LINEA VERDE, programma Rai 1

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https://www.raiplay.it/programmi/lineaverde

Il programma di Rai 1 che da oltre mezzo secolo racconta l’agricoltura italiana e le sue eccellenze, il territorio e il reparto enogastronomico ed agroalimentare, colonne portanti dell’economia nazionale. Occhio attento alle nuove frontiere legate alle politiche culturali, energetiche ed ecologiche mirate alla salvaguardia e allo sviluppo del territorio.

“grand tour” nell’Enciclopedia Treccani

grand tour Giro delle principali città e zone d’interesse artistico e culturale europee, considerato, nei sec. 18° e 19°, parte essenziale dell’educazione di giovani di buona famiglia. Originariamente effettuato dai giovani dell’aristocrazia britannica, sin dal 17° sec., si estese poi anche ai giovani di altri paesi europei. Meta fondamentale del viaggio era l’Italia, con le sue città d’arte

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grand tour nell’Enciclopedia Treccani

alcuni libri di FRANCO ARMINIO

*  ARMINIO Franco, (2021),  Lettera a chi non c’era. Parole dalle terre mosse,

Bompiani

*  ARMINIO Franco, (2020), La cura dello sguardo. Nuova farmacia poetica,

Bompiani

*  ARMINIO Franco, L, (2019), L’ infinito senza farci caso. Poesie d’amore,

Bompiani

*  ARMINIO FRANCO, (2018),  Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di

paesologia, Laterza

*  ARMINIO FRANCO, (2017),  Cedi la strada agli alberi. Poesie d’amore e di

terra, Chiarelettere

*  ARMINIO FRANCO, (2011),  TERRACARNE viaggio nei paesi invisibili e nei paesi

giganti del Sud Italia, MONDADORI

I VENTI BORGHI PIU’ BELLI, in kilimangiaro a cura di camilla raznovich, rai 1, 4 aprile 2021

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La Pianura Padana, la più estesa pianura d’Italia – Studia Rapido

… La Pianura Padana occupa una posizione strategica Occupa una posizione strategica, quasi al centro geografico d’Europa. Le Alpi infatti proteggono questo territorio dai venti settentrionali, mitigando il clima invernale. Le montagne, inoltre, offrono passaggi abbastanza agevoli, perciò i mercanti (e anche gli eserciti invasori) provenienti dal Centro Europa hanno sempre potuto raggiungere senza troppe difficoltà le città della Pianura Padana. …

La Pianura Padana, la più estesa pianura d’Italia – Studia Rapido

Lago di Annone. La ciclabile che corre sull’acqua, articolo di Clemente Tajana, in l’Ordine/La Provincia 13 settembre 2020

letto in edizione cartacea

cerca in https://ordine.laprovinciadicomo.it/archivio/ricerca/autore/Clemente_Tajana/

ma anche qui https://www.facebook.com/La-Provincia-di-Como-40460885604/

Perché e come salvare le realtà dei piccoli borghi italiani, di Claudia Capurso, in ARCIPELAGO MILANO del 13 maggio 2020

Da ARCIPELAGO MILANO del 13 maggio 2020

 

Perché e come salvare le realtà dei piccoli borghi italiani

di Claudia Capurso

Con le grandi città, nel mondo e in tutta Italia, tenute in scacco dal Coronavirus, anche i più ostinati difensori della caotica vita cittadina iniziano a guardare con invidia chi ha scelto di vivere in piccoli borghi. Ma cosa bisognerebbe fare per ripopolare questi luoghi meravigliosi, di cui l’Italia è piena? Cosa è già stato fatto?

Una delle singolarità di questa mia forzata segregazione causa Coronavirus è stato l’osservare, nel mondo della comunicazione, un certo interesse per un’Italia in genere dimenticata – se non quando guadagna le prime pagine dei giornali e dei media per la tragedia di turno: terremoti, frane, alluvioni etc…

È L’Italia dei piccoli borghi o, per meglio dire, delle aree interne. L’ultima voce è quella dell’architetto Stefano Boeri che, in un’intervista a un quotidiano, spezza una lancia a favore dei bellissimi borghi italiani. Sono “grida di dolore”, scusate l’ardire, più simili a “lacrime di coccodrillo”, perché la questione ha una storia ormai più che settantennale.

