Categoria: GENIUS LOCI
DIPAK R. PANT, economista antropologo nepalese, contemporaneo genius loci delle terre estreme
Un ottimo esempio di integrazione fra ricerca socio-economica e concrete azioni di politica locale è stata la lezione del professore di antropologia economica
DIPAK PANT
in tema di ABITARE BENE LA TERRA
Al ciclo di conferenze GEOPOLIS 2010, organizzato dal dipartimento Storia e Filosofia del Liceo Scientifico Paolo Giovio di Como in collaborazione con il Gruppo Giovani Industriali di Confindustria di Como, il 25 febbraio 2010
L’apprendimento basico tratto da questo formidabile “attore dello sviluppo locale” (anche come relatore) della nascita e radicamento di una nuova economia in sintonia alle sfide del tempo è che
“IL LOCALISMO E’ UN VALORE”
Se lo avesse detto un leghista nordico (anche a causa della loro antipatia personologica e violenza linguistica) ci sarebbe stata qualche resistenza fra quel pubblico, viste alcune presenze ideologizzate. Ma il fatto che a parlarne – con competenza e con i dati di un quarto di secolo di esperienze sul campo – sia stato un professore nato nel Nepal nel 1958 e docente all’Università Carlo Cattaneo (LIUC) di Castellanza (Varese) ha dato credibilità all’analisi ed ha fatto intravedere le formidabili potenzialità di quel pensiero.
Dopo questa premessa vengo alla mia schedatura della lezione, basata sugli appunti presi in aula.
Per chi volesse ascoltare la viva voce di Dipak Panta allegherò anche l’audio, raccolto col mio piccolo e prezioso Olympus.
1. IL PRINCIPIO DELLA SOSTENIBILITA’
Le terre impervie, estreme, marginali sono quelle che stanno al confine fra le zone molto antropizzate ed i luoghi vuoti, non ancora occupati dalla specie umana. Si tratta di territori del Nord America abitati da pochi pellirosse, delle Ande, dell’Amazzonia, del Lago Titicaca, dell’Asia centrale, del Caucaso, dell’Armenia, dell’Himalaya, del deserto dl Gobi. Ma anche delle nostre vicine Alpi.
Queste terre, le terre estreme, hanno molto da insegnare ai viventi dei territori civilizzati, congestionati, occupati dalla produzione e dall’urbanità che la produzione si porta con sé.
Qui l’uomo non è soggetto/padrone, ma deve imparare ad adattarsi alle condizioni fisiche, climatiche, topiche più avverse.
Rispondendo alla domanda “come hanno fatto e come fanno a sopravvivere?” si risponde anche alle possibilità di sopravvivenza futura nelle zone consumate dalla demografia umana.
In questi luoghi si è fatta esperienza di strategia adattiva per la sopravvivenza e la trasmissione culturale.
Da cui la parola-chiave sostenibilità e le azioni di sviluppo locale conseguenti.
“Sostenere” deriva dal latino “sustinere” a sua volta derivato da “tenere” col prefisso sus (variazione di sub, “sotto”).
Dice il Vocabolario della lingua italiana Treccani: “tenere una cosa o una persona in una determinata posizione sopportandone il peso”
Il principio della sostenibilità ha tre implicazioni
- la sostenibilità non è naturale. Non è automatica: dove c’è già stato l’intervento umano occorre agire consapevolmente per svolgere la funzione della sostenibilità ambientale e socioeconomica
- occorrono sforzi calibrati e conseguenti per fare sostenibilità
- la sostenibilità non è ricerca della perfezione, ma ormai è una strategia di prevenzione del collasso del sistema terra
Il principio della sostenibilità (riassunto come pensiero ecologico dei limiti delle risorse) è databile alla seconda metà degli anni ’80. Tuttavia in quel periodo si trattava di agire sugli stock delle risorse: suolo agricolo, riserve idriche, presenza ittica, patrimonio forestale.
Oggi il problema ha cambiato qualità: oggi la questione primaria è lo shock ambientale.
A questo rischio gli ambientalisti massimalisti e retorici rispondono con il linguaggio terroristico della paura. Drammatizzano ed estremizzano e così si mettono nelle condizioni di perdere le sfide, come è avvenuto a Copenhagen, dove l’esito decisionale è stato pari a zero.
Ci sono evidenze storico-metereologiche che i cambiamenti climatici sono stati ciclici: non è la prima volta che aumenta la temperatura, le tendenze al cambiamento non vanno per sempre nella stessa direzione. La terra e la biosfera seguono il ritmo delle pulsazioni, piuttosto che quello delle sirene.
Sulle Alpi le comunità Walzer coltivavano grano e miglio a 1200 metri sul livello del mare. Dunque la temperatura doveva essere più alta. E lì non c’erano solo i ghiacciai, ma terre verdi.
Dunque: l’allarmismo degli ambientalisti massimalisti non solo è scientificamente sbagliato, ma lo è anche agli effetti pratici. Le loro invocazioni alla riduzione globale delle emissioni al fine di ridurre la temperatura non sortiscono effetti.
Insomma Dipak Pant è scettico sulle soluzioni globali e queste visioni così generaliste contrappone progetti locali dentro sagge e ragionevoli proposte di sviluppo e salvaguardia dei valori locali, che già hanno dimostrato le loro virtù.
