Prati
Forse non è nemmeno vero
quel che a volte ti senti urlare in cuore:
che questa vita è,
dentro il tuo essere,
un nulla
e che ciò che chiamavi la luce
è un abbaglio,
l’abbaglio estremo
dei tuoi occhi malati –
e che ciò che fingevi la meta
è un sogno,
il sogno infame
della tua debolezza.Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.Ma noi siamo come l’erba dei prati
che sente sopra sé passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.
Milano, 31 dicembre 1931
Categoria: AUTORI
Un Nobel di Brianza? Ci vuole un Gadda, di Ernesto Ferrero, in La Stampa 20 marzo 2010
Grazia Apisa Gloria, LA TUA SOMMESSA VOCE, ispirata alla poetessa Antonia Pozzi
LA TUA SOMMESSA VOCESono tornata a trovartie ho udito parlareil tuo doloreil tuo spezzato sognol’amore non vissutoHo ascoltatoil lieve tuo cantoin quella terraavvolta nel silenzioterra dove l’incantodolcedella primaverapuò rendere più acutoil dolore del cuoree la solitudinediviene grave pesodi memorieche accompagnanonote di mortepensieri d’amore tramutanoin desertoLa tua sommessa voceho quasi uditovenirmi incontroquasi lamentoAntoniala tua animanell’abbraccio divinoha forse oggi trovatola paceLieve fu il tuo passare su questa terrasconosciuta la tua poesiapoesia d’amoredi dolci armonieche solo la naturala vicinanza dei tuoi amati luoghiti concesseFu la tua vita un sospiro nel ventol’impotenza di esisteredove l’amore taceAl cadere di foglie il vento sospiranteti sottrasse all’inutile mondoLasciasti solola tua verde spogliae volasti lontanonell’infinito cieloche ti accolse e ti amònel firmamento di dilette stelle
Grazia Apisa Gloria, Genova,27 marzo 2010dedicata a Paolo Ferrario, che mi ha fatto conoscere Antonia Pozzi
Morte di una stagione, Ricordo di Antonia Pozzi
Antonia Pozzi
Antonia Pozzi, Largo
Vincenzo Guarracino ha scritto un breve saggio sulla figura di Carlo Ferrario
Vincenzo Guarracino ha scritto un breve saggio sulla figura di Carlo Ferrario del quale riportiamo un brano.
Il testo completo è pubblicato sul blog Poetrydream.
«”In un giorno di giugno / (io avevo sei anni)…” Mi ha incuriosito questa precisazione cronologica, l’unica dell’ultima fatica poetica di Carlo Ferrario, ossia del “romanzo in versi” intitolato Paganus (NodoLibri, Como 2008), storia di un’iniziazione alla vita sul teatro di un’età aurea che, spopolata di miti e di portenti si avvia ad un tempo grigio di rovine e di violenza.
A guardarle attentamente, tutte le prove poetiche di Carlo Ferrario si dispongono in questa maniera: come una volontà di raccogliere e inscrivere tutta quanta la propria esperienza esistenziale e intellettuale, prosciugata di ogni languore e sdolcinatura, sotto l’egida di una regia per così dire numerica, di un rigoroso e geometrico sistema pitagorico.
Un personaggio ricco e complesso, dunque, Carlo Ferrario: davvero un personaggio polytropon, versutum, dalle molteplici applicazioni e competenze. Versatile, insomma: narratore, musicologo e musicista, comunicatore e polemista e soprattutto poeta, nel suo senso di creatore di linguaggio (…) uno che “molto ha viaggiato e conosciuto”, che ha attraversato e praticato innumerevoli territori, sfidando con la scrittura e prima ancora con la vita luoghi comuni e pregiudizi, sempre fedele a una propria riconoscibile cifra esistenziale e intellettuale, che si può pressappoco riassumere e condensare così, una visione illuministica della vita, di un illuminismo generoso e aperto a una laica intelligenza delle cose ma senza illusioni.