Ben presente nelle prime leggi- di Riforma – della Repubblica (quelle a firma Vanoni, Fanfani per fare solo alcuni esempi), quando l’agricoltura era ancora uno dei maggiori settori produttivi e la povertà era enorme, è poi passata nel dimenticatoio quando le grandi scelte politico-economiche del governi del boom economico sono andate in direzioni opposte, favorendo migrazioni interne verso le grandi infrastrutture e le grandi industrie del Nord. Diceva al riguardo il titolare di uno studio professionale sito nel Sud Italia in cui lavorai negli anni ‘70, che le superstrade e autostrade meridionali non furono il motore dello sviluppo del Sud, ma i canali per la trasmigrazione biblica di masse popolari verso i centri del Nord Italia…

Poco successo ebbero anche proposte – sicuramente innovative – fiorite negli anni ‘70 e ’80 come i Progetti Speciali, documenti programmatori che coniugavano pianificazione territoriale e programmazione economica, proponendo la creazione di aree omogenee con una rete di filiere produttive e servizi relativi, convogliando al fine finanziamenti pubblici e privati (come ad esempio le rimesse degli emigranti). Sono rimaste in buona parte nei cassetti di una classe politica che ha privilegiato l’assistenza come strumento per il consenso. Scelta sicuramente proficua per il successo elettorale, ma deleteria per lo sviluppo e per la formazione di classi dirigenti locali.

È pur vero che nel 2013 qualcosa avvenne, quando Fabrizio Barca, Ministro per la coesione territoriale nel governo Monti, rilanciò alcune idee molto interessanti per una riforma amministrativo/territoriale in grado di affrontare la crisi delle aree marginali, rimasta ancora uno dei maggiori problemi del Paese.

Interessata da tempo a queste problematiche, ho riletto con interesse un bel libro di Enrico Borghi, “Piccole Italie”. Estremamente preciso e accurato nella ricostruzione storica del problema delle aree interne, parte finalmente da un’ottica corretta: quella della necessità di una rinnovata pianificazione del territorio e degli strumenti istituzionali per la sua gestione.

Perché il punto, secondo il mio modesto parere, è quello di superare punti di vista settoriali, che affidano la rinascita dei piccoli borghi, sicuramente autentici gioielli artistici e culturali, ad un ritorno astorico ad un mondo bucolico (mai esistito) dove giovani ecologisti e/o “radical chic” italiani o stranieri torneranno a risiedere. Così, ancora una volta, i finanziamenti privati verranno assorbiti dall’edilizia piuttosto che finalizzati allo sviluppo. Le scelte politiche, economiche e sociali sono purtroppo più complesse e “rivoluzionarie”, poiché richiedono una effettiva trasformazione del territorio a livello di aree interne omogenee. È l’unica ottica in grado di affrontare l’esigenza di una redistribuzione equa di servizi sociali e di attività produttive, sorretta dalla riorganizzazione di una mobilità sostenibile e di reti digitali efficienti.

Conditio sine qua non per innescare i processi è ovviamente la rigenerazione di un tessuto sociale di base, quell’humus di conoscenze dei propri punti di forza storici-artistici-culturali, di identità, di aperture a risorse economiche (si pensi ai progetti europei) e soprattutto risorse umane (si pensi all’ulilizzo di occupati stranieri).

In questo quadro la scuola e i centri di formazione professionale e culturale possono giocare un ruolo centrale per far crescere quella mentalità nuova attenta agli strumenti metodologici, alle interrelazioni tra i parametri, ai processi sinergici e indispensabile per affrontare nel complesso mondo di oggi le problematiche territoriali e ambientali. Sempre che finalmente si capisca, lo ripetiamo, che la struttura portante di questi discorsi è il rinnovamento e, a volte, la creazione di un sistema di trasporto pubblico adeguato.

L’occasione mancata è stata quella della affrettata soppressione delle Province, senza obiettivi precisi e senza aggregazioni intermedie che fossero in grado di innescare e gestire processi di sviluppo. I dati ci danno la dimensione rilevante del problema. Secondo il censimento Istat 20111, in Italia ci sono 5.543 comuni sotto i 5.000 abitanti, che rappresentano circa il 70% del numero totale dei comuni italiani (8092 comuni); dato ancor più significativo, i piccoli comuni italiani con una popolazione inferiore ai 1.000 abitanti sono 1948 e rappresentano dunque il 24,07 % degli attuali 8092. Circa il 90% è classificato tra i comuni di collina o di montagna.