Certo nell’epoca attuale c’è un sovrappiù di disequilibrio (in primo luogo la bomba demografica dei sei miliardi e mezzo di abitanti umani), c’è un’accelerazione che va affrontata. Anche perché uno sviluppo futuro con i consumi dell’occidente degli stati nazionali è la distruzione della terra stessa.
2. LE STRATEGIE DELLA SOSTENIBILITA’
Questo Grafico va a rappresentare i temi chiave della sostenibilità

La sostenibilità è una mediazione fra tre fattori:
- Equità nella distribuzione delle risorse. Equità non vuol dire eguaglianza, bensì spalmare i costi su una pluralità di attori, risparmiando sulle cose inutili (spese di rappresentanza, automobili costose, stipendi eccessivi, privilegi per i boiardi di stato …). Questo evidentemente è un compito dello Stato. Il principio da affermare è che: “la legalità è conveniente” e che senza equità nulla è sostenibile. Sono le leadership culturali che debbono dare l’esempio, come Bill Gates, che ha vincolato ad una fondazione l’80% delle sue risorse economiche di prevecchiaia.
- Sicurezza: anche questo è un compito sia dei governi sia dei mercati. Il principio “legge e ordine” non è affatto conservatore o autoritario, bensì mira a offrire con buone condizioni alle persone le risorse per i loro bisogni primari, ad esempio l’accesso all’acqua, al gas, al cibo.
- La qualità dell’ambiente: ci si riferisce alla “godibilità del paesaggio” che deve essere bello, ma soprattutto fruibile. La sola bellezza senza la possibilità di utilizzarla non è qualità ambientale. Si può fare l’esempio di città come Copenhagen che, anche se collocate in ambiente molto freddo, sanno mediare con intelligenza e concretezza fra esigenze di mobilità, residenza, produzione, tempo libero. Non si può dire altrettanto purtroppo di un paese come l’Italia, che indubbiamente è molto bella, ma spesso poco fruibile.
3. LE “TERRE ESTREME” COME METAFORA DELLA SOSTENIBILITA’
DipaK Pant ha non solo visitato ma ha realizzato progetti in zone del Nord America, delle Ande,
dell’Amazzonia,
del lago Titicaca,
dell’Asia Centrale, del Caucaso, dell’Armenia, dell’Himalaya,

della Mongolia,

della Taiga siberiana,

della Cina occidentale e anche delle Alpi europee. Per terre estreme intende zone non ancora distrutte dalla modernizzazione degli Stati nazione. Si tratta di luoghi da preservare in quanto insegnano e trasmettono grandi valori. Tali luoghi che potremmo definire di un “Altro mondo” rischiano sempre di diventare “Terzo mondo” sotto le spinte di una modernizzazione vorace e distruttiva.
Perché sono rilevanti questi luoghi?
Perché insegnano che oggi le azioni “globali” possono e devono partire dalle situazioni territoriali locali: “il locale è globale”. Le terre estreme sono una potente metafora della possibilità di migliorare la nostra geo-economia. Questo perché sono depositari di biodiversità e di comportamenti umani e produttivi necessariamente virtuosi e rispettosi delle condizioni ambientali. Si può fare l’esempio della lana cachemire che arriva dalle steppe della Mongolia. E’ la capra hircus laniger, il cui sottopelo costituisce la materia prima delle pregiatissime lane cachemire che vengono vendute nei negozi più chic del mondo.

E’ evidente che se si indeboliscono le loro condizioni ambientali, se si provoca una moria del loro bestiame, se si mutano drasticamente le loro condizioni di vita, questi popoli che producono un bene unico e pregiato, diventano dei profughi. Altri esempi di ottime produzioni delle terre estreme sono alcune erbe farmaceutiche, pietre preziose, …
Ma quali sono i criteri che ci consentono di definire un luogo estremo?
Sono questi:
- la marginalità. Le politiche non si occupano di loro. Il turismo non ne fa un’attrazione. Non creano lobbies e gruppi di pressione.
- Si trovano sempre in posizioni di frontiera, cioè fra le zone di anche blanda civilizzazione e quelle ancora oggi totalmente non abitate dall’uomo e dunque totalmente selvagge
- difficoltà fisica: qui ogni atto dei viventi è difficile. E’ difficile piantare una tenda, coltivare, costruirsi una casa. E’ persino difficile talvolta respirare.
- vulnerabilità: sono zone attualmente “protette” (nel senso che si auto proteggono per la loro impervietà), ma rischiano sempre di essere danneggiate dalla modernizzazione.
Quest’ultimo punto porta a fare una considerazione sulle calamità naturali e loro conseguenze. Il disastro di per se stesso non discrimina fra gruppi sociali, tuttavia un disastro naturale diventa danno rilevante per cause umane. Il disastro è naturale, mentre i suoi esiti negativi sono sociali.

Pensiamo ai due recenti esempi dei terremoti di L’Aquila ed Haiti. Nella città di L’Aquila c’è un’istituzione che ha funzionato (la Protezione Civile). Oggi ci sono polemiche su questa istituzione, ma ha funzionato. C’è stata mobilità sociale, sono intervenuti volontari, gruppi, aiuti economici. Ha funzionato la coesione sociale. I danni sono stati contenuti. Dunque il disastro c’è stato ma le conseguenze sono state affrontate. Ad Haiti è successo esattamente il contrario: c’è stato solo il disastro, senza alcuna progettazione e preventiva e capacità organizzativa di contenimento del danno. L’esempio dimostra che è vero che le calamità sono naturali, ma che le conseguenze complessive sulle persone, gli animali, l’ambiente sono solo causate da una politica irrazionale e che non ha a cuore il bene della terra.
