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Fabio Cani
110 anni di vita della CooperativaLa Cooperativa di Nesso è una delle più antiche delle provincia e quesi sicuramente la più antica tra quelle che – senza soluzione di continuità – continuano a operare tuttora. Per questo, nel momento in cui gran parte dello stabile della Cooperativa è stato ristrutturato e trova una rinnovata funzionalità a servizio della cittadinanza, il suo percorso ultracentenario meritava un approfondimento storico.
Il suo atto ufficiale di fondazione risale al 9 gennaio 1898 (e già questo sarebbe sufficiente a dirne la sua importanza) ma ha anche un prologo, di qualche tempo antecendente, ambientato in terra straniera: nel 1897, a Zurigo, un gruppo di emigranti di Nesso si riunisce per sancire la loro ferma volontà di dar vita, una volta rientrati in patria a un cooperativa di consumo che possa contribuire, con la sua opera, ad alleviare la fatica di arrivare alla fine del mese. A partire da quella data le vicende della Cooperativa si fondono intimamente con uno dei più caratteristici paesi del lago.
Il volume ripercorre queste vicende raccontandole “dall’interno” attraverso i molti documenti sopravvissuti e le testimonianze di protagonisti dei decenni passati: una sorta di “autobiografia” di questa benemerita istituzione.
Il volume è anche arricchito da un “album” di immagini che mette in evidenza le persone e le attività al centro di questa storia.
Como, 2008
Collana: Territorio storia e arte
Edizione: NodoLibri
Pp. 128, Illustrazioni: 45il, F.to cm. 24×17
Confezione: Brossura filo refe
ISBN: 978-88-7185-158-7Euro: 15.00
Categoria: Tempo
Pietro Guzzetti, Claudio Pestuggia, Silvia Vaccani Falco della Rupe Nesso Cinquant’anni sulle ali della vittoria
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Pietro Guzzetti, Claudio Pestuggia, Silvia Vaccani
Cinquant’anni sulle ali della vittoria
Como, 2006
Edizione: NodoLibri
Pp. 135, Illustrazioni: 92il, F.to cm. 30×21
Confezione: Brossura filo refe
ISBN: 88-7185-118-8
“Quel Nesso lì …”, Giobatta Quaia (6 luglio 1921 – 26 febbraio 2005)

Fabio Cani, Rodolfo Vaccarella Nesso. Il lavoro dell’acqua L’insediamento urbano e gli opifici a forza idraulica, Comune di Nesso/Biblioteca comunale, Nodo Libri, 2005
Fabio Cani, Rodolfo Vaccarella
L’insediamento urbano e gli opifici a forza idraulica
Como, 2004
Collana: Territorio storia e arte
Edizione: NodoLibri
Pp. 128, Illustrazioni: 37il, F.to cm. 24×17
Confezione: Brossura filo refe
ISBN: 88-7185-106Euro: 12.0
Fabio Cani Nesso. I nomi dei luoghi Atlante della toponomastica storica
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Fabio Cani
Atlante della toponomastica storica
Como, 2003
Collana: Territorio storia e arte
Edizione: NodoLibri
Pp. 144, Illustrazioni: 73il, F.to cm. 24×17
Confezione: Brossura filo refe
ISBN: 88-7185-058-0Euro: 12.00
Tacchi, Pietro Antonio., Nesso e la sua pieve. Contributi di: Sergio Bianchi, Fabio Cani, Saverio Xeres. Presentazione di Sebastiano D’Amico
Nesso e la sua pieve. Memorie storiche
Nesso: scheda storica di Annalisa Borghese, in Il territorio lariano e i suoi comuni, Editoriale del Drago, 1992, p. 331
Lo chiamavano il “Falco della rupe”. E doveva essere un tipo determinato, deciso, un vero condottiero, se Gian Giacomo Medici, detto il Medeghino, se l’era scelto come luogotenente. Siamo ai primi del Cinquecento e tutto il territorio del Lario è in mano a lui, al Medeghino, che dirige le operazioni dalla sua roccaforte di Musso.
Il “Falco” è invece di qui, di Nesso, dove è nato e da dove controlla il ramo comasco del lago. A Nesso c’è un castello, e dall’alto delle sue torri il “Falco” deve sentirsi sicuro e protetto.