Tra residenti e presenti c’è una differenza: molti se ne sono andati, pur rimanendo residenti. Quindi molti di questi piccoli borghi sono disabitati o quasi. Chi rimane infatti sono per lo più anziani e quando uno di loro lascia questo mondo il borgo fa un passo in avanti verso la distruzione.

I giovani se ne vanno. In genere hanno un titolo di studio e non si adattano ai lavori pesanti, senza orario che connotavano la vita dei nostri nonni o bisnonni, o all’orizzonte “limitato” del proprio Comune. Aspirano alla complessità della città, che potenzialmente offre tutto quello che i media presentano. Non sono da biasimare.

Eppure i nostri paesi in genere sono bellissimi; spesso furono ristrutturati dando ai privati finanziamenti a fondo perduto, quando i soldi c’erano. Quanto ci costa il loro abbandono? Il disfacimento del territorio, con spese imprevedibili ma realisticamente ingenti per i tragici danni causati da frane, alluvioni, incendi. Il degrado inizia con poco, un muretto sbrecciato, una tegola che cade, il bosco abbandonato, ma poi procede a valanga.

E qui si apre il grande discorso della prevenzione delle calamità. I tecnici del settore hanno idee chiare, ma raramente ascoltate: programmazione e organizzazione per ciascuna zona di unità di intervento stabili con le attrezzature e strutture di emergenza e con strumenti di ricognizione e prevenzione. Quando questo viene messo in pratica, i risultati si vedono.

Non bisogna iniziare da zero ma continuare a riaggregare i territori interni incentivando le associazioni di Comuni, raggruppandoli in Aree Omogenee attorno a un Comune/centro dei servizi, con raggi di distanza adeguati, consentendo così a tutti i cittadini di usufruire di servizi di qualità con standard decenti di vivibilità e di mobilità, all’altezza dei tempi odierni. Non si tratta di tagliare risorse economiche e istituzionali ma di riqualificarle.

Pensiamo alle Comunità Montane, troppo spesso meri centri burocratici con competenze solo settoriali slegate dal contesto (settore agricolo, accertamenti e riscossioni fiscali, settore dei rifiuti etc…). Pensiamo agli Uffici del Turismo, in troppi casi meri luoghi di informazioni spicciole, ove si vivacchia. Potrebbero diventare veri centri di stimolo per la valorizzazione del territorio e di supporto ai Comuni per un turismo sostenibile e/o per lo sviluppo di attività correlate di aiuto alle unità produttive e terziarie, di informazione sui finanziamenti che Enti e Istituzioni possono erogare per le aree minori, in primo luogo quelli dell’UE.

Si è andati invece in direzione opposta. La vicenda Riace è significativa per stupidità e ipocrisia dei ceti di potere locali. Non solo oggi ma da decenni l’immigrato è indispensabile nei borghi collinari o montani, e non solo. Nel piccolo Comune ove risiedo alcuni mesi all’anno, difficilmente si trova un’italiana disposta a fare la badante o un conterraneo pronto a lavorare nelle malghe, a mungere il latte, ad alzarsi di notte per impastare, a fare lavori di manovalanza nei cantieri. Addirittura ci si contende l’unica donna dell’Est che risiede nella zona per lavori domestici o di servizio nei ristoranti e alberghi. Eppure il turismo è, secondo me, la vera speranza per il futuro del nostro paese. E allora? Abbiamo fatto proprio bene a distruggere i pochi esempi di integrazione vantaggiosi per tutti?

Vorrei concludere questo mio piccolo contributo ricordando, in tempi di emergenza, tra i tanti che nel recente passato “videro lontano”, la Dott.ssa Laura Conti. In un seminario tenutosi nella facoltà di Architettura nel 1970, ricordo che parlando della riforma sanitaria e del suo rapporto col territorio, incentrò proprio le sue proposte sui piccoli Comuni per i quali riteneva essenziale garantire la distribuzione dei servizi sanitari e un efficiente servizio di trasporto pubblico.

I partecipanti si guardarono perplessi ma il tempo le ha dato ragione.

