STUDI SOCIALI CONTRO LE MAFIE – Cermenate (CO)

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Criminalità e microcriminalità · Vittime e criminali

la strage di Erba: cronologia 2006-2011, pubblicata in Giallo n. 1, 2020

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Criminalità e microcriminalità · Vittime e criminali

dati statistici sulla CRIMINALITA’ a Como e provincia, dati 2018/2019, da Corriere di Como, 4 gennaio 2020

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Vittime e criminali

Ha confessato Gabriele Luraschi, l’uomo di 47 anni arrestato per l’omicidio di Hans Junior Krupe, 25 anni, avvenuto ieri sera durante una lite a una festa di paese in provincia di Como, 18 giugno 2019

Mappe nel Sistema dei Servizi alla Persona e alla Comunità

Hans Junior Krupe, 25 anni, figlio di olandesi, nato e cresciuto in Italia, durante la festa del paese era alle prese con una fontanella e schizzò dell’acqua su un Gabriele Luraschi di anni 47. Questi s’infuriò e davanti agli occhi della moglie e del figlioletto gli diede una coltellata al fianco e poi un’altra alla schiena. Quando lo vide in terra se ne tornò a casa. Hans morì poi al Sant’Anna e Luraschi fu arrestato con gli abiti ancora sporchi di sangue (domenica sera, in un campetto sportivo non lontano dal parco comunale di Veniano, in provincia di Como).
«Chi studia le zone d’ombra dell’essere umano sostiene che uno sconosciuto abiti dentro di noi, e che ogni tanto spenga la luce per scaricare all’esterno i depositi di rabbia accumulatisi nell’inconscio. Quando salta il contatore, l’educazione e la cultura attivano il salvavita, ma qualche volta non ci riescono e allora si…

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Vittime e criminali

Nel cuore ferito della “strage di Erba” (2006-2018), Franca Leusini, in RaiTre/Storie maledette, 16 dicembre 2018. Video RaiPlay

Franca Leosini affronta i veleni che dopo dodici anni ancora aleggiano intorno alla strage di Erba

vai a Ray Play:

Storie maledette – Nel cuore ferito della strage di Erba – 16/12/2018 – video – RaiPlay


 

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da una mia lettura, di una decina di anni fa, di quegli eventi

https://coatesa.com/2017/03/16/la-strage-di-erba-la-strage-dei-vicini-di-casa-erba-como/:

I fatti

Omicidio plurimo premeditato: è il reato contestato ai coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi per la strage di Erba. Gli inquirenti ritengono che la famiglia di Raffaella Castagna sarebbe stata spiata nei giorni precedenti al quadruplice omicidio. Ad uccidere il piccolo Youssef sarebbe stata Rosa Bazzi, la prima a confessare. Le armi usate,un coltello, una mazza e un coltellino, sono state distrutte.
Il movente sarebbe stato la causa giudiziaria nata da una denuncia di Raffaella Castagna contro i Romano.
Avevano sempre negato, ma ieri notte i due coniugi hanno fatto le prime ammissioni. Dal carcere è arrivata la confessione, dopo 10 ore d’interrogatorio.
Così siamo arrivati alla verità su quello che accade l’undici dicembre 2006 nella cascina ristrutturata di via Diaz, nel pieno centro di Erba. Quel giorno Raffaela Castagna, sua madre Paola Galli, suo figlio di due anni Youssuf e la vicina di casa Valeria Cherubini, vennero massacrati. Poi gli assassini cercarono di nascondere quel pluriomicidio con un incendio. Ma i corpi senza vita dei quattro vennero ritrovati immediatamente dai vigili del fuoco.
All’inizio il sospettato numero uno per gli inquirenti era il marito di Raffaella, Azouz Marzouk, 25 anni, con alle spalle un passato recente legato al traffico dei stupefacenti. Ma lui quel giorno non era ad Erba, addirittura non era in Italia, ma in Tunisia, paese di cui è originario.
Si era ipotizzata una vendetta trasversale. Qualcuno che voleva far pagare al Marzouk uno sgarro. A fare luce sulle quattro morti ci hanno pensato i Ris- Reparti Investigazioni Scientifiche. Dalle loro analisi risultava che sul luogo del delitto c’erano tracce ematiche appartenenti ad una donna. In ventiquattr’ore ecco la svolta. Vengono da prima ascoltati e in un secondo tempo arrestati due vicini di casa della Castagna, i coniugi Romano.
Abitano al pian terreno della cascina. Avevano avuto dei problemi con la famiglia Marzouk. Erano arrivati alle mani e avevano picchiato Raffaela Castagna, al punto che la donna aveva denunciato i due tramite querela.
Romano e la moglie si sono sempre dichiarati innocenti e l’hanno urlato ai giornalisti il giorno in cui vennero caricati su una macchina dei carabinieri. Si era parlato anche di una foto, scattata il giorno della tragedia, che scagionava l’uomo. Ma poche ore dopo la smentita.
Ieri notte, pochi minuti prima della mezzanotte, le prime conferme. Oggi, dopo le complete confessioni di Olindo Romano e Rosa Bazzi, che dicono agli inquirenti:”Siamo stati noi. Abbiamo usato spranga e coltello”.

I commenti

Ci saranno tante e diversamente motivate spiegazioni.

Dentro di me ne emergono tre.