Il “Falco della rupe” è anche il titolo del romanzo storico di Gian Battista Bazzoni, che nell’Ottocento consegnerà il “Falco” se non alla gloria almeno alla fantasia dei lettori. Del castello poi è rimasto ben poco. L’avventura del “Falco” non dovette finir bene: i Milanesi smantellarono le fortificazioni nel 1532. E le tre torrette che oggi fanno bella mostra di sé tra i ruderi delle muraglie sono state edificate il secolo scorso.
Nesso, a 300 metri d’altezza sulla sponda orientale del ramo comasco, oggi è semmai nota per l’orrido formato dai torrenti Nosé e Tuf, che qui si uniscono in un’unica fragorosa massa d’acqua e diventano una cascata. Sono così impetuosi i torrenti di Nesso, che in passato la loro forza è stata impiegata per far funzionare alcune cartiere e due stabilimenti di seta, e poi mulini, magli e torchi per l’olio. Attività poi in gran parte abbandonate. Oggi a Nesso ci sono alcuni stabilimenti edili e diverse attività artigianali della lavorazione del filo di ferro.
Ma il borgo di Nesso respira soprattutto di storia. Nella guerra decennale tra Como e Milano (1118-1127) il borgo si schierò contro Como, alleandosi all’Isola Comacina. I Comaschi strinsero d’assedio l’Isola, non riuscirono ad espugnarla e rivolsero le loro attenzioni a Nesso, che distrussero con le sue fortificazioni nel 1124.
La storia si respira anche nella chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, che potrebbe essere stata consacrata addirittura da un papa, quell’Urbano II che nel 1095 transitò dal Lario diretto in Francia al Concilio di Clermont. In quegli anni il vescovo di Como, Guido Grimoldi, risiedeva qui, e all’interno della chiesa ancora oggi chiamata “dom”, duomo (il luogo dove celebra Messa il vescovo), sono conservate le spoglie del suo predecessore, il vescovo Rainaldo, che resse la diocesi dal 1062 al 1084. La chiesa fu ultimata molti anni dopo, tra il 1654 e il 1706. Il campanile va osservato con attenzione: si dice che per costruirlo abbiano abbattuto le mura del borgo e utilizzate le sue pietre.
da: Annalisa Borghese, in Il territorio lariano e i suoi comuni, Editoriale del Drago, 1992, p. 331
citazione di Gianfranco Miglio, in Il mito del Lario, Larius, 1959
Non è facile – come sanno i più – stabilire quando approssimativamente l’uomo si sia affacciato per la prima volta sulle rive del Lario; venne quasi certamente dal Sud, e probabilmente non prima del terzo (e forse neppure del secondo) millennio avanti Cristo. Ma chiunque esso fosse – ligure-mediterraneo, o d’altra stirpe oggi ignota – non possiamo pensare senza emozione a questo nomade dell’età neolitica che – cacciando il cervo, il cinghiale ed il lupo nelle nostre foreste, e la lontra sulle ripe selvagge delle nostre acque – primo ascoltò il ritmico pulsare delle onde del Lario, il fragore lontano dei torrenti, i richiami delle fiere in libertà, il rombo del tuono ripercosso dall’eco delle valli ancora inviolate e misteriose: negli occhi di quest’uomo si specchiarono per la prima volta, striati dagli stormi lamentosi dei lamentosi uccelli acquatici, gli stessi placidi tramonti che decine e decine di secoli più tardi avrebbero commosso i grandi poeti dell’età romantica. (…) Fra gli ultimi letterati e viaggiatori dell’Ottocento, (…) il lettore ne troverà alcuni che si pongono esplicitamente la domanda: d’onde nascono la fama e l’innegabile incanto del Lario? Fra le diverse risposte una sembra oggi riscuotere maggior credito: è quella che indica nella melanconìa l’attrattiva più patetica ed efficace esercitata dal Lago di Corno sugli spiriti di ogni tempo. Ma è una spiegazione che non regge. La sottile tristezza è appannaggio di ogni paesaggio lacustre; rivelata specialmente dai gusti letterari dell’età romantica, giustifica in genere il “laghismo” ottocentesco, non la fortuna di sponde che, come le nostre, divennero celebri già nel gaio clima della Rinascenza (…). Se il Lario ha un suo fascino segréto, questo sta invece nella straordinaria, inesauribile ricchezza di particolari del suo paesaggio. Tale ricchezza dipende dell’incontro di due fattori: l’uno naturale, l’altro storico ed umano. (…).
