
STARE
1. restare, rimanere in un luogo
2. restare, trattenersi in una posizione, in un luogo, in una situazione, in una condizione psichica
3. rimanere in una determinata condizione
4. sentirsi in una data condizione fisica
…
8. essere, consistere
…
12. restare immobile, fermarsi
…
15. stare con: abitare, vivere con qualcuno
…
21. star bene: sentirsi, essere in una buona condizione fisica o morale
Categoria: GENIUS LOCI
Notte di pioggia battente a Nesso Coatesa
Venerdì/sabato 17/18 luglio Una delle notti più inquietanti del periodo a Nesso Coatesa.
Notte di tremendo maltempo.
A Como, di pomeriggio si è abbattuta una grandine assassina. Temevo cheil lavoro di 4 mesi per l’orto se ne fosse andato a fondo. Dico “a fondo” e non “in fumo”, per via dell’acqua.. Ma la tempesta colpisce a strisce territoriali, e questa volta ha risparmiato questa zona.
Dalla casa sentiamoil vento che si mescola alla pioggia battente e si insinua nelle fessure delle finestre e delle porte.
Cigolii, rumori continui, pressioni sulle pareti a lago. E’ come se uno spirito cattivo si accanisse sulla natura e sugli artefatti umani di questo luogo.
La luce spesso va via, dopo un lampo particolarmente forte ed il successivo tuono.
Sibili, sferzate, ticchettii. C’è un vivente incattivito lì fuori.
Il sentimento è di essere ostaggi della furia del cielo e di una natura improvvisamente diventata ostile, perfida, prepotente
Montreaux, 11 luglio 2009. Ricordi fotografici in Flickr
Vorrei stare fermo. Qui, a Nesso/Coatesa c’è tutto l’universo, se vuoi vederlo
Emmanuel Mounier, con Minkowski, riflette sullo spazio chiaro e sullo spazio nero
Il conflitto politico fra governo ed opposizione in tema di sicurezza mi sta portando a riflettere sulla “psicologia del confine“.In questa ricerca arrivo ad un libro del 1942 e pubblicato in Italia nel 1949.
Fra le varie pagine adatte a rielaborare la questione, ne trovo una (nel capitolo “Spazio e durata vissuti: l’Io Qui-Adesso) che vi si avvicina per vie tangenziali.
E’ una pagina talmente carica di suggestione che mi devo fermare:
“Minkowski ha messo in rilievo, seguendo certi psicologi tedeschi, il contrasto fra uno spazio chiaro ed uno spazio nero nero, che interessa non più l’ampiezza, ma la materia stessa dello spazio.