Non ci sono più tabù nei confronti dei reati, anche quelli più estremi. E’ caduta la paura della sanzione e sono caduti i freni inibitori alla istintualità nascosta dentro ciascuno di noi. Non c’è un imperativo esterno neppure contro la uccisione di un bambino che non parla, ma che piange: a Cogne Samuele piangeva,  a Casalbaroncolo Tommaso piangeva, a Erba Youssuf piangeva. Qui poi c’è il calcolo: “bruciamo tutto, daranno la caccia agli immigrati” (e qui era facile per loro pensare di depistare: c’era un organizzatore del traffico di droga nella zona). Decenni di garantismo hanno dissolto le barriere contro il reato. In più la italica furbizia (i processi Previti e Berlusconi ne sono gli archetipi) ha prodotto apprendimento: si può farla franca.

Poi c’è la cultura della “roba”, del piccolo interesse privato:

Tutta quella roba se l’era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll’affaticarsi dall’alba a sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la pioggia, col logorare i suoi stivali e le sue mule – egli solo non si logorava, pensando alla sua roba, ch’era tutto quello ch’ei avesse al mondo; perché non aveva né figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la sua roba. Quando uno è fatto così, vuol dire che è fatto per la roba.

Giovanni VergaLa roba, da “Novelle rusticane”

Qui poi, nel profondo nord celtico, tanto contiguo al profondo sud arabo, c’è il localismo selvaggio alimentato con aggressività dalla Lega Nord, partito di fortissima base sociale in quelle zone.

Si tratta di una società improntata all’apparire, incapace di elaborare i nuovi problemi, tendente solo a negare o nascondere. Una società che frequenta la chiesa senza alcun vero sentimento religioso, una società apparentemente pacifica, in realtà aggressiva (molto aggressiva) e, per giunta, vittimista. Una società che sembra fondarsi sulla famiglia entro cui, invece, domina il conflitto espresso o quello nascosto che genera sempre maggior odio. Una società inondata dal denaro dello sviluppo economico, dove per lungo tempo le banconote venivano nascoste sotto le mattonelle e solo dopo nelle banche. In questa società lo studio scolastico è considerato una perdita di tempo. In questa società tutto quanto “è nuovo” è pericoloso. L’unico posto dove ci si costruisce una opinione è l’osteria. Dove il linguaggio è violento e gridato.
Ora si indagheranno la personalità, la patologia, i legami familiari: ma occorrerà non ignorare la responsabilità di una società che ha contribuito a produrre quei colpevoli.

Infine c’è la caduta del senso di colpa. Il cui indizio è la tranquillità con cui gli assassini hanno affrontato i cronisti e la serenità di coppia che hanno continuato a trasmettere in questi giorni. Il senso di colpa non appare quando l’azione è deliberata e consapevole. E il nodo è proprio questo: venuto a cadere il principio della responsabilità morale il pentimento non può emergere alla coscienza.
Ancora una volta si vede che è nelle situazione estreme che l’intreccio inestricabile persona-cultura-società si mostra in tutta la sua evidenza.
L’aggressività individuale può essere contenuta solo se l’ambiente esterno la regola, incanala, punisce.

Una riflessione finale. Solo qualche giorno fa si è scoperto un paese apparentemente schierato tutto contro l’esecuzione di un capo di stato responsabile attivo della morte di migliaia di bambini e di adulti. L’opinionismo giornalistico e politico politically correct ha elogiato questa italianità.
Ora gli omicidi e l’infanticidio di Erba fanno riaffiorare quelle pulsioni punitive favorevoli alla pena di morte che sembravano assopite e dormienti.
Quanto è mutevole e quanto rapidamente cambia il giudizio delle persone!
E’ una cosa che mi appare strana, davvero molto strana: nel caso del dittatore-sterminatore, che è un “caso” estremo, le coscienze si acquietano e si fanno le processioni per fermare la sentenza.
Nel caso di Erba, che invece è “normale” e latente fra i nostri luoghi della quotidianità, la pena di morte – per queste persone di sensibilità mutabile a seconda della vicinanza – diventa di nuovo utilmente punitiva e giusta.
Strane le coscienze e le anime belle!

SERVIZI SOCIALI e SANITARI · Vittime e criminali

Dietro l’allucinante caso di cronaca che coinvolge l’anestesista Leonardo Cazzaniga e l’infermiera Laura Taroni, lo spettro di un’omertà diffusa. Il medico parlava a chiunque del suo “protocollo” omicida – da Linkiesta.it 1 dicembre 2016 e altri stralci informativi

Omertà assassina

Saronno, chi ha protetto gli amanti assassini? Dietro l’allucinante caso di cronaca che coinvolge l’anestesista Leonardo Cazzaniga e l’infermiera Laura Taroni, lo spettro di un’omertà diffusa. Il medico parlava a chiunque del suo “protocollo” omicida: perché solo un’eroica infermiera si è presa la briga di denunciare? (di Flavia Perina, LEGGI)

Sorgente: Saronno, chi ha protetto gli amanti assassini? – Linkiesta.it

Quelli di Saronno dovrebbero fare un monumento alla signora Clelia Leto, l’infermiera che invece di girarsi dall’altra parte come molte delle sue colleghe e dei suoi superiori, due anni fa ha bussato ai carabinieri e ha raccontato le cose strane che accadevano nell’ospedale cittadino. Oggi conosciamo le conseguenze del suo gesto: l’arresto dell’anestesista Leonardo Cazzaniga e della sua amante Laura Taroni, pure lei infermiera, con l’accusa di aver ucciso fra il 2012 e il 2013 almeno quattro anziani «che non valeva la pena di curare» con un cocktail di farmaci appositamente studiato e poi anche il marito di lei, un 45enne in ottima salute, avvelenato lentamente con dosi di insulina e betabloccanti nel caffè e indotto a credere, con una falsa diagnosi, di essere diabetico per evitare che approfondisse la causa del suo malessere.


da La Provincia del 2 dicembre 2016

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