Il Lago di Corno – già lo sappiamo – fu, in ogni età e sopra tutto, un corridoio fra Nord e Sud, un itinerario frequentato e consueto: e questa condizione fece sì che molto per tempo – fin dalla tarda antichità classica – le nostre riviere apparissero intensamente popolate».
Gianfranco Miglio, Il mito del Lario, Larius, 1959
Il paesaggio prealpino: fascia collinare subalpina, insubria, alta collina. Testo di Eugenio Turri, La fascia prealpina, in Paesaggi umani, Touring Club italiano, 1977
Ci sono motivazioni diverse che inducono a parlare di Prealpi e a riconoscere un “paesaggio prealpino”
Le prime e più immediate sono quelle – d’ordine percettivo – che si impongono a chi le guarda dal basso, dalla pianura o dal pedemonte, così come felicemente le colse lo Stoppani, che proprio alle Prealpi, lui prealpino, dedicò le più affettuose descrizioni :
“Le Prealpi, principalmente le calcaree, raggiungono di rado i limiti delle nevi perpetue… Non sono per conseguenza nemmeno caratterizzate dalla vegetazione alpina che dà alle Alpi quell’aspetto loro particolare di durezza e severità. Mancano perciò alle Prealpi i due tratti principali che improntano il paesaggio alpino così sublime e pittoresco. Per compenso sono ricche di altre bellezze tutte particolari. Si nota anzitutto in esse il contrasto, di effetto meraviglioso davvero, fra quelle creste dentate, ignude e bianche come scheletri… e il verde perenne, di cui la perenne ubertà copre i fianchi e i piedi delle montagne… “.
Ma le motivazioni più fondate sono quelle suggerite dai geologi, per i quali la fascia prealpina che va dalla zona del lago Maggiore all’Isonzo costituisce il lembo marginale, verso sud, della catena alpina: una sorta di grande ammanto, formato in prevalenza da rocce sedimentarie, che durante la formazione delle Alpi ha subito fratture, dislocazioni, scorrimenti e piegamenti, oggi testimoniati dalla stessa frammentazione orografica della regione e dalla varia conformazione del rilievo a seconda delle sue grandi divisioni regionali. Questo si presenta infatti assai vario da parte a parte.
La prima distinzione che si impone è quella – così ben sottolineata dal Sestini nella sua minuta descrizione del paesaggio italiano – che riguarda le sezioni occidentale e orientale, tra loro separate dalla valle dell’Adige : la prima, per larga parte coincidente con le Prealpi Lombarde, presenta un paesaggio più erto, un’architettura del rilievo più vigorosa e tormentata ed ospita inoltre un elemento che manca alla sezione orientale: i laghi, che occupano i grandi solchi vallivi modellati dai ghiacciai pleistocenici provenienti dalla parte più interna ed elevata della catena alpina; la sezione orientale, corrispondente alle Prealpi Venete e Carniche, presenta un rilievo più disteso, tettonicamente meno violentato, come rivela la successione di massicci calcarei e di accoglienti altipiani (dei Lessini, d’Asiago e del Can-siglio) al di sopra delle dorsali collinose che si smorzano dolcemente in pianura e che danno un tratto inconfondibile al paesaggio veneto. In questo rientrano, come elementi disgiunti dalla fascia prealpina, i monti Berici e, più marginalmente, i colli Euganei, « arcipelago vulcanico » emergente dalle alluvioni padane.
Ma le forme del rilievo variano poi localmente in rapporto alla costituzione delle rocce, responsabile delle linee addolcite di molte dorsali prealpine o delle forme rupestri e vagamente dolomitiche dei massicci più elevati; od ancora dei profili delle valli che tagliano trasversalmente la fascia prealpina, talora profonde ed incassate come canyons tra le formazioni sedimentarie, talora più a-perte e dai versanti ammorbiditi. Le più marcate di queste vallate, che col loro orientamento meridiano hanno facilitato i rapporti tra pianura e Prealpi, hanno il classico profilo a U proprio del modellamento glaciale, mentre le valli laterali e le conche più elevate presentano incisioni più recenti a V che lasciano poco spazio agli abitati e alle colture.