Lo spazio chiaro è lo spazio della distanza.
Ci presenta gli oggetti dai contorni netti, separati da intervalli ben chiari. È come uno sfondo per le cose, meno materiali di quanto esse lo siano. Tutto vi è « chiaro, preciso, naturale, non problematico »: è lo spazio cartesiano per eccellenza. Tessendo questa tela attraverso l’universo inquietante, io esorcizzo le sue minacce: e rimetto al suo posto qualsiasi cosa che, come si dice delle persone, prendesse troppa libertà con me. Ma mettendomici dentro, io mi assimilo alle cose, tendo a diventare un oggetto fra gli altri. Nel limite in cui la società è un ordine esteriore e sistemato, lo spazio chiaro è il luogo della socializzazione, il dominio pubblico dell’esistenza.
Invece lo spazio nero è lo spazio della profondità.
Tutto vi è oscuro e misterioso, persino la luce. Esso non analizza, non separa, non è che profondità e risonanza Qualitativa in tutte le direzioni. Non è una rappresentazione le cui parti si sovrappongono, ma una sintesi d’interiorità i cui elementi penetrano gli uni negli altri come le immagini d’un sogno. Esso si presenta più pesante e materiale delle cose stesse che vi sono sospese.
« O Notte, tu sei la notte.
E tutti questi giorni non fanno mai il giorno,
non sono che giorni seminati.
Questi giorni sono dubbie luci,
e tu, notte, sei la grande mia luce scura » (Ch. Peguy)
Non si stende più davanti a me, ma mi tocca, mi avvolge, mi stringe, mi penetra, tanto che l’io si fa permeabile alle profondità dello spazio chiaro. Non mi ci situo, mi ci perdo.
È lo spazio della musica e della poesia.
Non è socializzato, è unico per ciascuno, senza essere soggettivo. La vita normale si definisce con una specie di modus vivendi fra i due spazi: e lo spazio chiaro s’incastra nello spazio scuro, governando gli atti calcolati e le utilità, mentre lo spazio oscuro si riserva l’irrazionale e le intimità dell’esistenza.
Taluni vivono solo nel primo: le anime di quegli ingegneri che aspirano ad essere anche ingegneri delle anime, quelli la cui vita non ha note come un foglio bianco, per musica, i ragionatori e i razionalisti — cugini fra loro — i calcolatori e gli spiriti positivi. Altri cercano le loro delizie e talora le loro manie nel secondo: i poeti, i mistici, i cuori semplici che sanno tacere di fronte a ciò che non capiscono.
Ma qualunque sia la realtà ultima di questi due spazi, l’equilibrio psichico chiede abitualmente che noi partecipiamo sia dell’uno che dell’altro. Se si rompe il loro legame, nascono sintomi morbosi di segno contrario.
in E. Mounier, Trattato del carattere, Edizioni Paoline, 1949, p. 275-276
Brienno in un giorno di nuvole basse: vista da Nesso Coatesa
Cigni di lago
Succedeva qualche settimana fa, in una tarda e fredda mattina mentre camminavamo sul lungolago.
La bellezza annidata in un’ansa: 22 cigni.
Alcuni veleggiano con la sicurezza della loro eleganza fra i riflessi del sole e altri, sulla battigia, sono intenti nella minuziosa pulizia di zampe ed ali e untamento (questa parola è rubata a Carlo Emilio Gadda) delle piume.
Si mescolano silenziosi i candidi adulti e i curiosi novellotti, le cui striature grigiastre rammentano il loro non lontano ingresso nel mondo.
I passanti, anche se frettolosi, volgono loro di striscio lo sguardo, qualche madre indugia trattenuta dal bambino che tiene per mano e che punta l’indice con esclamazioni di gioia.
Una clocharde sminuzza il suo pane, circondata da quella nuvola bianca impegnata ad afferrare i brandelli.
Per imitazione e per assecondare il ciclo della nutrizione entro in un bar e ne esco con qualche brioche e faccio gli stessi gesti, attento a ben distribuire i bocconi.
I cigni vengono e vanno e, infine, tuffano nel biancore il lungo collo e si cullano nel sonno.
Viviamo in un luogo di straordinaria geografia, cui fa da contrappeso una più modesta antropologia.













- Fotografie di Luciana
- Connessioni: Il colore bianco
Le pietre sono maestre mute, 7 settembre 2008
Le pietre sono maestre mute; esse rendono muto l’osservatore e la cosa migliore che da esse si apprende non si può comunicare
Johann Wolfgang Goethe, Massime e riflessioni, Teoria, 1983 Volume Primo, p. 165











“In mezzo all’effimero che ci umilia e ci offende, come ha scritto Kafka, abbiamo bisogno di credere che possa sopravvivere qualcosa che abbia i caratteri dell’indistruttibile e dell’eterno”
Gabriele De Ritis
Le pietre sono maestre mute …
Le pietre sono maestre mute; esse rendono muto l’osservatore e la cosa migliore che da esse si apprende non si può comunicare
Johann Wolfgang Goethe, Massime e riflessioni, Teoria, 1983 Volume Primo, p. 165










Gabriele De Ritis, in Commento 1
Camera con vista: il ciclo dell’estate
Nesso, frazione Coatesa. Il luogo, nel 2008
GRADINI per arrivare a Coatesa da Borgovecchio, passare per il giardino e risalire allo stradone. In tema: “mi piace contare i gradini”
Mi piace contare i gradini e stupirmi di alcune regolarità ripetitive che un’architettura non mia ha saputo costruire da tempi più o meno memorabili.
76 sono per esempio i gradini che interrompono il sentiero della mulattiera di Via Coatesa che scende a lago.

Tra il 74 e il 75° c’è il respiro di un passo. E gli ultimi due degradano più dolcemente. Quando li ripercorro in senso contrario, al 48° c’è una breccia sul muro sassoso che delimita un pezzo di bosco privato. Sembra un invito al riposo durante la risalita, un piccolo brandello di scorcio su quella baia protetta che fa parte del mio paesaggio dell’anima.


