COMO città · Ferrario Carlo · Guarracino Vincenzo · PERSONE e DESTINI

Vincenzo Guarracino ha scritto un breve saggio sulla figura di Carlo Ferrario

Vincenzo Guarracino ha scritto un breve saggio sulla figura di Carlo Ferrario del quale riportiamo un brano.

Il testo completo è pubblicato sul blog Poetrydream.

«”In un giorno di giugno / (io avevo sei anni)…” Mi ha incuriosito questa precisazione cronologica, l’unica dell’ultima fatica poetica di Carlo Ferrario, ossia del “romanzo in versi” intitolato Paganus (NodoLibri, Como 2008), storia di un’iniziazione alla vita sul teatro di un’età aurea che, spopolata di miti e di portenti si avvia ad un tempo grigio di rovine e di violenza.

A guardarle attentamente, tutte le prove poetiche di Carlo Ferrario si dispongono in questa maniera: come una volontà di raccogliere e inscrivere tutta quanta la propria esperienza esistenziale e intellettuale, prosciugata di ogni languore e sdolcinatura, sotto l’egida di una regia per così dire numerica, di un rigoroso e geometrico sistema pitagorico.

Un personaggio ricco e complesso, dunque, Carlo Ferrario: davvero un personaggio polytropon, versutum, dalle molteplici applicazioni e competenze. Versatile, insomma: narratore, musicologo e musicista, comunicatore e polemista e soprattutto poeta, nel suo senso di creatore di linguaggio (…) uno che “molto ha viaggiato e conosciuto”, che ha attraversato e praticato innumerevoli territori, sfidando con la scrittura e prima ancora con la vita luoghi comuni e pregiudizi, sempre fedele a una propria riconoscibile cifra esistenziale e intellettuale, che si può pressappoco riassumere e condensare così, una visione illuministica della vita, di un illuminismo generoso e aperto a una laica intelligenza delle cose ma senza illusioni.

Disincantato ma non rinsavito, al pari del Didimo foscoliano, Carlo sa guardare a persone e situazioni con l’occhio di chi molto ha conosciuto e che per questo sa dosare parole ed espressioni distillandole in “qualche verso” che senza temere di irritare il senso morale di chicchessia persegue con determinazione il progetto di smascheramento dei falsi miti della nostra contemporaneità.»

Vincenzo Guarracino

Carlo Ferrario (1931) vive a Como, dove è sempre stato uno dei protagonisti del dibattito e dell’animazione culturale. Per NodoLibri ha scritto:

Alfabeto comasco (1989)
Andata e ritorno (2005)
Una piccola deviazione (2007)
L’allegro e il pensieroso (2009)

Vincenzo Guarracino è autore del volume Il Teatro tra passione e missione (NodoLibri 2008) sulla figura di Bernardo Malacrida (1925-2003), personaggio fondamentale della cultura comasca del secondo Novecento e animatore di un’esperienza importante come quella del Teatro Stabile di Como.

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Poesie · Pozzi Antonia

Lievi carezze di Antonia pozzi, letta e sentita attraverso lo sguardo e la sensibilità di Renèe

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Poesie · Pozzi Antonia

Antonia Pozzi, POESIA CHE MI GUARDI

scrive Paolo Cognetti:
…. “Nessuno, a scuola, mi aveva mai parlato di Antonia Pozzi. Eppure abitava dalle mie parti, in via Mascheroni a Milano. Frequentava il liceo Manzoni dove si innamorò del suo professore di lettere, Antonio Maria Cervi, ma il padre di lei era un uomo potente e riuscì a tenerli lontani. “E tu sei entrata nella strada del morire” , scrisse Antonia quell’anno. Era una figlia della Milano bene, altrimenti non avrebbe potuto studiare e scrivere, da donna, in Italia negli anni Trenta. Amava due cose sopra ogni altra: la montagna e la poesia. La sua famiglia aveva una casa a Pasturo, ai piedi della Grigna…” …

tutto l’articolo di Cognetti è qui:

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PERSONE e DESTINI · Porta Musa Carla

Omaggio alla scrittrice Carla Porta Musa, 4 novembre, ore 18.00, Mostra Mercato dell’Artigianato presso Lariofiere, Erba

Mercoledì 4 novembre alle ore 18.00, nell’ambito della 36^ Mostra Mercato dell’Artigianato presso Lariofiere a Erba, si terrà un omaggio alla scrittrice e poetessa Carla Porta Musa attraverso la mostra fotografica Le Stanze di Carla, realizzata dal fotoreporter Carlo Pozzoni, e la testimonianza della figlia Livia Porta Musa.

La mostra Le Stanze di Carla è composta da venti fotografie a colori che raccontano la vita quotidiana della scrittrice e poetessa comasca nella sua casa. Ogni immagine è accompagnata da un commento personale dell’autrice.

“Sono entrato per la prima volta nella casa di via Pessina nel 1994, invitato da Arturo Della Torre, enogastronomo e giornalista, che stava preparando il libro “A tavola con Carla Porta Musa”. Un volume che avrebbe raccontato le ricette di cucina della scrittrice. Ricordo di essere stato colpito, fin da allora, dall’aspetto della sua casa. Una casa delle fate stretta tra i nuovi palazzi della città. Luogo capace di sconfiggere il tempo. Era una sensazione che si percepiva bene anche all’interno, con gli ambienti e gli oggetti che raccontavano la storia incredibile di questa donna che ha attraversato oltre un secolo della nostra storia. Da allora, in via Pessina sono tornato più volte. Il fatto di avere visitato le stanze di Carla tanto spesso ha alimentato il desiderio di mostrare ad altri questo suo piccolo mondo antico. Spero di essere riuscito a farlo con le immagini di questa mostra che sono anche omaggio a una donna a mio giudizio eccezionale”.