Ma se si passa a considerare l’uomo e il rapporto che l’uomo ha stabilito con queste montagne il paesaggio si fa anche più vario di motivi. In generale si può dire che diversamente dall’ambiente alpino – un mondo di vallate più chiuso, più conservatore, più geloso della propria autonomia – quello prealpino è sempre stato più aperto all’esterno, profondamente permeato dalle relazioni economiche e culturali con la vicina Pianura Padana, di cui le Prealpi sono state in diverse epoche una specie di generoso entroterra, una riserva di risorse naturali e umane a cui « le città padane hanno attinto a piene mani ». La conquista delle Prealpi da parte dell’uomo è di data antichissima ed è partita dal pedemonte, realizzandosi a grado a grado, con progressiva espansione dell’azione modificatrice dal basso verso l’alto; come risulta ancor oggi osservando la diversa intensità degli abitati, delle aree coltivate, delle strade e di tutte le altre opere che umanizzano il paesaggio. Una conquista che si è realizzata sino ad epoche recenti secondo le opportunità suggerite dall’ambiente, per cui certi geografi del passato, come il De Martonne nel suo grande affresco geografico della catena alpina, avevano individuato delle aree che si qualificavano per i diversi « generi di vita », come quello « insubro » che associava l’allevamento all’agricoltura più varia, quello « pastorale » fondato essenzialmente sull’allevamento, quello « forestale » caratterizzato dalla silvicoltura affiancata dalle attività agricole e pastorali … Ma sono classificazioni ormai cadute e che trascurano i rapporti profondi e continuamente selettivi che le Prealpi hanno sempre intrattenuto con il pedemonte, con la pianura e le sue città, il cui soffio animatore ha profondamente inciso sulla stessa mentalità dell’uomo prealpino, sulla sua stessa compagine sociale, diventando fattore decisivo del rapporto uomo-ambiente: un rapporto che ha conosciuto in varie fasi la disgregazione della più antica organizzazione comunitaria, e poi la penetrazione borghese e capitalistica nelle vallate, e più recentemente la dissociazione profonda del legame uomo-natura, con l’espulsione dell’uomo prealpino dalle sue montagne e la « ricolonizzazione » di queste ad opera della forte capacità penetrativa degli interessi padani. Da questo punto di vista la varietà del paesaggio prealpino va rapportata alla storia dell’intera regione padano-prealpina, ai diversi legami che le Prealpi hanno avuto con le città che hanno gestito la vita e l’economia padane. Così la sezione più direttamente rimasta vincolata a Venezia ha conosciuto sviluppi diversi da quella più legata a Milano.
La prima perché ha risentito intimamente della lunga e irrimediabile decadenza della Repubblica Veneta, socialmente bloccata da un regime nobiliare oligarchico, mentre la seconda ha potuto beneficiare del crescente soffio animatore del capoluogo lombardo, divenuto via via quel grande polo di vita economica e urbana che è oggi. Due destini, due sviluppi storici che si sono espressi da un lato nella grande crisi iniziata nel secolo scorso delle Prealpi Venete e Carniche (indebolite quest’ultime anche dalla secolare funzione del Friuli di regione marginale e poi dalle servitù militari, per non parlare dei terremoti), dall’altro nella vivace industrializzazione delle valli lombarde, favorite queste per altro dalla maggior ricchezza di risorse idriche e minerarie (che è poi una questione di costituzione geologica e di morfologia).
Ma al di là di queste distinzioni, il paesaggio prealpino ha tutta la varietà, apparentemente casuale, in realtà sempre profondamente motivata, che deriva da condizioni puramente locali, da iniziative umane più o meno vivaci, da chiusure e persistenze legate alle comunicazioni non sempre facili, dalla felice inventiva degli uomini, dal peso di situazioni difficili e intricate nel tempo. L’area prealpina, come ogni altra regione, va vista cioè come un complesso organismo, oggi profondamente integrato nella regione padana, che ha le sue aree forti, vigorose, le sue aree deboli, appartate, dove il soffio modernizzante e livellatore che degrada le passate forme di vita penetra più faticosamente. Ed ecco perciò la varietà di « letture » che impongono le Prealpi.