Cosa si impara nelle terre estreme? Sono tanti gli apprendimenti che si possono effettuare in questi luoghi:
- la postura interiore (inward posture) ossia la capacità di concentrarsi sulla propria interiorità
- la “creazione di una narrativa” (outward vigilance): in questi luoghi si interpretano i segni del mondo perché è tenendo conto di questi segni che si può sopravvivere. Lì ogni essere umano è una sentinella del luogo e quindi il tempo, l’aria, i rumori vengono ascoltati allo scopo di auto correggere i propri comportamenti e prevedere il futuro
- minimalismo: questo vuol dire “fare molto con meno”, e “fare bastare poco”
- non medicalizzazione dell’invecchiamento (well-aging and well-dying). In questi luoghi l’autunno della vita è un processo graduale. La società diventa gradualmente compensativa della riduzione delle capacità individuali delle persone che invecchiano
- solidarietà a tre dimensioni: intendiamo la solidarietà orizzontale, ossia fra contemporanei: ciò che vuol dire aiutarsi l’un con l’altro per sopravvivere in un ambiente tendenzialmente ostile. Ma si manifesta con intensità anche la solidarietà intergenerazionale: l’atteggiamento dei padri è sempre quello di lasciare risorse fruibili ai loro figli e nipoti. E’ molto sviluppata la consapevolezza che l’ambiente deve essere preservato sia per il presente sia per il futuro. E infine si manifesta anche una solidarietà biocosmica, ossia un rapporto intenso con la terra, l’acqua, gli animali.
4. LA NUOVA GEO- ECONOMIA
Siano abituati nella nostra cultura a mettere quasi in una prospettiva piramidale: le zone del benessere, le periferie e le terre estreme. Occorrerebbe invece rovesciare la prospettiva e mettere al centro le terre estreme e sviluppare una politica di preservazione locale dei valori di questi luoghi. Molto all’esterno di queste limitate terre estreme esistono le periferie antropizzate ed esauste per l’eccesso produttivo. Queste periferie tendono a crescere e alla lunga a danneggiare le condizioni di vita nelle zone di benessere. Anche perché fra le cosiddette terre estreme e le periferie esistono le zone che vengono sfruttate per ricavare risorse energetiche. Noi tendiamo a manomettere anche le zone di sopravvivenza. La geo-economia ci mostra che sono finite le guerre degli Stati Nazione che erano finalizzate al dominio e alla estensione degli Stati. Oggi il problema non è più quello dei confini, bensì quello dello sfruttamento delle risorse energetiche.

Anche i criteri di analisi della economia vengono messi in crisi da questa prospettiva. Ad esempi il PIL prodotto interno lordo è una misura molto grossolana che è capace di misurare solo le quantità e non la qualità della vita. Un esempio è dato dalla sottovalutazione del lavoro di cura fatto da nonne nonni ai loro figli e nipoti, completamente assorbiti dal lavoro e dall’organizzazione della vita quotidiana. Il baby care dei nonni non è misurato dal PIL, non compare neppure come misura economica, eppure è di sicuro un prodotto di valore. Occorre sostituire al grossolano PIL (e non è facile per una scienza economica che comunque continua ad utilizzare queste misure ormai sempre meno efficaci) con altri criteri. Dipak Pant si sforza, nella sua ricerca, di elaborare altri indicatori, come gli “indici del valore di un luogo” basati sulla bellezza, fruibilità, facilità dell’accesso, sobrietà nel consumo ambientale.
5. PROGETTI E PROPOSTE
Due esempi di ricerca-intervento.
Invece che organizzare centri di formazione nelle città (azione che incentiverebbe una mobilità che provoca la fuga) nella steppa hanno sperimentato “scuole – carovana” che seguono i movimenti delle persone e nello stesso tempo trasferiscono saperi e materiali utili per mantenersi in vita e in produzione in queste zone impervie.
Un secondo esempio è un “centro servizi” molto tecnologico e di alta qualità (ma spartana) che sul grande lago Titicaca (fra Bolivia e Perù).
Stanno progettando azioni di “ritorno” sui monti europei abbandonati per le valli.
Nei primi due casi si tratta di sviluppo locale. Nell’ultimo caso si tratta di rinascita.
Forse la recessione globale sta dando più opportunità per queste scelte di sviluppo: il recupero dei valori delle civiltà contadine “stanno tornando di moda”
Sono scelte che non implicano un’abiura dei valori della cultura europea.
Anzi: prima occorre decidere di investire sui valori resistenti che qui sono nati e cresciuti.
È importante difendere l’ assetto identitario di ogni luogo: innanzitutto decidere che è importante e conseguentemente tutelarlo. In primo luogo il valore della sfera privata.
Dunque sviluppo locale orientato alla sostenibilità e tolleranza zero nei confronti delle lotte identitarie è una strategia applicabile in ogni situazione .
Scheda rielaborata da Paolo Ferrario tratta dagli appunti scritti in aula
- Allego anche l’audio della lezione, per ascoltare la viva voce di Dipak Pant
che ringrazio moltissimo per il suo insegnamento e la sua intelligenza progettuale comunicata con verve e in perfetta lingua italiana.
