L’ira di Nuba è un romanzo ricco di suspense in cui arte, spionaggio e glamour si fondono alla perfezione.
L’avvocato Dellandito e la sua compagna, Anna, vengono invitati a un cocktail party organizzato in occasione dell’inaugurazione di un esclusivo hotel sul lago di Como.
La curiosità di Dellandito fa prendere alla serata una piega inaspettata e la coppia, seguendo alcuni ospiti dall’atteggiamento sospetto, si ritrova a partecipare a un’asta riservata in cui si vendono oggetti d’arte.
I lotti non sono quadri o sculture ma opere di crypto-art, frames animati che grazie a sistemi blockchain diventano NFT: immagini, meme e video in loop conservati su chiavette USB e pronti a essere venduti a cifre da capogiro.
Prima che le offerte abbiano inizio, però, un black out permette il rocambolesco furto di una delle opere esposte dal titolo l’Ira di Nuba.
Il crimine non allarma solo il mondo dell’arte ma minaccia l’intera umanità, l’Ira di Nuba, infatti, nasconde un pericoloso segreto.
Tra fughe, inseguimenti, morti misteriose e minacce, l’autore scrive un testo in linea con i più grandi libri e film di spionaggio, un thriller ricco di descrizioni che guida il lettore nei panorami più belli d’Europa e tra le strade di New York, un testo nel quale buoni e cattivi si confondono e in cui azione e humor sono bilanciate con equilibrio.
La felicità è nel giardino è una passeggiata nei giardini della letteratura italiana alla scoperta di odori, colori, alberi, erbe e frutti nascosti tra le sue pagine. Un percorso fra botanica e poesia, lingua e floricoltura, attorno al rapporto tra umano e natura.
I giardini popolano da sempre l’immaginario degli scrittori: che si tratti del paradiso terrestre evocato da Dante nel Purgatorio, o del parchetto nel palazzo di Armida descritto da Tasso nella Gerusalemme liberata, o di quello in cui lo Jacopo Ortis di Foscolo sente esplodere l’amore per Teresa, tra quei prati e quelle fronde di carta generazioni diverse di lettori hanno trovato di volta in volta ristoro, sussulti, godimento. Guido Davico Bonino ci accompagna lungo sette secoli di opere per farci apprezzare l’evoluzione e i cambiamenti avvenuti nei nostri incontri con questi spazi di natura «addomesticata». Da Petrarca, Boccaccio e Ariosto fino a D’Annunzio, Pirandello e Campana, passando per i meno noti Tommaso Alberti, Domenico Gnoli ed Enrico Panzacchi, Davico Bonino ci invita a perderci tra i loro campi e le loro serre, tra «murmuranti ruscelli» e rose «modeste e verginelle», per ritrovare in quei racconti, così come in ogni pianta amorevolmente coltivata nei nostri balconi e nei nostri piccoli orti, un riflesso della nostra essenza. Perché come il giardino può proteggerci dal caos che ci circonda e regalarci fiori di rara bellezza, così i libri hanno il potere di offrirci un riparo e custodire gemme preziose; sta a noi volerle scoprire.
Guido Davico Bonino (Torino, 1938) è stato capo ufficio stampa e segretario generale della casa editrice Einaudi, critico teatrale per La Stampa e ha insegnato Letteratura italiana e Storia del teatro nelle università di Cagliari, Bologna e Torino, oltre ad aver diretto dal 2001 al 2003 l’Istituto italiano di cultura di Parigi. Autore di diverse monografie, edizioni di classici italiani, traduzioni da francese e inglese, antologie di poesia e narrativa, per il Saggiatore ha pubblicato Incontri con uomini di qualità (2013).
Camminando sul tempo si apre sull’Alta Valtellina del primo Novecento: terra dura, terra di migrazioni, dove famiglie e giovani poco più che adolescenti lasciano le montagne per sfuggire alla povertà alla ricerca di un futuro migliore.
Poche case poste in fila su un dirupo dal quale si vede tramontare il sole nel fondovalle: è dentro queste scenografie che i personaggi vivono il loro tempo con passione, desideri, inquietudini e senso di sradicamento.
Le loro vite si intrecciano, inesorabilmente, agli eventi storici che le hanno attraversate: l’emigrazione, la prima guerra mondiale, il biennio rosso e la nascita del fascismo.
Mutano poi luoghi e situazioni, progetti e destini, tra Italia e Argentina: la varietà di idiomi e dialetti che i dialoghi tra i protagonisti rivelano (valtellinese, comasco, spagnolo e cocoliche) ne sono testimonianza fedele ed evocativa.
Una narrazione nata da un’autentica vicenda familiare, ripresa, raccontata e trasfigurata innumerevoli volte, fatta di microcosmi semplici e legami indissolubili che gravitano – col pieno diritto di essere conosciuti, tramandati e letti – intorno al fuoco della Storia.
Uno dei libri più apprezzati di Coccioli: un meraviglioso memoir dedicato all’amato cane Fiorello, una meditazione sullo scorrere del tempo e sulla caducità della vita.
«La morte d’un cane non altera l’universo. Continuano a ruotare i pianeti e gli elettroni. Questo pomeriggio, pioverà. […] Tuttavia son convinto, e non smetterò d’esserlo, che il mio cane morto era una forma splendida della vita: grave, nobile, amorosa, e pura».
Così Carlo Coccioli scrive di Fiorello, compagno di vita per «quindici lunghissimi anni», e protagonista di queste pagine dolorose e dolci. Un lamento, quello dell’autore, che a tratti si interrompe per raccontare le minuzie della quotidianità, su cui si fondano l’amore e la fiducia che si sviluppano tra lui e il suo cane.
Requiem per un cane è però anche il requiem per la nostra condizione di esseri mortali, sempre in bilico sul crinale tra la vita e la morte. Per questo, per provare a contrastare l’inesorabile scorrere del tempo, Coccioli si abbandona alla profondità delle sue riflessioni metafisiche e al racconto affettuoso dei ricordi più belli. Un canto d’amore per il cane perduto si trasforma così in una illuminante elegia sulla nostra precarietà.
Nato a Livorno nel 1920, laureatosi a Roma nel 1943, Carlo Coccioli si è specializzato in religioni orientali e in lingue e letterature camito-semitiche. Ha partecipato alla Resistenza ed è stato decorato con la medaglia d’argento al valore. Ha pubblicato il suo primo romanzo a Firenze, dove viveva, nel 1946. Nel 1949 si è trasferito a Parigi e nel 1953 a Città del Messico, dove è scomparso nel 2003. Autore di un’opera vasta e multiforme, composta in tre lingue e tradotta in tutto il mondo, può essere a buon titolo considerato uno dei maggiori scrittori italiani del ’900.