Carla Porta Musa – Silenzi d’aria 1980-1990 (NodoLibri)
Carla Porta Musa – Il tuo cuore e il mio (NodoLibri)

Bardaglio Giorgio

Interviste di Giorgio Bardaglio a illustri personaggi della città e del territorio apparse sul Corriere di Como

Interviste di Giorgio Bardaglio a illustri personaggi della città e del territorio apparse sul Corriere di Como

Corriere di Como – Approfondimento

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Lezzeno · Luoni Basilio (1941-2024) · Teatri

Gabriella Baracchi, Ulisse a Lezzeno, emozioni classiche – Cultura e Spettacoli – La Provincia di Como



Lezzeno, venerdì 17 aprile, ore 21.
Ho avuto il privilegio di assistere a un’anteprima furtiva de El Baloss di Basilio Luoni, tratto da l’Odissea di Omero. La prima sarà il 19 giugno, sempre a Lezzeno, cui seguirà una replica il 21. Non ho pianto a teatro. L’altra sera a Lezzeno, sì. Quando Laerte (che non sa ancora di avere davanti a sè il figlio), dice a Ulisse: se curo i luoghi, le piante, è come se curassi la sua persona. Se stanno bene i fichi, gli ulivi, i peschi, allora anche lui sta bene, e l’importante è questo. A me basta che non mi manchi il fiato. Se respirano i campi, se cresce bene il ragazzo (il giovane servo), se non si ammalano le piante, se dopo l’inverno spuntano i fiori e le foglie… lo strazio di quella voce mi ha riempito gli occhi di lacrime. nelle parole del vecchio padre (che nella prima scena come nella parte iniziale dell’ultima, appare svanito, perso nel mondo del riordo) ho sentito la forza dell’amore che lo tiene in piedi, muove ancora i suoi vecchi anni e gli fa pre-sentire, in quello che può apparire quieta follia, ciò che sta per accadere. Quando avevo letto “El Baloss” mi ero chiesta come avrebbe fatto, Basilio, a tradurre in scene una materia così complessa, a rendere luoghi e situazioni così diversi, a far muovere sul palcoscenico tanti personaggi. Ho visto. Basilio Luoni è un genio.
Il palcoscenico è spoglio, se non per qualche pancale appeso alle pareti. Sul fondo, una madia in cui si vede un piatto con uva, mele, pere. Le scene – sette nel primo atto e sette nel secondo – si annunciano, una dopo l’altra, con un momento di buio totale. Al riaccendersi della luce sul palco, una conca di rame posata sul pavimento, con dentro poche frasche, è il braciere presso il quale Eumeo farà sedere il viandante – Ulisse – ma è anche il catino dove Euriclea gli laverà i piedi. Due panche, quasi sempre presenti sul palco, ora sono arredo delle stanze dove Penelope tesse la sua tela, ora gli scranni dove siedono i Feaci col loro re Alcinoo; ora il sedile sul quale si accomoda la maga Circe a triturare le sue erbe magiche raccolte in una scodella. E bastano i lenzuoli che Nausicaa e le sue ancelle, piegate sulle ginocchia, battono sul bordo del palco per vederle intente a lavare i panni sulla riva del mare, così come vedi il mare quando i Proci, la mano visiera sulla fronte, si alzano sulla dei piedi a scrutare in fondo alla sala. Scene fatte con niente, ma di una forza e un realismo tali che, per esempio, quando Euriclea, lavati i piedi a Ulisse, avanza verso la platea e fa il gesto di buttare via l’acqua (che non c’è) del mastelletto, io, seduta in seconda fila, d’istinto mi sono tirata indietro. Straordinaria la recitazione di tutti quanti (se si perdona qualche incertezza qua e là, dovuta di sicuro all’emozione della “prima volta”) di un testo, straordinario già di se stesso. Senti che dietro c’è un lavoro immane, frutto della passione di Basilio Luoni, prima di tutto, ma anche degli attori-lavoratori, studenti – pronti a sacrificare un numero infinito di sere a provare, perché tutto venga al meglio. Tornerò a vederlo per gustare un’opera dove al dolore composto di Penelope si mescola la freschezza, il piacere del gioco di Nausicaa e le ancelle; la pietas del servo giovane; l’arroganza becera dei Proci. E per commuovermi ancora una volta davanti allo strazio del vecchio padre.

Ulisse a Lezzeno, emozioni classiche – Cultura e Spettacoli – La Provincia di Como

Luoni Basilio (1941-2024)

Omaggio a Sergio Ferrero, un letterato d’altri tempi – di Vera Fisogni, 2008

Autore riservato, narratore di grande culturale e di raffinata scrittura, amabile conservatore, Sergio Ferrero amava tenere nell’ombra molto di sé e dei propri interessi. Ad esempio i rapporti intellettuali che ha intessuto durante la sua avventura letteraria ed umana, le sue passioni letterarie. A volte si lasciava convincere a scrivere saggi, in cui poteva consigliare i lettori sulle sue passioni letterarie, soprattutto riguardanti la letteratura francese e inglese, anche se non voleva essere un critico (anche se inconsciamente lo era).
C’è tutta una dimensione poca nota, legata all’esperienza di questo scrittore italiano che per anni è stato collaboratore della “Provincia”, che va indagata e della quale tracce sono rimaste nei due bauli che ha lasciato a Basilio Luoni e ad Attilio Marasco, pieni di sorprese che ora, in parte, vanno a costituire l’omaggio prestigioso, curato da Francesco Rognoni, che gli dedica una rivista storica nel panorama culturale italiano, la fiorentina “Paragone”, voluta da Roberto Longhi e da Anna Banti e che ancora resiste. Nel numero in uscita, quello di agosto-dicembre 2008, una parte monografica è dedicata proprio a Sergio Ferrero, con materiali inediti e testimonianze dei molti amici che lo hanno incontrato e hanno condiviso con lui esperienze e momenti di amicizia e di scambio culturale.