Vedi anche:
Il nuovo “Rinascimento” italiano ricomincia dai piccoli centri: Dipak Pant illustra il concetto di Bussola Eco-Tech
Professor Dipak R. Pant Ph.D.,
Direttore – Unità di Studi Interdisciplinari per l’Economia Sostenibile (Head, Interdisciplinary Unit for Sustainable Economy)
Docente-titolare di Economia Sostenibile e di Sistemi Economici Comparati (Professor, Sustainable Economic Policy and Management and Comparative Economics)
Universita’ Carlo Cattaneo (LIUC)
Corso Matteotti – 22
21053 Castellanza (VA)
ITALY
Il silenzio le parole di Angelo Andreotti, Accademia del silenzio
Ideata da Duccio Demetrio e Nicoletta Polla-Mattiot (scrittrice e giornalista) e coordinata da Emanuela Mancino, nasce l’ ACCADEMIA DEL SILENZIO
20 novembre 2010
Vai al progetto: Accademia del Silenzio » Blog Archive » Il silenzio le parole.
Il silenzio le parole
di Angelo Andreotti
27 novembre 2010
Il silenzio è nelle parole, ed è condizione imprescindibile per ascoltarle. In esso la parola prende corpo, e questo corpo le dà voce risuonando nel mondo quell’assenso alla vita che esercita sé stessa.
È un silenzio discreto, che non s’impone, si concede solo a seguito di un permesso. Bisogna lasciarlo essere, senza aspettare né volere che sopravvenga. Quel silenzio non sopravviene, semplicemente è, accade; semplicemente si mette in movimento e accoglie in sé la parola, rivitalizzandola, cancellandone ogni segno di stanchezza. Quando succede allora la parola si apre come nuova, entra nel flusso della poesia e nel suo corso travolge ogni approdo di senso.
Questo silenzio ospitato nelle parole non è pausa di rumori, di voci, di suoni; è piuttosto il luogo dove accade che il mondo perda quei significati che ci arrabattiamo a volergli dare, e acquistando la consapevolezza che nessun dover essere è fine dell’essere, allora riesca ad aderire a quel progetto senza progresso che è la vita. Attraverso la parola poetica la vita non si spiega, ma si di-spiega per essere colta nella sua evidenza di enigma senza ragioni, nel senso che non c’è alcuna ragione in grado di dirla, se dicendola intende governarla. Con ciò non si vuole attribuire irrazionalità alla vita, ma si desidera riconoscerle il suo diritto a non lasciarsi subordinare ai principi logici d’identità, di non contraddizione, del terzo escluso.
Il silenzio allora dà spazio alla parola poetica, liberandola dal claustrofobico percorso tra principio (causa prima) e fine (causa finale), e pertanto esce dalle regole orientate della narrazione per adeguarsi al flusso discontinuo della descrizione. Lì, la parola non è più (o non è soltanto) espressione del logos, ma semplice relazione, perché la parola poetica non porta conoscenza, ma porta a conoscenza. Nessuna teleologia a dominarne e a indirizzarne il corso, così come nessun casualismo a confonderne il percorso, ma scelta del modo più concorde per adeguarsi alla vita, adattarsi al suo imprevedibile movimento.
Quindi, neppure nessun misticismo in ombra. Se la parola poetica (sul piano formale) entrasse in quell’orbita sarebbe nuovamente orientata, e perderebbe la facoltà propria di abbandonarsi alla corrente della vita, che non significa essere alla deriva, ma accogliere in sé quel moto spontaneo e al contempo saggio (non sapiente), accettarlo equilibrandosi, traducendolo in definitiva nell’andamento stesso della poesia, nel suo ritmo, nella sua armonia.
Per questo la parola poetica in sé non esiste, ma si forma in relazione alla poesia, nella polarità collaborativa e non oppositiva tra parola e silenzio che si sviluppa nel tempo che occorre per testimoniare un’emozione, un’empatia, per svolgere infine quel processo euritmico fatto di sentire e dire.
La parola poetica non argomenta, non decide, ma è decisa dal divenire stesso della poesia, e dall’energia che si sprigiona dal continuo defluire e confluire di sensazioni dalla parola al silenzio, dal pieno al vuoto quindi, che continuamente inverte il suo andamento come uno sciabordio che trasforma il pieno in vuoto e il vuoto in pieno, la parola in silenzio e il silenzio in parola. Al punto che solo l’ascolto potrà distinguerne la natura. Ma è distinzione né chiara né confusa, è una distinzione che contempla le polarità in unità, senza però alcuna sintesi, lo stesso che si presenta allorquando toccando sentiamo di essere toccati, oppure essendo toccati sentiamo di toccare.
C’è un’intelligenza del sentire che va ascoltata, e detta. E quando viene detta produce e reclama altro ascolto. Le parole sono nel silenzio, e sono condizioni imprescindibili per dirlo.
Accademia del Silenzio, Anghiari
…
I luoghi dove i corsi e le attività si svolgono, dove gli scrittori e le scrittrici di ogni età si ritrovano in silenzio, sono particolarmente propizi per vivere momenti brevi o lunghi di raccoglimento interiore.
Perché
Per diffondere la cultura del silenzio, del rispetto dei luoghi, della ricerca e della meditazione interiore, del piacere di re-imparare a riascoltare: suoni, voci, natura…
Per promuovere una “nuova militanza del silenzio” nei consueti luoghi di vita e di soggiorno, contro l’inutile rumore.