L’Insubria
Il paesaggio prealpino assume caratteri particolari intorno ai laghi della sezione occidentale: il lago Maggiore (nel cui bacino è compreso il lago d’Orta), quello di Como, i laghi d’Iseo e di Garda: tutti occupano la sezione terminale delle grandi vallate alpine sbarrate dagli ammassi morenici depositati dai ghiacciai al loro sbocco in pianura. Le acque lacustri occupano cioè gli invasi che, sino a 15.000 anni or sono, erano percorsi dalle grandi fiumane glaciali: una sorta di sostituzione di elementi avvenuta in seguito alle grandi mutazioni climatiche. La presenza di queste masse d’acqua è all’origine di un paesaggio molto diverso da quello che si ha nelle altre vallate. I primi e più vistosi effetti si trovano nella vegetazione. Il clima mitigato rende qui possibile l’insediamanto di specie vegetali del tutto particolari e una generale specificità floristica indicata dal nome di Insubria dato dai botanici alla regione lacustre: areale sub-mediterraneo che ospita specie proprie della regione peninsulare, qui penetrate nelle fasi interglaciali e postglaciali. Comprendono cisti, terebinti, astragali, artemisie, ecc., e piante arboree sempreverdi proprie della « macchia », come il leccio, che ammanta soprattutto i versanti rupestri del lago di Garda, dove più spiccata è la mediterraneità del clima. A questa vegetazione termofila, spontanea, che mediamente non supera l’altitudine di poche centinaia di metri, si associa, specialmente sul Garda e sul lago d’Iseo, l’olivo, introdotto sul Garda probabilmente dagli etruschi, ma diffusosi soprattutto con i romani, che per primi valorizzarono in « senso mediterraneo » le eccezionali possibilità dell’ambiente insubrico. L’olivicoltura, che ha trovato difficoltà di espansione soprattutto nel Settecento, un periodo caratterizzato dalla rigidità del clima, ha ricevuto un impulso decisivo sotto il dominio austriaco e ha poi costituito, sino alla prima metà del nostro secolo, una risorsa importante specialmente per la popolazione del Benaco.
Intorno ai laghi il terreno coltivabile non è molto esteso, e ciò per la stessa ripidità dei versanti, modellati dal glacialismo: per questo la popolazione vi è sempre stata in passato relativamente poco numerosa. Gli insediamenti si pongono lungo le rive, sulle brevi cimose costiere o sui conoidi alluvionali laterali (un esempio bellissimo in tal senso è offerto, sul Garda, dalla penisola di Toscolano-Maderno). Essi sono per lo più formati da case aggregate, mentre più rara è la casa sparsa, almeno secondo l’organizzazione tradizionale. L’economia delle popolazioni è sempre stata legata in passato all’agricoltura e, come attività integrata, alla pesca. Sin dall’epoca comunale i centri di sponda e collinari estesero le loro pertinenze territoriali spesso ai livelli superiori, sfruttando i pascoli, i boschi, le cave di marmo e altri prodotti che per via lacustra venivano inviati alle città padane o pedemontane (come i marmi di Candoglia usati per il duomo di Milano).