tutto l’articolo qui:

http://www.laprovinciadicomo.it/stories/Cultura%20e%20Spettacoli/71054_omaggio_a_sergio_ferrero_un_letteratodaltri_tempi/

 

Anghiari · Demetrio Duccio · DIARIO di Amaltea · Lua- Libera Università Autobiografia

La sindrome di Anghiari di Duccio Demetrio

Duccio Demetrio è stato un collega di lavoro per molti anni. In alcuni momenti anche un amico, perso e poi ritrovato.
Ha inventato una situazione. Non solo: l’ha organizzata ed animata. Quindi ha fatto molto di più che avere una idea.
Oggi trovo questo suo recente scritto, che rilancio anche qui (le sottolineature sono mie).
Ma la fonte di tutta l’esperienza è a questo indirizzo: http://www.lua.it/

P.F.

La sindrome di Anghiari di Duccio Demetrio

Quando una comunità si occupa di sentimenti “anomali”

“…ricordò i suoi sogni confusi e con un indulgente sorriso,
col senso di superiorità dell’uomo che si fa la barba alla luce diurna della ragionevolezza, scosse la testa a tutte quelle sciocchezze.
Non che si sentisse molto riposato, ma era fresco come il nuovo giorno..”

Thomas Mann
Da “La montagna incantata” Un preambolo: se appare quel, solo nostro, settimo giorno