Per favorire un approfondimento delle occasioni e delle risorse intellettuali che hanno la necessità del silenzio, per creare, comporre, scrivere, camminare, leggere, pensare, dipingere, fare giardinaggio…
Per sperimentare un “linguaggio del silenzio”, delle pause, del giusto tono, dell’alternanza di ascolto e comunicazione, come strumento di dialogo, di reale integrazione e comprensione reciproca, e come percorso di relazione
vai a:
Giotto di Bondone, Cappella Scrovegni (1303-1305), Padova
UN VIAGGIO ……..NEL MONDO STELLATO DI GIOTTO.
BUONA VISIONE.
CARLA
28.11.2010
Giotto di Bondone, Cappella Scrovegni (1303-1305), Padova
Giorgio Morandi, Alba riscopre la poesia dei suoi paesaggi | tiscali.notizie
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Celeberrimo autore di nature morte, Morandi è conosciuto come “il pittore delle bottiglie”. L’immagine – icona di lui più diffusa è quella dell’artista che, nel chiuso del suo atelier, ha sottratto alla stolida insignificanza una banalissima messinscena di bicchieri, tazze, bricchi, caraffe, vasi di fiori e barattoli ordinati su tavoli, ripiani, sportelli e davanzali, con grazia e precisione maniacale. Sembrerebbe impossibile affermare il contrario, eppure, anche se soltanto per poco più di un quinto della sua produzione, Morandi fu anche incantevole pittore di paesaggi.Basterebbe visitare l’esposizione “Morandi, l’essenza del paesaggio” aperta alla Fondazione Ferrero di Alba fino al 16 gennaio, per intuire come amorevole si posasse l’occhio del pittore bolognese sul cortile di via Fondazza, che vedeva dalla finestra del suo studio, e sulle case e i vicoli di Grizzana, il paese dell’appennino dove era sfollato con la sua famiglia, diventato poi luogo di vacanza e di lunghi ozi letterari. Basterebbero i settanta paesaggi, “Paesi” come li chiamava il maestro, raccolti da Maria Cristina Bandiera, per sentirsi d’accordo con Federico Zeri quando non esitò a inserire Morandi tra i più grandi paesaggisti d’ogni tempo.
Morandi dipinge case e cose plasmati dalla memoria, dove la materia, fatta di luci e ombre leggere, prende la forma di una composizione astratta, rarefatta come una natura morta, “Un paesaggio con casa rosa”, un “Cortile di via Fondazza”, “La strada bianca” vengono dipinte allo stesso modo di un gruppo di bottiglie. Morandi gira intorno e guarda, poi si sposta e guarda, lo fa da posizioni differenti e in orari diversi. Monet fece trenta ‘riprese’ della Cattedrale di Rouen, dipingendola al trascorrere delle ore nel corso del giorno
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segue qui:
Richard Forster, “‘timeless approach’ is more in sympathy with ecology and human needs for creating more inspiring, balanced, less harmfully stressful environments …
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This ‘timeless approach’ is more in sympathy with ecology and human needs for creating more inspiring, balanced, less harmfully stressful environments than modern, mechanistic or electronic “I – It”, more unrelated and statistical processes, working abstractly and coldly out of the head/intellect normally associated with ego. As ‘the timeless way’ is more warmly containing, organic, originative and spontaneously creative, it does not require the repression of key instincts. Being of both bodyand mind, it is both instinctive and more objectively conscious. And it is more holistic and balanced. It may be better characterised by “i – my Self”, where the persona previously attached to the ego is no longer working at odds with the greater Self. The narrower ego must let go and yield to the more balanced Self. It allows one more freedom simply to be, ‘oneself’, without pretensions, in a more grounded, simple, wholesome and healthy way of life… which is also less stressful.
The ‘Timeless Way’ is genetically encoded in the DNA, enfolded within the maturational process, or growth cycle for initiation and completeness Jung called ‘individuation’, otherwise known as self-actualization and self-realization. There are various grades or steps involving a widening of awareness, with the number 7 commonmost in mythology and religion. The planes of differentiated consciousness include sensation, feeling (especially conscience, values, love, sympathy, empathy and compassion refined from the raw emotions), reflective intelligence, intuition, spirituality, will, and an intimation of the divine.
GENIO LOCI IGNOTO … to the genius of places, unknown.
inscription on stone sculpture made at request of C.G. Jung — facing the outdoor dining-discussion table for visiting lecturers on garden terrace,
the Eranos Foundation, overlooking the Lago Maggiore near Ascona CH
…
segue qui:
Baldo Lami, Elena Briante, Paolo Ferrario, Francesco Pazienza, Claudia Reghenzi parlano di ANGELICAMENTE, Zephyro edizioni 28 novembre 2010
ANGELICAMENTE. IL SENSO DELL’ANGELO NEL NOSTRO TEMPO
Presentazione di Baldo Lami
Questo libro è nato da una doppia esigenza: in generale quella di comprendere il senso dell’angelo come figura elettiva dell’immaginario spirituale dell’uomo alla luce della sensibilità moderna; e nello specifico quella di liberarlo dal recinto del folclore del sentimento religioso o della metafora solo poetica-letteraria, in cui è stato relegato, per restituirlo alla sua vera realtà vivente.
Per fare questo ho ritenuto necessario richiamarmi a esperienze e a saperi diversi anche rispetto a quelli conosciuti. Anche perché la verità dell’angelo si presenta in discontinuità rispetto all’ordine valoriale stabilito, rispetto alla doxa del momento, cioè dell’opinione corrente. Infatti oltre a infrangere la barriera spaziotemporale, l’angelo infrange anche il sistema di conoscenza vigente.