Claudia Capurso

Nasce il Cammino di Bardolino, 100 km tra i vigneti e le colline del Lago di Garda (mappa) – in GreenMe.it

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Nasce il Cammino di Bardolino, 100 km tra i vigneti e le colline del Lago di Garda (mappa) – GreenMe.it

GRAND HOTEL EUROPA di Ilja Leonard Pfeijffer

Grand Hotel Europa è il magistrale romanzo di Ilja Leonard Pfeijffer sul vecchio continente, dove risiede così tanta storia che non è rimasto spazio per un futuro e dove le prospettive future più realistiche vengono offerte come sfruttamento del passato sotto forma di turismo. È un libro teatrale e lirico sull’identità europea, sulla nostalgia e la fine di un’epoca.

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GRAND HOTEL EUROPA

e a:

Presentato allo spazio Robinson ‘Grand Hotel Europa’, il nuovo romanzo di Ilja Leonard Pfeijffer sul vecchio continente, dove risiede così tanta storia che non è rimasto spazio per un futuro. Un libro teatrale e lirico sull’identità europea, sulla nostalgia e la fine di un’epoca. L’autore è stato intervistato dalla giornalista di Repubblica Lara Crinò nell’ambito della fiera “Più libri più liberi” che si sta svolgendo a Roma.

https://video.repubblica.it/dossier/piu-libri-piu-liberi-2019/piu-libri-piu-liberi-il-grand-hotel-europa-di-ilja-leonard-pfeijffer/349760/350337?fbclid=IwAR06B9VvwiwyUotquKS43qvRT3r0tYHgzVmzgDA2ROhKPqYClmAJkXhF6pI&refresh_ce

nuovi spazi verdi all’interno della Casa Circondariale di San Vittore, a cura di Patrizia Taccani, in occasione della Green Week 2019 a Milano: giardini e orti conclusi si aprono | in Scambi di Prospettive, ottobre 2019

Patrizia Taccani (*)  , in occasione e della  Green Week 2019 a Milano, ci accompagna con passione biografica nei nuovi spazi verdi all’interno della Casa Circondariale di San Vittore

l’articolo di Patrizia è un ottimo esempio di come si possono vivere i luoghi e in particolare quelli “sommersi”  della metropoli di Milano

grazie per il racconto, Patrizia

invito i lettori di questo blog alla lettura di

Green Week 2019 a Milano: giardini e orti conclusi si aprono | Scambi di Prospettive

(*) Psicologa, formatrice, redattrice di Prospettive Sociali e Sanitarie

Canal Grande, di Evgenij Rejn

 


Da un palazzo all’altro, dondolando sul vaporetto,
guardando la ruggine spenta di un colore bruciato,
sotto la pioggia di vetro dell’Adriatico, made in Murano,
e nella scia della tranquilla carovana
mi aprivo un varco da San Marco a Rialto
per un pertugio di legno marcio e di basalto.
E i pilastri, i balconi, i frontoni, le palafitte intagliate,
le imposte, e i gradini nell’acqua bassa, le trine,
e gli altri arabeschi di pietra s’increspavano nel canale,
e i fianchi del vaporetto respingevano i frantumi.
Nell’umido crepuscolo l’imbarcadero
s’avanzava coi lampioni colorati, e sull’orlo il tavolato
irrequieto mandava bagliori di perla,
la città s’offuscava e lampeggiava, nell’aere torbido
della sera, d’increspatura veneziana,
e gravava con una ciocca tinta scompigliata;
come scostando dalla fronte un capello spezzato,
Venezia diceva, modulando la voce:
“Lasciatevi guardare, voi che accanto mi passate,
di faccia e di profilo, e di tutto il visibile,
nella luce che si spegne prima della vera notte,
lasciatevi guardare da vicino, coi miei occhi.
Voi girate con la giostra del Tempo,
dall’ombra uscite nella festa del mattino,
avanzando assieme all’acqua del canale
verso la barriera con cui m’incorniciò
la storia, moltiplicata per la pietra.
Punto e basta. E dico: Amen!
Voglio dire nella lingua del clamore
dalle feritoie del vecchio bastione,
dalle piazze, dai mercati, dalle torri campanarie,
che la legge veramente sta alla vostra volontà.
Io rimango. Voi passate. Così dev’essere,
non sono ancora un colonnato in rovina,
sono tutta intera e giungerò in capo al mondo,
come un mortaio che spara nell’eternità.
Passerete, ma San Marco resterà,
una barca deserta se ne andrà per il canale,
nessuno sui ponti, sul litorale,
e allora leverò lo sguardo al cielo e – O Dio! –
lassù, nella confusa lontananza, dove sfreccia un asteroide,
il mio ultimo spettatore socchiuderà gli occhi”.