“Anomali” (inusuali, imprevedibili od anche ricorsivi) sono taluni nostri sentimenti taciuti. Li proviamo, però non ce li comunichiamo reciprocamente. Eppure sarebbero fecondi se in palio, oltre alle carriere di ogni tipo, mettessimo il nostro diventare donne e uomini dotati di un raziocinio più sincero. Sono anomali, poi, perché la vocazione naturale del sentire dovrebbe trovare luoghi di parola, di scrittura, di espressione appropriati. Questi luoghi non sono certo le organizzazioni o le modalità di convivenza usuali nelle quali lavoriamo, insegniamo, produciamo, ci impegniamo, ci riproduciamo o trasgrediamo.
Sono emozioni e riflessioni, queste, che impariamo a contenere e che, a lungo andare, autoconvincendoci di ciò, possono anche scomparire venendoci soltanto a trovare in forma di sogno o mediante disturbi fastidiosi dal latente significato.
Rabbia, disprezzo, indignazione, insofferenza, rancore, invidia, livore, sadismo ma nondimeno la malinconia, la nostalgia, la tristezza, la consolazione, il cordoglio, la compassione la tenerezza… non possono, o sanno, abitare le nostre parole normali e le nostre giornate uguali, nei diversi stati di veglia che potrebbero esaminarle.
Le terapie sono state inventate anche per loro, è cosa risaputa, ma poi vengono ricondotte a questo o a quel modello clinico. Per cui ci resta la delusione e il senso di colpa di averle narrate invano: anche perché di alcune non vorremmo proprio liberarci, anzi, vorremmo ancor più comprenderne, oltre che il senso, la “bellezza”: dolce o tremenda. L’anomalia nostra è attribuibile al percepirne tutta la presenza, pur trovandoci nella impossibilità e nell’impotenza (consapevole) di non riuscire a palesarle nella vita ordinaria o nella delusione che qualcuno le usi come mezzo per farci sentire impotenti e incapaci di spiegarne le origini. Sono sentimenti perciò ammutoliti, negati, in cerca di qualcuno che li ascolti e raccolga. A lungo andare, tale silenzio incide sugli stessi nostri modi d’essere e persino su di essi. Li sprechiamo, e così viene a mancarci più di una versione poetica, umana, filosofica disinteressata della vita.
Sono anomali, allora, quei sentimenti che ci inducono a cercare la stanza dell’analisi, uno spazio intimo amoroso (al rischio di distruggerlo per eccessiva facondia), un confessore, una seduta di psicosocioanalisi, un gruppo di psicodramma.
In altri casi, e possono farsi feconda sindrome alla luce del sole, siamo persino in grado di creare momenti paralleli, se non alternativi, di condivisione relazionale (compensativa, se vogliamo ancora avvalerci di questa frusta categoria), in un onirismo della ragione, che ci mancano nel regime diurno. Affinché le anomalie del sentire possano diventare le “malie” di un altro viversi, in altre forme: ugualmente, anzi più intensamente, pubbliche, proclamabili e persino declamabili. Senza platee e schermi che non siano il luogo degli affetti che, allora, finalmente ci ospiterà volentieri perché siamo diventati noi per primi più ospitali verso uguali sentire. E forse muovendo alla ricerca di un sentire disvelato e rivelato soprattutto a se stessi potremmo evitare che tanto il passato quanto il presente” ci sfuggano di mano”. Quando, come oggi, ci rammentano Dario Forti e Pino Varchetta “Le donne e gli uomini che operano sentono che qualcosa – un insieme spesso indefinibile di variabili diverse – ha tolto loro le e diluito i vissuti di un significato personale, cui ricondurre le loro ore di lavoro”(1) Anche il non ammettere di essere affetti da “asfissia da tempo”, ci riporta a uno dei sentimenti anomali che ci limitiamo a ricacciare indietro in un’allegria da soffocamento sistematicamente perseguito.
Questo scritto è la cronaca breve di un disagio personale che inizia dalla fine; dalla presentazione di una comunità da me inventata per oltrepassare l’anomalia (normalissima e doverosa nella quotidianità professionale e nelle relazioni di vita) delle finzioni e degli occultamenti necessari, che pur tuttavia ci tocca agire e accettare con dolore e disagio. Quando tentiamo di alzare e diradare la nebbia su tutto ciò, scopriamo di iniziare ad ammalarci, invece di guarire. La sindrome, all’inizio oscura, non può essere confusa con la ricerca della verità, dell’assoluta trasparenza reciproca. Bensì può essere isolata nei sintomi del tenace perseguimento di un luogo informale (non un setting, né una seduta di gruppo di autocoscienza) in cui tali anomalie possano essere esaminate, narrate, descritte in aperta confidenza e iniziale anonimato. Lontani da occhi e orecchie indiscrete. Un luogo diverso dagli ordinari luoghi va cercando chi, poiché questi non trova, non si sente bene e si distanzia sempre più dai comportamenti di coloro che ritengono infermo, invece, chi ne sente la mancanza. E vorrebbe parlarne, scriverne, leggerne. Cinema e romanzi e teatro, è risaputo, anche per aiutare a guarire costoro sono stati da tempo inventati.
Lo strano morbo compare dunque tutte le volte che vogliamo sfidare lenormalità del nascondere, del fingere, del tacere, dell’ignorare: per meglio apparire e appartenere, per meglio assolvere funzioni e compiti quale sia l’ordine organizzativo frequentato. Io ci ho provato e mi sono ammalato.
Definisco perciò Sindrome di Anghiari, il tormento gratificante che mi affligge da alcuni anni e che turba, in una gioia pensosa (quasi in letitia francescana), anche tutti coloro che la sopportano come me, non potendone più di non poter normalizzare quel che nelle organizzazioni (le più micro o le più macro di appartenenza od infausta creazione) è vietato coltivare e confidare. Non (sempre) per colpa perversa o istituzionalizzata, di questo o quel tiranno (capo ufficio, preside, manager, oppure coniuge o figlio o allievo impertinente, amante, ecc); perché, ribadisco, così van le cose: quando il potere, i doveri, i dispetti reciproci, le ambizioni, il sussiego, la prudenza, la buona educazione, la paura, ci impediscono di soffermarci su questi sempre inabilitati e resi occulti sentire.
Per quanto concerne dunque la mia malattia (non assumendomi responsabilità in vece d’altri), che prende nome da un luogo reale, non si tratta dell’amore spaesante per uno dei borghi medioevali toscani più belli d’Italia; una versione aggiornata, per intenderci, della ben nota sindrome di Stendhal. Tale esperienza affettiva (che colà mi conduce spesso) non è paragonabile ad un deliquio o ad un obnubilamento dei sensi. Anzi, me li acutizza e risveglia. Piuttosto, mi riconcilia ogni volta con il piacere ben consapevole e razionale di ritrovarmi in una comunità in cui il “sentimento di appartenenza” -di cui vi decifrerò il significato- è la dimensione prevalente che, per mie indubbi limiti e incapacità, non sono riuscito a scoprire e a costruire altrove. Non a mia personale misura (per essere sinceri, per lo meno non del tutto); a misura di una piccola aggregazione umana in transito, contingente e sempre diversa, resa possibile grazie, invece, al valore e all’amore universale, sempiterno poiché qualcuno prima o poi lo raccoglie, per la scrittura. Ecco, il problema è trovare una casa -un’appartenenza camminante-dove si possa andare e venire a proprio piacimento e da lasciare, quando, dopo tanta scrittura, potrai tornare ad appartenere alle altre appartenenze più sicuro del tuo sentire anche se dovrai continuare a tenere per te certe emozioni. Con un notes, una penna, un diario per amici fidati. Da Anghiari, si torna sempre con più di uno nelle tasche: la scrittura ti sdoppia e accentua l’abitudine al dialogo interiore. Sai che, al rientro, i fogli potranno raccogliere i sentimenti che provi nella sicurezza che queste pagine non ti tradiranno mai; nell’orgoglio di imparare a raccontare a se stessi quelle anomalie del sentire.
Ma è in una vita temporanea messa in comune (nell’intreccio di un tempo e di uno spazio apicali, memorabili) che tutto questo prende forma e si sviluppa.