In questo contesto mi limito a riassumere in due parole il contenuto di ciascun articolo secondo la scansione presentata nel libro stesso.
- Il primo articolo s’intitola: “L’angelo come metafora della presenza dell’infinito e dell’oltre”, di Grazia Apisa, poetessa e psicoanalista abitante e operante a Genova. Non poteva esserci miglior incipit di questo. Secondo l’autrice, quando l’infinito si è presentificato l’angelo scompare perché ha esaurito il suo compito e non c’è più bisogno di lui.
- Segue l’articolo: “Gli angeli nella Bibbia e nella Riforma”, di Eliana Briante, pastora della chiesa evangelica metodista di Via Porro Lambertenghi a Milano, che è una comunità multietnica che dirige con molta sensibilità e saggezza. Nel protestantesimo si preferisce fare appello alla mediazione di Cristo, cioè all’umanità dell’uomo, anziché a quella dell’angelo.
- L’articolo successivo è quello di Gabriele De Ritis, di Sora (FR), ex docente di lettere e da venti anni educatore in un centro di ascolto per ragazzi tossicodipendenti della comunità di Exodus. Il titolo è eloquente di per sé: “Essere angelo per qualcuno. Empatia e kairòs nella relazione di aiuto”. Empatia e kairòs sono due sensi “angelici” presenti potenzialmente in tutti.
- Segue l’articolo: “Il Genius Loci come angelo del luogo” di Paolo Ferrario,sociologo e docente all’università di Milano Bicocca. Il genius loci fa pensare più a un’angelicità orizzontale pertinente alla terra e alla gensdella polis anziché a quella verticale divina. Ma questo è proprio ciò che dovrebbe maggiormente responsabilizzare l’uomo alla cura del luogo che abita.
- Succede l’articolo: “La mistica del colore. Gli angeli di luce rossa, di luce gialla e di luce blu” di Pietro Gentili, artista eccelso, pittore e astrologo, amico di vecchia data recentemente scomparso a cui devo il principale motivo ispiratore di questo libro e anche (così mi piace pensare) la guida dall’alto. Questa ala di angelo in copertina è un particolare di una sua opera.
- Dopo è la volta di Claudio Gregorat, musicista compositore e commentatore della sterminata opera di Rudolf Steiner, apostolo dell’esoterismo cristiano, con l’articolo dal titolo anch’esso eloquente: “L’influenza dell’angelo nell’anima umana”, cioè cosa fa e come opera l’angelo nella nostra psiche, con quale finalità. È praticamente il riassunto di un importante saggio di Steiner.
- Poi ci sono io, Baldo Lami, poeta, psicologo analista, curatore dell’opera e autore con: “La missione disconosciuta degli angeli emotigeni”, cioè suscitatori di emozioni, che hanno un indubbio connotato angelico in quanto sono motivate e motivanti, messaggere e intermediarie tra un mondo e l’altro, tra materia e spirito, tra mente e corpo, tra pensieri e sentimenti.
- Segue Massimo Marasco, specialista informatico, scrivano e coautore con Silvia Montefoschi di alcuni saggi, con l’articolo dal titolo: “Angeli e custodi”, in cui racconta della “funzione custode” dell’angelo incarnata dalle figure reali che nella sua vita si sono poste come protettrici del suo progetto esistenziale, essendo proprio questo l’oggetto specifico della custodia angelica.
Seguono adesso tre articoli, quasi consecutivi, che pongono al centro dell’immaginazione o della riflessione la speciale supremazia letta in chiave simbolica di uno o più angeli biblici conosciuti.
- Il primo s’intitola: “L’angelo dell’annunciazione”, di Paola Marzoli, pittrice e psicoanalista che ha svolto una sua personale ricerca sull’angelo che ha annunciato a Maria la nascita di Gesù, cioè l’avvento di un nuovo piano di coscienza. Per questa autrice è quindi questo l’angelo più importante di tutti perché segna l’inizio di un percorso assolutamente nuovo, inedito.
- Il secondo è: “Michele e Lucifero: cosa avranno ancora quei due da dirsi?” di Maria Luisa Mastrantoni, editore Zephyro, che racconta il dialogo di una coppia angelica di prim’ordine: Michele (il custode dell’ordinamento divino) e Lucifero (il sovvertitore di questo stesso ordinamento) che periodicamente s’incontrano per decidere le sorti del mondo e dell’umanità.
- S’intercala a questo punto l’articolo: “Angeli dell’Europa” di FrancescoPazienza, psicanalista milanese, ex docente steineriano di religione e attualmente anche insegnante di biografia e pedagogia steineriana. Anche Pazienza prende le mosse dal citato saggio di Steiner ma per inclinare subito sull’Europa al cui destino è legato anche il nostro.
- Il terzo dei tre articoli anzidetti è: “Lucifero dinamica divina”, composto dalla coppiaBianca Pietrini e Fabrizio Raggi, abitanti e operanti a La Spezia, Fabrizio anche in qualità di medico e psichiatra. Al centro di questa disamina troneggia Lucifero, che nel pensiero di Silvia Montefoschi, cui gli autori si riferiscono, è il motore di tutta la dinamica evolutiva dell’essere.
- Segue: “Lontananze che disegnano orizzonti”, di Massimo Pittella, ingegnere informatico. Alla mia proposta di scrivere qualcosa sull’angelo, Massimo mi ha risposto dicendomi che dovevo avere sbagliato persona, perché nella sua esperienza non è la presenza dell’angelo a risultare salvifica e creativa ma la sua assenza. Sarà questo “paradosso angelico” allora a essere spiegato.
