Categoria: LETTERATURA: romanzi, racconti, poesie
ANDREA VITALI , Odisseo vs. Ulisse, Sesto appuntamento di Zelbio CULT, sabato 14 agosto – ore 21 . necessario prenotare sul sito www.zelbiocult.it

sito: http://www.zelbiocult.it
ANDREA VITALI
Odisseo vs. Ulisse
Nel settimo centenario della morte di Dante uno spettacolo inedito di teatro canzone letteratura scritto e interpretato da Andrea Vitali, trasposizione teatrale di Francesco Pellicini, con la partecipazione di Matteo Carassini e dei musicisti Max Peroni (chitarra e voce)
e Fazio Armellini (fisarmonica)
Sesto appuntamento di Zelbio CULT,
ideato e diretto da Armando Besio
sabato 14 agosto – ore 21
Teatro di Zelbio, Piazza della Rimembranza
ingresso libero, prenotazione obbligatoria
Como, 10 agosto 2021 – Prosegue Zelbio Cult con la sua formula ormai collaudata: in presenza, su prenotazione, anche quest’anno sul palcoscenico salgono otto protagonisti della letteratura, dell’arte, dell’architettura, del giornalismo e della geopolitica, tutti invitati a dialogare con il curatore e con il pubblico nel teatro comunale di Zelbio, un suggestivo paese di 200 abitanti a 800 metri di altezza tra i monti e i boschi che guardano il lago di Como.
Armando Besio, con gli amici del Comitato cultura di Zelbio, e con il sostegno della Pro Loco e della Biblioteca comunale, superando le difficoltà del momento, ha costruito un ricco calendario per la XIV edizione in arrivo: gli incontri saranno tutti dal vivo, come da tradizione, con l’accortezza del distanziamento delle sedute all’interno del teatro e in ottemperanza alle disposizioni governative vigenti, sarà necessario prenotare sul sito www.zelbiocult.it per ciascun appuntamento.
Sabato 14 agosto Andrea Vitali è sul palco per la prima assoluta di “Odisseo vs. Ulisse”, un viaggio letteral-musicale in cui si confrontano in uno stile talk show – con ritmate botta e risposta – le figure dello scaltro Odisseo e dell’infernale Ulisse dantesco.
Sono due nomi e una sola persona?, chiede a inizio spettacolo il re dei paradossi Zenone, il filosofo greco inventore della dialettica. Ulisse, protagonista del XXVI canto dell’Inferno della Divina Commedia di Dante, inserito appositamente dal poeta fiorentino nell’ottava bolgia dei consiglieri fraudolenti a causa, tra gli altri, dello storico inganno del cavallo di Troia. E Odisseo, epico protagonista dell’Odissea del poeta Omero: sono due differenti figure od una soltanto?
Da tale paradosso “zenoniano” nasce il pretesto per uno spassoso viaggio tra parole e musica, scritto da Andrea Vitali ed intervallato dall’esecuzione di canzoni a tema con la partecipazione di Matteo Carassini (Odisseo), Francesco Pellicini (Zenone) e dei musicisti Max Peroni (chitarra e voce) e Fazio Armellini (fisarmonica). Regia di Francesco Pellicini.
Il curatore del festival: Armando Besio
Genovese di nascita (1957), giornalista, si è laureato in Storia dell’Arte con il professor Corrado Maltese presso l’Università di Genova, è stato cronista del Secolo XIX, inviato speciale del Lavoro, caposervizio del Venerdì di Repubblica e delle pagine culturali milanesi di Repubblica. Collabora con la Milanesiana, la manifestazione culturale ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, e con il Circolo dei Lettori di Milano diretto da Laura Lepri. Oltre a Zelbio Cult, cura il festival “Il bello dell’Orrido. Spavento, stupore, meraviglia” a Bellano, sulla sponda lecchese del lago di Como.