Disincantato ma non rinsavito, al pari del Didimo foscoliano, Carlo sa guardare a persone e situazioni con l’occhio di chi molto ha conosciuto e che per questo sa dosare parole ed espressioni distillandole in “qualche verso” che senza temere di irritare il senso morale di chicchessia persegue con determinazione il progetto di smascheramento dei falsi miti della nostra contemporaneità.»
Vincenzo Guarracino
Carlo Ferrario (1931) vive a Como, dove è sempre stato uno dei protagonisti del dibattito e dell’animazione culturale. Per NodoLibri ha scritto:
Alfabeto comasco (1989)
Andata e ritorno (2005)
Una piccola deviazione (2007)
L’allegro e il pensieroso (2009)
Vincenzo Guarracino è autore del volume Il Teatro tra passione e missione (NodoLibri 2008) sulla figura di Bernardo Malacrida (1925-2003), personaggio fondamentale della cultura comasca del secondo Novecento e animatore di un’esperienza importante come quella del Teatro Stabile di Como.
Lievi carezze di Antonia pozzi, letta e sentita attraverso lo sguardo e la sensibilità di Renèe
Antonia Pozzi, POESIA CHE MI GUARDI
scrive Paolo Cognetti:
…. “Nessuno, a scuola, mi aveva mai parlato di Antonia Pozzi. Eppure abitava dalle mie parti, in via Mascheroni a Milano. Frequentava il liceo Manzoni dove si innamorò del suo professore di lettere, Antonio Maria Cervi, ma il padre di lei era un uomo potente e riuscì a tenerli lontani. “E tu sei entrata nella strada del morire” , scrisse Antonia quell’anno. Era una figlia della Milano bene, altrimenti non avrebbe potuto studiare e scrivere, da donna, in Italia negli anni Trenta. Amava due cose sopra ogni altra: la montagna e la poesia. La sua famiglia aveva una casa a Pasturo, ai piedi della Grigna…” …tutto l’articolo di Cognetti è qui:
Omaggio alla scrittrice Carla Porta Musa, 4 novembre, ore 18.00, Mostra Mercato dell’Artigianato presso Lariofiere, Erba
Mercoledì 4 novembre alle ore 18.00, nell’ambito della 36^ Mostra Mercato dell’Artigianato presso Lariofiere a Erba, si terrà un omaggio alla scrittrice e poetessa Carla Porta Musa attraverso la mostra fotografica Le Stanze di Carla, realizzata dal fotoreporter Carlo Pozzoni, e la testimonianza della figlia Livia Porta Musa.
La mostra Le Stanze di Carla è composta da venti fotografie a colori che raccontano la vita quotidiana della scrittrice e poetessa comasca nella sua casa. Ogni immagine è accompagnata da un commento personale dell’autrice.
“Sono entrato per la prima volta nella casa di via Pessina nel 1994, invitato da Arturo Della Torre, enogastronomo e giornalista, che stava preparando il libro “A tavola con Carla Porta Musa”. Un volume che avrebbe raccontato le ricette di cucina della scrittrice. Ricordo di essere stato colpito, fin da allora, dall’aspetto della sua casa. Una casa delle fate stretta tra i nuovi palazzi della città. Luogo capace di sconfiggere il tempo. Era una sensazione che si percepiva bene anche all’interno, con gli ambienti e gli oggetti che raccontavano la storia incredibile di questa donna che ha attraversato oltre un secolo della nostra storia. Da allora, in via Pessina sono tornato più volte. Il fatto di avere visitato le stanze di Carla tanto spesso ha alimentato il desiderio di mostrare ad altri questo suo piccolo mondo antico. Spero di essere riuscito a farlo con le immagini di questa mostra che sono anche omaggio a una donna a mio giudizio eccezionale”.
Carla Porta Musa – Silenzi d’aria 1980-1990 (NodoLibri)
Carla Porta Musa – Il tuo cuore e il mio (NodoLibri)
Interviste di Giorgio Bardaglio a illustri personaggi della città e del territorio apparse sul Corriere di Como
Interviste di Giorgio Bardaglio a illustri personaggi della città e del territorio apparse sul Corriere di Como
Corriere di Como – Approfondimento
Gabriella Baracchi, Ulisse a Lezzeno, emozioni classiche – Cultura e Spettacoli – La Provincia di Como
Lezzeno, venerdì 17 aprile, ore 21.