Evgenij Rejn

THE SPIRIT OF A PLACE, VENICE, mostra delle fotografie di MINO DI VITA, al DAM Arte di Magenta, 5 – 15 giugno 2013

Carissimi,

ho il piacere di annunciare che, dopo il successo ottenuto alla Roonee Gallery di Tokyo, le foto del mio ultimo progetto 

The Spirit of a Place, Venice,  

saranno in mostra dal 5 al 15 giugno negli spazi della galleria DAM Arte a Magenta. 

Chi si trovasse a passare da quelle parti è il benvenuto.

Vi segnalo, inoltre, che sullo store di Lab63 Art Projects, è disponibile il poster in edizione limitata dell’evento giapponese.

un saluto e a presto!

Mino Di Vita

www.minodivita.com

fotografia di Mino Di Vita, da ALTE VISUALI, sorvolando le rive del LAGO DI COMO:

LO SPIRITO DI UN LUOGO: VENEZIA, Poster di Mino De Vita

Questo poster è stato ideato come parte integrante della mostra “Spirit of a place Venice” esibita da Mino Di Vita, alla Roonee Gallery di Tokyo lo scorso marzo. Si tratta di una stampa a getto d’inchiostro su carta fotografica formato 100×70 cm, che l’autore realizza e controlla personalmente, una alla volta, in edizione limitata a 150 pezzi, numerati e firmati. 
Tempi di consegna:5/7 giorni lavorativi.
Prezzo: 65,00 euro + spese spedizione.
solo per l’Italia

Rappresentazioni del Genius Loci a Venezia: fotografie di Mino Di Vita, 2013

da  http://www.minodivita.com/page.php?url=the+place%27s+spirit

         

         

 

Venezia si tiene con Iosif Brodskij e la voce di Domenico Pelini

D’inverno, specialmente la domenica, ti svegli in questa città tra lo scrosciare festoso delle sue innumerevoli campane, come se dietro le tendine di tulle della tua stanza tutta la porcellana di un gigantesco servizio da tè vibrasse su un vassoio d’argento nel cielo grigio perla. Spalanchi la finestra, e la camera è subito inondata da questa nebbiolina carica di rintocchi e composta in parte di ossigeno umido, in parte di caffè e di preghiere. Non importa la qualità e la quantità delle pillole che ti tocca inghiottire questa mattina: senti che per te non è ancora finita. … In giorni come questi la città sembra davvero fatta di porcellana: come no, con tutte le sue cupole coperte di zinco che somigliano a teiere, o a tazzine capovolte, col profilo dei suoi campanili in bilico che tintinnano come cucchiaini abbandonati e stanno per fondersi nel cielo.

(Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili, Adelphi, 1991, Milano, p. 29)

 

da Iosif Brodskij, FONDAMENTA DEGLI INCURABILI, Adelphi 1989, pag.40 e pag. 29.
Le letture di Domenico Pelini sono tratte dal suo canale su Youtube

da Venezia si tiene con Iosif Brodskij e la voce di Domenico Pelini « Tracce e Sentieri..

Venezia si tiene con Iosif Brodskij e la voce di Domenico Pelini

da Iosif Brodskij, FONDAMENTA DEGLI INCURABILI, Adelphi 1989, pag.40 e pag. 29.
Le letture di Domenico Pelini sono tratte dal suo canale su Youtube