Una economia aperta ebbero sempre i centri del sommolago o del bassolago, in quanto basi della navigazione lacustre che fu sempre attivissima in passato sia per i collegamenti dei vari centri tra loro, sia per i collegamenti lungo le grandi direttrici alpine. Già in epoca romana esistevano sul Benaco delle associazioni di barcaioli e l’importanza che la navigazione vi ebbe nei secoli è documentata dalle incisioni rupestri dell’area gardesana, che ci mostrano tutta una serie di imbarcazioni che vanno dalla piroga preistorica, quella usata dalle popolazioni palafitticole insediate nell’età del bronzo, alla barca a vela romana, sino ai battelli dei nostri giorni. Nonostante queste funzioni di vie di transito le popolazioni lacustri hanno mantenuto a lungo una loro autonomia e sia l’organizzazione feudale che quella comunale sono scomparse relativamente tardi. L’immissione diretta della regione dei laghi nell’organizzazione padana si ebbe soprattutto a partire dal ‘500. Ciò comportò, con l’attivazione economica, anche un primo inserimento signorile sulle sponde lacustri, cui si collegano le prime prestigiose ville signorili sul Lario, sul Verbano (le isole Borromee), sul Garda, i cui sfondi paesistici diverranno in seguito punti fermi dell’iconografia romantica. Ma la costruzione del paesaggio lacustre attuale è “un fenomerio tipicamente ottocentesco, quando la ricca borghesia lombarda iniziò a costruire lungo le coste le proprie residenze di lusso, circondate da parchi con piante esotiche, sempreverdi, favorite dal clima mitigato. A queste ville, affiancate da grandi alberghi belle-epoque, si sono aggiunti in epoca più recente ville e alberghi per il turismo di massa alimentato dalle popolazioni urbanizzate delle non lontane città padane.
A queste edificazioni e alle infrastrutture imposte dal turismo pendolare di fine settimana si deve la più recente trasformazione del paesaggio insubrico, uno dei più direttamente integrati nella organizzazione padana.
La fascia collinare subalpina
Il paesaggio agrario lo si ritrova, sia pure non più con gli stessi connotati d’un tempo, lasciando il pedemonte e i fondivalle industrializzati e popolosi, nelle aree collinari della cosiddetta fascia « subalpina », oltre che nelle conche e nelle vallate interne rimaste indenni dall’industrializzazione e dall’assalto edilizio più recente.
In quest’area rientrano, nella sezione orientale, le appendici montuose che nel Friuli si saldano alle cordonature moreniche, incolli che dominano la pianura trevigiana e vicentina (con i Berici e gli Euganei), le ultime digitazioni lessiniche con le loro conche interposte, la stessa vai d’Adige col suo ampio fondovalle; nella sezione occidentale, al di là delle alture moreniche intorno al lago di Garda, le colline del Bresciano e del Bergamasco e, più oltre, la saldatura collinare della Brianza ai rilievi prealpini.
Gli aspetti agricoli di questa fascia, che rappresenta sostanzialmente una continuazione, in ambiente roccioso, dell’alta pianura padana e delle colline moreniche, mostrano un generale adattamento alle condizioni ambientali, caratterizzate da precipitazioni piuttosto scarse, clima asciutto. Il rilievo presenta forme addolcite e dovunque è possibile si pratica l’agricoltura, sin da epoche remote. Poco spazio è riservato in generale al bosco, un bosco termofilo, prevalentemente di querce, che sopravvive in piccoli lembi sui pendii più erti, lungo gli argini e i valloncelli dove però spesso la robinia si è sostituita alle piante originarie. Le colture sono varie (si parla di policoltura o coltura promiscua che associa le legnose ai seminativi), ma particolare risalto e diffusione assume la viticoltura, che ha aree specializzate soprattutto nel Veronese, nel Bresciano, nell’alto Trevigiano, nell’Udinese (con un’appendice nelle colline novaresi). I campi sono terrazzati, anche nei pendii meno ripidi, e danno luogo talora a belle successioni di gradinate, oggi lasciate in abbandono nelle aree più povere. I muri di sostegno sono generalmente costruiti a secco, con blocchi di pietra; dove questi mancano o dove i pendii sono meno ripidi si trovano invece ciglioni fatti con cotiche erbose. La tecnica del terrazzamento è nelle Prealpi molto antica, ma si è diffusa soprattutto a partire dal ‘500, perfezionandosi nel ‘700, sotto l’impulso di nuove esigenze tecniche e colturali che, nel clima illuministico dell’epoca, erano espresse persino in versi :
« O saggio lui, che di frequenti mura / quasi panche alternate il suol distingue ! / Il declive s’allenta, e fa pianura… (B. Lorenzi).