Anghiari non è una ridicola e presuntuosa “piccola Atene” della scrittura, semmai, una polisdella memoria autobiografica: personale e collettiva. Dove sostare e lavorare insieme non per produrre alcunché che non siano parole in libertà (retrospettive e introspettive); per pensare e ripensarsi; per riflettere sulla propria vita al passato e al presente; per occuparsi delle biografie degli altri: salvando storie, raccogliendo ricordi altrimenti perduti, “intossicandosi” della mania di tenere un diario, di scrivere appunti, di leggere quel che l’altro in amicizia, trovando qui un’opportunità di raccoglimento e spunti meditativi, va scrivendo di sé o di te, ascoltandoti.Qui ci si cura, in sostanza, imparando una mania o a non considerarla più nociva; confermandola, sviluppandola aspirando a contagiare altri.Non è una comunità similmonastica di spiritualità laica, ma di “monatti” e di untori grafomaniaci. E’ un habitat di ossessioni innocue che ti dà energia, togliendotela quando, alla fine di una giornata, hai narrato l’inenarrabile. E’ un luogo partecipativo che ti fa ricordare di più per dimenticare, in modo buono (cioè libero e profondo) e fertile; che ti chiede di riscoprire il piacere della solitudine, stando diversamente con gli altri.
Più avanti, spiegherò meglio perché abbia avuto bisogno di trovare questo spazio tra le mura di ricerca e di soggiorno, frequentato -or sono sette anni- da centinaia di persone che vi ritornano ad intervalli. E che se anche non lo faranno più, comunque, si saranno sperimentate con la penna, per riprenderla in tempi migliori e propizi. Per intraprendere altre forme di ripensamento, talvolta meno dure di quelle cui una pagina bianca e un po’ di inchiostro ti impongono di scoprire. Anghiari è la sindrome che cercavo: per vivere diversamente un modo di stare tra adulti di varia cultura, provenienza e genere, non soltanto italiani, che non si conoscono affatto e che qui possono conoscersi (non con giochi psicologici, tantrici e vivaddio nemmeno per cercarvi la felicità) come mai è avvenuto accadesse loro.
Qui si riflette “nello specchio del proprio inchiostro” (l’espressione è di Michel Leiris) e, se si vuole, ci si scambia quel che si scrive per comunicare emozioni. Per scoprire che “scrivendo, scrivendo e scrivendo”, disse Elias Canetti, puoi fingere persino di dimenticarti della tua infelicità. Qualche volta. E’ un esperimento continuo di nuova convivenza e tolleranza reciproca: in presenza fisica, o nella distanza, di carattere epistolare.
Tale metodo, spontaneamente delineatosi a partire da un desiderio, ha comunque contaminato non pochi.
Si diventa i pazienti-impazienti dell’arte della scrittura autobiografica: la cui sintomatologia si esplica nel modo più aggressivo, quando non te ne importa affatto di scrivere in funzione di qualcos’altro. Allorché non ti interessa più nemmeno scrivere per lasciare a qualcuno la tua storia. Ne avvertono la visibile ossessione tutti coloro che cercavano forse come me -nel tempo della maturità- un sito dove l’unico motivo di incontro potesse essere il far lavorare il pensiero ammalandosi soprattutto del piacere di iniziarsi al filosofare. Una filosofia che prende le mosse dalle piccole cose, dagli interstizi trascurati di un’esistenza, da quella filosofia da “camera” e non altamente sinfonica che, per distrazione o presunzione, non facciamo nascere dalle parole più banali della nostra quotidianità.
Alcuni la considerano una “clinica”, fra l’altro a buon prezzo, dove accade però di infettarsi ancor più di penna, e tale è poiché ti reclini su di te ad ascoltarti con lo stetoscopio del lapis. Altri, ed io fra questi, essendone l’inventore con un caro amico, trovano qui quel che, vanamente, hanno cercato, migranti o stanziali delle organizzazioni più disparate. Delusi, non disperanti, dalla vita d’ufficio, del lavoro amministrativo o politico, della scuola o della formazione scoprono in questa comunità (a basso tasso e costo organizzativo e ad alta tensione umanistica) quel che cercavano e continuano a cercare nei diversi posti di lavoro. Ammesso e non concesso, ovviamente, che di questo sentano il richiamo oscuro. In altri termini, un modo meno asettico, formale, funzionalistico di stare insieme, in una oziosità operosa che non possiamo permetterci quando in palio sono interessi economici, di carriera, di sopravvivenza, di impegno. Anghiari non è una opportunità regressiva per anime perse e fallite: lo è soltanto per chi forse aveva qualche conto in sospeso per i tanti -troppi- appuntamenti rinviati con la coscienza, con l’autocritica, con la voglia di cambiare: questo sì.
Qui produci qualcosa, a differenza della coltivazione di altri loisir alla moda, che non serve a niente. Che non aspira a vincere un concorso letterario, un premio di poesia, a pubblicare: tutt’al più, l’unica ricaduta potrà riguardare il trasferimento di quanto scrivendo si è sperimentato su di sé in altri luoghi in cui disseminare l’arte e la cura della scrittura. La bacchetta da rabdomanti che ti consente di rintracciare quanto ancor di sorgivo giace nella tua mente e nella tua vita. Qui puoi disperdere al vento del primo finestrino quanto hai scritto per giorni e giorni. Poi un dubbio ti ferma, di solito, poiché quelle righe sono il tuo alter ego, il personaggio che sei stato e quello nuovo che sta stagliandosi in una nuova gestazione, soltanto affidata a te, alla tua caparbietà scrivana. E’ l’anomalo sentire che sta uscendo dalla sua imposta cattività e che ti chiede cura e rispetto.
La sindrome di Anghiari (più esattamente per la Libera Università dell’Autobiografia, che è l’opificio di tutto questo scrivere: diaristico, autobiografico, epistolare e autoanalitico(2)) ha rappresentato la “difesa immunitaria” di cui avevo bisogno, per sopportare i corridoi e i tavoli dove ho dato e do il mio contributo professionale e organizzativo. In una quotidianità usuale e mutilante purtroppo. Anghiari serve per disintossicarmi dalle impercettibili o vistose manifestazioni di disumanità che, senza accorgermene, o pervicacemente lucido, accumulo; lavorando nelle stanze usuali (nelle mie elettive, o in altre velocemente sostandovi) dalla mattina alla sera.
Lo scrivere molto, tantissimo, in continuazione, in uno spazio e in flussi di coscienza “disinteressati” può dimostrarsi una medicina che riesce a penetrare negli intervalli lavorativi consueti. Se essa ti rende, da un lato, meno ingrata la giornata più tesa, quando ti ritagli metodicamente spazi di scrittura tra una riunione e l’altra, in aereo, ad un caffè (in questo, Pino Varchetta o Cristiano Cassani fanno scuola con la loro macchina fotografica, del resto), rivelandosi essa il tuo non-luogo interiore; dall’altro, i suoi effetti calmanti e auto-lenitivi dovuti all’esercizio di una creatività umile, minima, ludica eppur salvifica, generano qualche risonanza, qualche interesse imitativo, proprio là dove devi essere ogni giorno.
La scrittura delle cose che ci riguardano più intimamente (segrete e tali da secretarsi ancor più in linguaggi ermetici, simbolici e metaforici inventati all’uopo) è il nostro settimo giorno, perché praticata in tali forme e per tali scopi non è un lavoro, è una sorta di orazione, di rendiconto, se non a Dio, all’io che più di tanto non frequentiamo. Per cui, il sapere e il riuscire a far sapere ad altri quali siano i vantaggi dello scrivere di sé-per-sé con altri–da-sé, non può che generare gruppo, aggregazione minuscola e temporanea. I legami che si moltiplicano tra non più ignoti gli uni agli altri, oltre il genius loci che ora abita nel borgo, sono l’aspetto saliente di una generatività comunitaria che produce quasi sempre fitti epistolari on line, blog, interazioni poetiche via sms. Dove il sentimento di poter condividere le proprie scoperte e grafomanie nell’assoluta disutilità dello scrivere, lo ribadisco, per solo diletto, è già una pozione catartica che non evapora lì, nello stare empaticamente in presenza soltanto in situ, qualche fine settimana, per poi svanire; quanto, semmai, una radura di ricerca, anche molto ingrata e faticosa come ogni cimento del genere, per se stessi, dove impari – grazie allo scrivere – a fare a meno di te stesso. A dimenticarti di te. O, per lo meno, di quelle parti di te che, col passare degli anni, diventeranno sempre meno importanti allo spegnersi dei riflettori. Quando altre lampade, nella penombra incalzante, a luce diretta sui tuoi pensieri e fogli vanno accese.