Daniele Resini, Venezia. I ponti, Vianello Libri

Il libro – Questo volume, realizzato in quasi due anni di lavoro, raccoglie 530 fotografie che “raccontano” 354 ponti, di cui 335 pubblici che, tolti i manufatti in perenne manutenzione o di secondaria importanza, sono praticamente tutti quelli visibili e percorribili, e 19 privati, particolarmente significativi. Questo lungo e articolato percorso pedonale lungo la città d’acqua, è corredato di citazioni discrete che formano quasi un itinerario parallelo: immagini di monumenti e sculture erratiche che stanno vicino ai ponti e ne connotano spesso l’intorno architettonico. Il testo parla di storie, di costruzioni e rifacimenti e dell’origine dei toponimi, molte volte legata alla funzione dei ponti, o a quanto accadeva nei luoghi che li circondavano. Ecco, allora, i riferimenti, rigorosamente dialettali, a una moltitudine di remeri, pistori, tentori, forneri, scorzeri e molte altre fi gure di anonimi artigiani che, con la loro lunga e operosa presenza, hanno caratterizzato luoghi della città e i ponti limitrofi , o anche solo semplici citazioni di collocazioni urbane – drio de la Chiesa -, o connotati architettonici: storto, rosso, longo, piccolo.
L’autore – Daniele Resini, fotografo professionista dal 1982, vive e lavora a VeneziaLa sua attività si è rivolta a diversi settori della produzione fotografica, dal reportage, all’industria e all’architettura, alternando la fotografia “in campo” allo studio e alla catalogazione dei grandi archivi fotografici, soprattutto veneziani, sui quali ha realizzato numerose mostre e volumi, fra cui: L’arte dei maestri vetrai di Murano (1983), Cent’anni a Venezia (1992), Cinquant’anni di impresa (1995), Venezia, la liberazione (1995), Venezia Novecento, la Reale Fotografia Giacomelli (1998), Venezia e il suo porto (1999), Venezia Ottocento, Tomaso Filippi fotografo (2001) , Porto Marghera, il Novecento industriale a Venezia (2004), Ance Venezia 1945/2005 (2005), Un aeroporto per Venezia (2008), Mestre l’anima nascosta (2008).
Ha collaborato, con reportage su commissione o invio di servizi e immagini in Italia e all’estero, con agenzie e riviste locali e nazionali, fra cui L’illustrazione Italiana Marco Polo. Ha pubblicato immagini su volumi italiani e stranieri per numerosi Editori e svolto campagne di documentazione per enti, istituzioni e case editrici. In quest’ultimo settore ha collaborato, con lavori specifici, a numerosi volumi fra cui: Porto Marghera, le immagini e la storia (1985), Veneto Portrait (1987), Laguna di Venezia (1994), Venezia Romanica (2003), Regate e regatanti (2005), , I luoghi della musica a Venezia (2006), Venezia manutenzione urbana (2007), Il nuovo ospedale di Mestre (2008), Con l’oro e il legno (2009).
Da molti anni, inoltre, si occupa di rugby. Su questo sport ha realizzato i volumi: Un anno di rugby (1996), Il tempo del rugby (2001), Un rugby da record (2004) Fratelli per forza (2005) e Sei Nazioni (2008). Attualmente è photoeditor di Allrugby la più importante rivista italiana del settore. Ha inoltre pubblicato con la Vianellolibri: Campanili di Venezia (2002)Il Canal Grande (2004), Sulle porte di Venezia (2006)


 

Silvia Camporesi, La terza Venezia, edizioni Trolley

SPAZIOEVENTI della Libreria Toletta
presso la “Scoleta dei calegheri” a San Tomà

Giovedì 10 novembre – ore 17.30
Silvia Camporesi, La terza Venezia, edizioni Trolley
Inauguriamo un ciclo di presentazioni presso la Scoleta dei Calegheri – in collaborazione con la Municipalità di Venezia – partendo da un’immagine della città vista dall’esterno. Silvia Camporesi è un’artista che, da una breve residenza in città, ha tratto l’ispirazione per questo libro: un diario onirico, composto da suggestive vedute di Venezia e da brevi testi poetici.
A confrontarsi sull’immagine della città ci saranno, oltre all’autrice e al sottoscritto, Alessandro Martoni, storico dell’arte e Manfredo Manfroi, presidente del Circolo fotografico La Gondola
Ingresso libero fino ad esaurimento posti disponibili
Giovanni Pelizzato

Libreria Toletta
spazioeventi@libreriatoletta.it
041 24 15 372
Si ringrazia per la collaborazione il Gruppo di lavoro della Biblioteca di San Tomà
Il libro – La serie di immagini, nata dopo una ricerca su storie reali e leggendarie ambientate in laguna, esplora i luoghi attraverso il filtro dell’immaginazione e del sogno. Le immagini sono divise in quattro serie tematiche: “Nautofoni” che offre immagini della città immerse nella nebbia; “Souvenirs” invece rappresenta tipici oggetti-ricordo veneziani ambientati in giro per la città; “Fantasmi”ispirato a leggende e storie surreali che hanno per soggetto Venezia; e infine “Quando comincia l’acqua”, storie di allagamenti, reali e immaginati, di palazzi e chiese.