Elegia per Satana, di NAZIM HIKMET
Satana era il nome del mio cane
“era” non ha niente a che fare col suo nome
al suo nome non è successo nulla
i satani sono dei tiranni
i tiranni sono furbi e bugiardi
ma intelligenti mai
il mio cane era intelligente
S’è morto un po’ per colpa mia
non ho saputo averne cura
e se non sai averne cura
non bisogna nemmeno piantare un albero
perché è un grande dolore per l’uomo
che l’albero secchi tra le sue mani
Mi dirai che bisogna buttarsi in acqua
per imparare a nuotare
è vero
ma se anneghi
sei il solo ad annegare
Sono molte mattine che mi sveglio
e ascolto intorno a me
nessuno gratta alla mia porta
mi vien voglia di piangere
e vergogna di non poter piangere
Era come l’uomo
molti animali sono come l’uomo
perché hanno la bontà dell’uomo
inchinava il suo collo forte
davanti all’amicizia
la sua libertà era racchiusa
nelle zanne e nelle zampe
e la sua cortesia
nella grande coda pelosa
Ogni tanto avevamo voglia di vederci
mi parlava dei grandi problemi
della fame della sazietà dell’amore
ma non ha mai provato
nostalgia per il suo paese
quello era affar mio
Hanno messo il poeta in paradiso
e ha gridato: ah! il mio paese
è morto
come muoiono qui
l’uomo l’animale la pianta
nel letto sulla terra nell’aria nell’acqua
all’improvviso
nell’attesa
nel sonno
come si muore in questo modo
come dovrò morire
come dovremo morire
Oggi son trentotto gradi all’ombra
guardo il balcone verso il bosco
i pini si drizzano
tutti snelli tutti lunghi tutti rossi
il cielo è celeste-acciaio
gli uomini sudano
i cani ansano
vanno al lago per bagnarsi
lasciano sulla riva la pesantezza del corpo
condividono la felicità dei pesci.
PAROLA DI CANE, in Franco Marcoaldi, Animali in versi, Einaudi, 2006
Hai solo cinque anni, ma penso
di continuo alla tua morte.
Incapace di godere del momento,
lo brucio nell’angustia
di tua futura, definitiva sorte.
Tu, con la tua anima di cane,
proprio non mi capisci. Mi guardi
ebbro d’amore, inclini la tua testa
e ti smarrisci. «Padrone, mio, che dici?
Con tutto quello che possiamo fare:
rincorrerci, annusarci, baciarci
con la lingua, giocare con i gatti,
cacciare le lucertole, mangiare.
Dai retta a me, padrone mio,
pensa di meno a te
e asseconda il vento.
Svuotato l’io, sarai pieno di vita:
importa poco se per un anno, dieci o cento.
(Franco Marcoaldi, Animali in versi, Einaudi, 2006)
Da anni più nessuno si è occupato del giardino. … di GHIANNIS RITSOS, Rinascita
Da anni più nessuno si è occupato del giardino. Eppure
quest’anno – maggio, giugno – è rifiorito da solo,
è divampato tutto fino all’inferriata, – mille rose,
mille garofani, mille gerani, mille piselli odorosi –
viola, arancione, verde, rosso e giallo,
colori – colori-ali; – tanto che la donna uscì di nuovo
a dare l’acqua col suo vecchio annaffiatoio – di nuovo bella,
serena, con una convinzione indefinibile. E il giardino
la nascose fino alle spalle, l’abbracciò, la conquistò tutta;
la sollevò tra le sue braccia. E allora, a mezzogiorno in punto, vedemmo
il giardino e la donna con l’annaffiatoio ascendere al cielo –
e mentre guardavamo in alto, alcune gocce dell’annaffiatoio
ci caddero dolcemente sulle guance, sul mento, sulle labbra.
Ghiannis Ritsos
3 giugno 1969
Karlòvasi- Samo
da “Pietre Ripetizioni Sbarre”, Crocetti Editore, 2004
Dell’innaffiare il giardino – B. Brecht, Poesie e canzoni, trad. Ruth Leiser e Franco Fortini, Einaudi 1967
Oh, bello innaffiare il giardino,
per far coraggio al verde!