- Si arriva così all’articolo: “La sincronicità come manifestazione angelica dell’unità di senso interno-esterno” di Claudia Reghenzi, laureata in sociologia ma ora scrittrice che ha già in cantiere il suo terzo romanzo. La sincronicità è un evento veramente misterioso, un piccolo miracolo del vivente, e chi la scopre una volta nella propria vita non la dimentica mai.
- Penultimo: “Quale angelo sulla scena della violenza alle donne?” di Stefania Valanzano, psicoterapeuta che si occupa dell’impatto traumatico della violenza sulle donne. Rigoroso sul piano scientifico e senza alcun riferimento all’angelo, il suo scritto apre a una lettura diversa da quella, datami all’inizio, dell’impossibilità della presenza angelica sulla scena del “delitto”.
- L’ultimo articolo s’intitola: “L’angelo nel cinema: da La vita è meravigliosa alla vita dei nostri giorni!”, composto a più mani dal Gruppo lettura filmsecondo una lettura d’anima centrata sull’amore, che ha cercato di delineare i tratti salienti dell’angelo di celluloide per capirlo meglio all’interno delle “proiezioni” sulla sua figura che il cinema così angelicamente ci restituisce.
Concludo questa presentazione del libro con l’ultima frase contenuta nella descrizione della quarta di copertina: “Ne esce un quadro molto eterogeneo e policromo ricco di suggestioni, per un viaggio memorabile nel tempo caduco dell’uomo odierno, ma condotto sulle ali senza tempo dell’angelo.
Gian Luca Margheriti 1001 cose da vedere a Milano almeno una volta nella vita, Newton Compton
Gian Luca Margheriti
1001 cose da vedere a Milano almeno una volta nella vita
Il Duomo, la Scala, il Castello Sforzesco, le vie dello shopping… E poi cos’altro? È vero che a Milano c’è poco da vedere? Solo a un’osservazione affrettata, assicurava la scrittrice Edith Wharton a inizio Novecento. E questo vale senza dubbio ancora oggi, perché se al primo impatto Milano può sembrare poco interessante rispetto ad altre più esuberanti città italiane, è solo perché sa nascondersi e sfuggire abilmente all’occhio del turista superficiale. (segue)
Paesaggio svizzero sotto pressione
BERNA – Gli aumenti di popolazione, la domanda di abitazioni e il traffico nonché lo sviluppo in parte incontrollato delle città mettono sotto pressione il paesaggio svizzero. È quanto rileva il primo rapporto dell genere dell’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM).
Secondo gli indicatori finora considerati dal programma «Landschaftsbeobachtung Schweiz» (LABES) dell’UFAM, presentato oggi, negli ultimi decenni vi è stato un calo continuo delle qualità paesaggistiche. Tra il 1980 e il 2002 l’urbanizzazione del paesaggio è cresciuta di quasi il 15%. Tra il 1983 e il 2007, la percentuale degli insediamenti è salita da uno scarso 6% a quasi l’8% della superficie complessiva della Svizzera. Il grado di impermeabilizzazione del suolo è salito tra il 1983 e il 2007 dal 4,7% al 6%.
LABES ha però rilevato anche indicatori che mostrano miglioramenti per singoli aspetti del paesaggio. Il 78% delle rive dei corsi e degli specchi d’acqua è ancora allo stato naturale o ha subito poche modifiche. Tra il 1989 e il 2003 sono stati rinaturati ogni anno 150 km di corsi d’acqua; nel contempo, ne sono tuttavia stati incanalati oltre 120 km l’anno. Le superfici forestali sfruttate in modo estensivo e poco influenzate dalle attività antropiche sono aumentate quasi ovunque in Svizzera, uno sviluppo che promuove una diversità delle specie ricca e specializzata.
Morandi. L’essenza del paesaggio
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Morandi. L’essenza del paesaggio |
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“Dipingo e incido paesi e nature morte”. Poche parole, pronunciate con la severa misura di sempre, bastavano a Giorgio Morandi (1890 – 1964) per riassumere la propria arte, quintessenza di rigore ascetico e riflessione puntigliosa su pochi temi (nature morte e paesaggi appunto) instancabilmente scandagliati. Di nature morte – austere e vibranti composizioni di bottiglie e vasetti, bricchi e vecchi lumi – ne dipinse così tante da divenire noto ovunque come “pittore di bottiglie”, finendo per riservare ai paesi (come preferiva chiamare i suoi paesaggi) una posizione gregaria, ancorché cospicua, all’interno della sua produzione. “E dire che i paesaggi li amavo di più” – avrebbe dichiarato in seguito – confessando anche “ma bisognava viaggiare e soffermarsi in un posto o nell’altro e ritornarvi per completare il lavoro”. E forse proprio in questa attenzione amorosa e puntigliosissima per i paesaggi, individuati attraverso una ricerca meticolosa e dipinti dopo aver stabilito l’inquadratura più opportuna e prolungate introspezioni, sono da cercare le ragioni della loro minor quantità. Uomo di solitudine e di tradizione, Morandi aveva attraversato i maggiori movimenti artistici italiani, dal futurismo alla metafisica, da Valori Plastici a Novecento, senza farsene frastornare, sottraendosi alla schiavitù delle regole altrui cui, in arte come nella vita, si finisce sempre per sottostare quando non si sia in grado di darsene di proprie. Il canone morandiano comprendeva due norme fondamentali – “ritengo che esprimere la natura, cioè il mondo visibile, sia la cosa che maggiormente m’interessa” e “lavoro costantemente dal vero” – che il maestro bolognese, uomo schivo come pochi, declinava facendo coincidere i confini del proprio mondo e della propria arte con lo studio bolognese di via Fondazza e con la casa di campagna di Grizzana. Era questo frammento di mondo che Morandi trasformava nelle immagini intime e vibranti di caste bottiglie e vasetti feriali, e di paesaggi assorti, soprattutto i calanchi aridi degli Appennini appena fuori Bologna, intorno a Grizzana, dove il pittore passò le sue estati e gli anni della guerra, ma anche il modesto cortile della casa bolognese. Una pittura tonale, severa ed equilibrata, difficile e segreta, dove le povere cose sono pretesti per esprimere sentimenti. Vasetti consunti, ciotole vuote e bottiglie polverose ricoperte di colori opachi, rifiutando la seduzione delle trasparenze, e attoniti paesaggi, ridotti a liriche geometrie, quasi sul limitare dell’astrazione che sfuggono alle trappole dell’entropia, riescendo sorprendntemente a ricreare la vita, a restituirne l’essenza.