L’autrice – “Silvia Camporesi ha evitato sia la riconoscibilità consunta della vecchia ‘regina del mare’, sia la fotografia artisticamente algida, architettonica, oggettivamente documentativa del pur straordinario repertorio di pietre ed edifici storici a pelo d’acqua più affascinante del mondo. La ‘terza Venezia’, così denominata dall’artista stessa, invece, è quella che evitando le due appena descritte, si rivela come invenzione dell’estro e dell’immaginario, perciò inedita.” (dalla postfazione di Bruno Corà)

Abbazia di Pomposa, Delta del Po, Codigoro (Ferrara)

L’antico monastero benedettino di Pomposa comprende oggi la Basilica con l’Atrio, il Campanile romanico, la Sala del Capitolo, la Sala a Stilate, il Refettorio, il Dormitorio ed il Palazzo della Ragione. 
Questi edifici ospitarono nel Medio Evo un centro di spiritualità e cultura tra i più importanti al mondo. 

da Abbazia di Pomposa, Delta del Po, escursioni, guide turistiche

Visitata in occasione del concerto dei The Necks

Venezia vista da Italo Calvino

Da: Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi, Torino 1972. Inviato dal Gran Kan, Marco Polo ha visitato e raccontato al Sovrano infinite città. Ma ecco che il Kan gli chiede:


 

-Ti è mai accaduto di vedere una città che assomigli a questa? – chiedeva Kublai a Marco Polo sporgendo la mano inanellata fuori dal baldacchino di seta del bucintoro imperiale, a indicare i ponti che s’incurvano sui canali, i palazzi principeschi le cui soglie di marmo s’immergono nell’acqua, l’andirivieni di battell leggeri che volteggiano a zigzag spinti da lunghi remi, le chiatte che scaricano ceste di ortaggi sulle piazze, dei mercati, i balconi, le altane, le cupole, i campanili, i giardini delle isole che verdeggiano nel grigio della laguna.

L’imperatore, accompagnato dal suo dignitario forestiero, visitava Quinsai, antica capitale di spodestate dinastie, ultima perla incastonata nella corona de Gran Kan.

– No, sire, – rispose Marco, – mai avrei immaginato che potesse esistere una città simile a questa. L’imperatore cercò di scrutarlo negli occhi. Lo straniero abbassò lo sguardo. Kublai restò silenzioso per tutto il giorno.

Dopo il tramonto, sulle terrazze della reggia, Marco Polo esponeva al sovrano le risultanze delle su, ambascerie. D’abitudine il Gran Kan terminava le sue sere assaporando a occhi socchiusi questi racconti finché il suo primo sbadiglio non dava il segnale al corteo dei paggi d’accendere le fiaccole per guidare il sovrano al Padiglione dell’Augusto Sonno. Ma stavolta,

Kublai non sembrava disposto a cedere alla stanchez­za. – Dimmi ancora un’altra città, – insisteva.

– … Di là l’uomo si parte e cavalca tre giornate tra greco e levante… – riprendeva a dire Marco, e a enu­merare nomi e costumi e commerci d’un gran numero di terre. Il suo repertorio poteva dirsi inesauribile, ma ora toccò a lui d’arrendersi. Era l’alba quando disse: -Sire, ormai ti ho parlato di tutte le città che conosco. – Ne resta una di cui non parli mai.

Marco Polo chinò il capo. – Venezia, – disse il Kan.

Marco sorrise. – E di che altro credevi che ti parlassi?

L’imperatore non batté ciglio. – Eppure non ti ho mai sentito fare il suo nome.

E Polo: – Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia.

– Quando ti chiedo d’altre città, voglio sentirti dire di quelle. E di Venezia, quando ti chiedo di Venezia. – Per distinguere le qualità delle altre, devo partire da una prima città che resta implicita. Per me è Venezia.

– Dovresti allora cominciare ogni racconto dei tuoi viaggi dalla partenza, descrivendo Venezia così com’è, tutta quanta, senza omettere nulla di ciò che ri­cordi di lei.

L’acqua del lago era appena increspata; il riflesso di rame dell’antica reggia dei Sung si frantumava in riverberi scintillanti come foglie che galleggiano.

– Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano, – disse Polo. – Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse, parlando d’altre città, l’ho già perduta a poco a poco.