Dar acqua agli alberi assetati!
Dai più che basti
e non dimenticare i cespugli delle siepi,
perfino quelli che non dan frutto,
quelli esausti e avari.
E non perdermi di vista
in mezzo ai fiori,
le male erbe, che hanno sete anche loro.
Non bagnare solo il prato fresco
o solo quello arido:
anche la terra nuda tu rinfrescala.
.B. Brecht, Poesie e canzoni, trad. Ruth Leiser e Franco Fortini, Einaudi 1967
Dell’innaffiare il giardino – L’Erba Canta
Se aveste mai dormito con un gatto … di Franco Marcoaldi, in Animali in versi, Einaudi, 2006
Se aveste mai dormito con un gatto
o un cane adagiato sopra al grembo,
ora conoscereste un altro sonno –
anch’esso animato da sogni
e da fantasmi, ma indenne da mentali
avvenimenti e conseguenti crucci e vacui spasmi –
proteso al cuore originario della vita:
l’uno da cui siamo venuti tutti
e a cui tutti torneremo.
Se aveste mai dormito con un gatto
o un cane adagiato sopra al grembo,
ora sapreste cos’è la vera pace:
la felicità di assentarsi
dal frastuono e assieme
la prontezza di non mancare
mai all’appuntamento buono.
Se aveste mai dormito con un gatto
o un cane adagiato sopra al grembo,
ora sapreste che la metamorfosi è possibile –
che uomo e gatto e cane sono
entità volatili e cangianti: nel sonno
condiviso scompaiono le stinte
gerarchie tra cavalieri e fanti.
Eugenio Montale , Nell’ombra della magnolia …
Il pensiero di EMANUELE SEVERINO, a cura di Vasco Ursini (1936 - 2023)
Nell’ombra della magnolia
che sempre più si restringe,
a un soffio di cerbottana
la freccia mi sfiora e si perde.
Pareva una foglia caduta
dal pioppo che a un colpo di vento
si stinge – e fors’era una mano
scorrente da lungi tra il verde.
Un riso che non m’appartiene
trapassa da fronde canute
fino al mio petto, lo scuote
un trillo che punge le vene,
e rido con te sulla ruota
deforme dell’ombra, mi allungo
disfatto di me sulle ossute
radici che sporgono e pungo
con fili di paglia il tuo viso…
Franco Marcoaldi, Animali in versi, Einaudi, 2006
“Ode al GATTO”, di Pablo Neruda
Gli animali furono imperfetti,
lunghi di coda,
plumbei di testa.
Piano piano si misero in ordine,
divennero paesaggio,
acquistarono nèi, grazia, volo.
Il gatto,
soltanto il gatto
apparve completo
e orgoglioso: nacque completamente rifinito,
cammina solo e sa quello che vuole.
L’uomo vuol essere pesce e uccello,
il serpente vorrebbe avere le ali,
il cane è un leone spaesato,
l’ingegnere vuol essere poeta,
la mosca studia per rondine,
il poeta cerca di imitare la mosca,
ma il gatto
vuole essere solo gatto
ed ogni gatto è gatto
dai baffi alla coda,
dal fiuto al topo vivo,
dalla notte fino ai suoi occhi d’oro.
Non c’è unità
come la sua,
non hanno
la luna o il fiore
una tale coesione:
è una sola cosa
come il sole o il topazio,
e l’elastica linea del suo corpo,
salda e sottile, è come
la linea della prua di una nave.
I suoi occhi gialli
hanno lasciato una sola fessura
per gettarvi le monete della notte.
Oh piccolo
imperatore senz’orbe,
conquistatore senza patria,
minima tigre da salotto,
nuziale sultano del cielo
delle tegole erotiche,
il vento dell’amore
all’aria aperta
reclami
quando passi
e posi
quattro piedi delicati
sul suolo,
fiutando,
diffidando
di ogni cosa terrestre,
perché tutto è immondo
per l’immacolato piede del gatto.