La vite, che caratterizza questo paesaggio collinare, è stata introdotta prima ancora dell’età romana (ne sono state trovate tracce nei villaggi di palafitte dei laghi insubrici), ma i romani la diffusero ulteriormente e trovarono che certi vini prealpini potevano rivaleggiare con quelli più famosi del Lazio. Essa fu sempre coltivata con la tecnica della vite sposata all’albero (frassini, olmi, aceri). Soltanto a partire dal secolo scorso, con la razionalizzazione dell’agricoltura, sollecitata dagli esempi offerti dall’agricoltura capitalistica padana, si ebbe la generale adozione della vite su palo asciutto e la creazione di pergolati come quelli che danno una nota speciale al paesaggio collinare del Veronese.
Il paesaggio d’un tempo comprendeva, oltre alla vite, altre essenze legnose, come il ciliegio, ancora frequente, e molti gelsi, pianta diffusasi a partire specialmente dal ‘600, che portò un soffio benefico all’economia prealpina, poi abbandonata totalmente nel corso di questo secolo : qualche gelso sopravvive ancor oggi sugli argini e sulle prode dei campi, come testimonianza d’un’e-poca.
Associati alle piante legnose un tempo si coltivavano seminativi vari, in antico rappresentati da cereali poveri come il sorgo, poi dal grano e dal mais. Oggi molte aree per i seminativi sono state spesso riconvertite in prati. Questo paesaggio collinare molto sminuzzato, ricco di elementi diversi, costruito con cure secolari, pazienti, con vigneti, orti, alberi, privo o quasi di macchie boschive, con siepi intercalate tra podere e podere e pieno di chiusure, in quanto fu il primo nelle Prealpi a respingere le leggi medievali del libero pascolo delle greggi, è il paesaggio dell’appropriazione privata, che nella sezione veneta è per gran parte legata al dominio signorile, nobiliare, nella sezione occidentale soprattutto alla proprietà contadina e borghese. Il processo di appropriazione è iniziato praticamente in età comunale, quando si ebbe l’incentivazione dell’economia prealpina da parte delle città e la prima penetrazione borghese nelle campagne. Questa però non si spinse molto addentro nelle valli, dove i beni comunali furono annessi, attraverso vicende con-trastatissime, dalle popolazioni locali. Nella sezione sotto il dominio veneto l’acquisizione signorile della terra, che iniziò massicciamente nella seconda metà del ‘400, fu favorita dalla politica della Serenissima, come strumento per valorizzare la terraferma. Al regime signorile si collega la conduzione di tipo mezzadrile, diffusa nelle colline venete, meno in Lombardia. Alla mezzadria e alla conduzione diretta dei fondi di non grandi dimensioni (da 6 a 10 ettari) si connettono per gran parte la distribuzione delle case e le loro stesse caratteristiche. Esse sono infatti intimamente legate al podere e l’insieme costituisce l’elemento base, molecolare, dell’organizzazione territoriale. Non sono infrequenti, anche in queste zone di collina, le piccole corti, simili a quelle dell’alta pianura; ma la struttura delle dimore rurali varia sensibilmente a seconda che risalga ad epoche anteriori o posteriori al ‘700.
Al dominio signorile si deve infine l’inserimento nel paesaggio collinare delle ville, dimore di delizia ma anche centri aziendali legati all’organizzazione mezzadrile che hanno plasmato un certo paesaggio veneto (zone di Asolo, colline del Vicentino, del Veronese, ecc.) con l’introduzione di elementi urbani, architetture armoniose su sfondi scenografici (con le sue invenzioni architettoniche il Palladio si può considerare come un grande « architetto di paesaggi »), giardini, scalee, boschetti e roccoli all’interno di broli inviolabili, con piante, come il cipresso, prima ignorate nell’ambiente prealpino. Ma anche questo paesaggio, che il Sereni ha classificato, alla stregua di quello toscano, tra il « bel paesaggio all’italiana », plasmato dalla civiltà uscita dal Rinascimento, è oggi in decadenza, almeno là dove non si è avuta una rivalorizzazione delle vecchie e nobili dimore e dei fondi connessi da parte del neocapitalismo industriale. In altri casi, all’abbandono dei vecchi fondi hanno fatto seguito lottizzazioni e forme varie di agriturismo.