Tuttavia, come ricordava Federico Zeri, “mentre tutti lo conoscono come autore di nature morte, pochi sono a conoscenza dell’altra sua attività, quella di pittore di paesaggio.[…] Io considero questi dipinti fra i più alti capolavori del paesaggismo di tutti i tempi. In essi si sente un’affettuosa attenzione verso l’opera giovanile di Corot; talvolta si percepiscono riflessi molto mediati e trasfigurati di Cézanne” . Per questo, tanto più preziosa è l’esemplare rassegna allestita nelle sale della Fondazione Ferrero di Alba che esplora l’essenza del paesaggio nell’arte del maestro bolognese attraverso una settantina di opere, in prevalenza dipinti e una rigorosa selezione di acquerelli. Un ulteriore elemento di appeal della rassegna nasce dalla provenienza delle opere, quasi tutti destinate da Morandi ai suoi compagni di strada più fedeli, artisti e intellettuali, da Malaparte a Casella, da Soffici a Campana e Ungaretti, nonché ai suoi primi collezionisti ed estimatori, mecenati, critici e storici dell’arte, Longhi e Vitali, Brandi e Magnani, Ragghianti, Venturi e Arcangeli, intrecciando la storia dell’arte morandiana a quella della cultura del tempo. La mostra prende avvio da un prezioso nucleo di lavori giovanili degli anni Dieci, partendo dal seminale “Nevicata” del 1910 – muto di voci e di presenze umane come lo saranno tutti i suoi paesaggi futuri, a cui sono affiancate opere di pochi anni successive, come il “Paesaggio Vitali” del 1911, memori del cubismo e della lezione di Cezanne, cui si aggiungono gli echi del Doganiere Rousseau, riprova dell’incessante ricerca di un’autonoma espressività e di un affinamento dello stile del solitario di via Fondazza. Un momento nodale nella poetica di Morandi sono i paesi dipinti nel decennio successivo che declinano la linea della tradizione italiana – Giotto, Masaccio, Piero della Francesca – innervandola con il sentimento della contemporaneità, in modo tanto più estremo quanto più dissimulato: le geometrie cezanniane accolgono le leggerissime velature di colore, memori delle scialbature degli affreschi quattrocenteschi. Sono paesaggi severi, assoluti e dalla struttura decisa, lontani da ogni naturalismo, in cui poche case, compatte come solidi geometrici si stagliano, nella tarda luce mattinale, contro cieli smaltati d’azzurro di purezza pierfrancescana. E’ negli anni Trenta che Morandi raggiunge una grandezza autonoma ed esiti altissimi. L’armonia meditata della forma si specchia nella raggiunta perfezione della materia tonale: i paesaggi inameni, “inutili” come le bottiglie e le ciotole che abitano le sue nature morte, rivelano definitivamente la loro essenza di “puri” pretesti espressivi. E questo accade soprattutto nei paesaggi di Grizzana, dipinti da Morandi negli anni più tragici della guerra ulteriore snodo essenziale nell’opera dell’artista bolognese, e uno dei vertici della pittura italiana del Novecento. Decantando la stesura più densa del decennio precedente, quando il colore ancora modellava la presenza degli oggetti, coagulando la luce per stacchi più nitidi e drammatici, Morandi sottrae corpo e consistenza alla materia, sino a lasciare sulla tela poco più di una velatura appena modulata in cui le colline e le valli dell’Appennino emiliano appaiono come dilavate dal tempo, sindoni di solitudine e di desolazione. E sullo stato di contemplazione assorta suscitato dalla serie dei “cortili di via Fondazza” degli anni Cinquanta, accostati ai paesaggi di Grizzana dei suoi ultimi anni, si chiude la rassegna albese. Si assiste a un progressivo smaterializzarsi della realtà nella luce, a un rarefarsi della pittura che disgrega il confine tra paesaggio e natura morta esemplificato in mostra dall’accostamento di un “Paesaggio” del 1962 e una “Natura morta” del 1963. Entrambi danno vita, incarnano e realizzano le parole dell’assunto per cui è diventato famoso: “Non vi è nulla di più astratto del reale”. |
da: Italica – Morandi Giorgio: Morandi. L’essenza del paesaggio.
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