Oh fiera indipendente della casa,
arrogante vestigio della notte,
neghittoso, ginnastico
ed estraneo,
profondissimo gatto,
poliziotto segreto
delle stanze,
insegna
di un irreperibile velluto,
probabilmente non c’è enigma
nel tuo contegno,
forse sei mistero,
tutti sanno di te ed appartieni
all’abitante meno misterioso,
forse tutti si credono padroni,
proprietari, parenti
di gatti, compagni, colleghi,
discepoli o amici
del proprio gatto.
Io no.
Io non sono d’accordo.
Io non conosco il gatto.
So tutto, la vita e il suo arcipelago,
il mare e la città incalcolabile,
la botanica,
il gineceo coi suoi peccati,
il per e il meno della matematica,
gl’imbuti vulcanici del mondo,
il guscio irreale del coccodrillo,
la bontà ignorata del pompiere,
l’atavismo azzurro del sacerdote,
ma non riesco a decifrare il gatto.
Sul suo distacco la ragione slitta,
numeri d’oro stanno nei suoi occhi.
Pablo Neruda

I GATTI di Charles Baudelaire
I GATTI
I fervidi innamorati e gli austeri dotti amano ugualmente,
nella loro età matura, i gatti possenti e dolci, orgoglio
della casa, come loro freddolosi e sedentari
Amici della scienza e della voluttà, ricercano il silenzio e
l’orrore delle tenebre; l’Erebo li avrebbe presi per funebri
corsieri se mai avesse potuto piegare al servaggio la loro fierezza
Prendono, meditando, i nobili atteggiamenti delle grandi
sfingi allungate in fondo a solitudini, che sembrano
addormirsi in un sogno senza fine:
le loro reni feconde sono piene di magiche scintille e di
frammenti aurei; come sabbia fine scintillano vagamente
le loro pupille mistiche.
IL GATTO
Vieni bel gatto, vieni sul mio cuore amoroso;
trattieni i tuoi artigli
ch’io mi sprofondi dentro i tuoi begli occhi d’agata e metallo.
Quando a bell’agio le mie dita a lungo
ti carezzan la testa e il dorso elastico,
e gode la mia mano ebbra al toccare il tuo corpo elettrico,
vedo in spirito la mia donna:
profondo e freddo come il tuo, il suo sguardo, bestia amabile,
penetra tagliente come fosse una freccia,
e dai piedi alla testa
una sottile aria, rischioso effluvio,
tutt’intorno gira al suo corpo bruno.
Il Gatto
I
Un bel gatto forte, dolce e vezzoso
Passeggia nel mio cervello
Come a casa sua.
Si sente appena quando miagola,
Per quanto il tono è tenero e discreto;
Ma la voce è sempre profonda e ricca,
Sia che brontoli o s’acqueti.
Questo il suo incanto e il suo segreto.
Come penetra e filtra questa voce
Nell’intimo mio più tenebroso!
Mi riempie come un verso numeroso
E mi rallegra come un filtro!
Che quiete per i mali più crudeli!
Racchiude in sè tutte le estasi!
Non le servono parole
Per dire le più lunghe frasi.
L’unico archetto che morde
Sul perfetto strumento del mio cuore
E fa cantare più regalmente
La più vibrante corda
È la tua voce, gatto misterioso,
Gatto serafico, gatto strano!
Tutto in te, come in un angelo,
è sottile ed armonioso!
II
Che dolce profumo esala da quel pelo
Biondo e bruno!
Com’ero tutto profumato
Una sera che l’accarezzai
Una volta, una soltanto!
è lui il mio genio tutelare!
Giudica, governa e ispira
Ogni cosa nel suo impero;
È una fata?
O forse un dio?
Quando i miei occhi, attratti
Come da calamita, dolci si volgono
A quel gatto che amo
E guardo poi in me stesso,
Che meraviglia il fuoco
Di quelle pallide pupille,
Di quei chiari fanali,
Di quei viventi opali
Che fissi mi contemplano!