BIOGRAFIA, biografie · Biografie di persone · Porta Musa Carla

Porta Musa Carla, Quaderno rosso. Incontri 3, DialogoLibri, 2004. Indice del libro

Biografie di persone · Guin Giuseppe · Pifferi Enzo · Roncoroni Federico · Spallino Antonio (1925-2017) · STORIA LOCALE E SOCIETA'

Giuseppe Guin, Storie di comaschi speciali. 36 interviste, La Provincia, 2003. Indice del libro

Gli intervistati ed il loro rapporto con Como:

Tullio Abbate

Sandro Ambrosoli

Stefania Ariosto

Davide Bernasconi

Guido Cappellini

Giulio Casati

Piero Catelli

Gianni Clerici

Augusto Colombo

Jean Marc Droulers

Innocente Figini

Giorgio Gandola

Claudio Gentile

Daniele Gilardoni

Giuseppe Guzzetti

Mario Landriscina

Bruno Maggioni

Pierluigi Marzorati

Jean Pierre Meersseman

Arturo Merzario

Mario Musa

Federico Noseda

Luciano Parolari

Corrado Passera

Enzo Pifferi

Franco Polti

Gianna Ratti

Beppe Roda

Federico Roncoroni

Giorgio Rumi

Angelo Sesana

Paolo Sorbini

Antonio Spallino

Lucio Stanca

Anna Vaghi Fossati

Lorenzo Vanini

Azzi Gisella · BIOGRAFIA, biografie · Biografie di persone

Biografia di Gisella Azzi (1912-2002)

vai a una biografia:

http://www.acarya.it/Autori/azzi_gis.html

Gisella Azzi è una figura di spicco nella comunità di Como, nota per il suo impegno sociale e culturale. Nata e cresciuta a Como, ha dedicato gran parte della sua vita alla promozione delle arti e alla valorizzazione del patrimonio culturale locale.

Formazione e carriera
Gisella ha conseguito la laurea in Lettere presso l’Università degli Studi di Milano, specializzandosi in Storia dell’Arte. La sua passione per la cultura l’ha portata a lavorare in diverse istituzioni culturali, dove ha ricoperto ruoli significativi nella gestione di eventi artistici e mostre.

Impegno sociale
Oltre alla sua carriera nel campo dell’arte, Gisella è attivamente coinvolta in iniziative sociali. Ha collaborato con associazioni locali per promuovere l’inclusione sociale e il supporto alle persone svantaggiate. La sua dedizione le ha permesso di creare progetti che uniscono arte e comunità, contribuendo a rendere Como un luogo più accogliente e culturalmente vivace.

Riconoscimenti
Nel corso degli anni, Gisella Azzi ha ricevuto diversi premi per il suo contributo alla cultura e alla società. È considerata un punto di riferimento per molti giovani artisti e attivisti che cercano ispirazione nel suo lavoro.

La sua vita e carriera rappresentano un esempio di come l’impegno individuale possa avere un impatto significativo sulla comunità locale, rendendola un modello da seguire per le future generazioni.

Gisella Azzi, scrittrice e poetessa comasca, ha pubblicato diverse opere significative nel corso della sua carriera. Ecco un elenco delle sue principali pubblicazioni:

  • Impressioni Comasche (1957)
  • Canzunett al ciar e al scuur (1966) – Poesie in dialetto comasco e milanese
  • Il Bottegone (1968) – Sottotitolo: Impressioni di vita comasca
  • Il mio fornitore di Brillanti (1968)
  • Il fiore nel bicchiere (1969)
  • Vita col Duomo (1971)
  • Il Furetto del Grattacielo (1973)
  • Le indiscrezioni della Marietta (1974) – Introduzione del personaggio Marietta, una popolana che racconta eventi locali con umorismo
  • I ponti d’oro (1982)
  • Primavera in Gennaio (1984)
  • L’Arz e la stela (2003)

Oltre a queste opere, Gisella Azzi ha collaborato con diverse riviste e giornali, come L’Ordine, La Provincia, e Ul Tivan, contribuendo anche alla diffusione della poesia dialettale nella sua regione[1][2][3][4].

