venerdì 3 agosto, viene a farci visita il fotografo Mino di Vita, l’autore di questo straordinario scatto:

Parleremo del Genius Loci, che abita anche questo luogo
Cena: pasta fredda, caprese, macedonia
venerdì 3 agosto, viene a farci visita il fotografo Mino di Vita, l’autore di questo straordinario scatto:

Parleremo del Genius Loci, che abita anche questo luogo
Cena: pasta fredda, caprese, macedonia
tratto da: texts.
vai all’intero programma Estate 2012 | Incontri d’Autore.
da una lettera inviata a Lucia.
cara Lucia
non ho letto l’articolo di Tino Tajana, ma immagino le argomentazioni. il suo sarebbe un ruolo tecnico e gli hanno garantito libertà di azione (penso nel solco dell’ottimo programma della lista patto per como) .
secondo me , però si sbaglia: non è la situazione di quel capolavoro politico di Giorgio Napolitano che è il Governo Monti , che si basa sulla desistenza delle DUE forze di opposizione (entrambe incapaci dei essere coalizioni di GOVERNO).
In una giunta Bordoli (clone del distruttore ridens Bruni) sarà ben presto (tempo un anno) preda delle faide interne, dei “no”, degli “occorre ridare voce alla politica” e dovrà (ovviamente nel caso la Bordoli – del PDL , partito delle LORO libertà – vincesse) dimettersi. Posso sottoscrivere che le sue dimissioni arriveranno fra un anno, cioè quando verificherà l’impossibilità di realizzare i progetti di urbanistica che gli stanno a cuore (e che, indubbiamante, sarebbero nell’ INTERESSE DELLA CITTA’)
Tino NON è uomo di destra, lo so, ma sarà in pessima compagnia.
Però non voglio giudicare la sua PERSONA, anche perchè non so come sia stato maltrattato dallo schieramento delle sinistre. Li ho conosciuti e frequentati per 30 anni costoro e so quanto siano carogne. Quindi se sta da quella parte avrà le sue ragioni anche personali.
Confermo del tutto la mia antica (lo conosco dal 1968) e presente stima. E sono convinto della mia buona scelta di etica politica nell’averlo votato al primo turno.
Tuttavia, in trasparenza, voterò Mario Lucini sulla base delle motivazioni che ho argomentato nella
E che confermo parola per parola.
Un tutta questa storia di politica locale c’è un paradosso che avvicina due situazioni: una persona di competenza sicura come Tino Tajana e una persona di valore personale come Mario Lucini entrambi ostaggio di gruppi (opposti) che si riveleranno dei nidi di vipere.
Paolo Ferrario
Un amico mi segnala queste due pagine su NESSO del pittore Grigorij Ivanovič Sciltian (Šil´tjan) (1900-1985), tratte da
PAGANUS:

di Vincenzo Guarracino *
«In un giorno di giugno / (io avevo sei anni)…». Una precisazione cronologica, questa, singolare e tale da dover incuriosire non poco, posta com’è proprio all’inizio di un “romanzo in versi”, edito qualche anno fa (nel 2008) da NodoLibri e intitolato “Paganus”, in cui “more poetico” si racconta la storia di una “educazione sentimentale”. Una vera e propria iniziazione alla vita sul teatro di un’età aurea, che, spopolata di miti e di portenti, si avvia ad un tempo grigio di rovine e di violenza.
Protagonista e autore di siffatta storia ovviamente si identificano: si tratta di un tal Carlo Ferrario, familiarmente denominato allora “Carluccio”, residente in una sorta di Valle dell’Eden, in quel di Introbio, un luogo dove possono intervenire a turbare i giorni anche i presagi di una guerra e la morte, fermo restando che è ancora la fine di una giornata di giochi a diventare il principale motivo «di malinconia», come accade solo nel beato mondo dell’infanzia.
Una storia in versi di fiabesca lievità in cui la vita (luoghi, fatti, persone) vengono raccontati e miticamente trasfigurati attraverso gli occhi di un bambino, immerso in uno scenario incantato e intento a guardarsi intorno con stupore e benedicente ammirazione: versi, almeno all’inizio, di sensazioni delicate, incrostati intorno a una data, giugno 1937, in cui qualcosa di essenziale deve essere capitato al “seienne” protagonista, anche se di primo acchito non è dato di sapere che cosa.
Non è il caso qui di raccontare cosa c’è in questo “romanzo in versi”, che è più complesso di quanto potrebbe a prima vista apparire. Quello che qui importa è la presenza di quella data, “giugno 1937”. Perché un siffatto scrupolo di determinazione cronologica? Come non pensare che una tale pignoleria sia tutt’altro che casuale e richieda un’attenzione non superficiale, chiamando in causa motivi dell’autore ben più profondi di quanto possa apparire? In altri termini, come accade ogni qualvolta si mette in gioco un momento preciso e puntuale attraverso una data, si vuole sottolineare che l’evento assume un carattere nuovo e diverso, come un momento su cui il soggetto costituisce una privata mitologia, trasformandolo in un qualcosa da cui la sua vita acquista un altro senso e significato: uno spazio cronologico di ordine ieratico (l’avrebbe chiamato così Roland Barthes), fondativo, meritevole di speciale considerazione e destinato nel tempo ad agire con forza ipnotica sulla coscienza, in grado anche inconsapevolmente di determinare uno sguardo e un comportamento diversi.