Ho avuto il privilegio di assistere a un’anteprima furtiva de El Baloss di Basilio Luoni, tratto da l’Odissea di Omero. La prima sarà il 19 giugno, sempre a Lezzeno, cui seguirà una replica il 21. Non ho pianto a teatro. L’altra sera a Lezzeno, sì. Quando Laerte (che non sa ancora di avere davanti a sè il figlio), dice a Ulisse: se curo i luoghi, le piante, è come se curassi la sua persona. Se stanno bene i fichi, gli ulivi, i peschi, allora anche lui sta bene, e l’importante è questo. A me basta che non mi manchi il fiato. Se respirano i campi, se cresce bene il ragazzo (il giovane servo), se non si ammalano le piante, se dopo l’inverno spuntano i fiori e le foglie… lo strazio di quella voce mi ha riempito gli occhi di lacrime. nelle parole del vecchio padre (che nella prima scena come nella parte iniziale dell’ultima, appare svanito, perso nel mondo del riordo) ho sentito la forza dell’amore che lo tiene in piedi, muove ancora i suoi vecchi anni e gli fa pre-sentire, in quello che può apparire quieta follia, ciò che sta per accadere. Quando avevo letto “El Baloss” mi ero chiesta come avrebbe fatto, Basilio, a tradurre in scene una materia così complessa, a rendere luoghi e situazioni così diversi, a far muovere sul palcoscenico tanti personaggi. Ho visto. Basilio Luoni è un genio.
Il palcoscenico è spoglio, se non per qualche pancale appeso alle pareti. Sul fondo, una madia in cui si vede un piatto con uva, mele, pere. Le scene – sette nel primo atto e sette nel secondo – si annunciano, una dopo l’altra, con un momento di buio totale. Al riaccendersi della luce sul palco, una conca di rame posata sul pavimento, con dentro poche frasche, è il braciere presso il quale Eumeo farà sedere il viandante – Ulisse – ma è anche il catino dove Euriclea gli laverà i piedi. Due panche, quasi sempre presenti sul palco, ora sono arredo delle stanze dove Penelope tesse la sua tela, ora gli scranni dove siedono i Feaci col loro re Alcinoo; ora il sedile sul quale si accomoda la maga Circe a triturare le sue erbe magiche raccolte in una scodella. E bastano i lenzuoli che Nausicaa e le sue ancelle, piegate sulle ginocchia, battono sul bordo del palco per vederle intente a lavare i panni sulla riva del mare, così come vedi il mare quando i Proci, la mano visiera sulla fronte, si alzano sulla dei piedi a scrutare in fondo alla sala. Scene fatte con niente, ma di una forza e un realismo tali che, per esempio, quando Euriclea, lavati i piedi a Ulisse, avanza verso la platea e fa il gesto di buttare via l’acqua (che non c’è) del mastelletto, io, seduta in seconda fila, d’istinto mi sono tirata indietro. Straordinaria la recitazione di tutti quanti (se si perdona qualche incertezza qua e là, dovuta di sicuro all’emozione della “prima volta”) di un testo, straordinario già di se stesso. Senti che dietro c’è un lavoro immane, frutto della passione di Basilio Luoni, prima di tutto, ma anche degli attori-lavoratori, studenti – pronti a sacrificare un numero infinito di sere a provare, perché tutto venga al meglio. Tornerò a vederlo per gustare un’opera dove al dolore composto di Penelope si mescola la freschezza, il piacere del gioco di Nausicaa e le ancelle; la pietas del servo giovane; l’arroganza becera dei Proci. E per commuovermi ancora una volta davanti allo strazio del vecchio padre.
Ulisse a Lezzeno, emozioni classiche – Cultura e Spettacoli – La Provincia di Como