Citations:
[1] https://www.arte.go.it/shop/prodotto/gisella-azzi-il-bottegone/
[2] https://coatesa.com/category/autori/azzi-gisella/
[3] http://www.milanesiabella.it/azzigisella_bio_el.htm
[4] https://coatesa.com/2017/12/17/gisella-azzi-1912-24-dicembre-2002/

Cavalleri Giorgio (1940-2026) · Novecento

Presentato un libro su una pagina buia della Resistenza scritto a due mani da Giorgio Cavalleri e Franco Giannantoni,, “GIANNA” E “NERI” FRA SPECULAZIONI E SILENZI

Como – Presentato un libro su una pagina buia della Resistenza scritto a due mani da Cavalleri e Giannantoni
La verità sulle morti di “Gianna” e “Neri” 

Nessuna suspence e tanto coraggio degli autori e di Carlo Scardeoni che ha pubblicato con la sua casa editrice Arterigere un libro che farà discutere. La verità è tutta nel sotto titolo. “Gianna” e “Neri” fra speculazioni e silenzi – La verità è nella sentenza degli anni ’70: fu il Pci e non la Resistenza a volere la morte dei due partigiani “garibaldini“.
Giorgio Cavalleri e Franco Giannantoni, autori del volume sono stati ospiti a Como, insieme con Renato Morandi, per presentare il loro lavoro e spiegare le ragioni di una rilettura dei tragici fatti del ’45, quando i due partigaini vennero fatti uccidere per decisione del Partito comunista. “Un capitolo purtroppo oscuro e assieme una ferita lacerante ancora aperta nel corpo di quella stagione esaltante ed eroica che fu la lotta contro il nazifascismo. Almeno in parte, questa storia atroce e dolorosa è già stata da noi affrontata in precedenti volumi e l’eco drammatica e tragica delle umane vicende delle due vittime è rimbalzata a lungo”.
L’amministrazione comunale di Como ha finalmente deciso di titolare una strada, o meglio una scalinata ai due eroi della Resistenza. Un luogo periferico, ma che ha il pregio di essere sulla via di una scuola. Le domande, speriamo, dei ragazzi terranno ancora di più in vita il ricordo di quei drammatici ed esaltanti giorni in cui si sconfisse il nazifascismo, ma che costò anche sangue innocente per ragioni piolitiche, che a distanza di sessant’anni appaiono ancor più distanti da quei sentimenti e quelle speranze che avevano animato quella drammatica lotta intestina per estirpare il cancro che da vent’anni corrodeva l’Italia.
Il libro, che verrà presentato anche a Varese contiene molti documenti originali e nella parte finale due memoriali inediti. Il primo con  la testimonianza di Renato Morandi resa a Varese il 29 aprile del 2002. Il secondo ad opera di Pietro Vergani.


Varese – Il libro di Giannantoni e Cavalleri sull’assassinio di due partigiani comunisti: una coraggiosa rievocazione delle ultime ore di Mussolini e della sparizione della tesoro che portava con se in fuga verso la Germania

Quella verità scomoda sull’oro di Dongo


Quando Franco Giannantoni in un libro si accinse a rendere pubblica la requisitoria del PM Agostino Abate per la Tangentopoli varesina, in città scoppiò il finimondo: si parlò di un atto di ingiustizia, di faziosità, di devastante ottica, di una versione di parte e come tale inaccettabile ;i meno accaniti sottolinearono l’inopportunità dell’iniziativa. Franco Giannantoni in realtà aveva un solo scopo: che la gente ne sapesse di più dopo i tombali silenzi dei mass media su un processo-fiume molto scomodo per l’eccellenza degli imputati e per i riverberi sull’immagine di Varese. Certamente in qualche misura si trattò di una provocazione, ma nella sostanza non sconfessata dalla sentenza.

Anche il libro ” Gianna e Neri fra speculazioni e silenzi” scritto da Giannantoni e dallo storico comasco Giorgio Cavalleri, ha lo scopo preciso di far sapere a tutti, in primo luogo al popolo della sinistra, come e perché due coraggiosi partigiani comunisti, Neri e Gianna i loro nomi di battaglia, furono assassinati dopo la cattura di Mussolini e il sequestro di denaro e gioielli alla colonna fascista bloccata a Dongo nell’aprile del 1945.

Dopo decenni e un primo libro nel quale venne ben delineato e impostato il problema, cioè l’esigenza di andare a fondo, di dire che l’assassinio di Neri e Gianna fu una tragedia comunista, Franco Giannantoni ha vinto la sua grande battaglia di verità e democrazia e oggi la offre alla nostra attenzione, la consegna alla storia, anche con l’imprimatur dei vertici diessini.

Il 28 febbraio alle 16 presso la Palazzina della cultura in via Sacco ci sarà la presentazione del libro con l’intervento di Mimmo Franzinelli, uno dei più autorevole storici italiani della Resistenza; parteciperà pure il varesino Renato Morandi, comandante partigiano che è stato collaboratore prezioso per Giannantoni nella inoppugnabile ricostruzione di giorni e situazioni drammatici.

I giovani di ieri e di oggi della Varese cattolica e antifascista e anche chi di sinistra non è e guarda senza pregiudizi ideologici alla storia, apprezzeranno questo libro che propone a tutti il coraggio della verità. E capiranno che quel brontolone, polemico, appassionato idealista e umanissimo “partigiano” di Franco Giannantoni nella sua vita di giornalista e storico ha sempre anteposto alla bandiera, anche a quella che egli ama, il bene prezioso della realtà documentata, che è un pilastro della democrazia, oggi evidentemente negata da coloro che volevano il silenzio eterno su Dongo.