Mi piace contare i gradini quando apro il cancello. 9 gradini e il corridoio sotto il cupolone delle viti, verdi e pesanti con i loro grappoli di un colore che muta man mano che le giornate si accorciano.

Mi piace contare i gradini quando arrivo al cespuglio delle azalee e lo sguardo verso l’alto incontra Anima sotto l’ulivo. 9 gradini e la repentina svolta a destra per salirne altri 6

Il cipresso si erge imponente alla mia sinistra, mentre a destra svettano le 3 Lagerstroemie. Di fronte la rassicurante facciata della parte posteriore della casa estiva, con quei 4 gradoni più i 6 scalini che tante volte scendo e salgo a tal punto che nessuno sospetta dove sia il vero ingresso (e non posso fare torto agli altri 6 che lì accanto mi immettono allo studiolo del gufo).


Ma se decido di attardarmi nella zona esterna, mi attendono altri 9 gradini per salire allo slargo dei ciliegi. O meglio 18 più 3, alcuni piuttosto scoscesi anche.

Mi piace contare i gradini. I 9 scalini di pietra incastrati fra gli oleandri e le sassifraghe sono meno battuti, ma pure fanno parte delle passeggiate serali, durante il saluto della buona notte ai respiri delle foglie e dei frutti.

Da lì, inoltre, non c’è un percorso obbligato per ritornare indietro. Percorrendo il pergolato dei kiwi, infatti, attraverso 5 gradini si ridiscende al corridoio sottostante, accolti dalla minuscola coreografia che ricorda il caldo del sud, tra mandarini, limoni, arance, vasi di agavi e una piccola palma che si sta irrobustendo di anno in anno.


Mi piace contare i gradini. Se proprio proprio il desiderio di stendere lo sguardo da una prospettiva più ampia mi assale, ci sono altri 13 gradini, abbarbicati alla roccia e non troppo sicuri, che si spingono all’ultimo piano di quella che fu la costa di un monte glaciale. Lassù il noce si sporge ad inseguire il sole. In questa piazzola si gode il panorama più dolce, che comprende i lunghi corridoi del giardino, il cipresso, la casa e il suo tetto, la tranquilla baia e le sue dormienti abitazioni.

Per contro, per arrivare al corridoio più basso, quello che, per intenderci, contempla la stazione di approdo del battello, occorre scendere gli ultimi 8 gradini di pietra, che con una curva armoniosa si arrestano accanto alla palma che segna l’epoca del mio arrivo.

Mi piace contare i gradini.
Sono parte dei gesti del quotidiano, quando ho la fortuna di fermarmi in modo stanziale durante i mesi estivi.
Mi piace sentire contare i gradini. Non c’è giorno, tranne forse quando la pioggia torrenziale interrompe la percorribilità delle mulattiere, non c’è giorno dicevo che una voce non dica “O cielo, ma quanti sono? Pensa a risalirli!”. E segue una risata, o un trillio di voci, o un sospiro, o una sosta, a seconda dell’età e del numero dei viandanti.
Io sono lì, che dalla finestra aperta ascolto e, talvolta, mi affaccio e informo su ciò che li attende.


Mi piace contare i gradini. Perché anche dove è situato il vero ingresso della casa non esiste strada, ma una lunga scalinata di pietra che dalla strada provinciale porta direttamente giù al ponte, vera attrazione del paese grazie alla vista che offre della cascata che strapiomba dal monte al lago.
Mi piace contare i gradini. Più passano gli anni e più imparo da uomini e donne che lì sono invecchiati che non bisogna affannarsi.
Una volta anche il cuore me lo ha ricordato.
E allora, quando devo salire, conto i gradini. Sono 305. Ma dalla mia porta alla strada se ne scontano 65, quindi sono solo 240 quelli da affrontare.

Dopo i primi 120, dieci metri di piano ti consentono di regolarizzare il respiro e di dosare il tempo per gli altri 120, molto più ripidi dei precedenti, quasi a sfidarti e darti il senso della conquista quando, finalmente, col muscolo dolente, posi il piede sull’asfalto della modernità.
Mi piace contare i gradini. Anno dopo anno mi ricordano il tempo che scivola.
Ma ogni anno è bello contare i gradini che resistono, impavidi, al mio scendere e salire.