Ma che cosa era realmente successo in quel giorno di giugno di un lontano 1937, tale da dare al giovanissimo protagonista l’idea di un cambiamento, di un passaggio quasi epocale da un’età dell’incoscienza infantile a un’età della ragione e della responsabilità? Me l’ero chiesto quando avevo letto per la prima volta quel testo ma senza darmene all’epoca contezza. Poi, improvvisamente, come un’illuminazione, mi è parso di “comprenderne” il motivo alla luce di un’altra pagina dell’autore contenuta in “Alfabeto comasco” (1989), ben precedente al passo in questione di “Paganus”: una pagina inscritta sotto la voce “Poeti”. Leggiamo cosa dice a pagina 84: «Di poeti se ne trovano ad ogni angolo… ma a me basterà ricordare due incontri. Da piccolo ero incantato all’idea di poter vedere da vicino un esemplare in carne e ossa di questa magica stirpe: si trattava di Antonia Pozzi, che villeggiava in Valsassina e che da sempre conosceva i miei. Non avevo allora nessuno strumento valutativo, ma sapevo che la signorina Antonia scriveva poesie, e questo mi bastava per guardarla come se fosse stata una dea… Una fotografia scattata nel suo giardino coglie un po’ di quel mio stupore…».
Allude a questo evento la data di cui prima (per inciso, il secondo è con il poeta inglese Auden? Io credo di sì). A fare un rapido calcolo (Carlo Ferrario nato nel 1931 e Antonia Pozzi tragicamente scomparsa nel ’38), i conti tornano: la data della foto potrebbe essere stata l’ultima primavera-estate della poetessa, il ’37 appunto, e il “seienne” io di “Paganus” potrebbe averne riportato, alla luce soprattutto di quello che poi si è saputo della “signorina Antonia”, un’emozione incancellabile, tale da diventare un evento fondante e formativo della sua esperienza. Certo, non è evento da poter trovare registrato nelle biografie della poetessa (pregevoli biografie come la recente di Graziella Bernabò, edita da Àncora) e neppure degna di più puntuali ricostruzioni (alla maniera per intendervi dell’aureo “Soltanto in sogno”, con foto e lettere, a cura di G. Sandrini, edito da Alba Pratalia, 2011), ma è certo un ricordo, da conservare gelosamente: un qualcosa che Carlo Ferrario affida alla sua privata mitografia e che ci consegna come un mirabile cammeo.
(* Italianista e poeta)v.fisogni
Voto disgiunto
Primo turno: voto alla lista PATTO PER COMO, preferenza a Tino Tajana.
E voto a Mario Lucini Sindaco, anche se sostenuto da una coalizione che lo farà dannare per anni, in caso di prevalenza, e che gli IMPEDIRA’ di governare. Non mi sono dimenticato del loro ammazzamento di due Governi Prodi
Come funziona il: Voto Disgiunto
Secondo turno: Peronese Sindaco, in caso di suo improbabile ballottaggio. Oppure Mario Lucini Sindaco, in caso di probabile ballottaggio. Per stima alla persona nonostante la disistima per la sua coalizione, inquinata dalla Sel, erede di rifondazione comunista
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È già una realtà il nuovo spettacolo della Compagnia Teatrale Lezzenese, che debutterà a giugno, il 16 e il 17.
Il fondatore e regista, Basilio Luoni, mette in scena con il suo gruppo amatoriale “Le trappole di Scapino“, tratto da “Les fourberies de Scapin”, commedia in tre atti scritta nel 1671 da Molière.

I 110 anni della scrittrice Carla Porta Musa
di Gerardo Monizza
Centodieci anni! Oggi è festa in casa Porta Musa e in tutta la città. Un traguardo che sembrava assurdo, ma non per Carla che i centodieci anni li ha raggiunti con naturalezza. Incredibile. Passare il secolo e aggiungerne ancora un bel pezzo non è cosa comune. Ma Carla è straordinaria perché ha saputo vivere pienamente un’esistenza fortunata, circondata da affetti costanti, da attenzioni e amicizie. Ha saputo – per dirla alla moderna – “comunicare”.
Per scrivere di Carla ciascuno di noi non può che pensare un poco anche a se stesso confrontandosi con una vita straordinaria. A quella vita che per lei è trascorsa insieme ai molti amici, ai parenti, alla figlia Livia, alla nipote Giovannella… ciascuno sentendola attenta, sapendola sempre vicina, disponibile, dinamica, acuta, esigente. Generosa e consapevole della propria unicità. Raffinata, mai banale. Non superba, cosciente di essere stata favorita da circostanze fortunate che le hanno consentito di superare i momenti difficili, le avversità e i dolori. Chi non ne ha?