Grazie a Giannantoni e Cavalleri non ha più veli la storiaccia tanto invisa all’ANPI comasca, ovvero l’assassinio di due partigiani comunisti che ai loro capi “rossi” chiedevano conto del tesoro sequestrato e poi sparito. Non è cosa da poco in una Italia dagli infiniti misteri.

Pierfausto Vedani


Socialisti Punto Net

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«Con l’oro di Dongo comprarono anche Botteghe Oscure»

Da: da Varese News
Data: 3/3/2003
Ora: 10:00:58 AM
Nome remoto: 213.254.3.151

Commenti

Varese – I partigiani Gianna e Neri furono assassinati per ordine del partito comunista e non della Resistenza. I due volevano che l’oro requisito al Duce, in fuga verso la Svizzera, venisse restituito all’erario

«Con l’oro di Dongo comprarono anche Botteghe Oscure»

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Quando Benito Mussolini nell’aprile del ’45 fu fermato dai partigiani a Dongo, piccolo paesino sulla riva occidentale del Lago di Como, aveva con sé una vera fortuna: danaro contante (circa 230 miliardi di allora) e oltre 42 chili in lingotti d’oro, ovvero tutto quel che restava del patrimonio della Rsi. Passato alla storia come il famigerato “oro di Dongo”, quel “bottino” ha segnato il destino di molte persone, tra cui anche quelli dei partigiani Neri e Gianna. I due, infatti, volevano che la fortuna requisita al duce in fuga verso la Svizzera fosse restituita all’erario italiano e per questo furono fatti eliminare dal Pci. Renato Morandi, classe 1923, all’epoca dei fatti era un giovane comandante partigiano della Brigata Garibaldi, che operava proprio nel comasco. (foto: la tessera di Renato Morandi del C.d.L.N)

Morandi, lei conosceva personalmente Gianna e Neri?

«Certo, io operavo in quella zona con loro, ma all’epoca dei fatti non c’ero perché a causa di una grave malattia avevo dovuto allontanarmi dalle operazioni. Ricordo però molto bene la figura di Neri come una persona intelligente e aperta, un vero comandante, con un’esperienza militare grandissima. Si era formato in Abissinia e sul fronte russo, dove aveva imparato le tecniche della guerriglia. Era un camminatore formidabile, su e giù per le valli, non era mai stanco».

Perché ad un certo punto lei diventa un testimone fondamentale di questa vicenda?

«La vicenda della morte di Gianna e Neri è sempre stata presente nella vita di molti partigiani di quella zona. Nel 1999 io ero stato attaccato da un giornalista per un’altra vicenda, sempre legata alla lotta partigiana nel comasco. Per fare luce su quegli episodi e per ricostruire vicende di cui ricordavo poco andai all’istituto storico della Resistenza di Como e lì iniziai a prendere atto direttamente, de visu, della brutta fine che fecero alcune persone oneste, in relazione alla sparizione dell’oro di Dongo, tra questi c’erano anche i partigiani Gianna e Neri. E così iniziai a chiedere conto sia all’Anpi sia al partito. Ci furono comunque altre persone coinvolte e ridotte al silenzio».

Chi e in che modo?

«Beh Moretti e Terzi dovettero espatriare all’estero, in Jugoslavia. Erano testimoni scomodi e vennero allontanati subito dopo i fatti e tramite la sezione del Pci di Udine portati in Jugoslavia, dove hanno lavorato per molti anni. Ho incontrato Terzi a Varese nel 1991 a casa di Franco Giannantoni. E anche in quella occasione si parlò di Gianna e Neri».

Che cosa accadde dopo il sequestro dei beni della Rsi?

«Neri il 4 maggio del 1945 va a trovare il segretario del partito comunista di Como, chiedendo ragione della fine dell’oro di Dongo. Dei valori sequestrati erano stati stilati da lui stesso tre elenchi, ma nulla di quell’enormità era finito all’erario, cioè allo Stato. Neri venne ucciso dopo quella visita».

E Gianna?

«Erano molto legati tra loro, si amavano. Dopo due mesi dalla scomparsa di Neri, Gianna andò a chiedere sue notizie per cercare di capire che cosa fosse successo. Venne prelevata il pomeriggio del 23 giugno, mentre in bicicletta tornava da Dongo. L’hanno seguita, caricata in macchina e fatta sparire. Sono morti entrambi per la loro onestà e la loro coscienza di cittadini italiani»

Dove finirono i soldi?

«A Milano e a Roma, comprarono proprietà e tra queste probabilmente anche Botteghe Oscure».

Il libro di Franco Giannatoni e Giorgio Cavalleri ha dato un contributo decisivo alla scoperta della verità?

«Sì, perché è un libro ben documentato, dove si fa finalmente luce su questa drammatica vicenda partendo dai fatti e dai documenti. È un riconoscimento di onestà che meritano. Rimangono ancora poche ombre su cui ci sono delle supposizioni realistiche»

Tra le ombre di cui lei parla c’è anche il destino della borsa contenente il compromettente carteggio con il premier inglese Winston Churchill?

«Si conoscono mandanti ed esecutori materiali, purtroppo non si sa dove furono fatti sparire i corpi di Gianna e Neri. Poi c’è anche il mistero riguardante quella borsa. Il contenuto fu diviso in due: una parte andò ai partigiani di fede monarchica, che avevano un rappresentante in brigata, l’altra sparì. Da qualche parte le risposte ci saranno e penso che all’Istituto Gramsci di Roma ci sia ancora un pezzo di verità da scoprire».

Franco Giannantoni e Giorgio Cavelleri “Gianna” e “Neri” fra speculazioni e silenzi Edizoni Arterigere

Michele Mancino michele@varesenews.it

[http://www.socialisti.net/_private/disc1_aftr.htm]