La sua mitica casa di via Pessina (quella coperta di rampicante sempreverde cui è impossibile non lanciare uno sguardo, passando) è stata a lungo il punto d’incontro per molti comaschi e milanesi diversi per età, condizione sociale, interessi, ma tutti inseriti in una rete di rapporti tenuta insieme dalla passione culturale che per Carla è il solo documento d’ingresso in una vita non banale. La cultura intesa come scambio e come precisione estetica e perciò sempre tesa alla limatura della parole, alla costruzione del periodo, al controllo dei suoni.
Carla ama leggere ciò che scrive mentre lo sta creando (c’è – invece – chi non sopporta avere qualcuno che sbircia alle spalle mentre scrive, io tra quelli); scruta le reazioni, chiede consigli e persino li ascolta, cambia in corso d’opera aggiustando al meglio la narrazione. Insomma non si fissa su una linea di metodo, né si ostina su un personaggio ritenuto debole o su una frase giudicata non omogenea al resto del testo.
Vien da sorridere scrivendo queste cose riferite ad una centenaria che non smette di comporre storie e tutte fissate su quaderni: con la matita e la gomma pronta, ma poco usata. Una maniera antica che Carla ha incominciato ad usare quando la macchina per scrivere diventava troppo “meccanica” per le sue dita. Il computer sarebbe stato lo strumento perfetto, ma forse è arrivato un po’ in ritardo, lui.
Insomma: la casa di Carla. Vivissima, tranquilla, non immensa, ma accogliente e specchio di una personalità capace di essere al tempo stesso centenaria e contemporanea.
Carla mette tutti a proprio agio e ha un vezzo: dà del tu. Senza distinzione. Solo i piccoli visitatori, solo le bimbe appassionate di poesia che la visitano per farle dono di un verso acerbo, sono autorizzati a chiamarla “zia Carla”.
Le sue colazioni (mai più di tre ospiti quasi sempre maschi) erano appuntamenti fissi cui doleva mancare. Ricchi di racconti e di scambi tra amici o sconosciuti (Carla ama anche il rischio delle “relazioni pericolose” che sono occasioni stimolanti per nuove amicizie).
Colazioni perfette nella combinazione del menu che mai ripete agli stessi commensali (tiene un quaderno delle visite, una sorta di diario gastronomico e umano) e con pietanze cucinate da lei stessa nell’antica cucina di casa. Riti allietati dalle composizioni floreali (a centrotavola), da allestimenti semplici e perfetti, dal servizio ineccepibile.
Quello che ho sempre pensato è che Carla non sia una “gran signora d’altri tempi” (quel tempo passato che racconta con dovizia di particolari in romanzi e poesie) bensì una donna molto libera del suo tempo: il tempo attuale. Non l’ho mai sentita rimpiangere la bella casa di via Borgovico, le tante persone amate e scomparse, le cose fatte. “Quel che si può fare si faccia!” è il suo motto e se Carla si ficca in testa una cosa si è sicuri che si farà. Una sua telefonata (“… Senti caro…”) è un ordine cui nessuno si sottrae. La sua autorevolezza è indiscussa. La sua tenacia leggendaria.
Oggi che compie centodieci anni e che l’attività pubblica si è un poco ridotta, che non passa a prendere il quotidiano, che non si ferma a bere il cappuccino, rimane ancora un punto di riferimento per la città proprio per la sua volontà di essere collante tra tempi diversi della storia di Como e della sua gente. Memoria formidabile e narratrice prodigiosa sa mettere insieme alberi genealogici complessi, situazioni familiari che superano il secolo, vicende che sono state eventi memorabili per la città. Ricordare è una medicina che le ha permesso di imbrogliare il tempo, ma la scrittura è una magia che le ha consentito di liberare la sua stupefacente fantasia.
Ciò che ha continuato a scrivere non sono racconti di un mondo passato, ma pezzi di storia vera. Certo, una storia fatta di vicende particolari, di persone che hanno vissuto ai piani alti della società, di intrecci non sempre dipanabili con facilità (per chi vive una vita normale ovvero qualsiasi). Da editore (ho pubblicato due libri di ricordi: Il tuo cuore e il mio, Lampi al magnesio e uno di poesie Silenzi d’aria) ricordo solo il piacere del lavoro “editoriale” con Carla precisa, puntigliosa, non testarda (oh! quanto son ostinati certi autori) e disponibile a rigiocarsi nel ruolo di autrice. All’epoca aveva già novant’anni…
Oggi che ne compie centodieci possiamo tutti insieme augurarle ogni bene con affetto e amicizia. Qualche anno fa, un giorno mi disse: “Ho vissuto a lungo. Sono contenta della mia vita”. Da quel giorno sono passati vent’anni. Ancora auguri, Carla.
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