L’alta collina, peculiare ambiente prealpino
E’ nella parte più interna dell’arcata prealpina, nelle vallate che la solcano e nelle più piccole valli laterali, nelle conche e nei pianori interposti, che si ritrova l’ambiente prealpino vero e proprio, il meno coinvolto nei rapporti col pedemonte e le città padane. Siamo in un paesaggio che riflette un’organizzazione essenzialmente agricola e pastorale della vita sebbene non manchi neppure qui l’attività artigianale che nei fondivalle ha trovato in epoche recenti una sua riconversione in senso prevalentemente industriale.
Ovunque infatti ci sono potenzialità idriche si trovano le testimonianze di una tenace intraprendenza artigianale (i vecchi molini e i magli ad acqua risalivano le valli più interne alla ricerca di fonti e cascatelle), ovunque esistono risorse minerarie o possibilità di sfruttamento diversificato si ritrova la vivacità delle iniziative imprenditoriali. Però questo ambiente prealpino è quello caratterizzato in generale da un’economia povera, fondamentalmente basata sullo sfruttamento del suolo, un suolo spesso avaro, sia per la natura carsica dei terreni, sia per la non sempre facile agibilità, dei versanti. Inoltre quest’ambiente, che si pone in generale al di sopra dei 400 metri fino a 900 metri ed oltre, dove inizia l’ambiente montano dai caratteri ormai decisamente alpini, non offre condizioni climatiche ideali per l’agricoltura, perché già oltre i 400-500 metri certe colture fondamentali come la vite, il gelso e lo stesso granoturco trovano difficoltà di adattamento. Il paesaggio rivela queste difficoltà dell’uomo, i cui segni si riducono a vantaggio delle superfici boschive, che coprono i versanti più ripidi. Esse sono rappresentate da associazioni di latifoglie (dai roveri, ai carpini, ai faggi), unite nel bosco ceduo sfruttato da secoli dall’uomo, intercalato abbastanza spesso da boschi di castagni.
È anzi, questa, la fascia propria del castagno, che si addensa soprattutto là dove i suoli sono acidi e più ricchi di spessore, sulle pendici più umide e fre-
sche. I castagneti, che rappresentano una delle formazioni vegetali peculiari delle Prealpi, ospitano individui secolari, dal portamento maestoso, veri e propri feticci arborei gelosamente custoditi un tempo dall’uomo, perchè il castagno è un albero generoso che ha fornito sempre materia alimentare farinacea preziosa alle popolazioni di questa fascia povera e soggetta a ricorrenti crisi alimentari. L’agricoltura, molto difficile e stentata in talune zone carsiche, è praticata su proprietà estremamente frazionate. Siamo qui, infatti, nella fascia della piccola proprietà, dominante su tutto il fronte prealpino, anche come risultato sia di una compressione esercitata dai domini signorili e borghesi in basso, sia di un accrescimento demografico che ha determinato ulteriori frammentazioni delle originarie proprietà familiari. Queste si sono costituite in seguito ad un processo di erosione dei beni comunali e religiosi, rimasti a lungo inattaccati soprattutto nelle zone isolate e povere di scambi. Il processo di frammentazione era già molto avanzato agli inizi dell’8oo, epoca in cui la popolazione era eccessiva rispetto alle risorse. L’introduzione della patata aveva momentaneamente e illusoriamente risolto i problemi alimentari – essenziali in un’economia di autoconsumo – contribuendo a tenere ulteriormente legati alla terra gli uomini; questo fenomeno era stato all’origine sia della grande espansione dei terreni coltivati a spese del bosco sia di quel generale impoverimento della vita prealpina che ebbe drammatiche manifestazioni nel secolo scorso, con la diffusione della pellagra, con la rovina e i fallimenti senza speranza di numerose famiglie per le quali la polenta, le patate, le castagne e poco altro costituivano le uniche risorse.
In questo quadro economico e sociale, particolarmente difficile in certe zone del Bergamasco, del Bresciano, del Veronese, del Trentino, del Bellunese, della Carnia, si inserirono i primi esodi della popolazione verso il basso: la migrazione stagionale verso la pianura di manodopera avventizia, le lunghe peregrinazioni di seggiulaì e cartolare che dalle Prealpi Carniche andavano a vendere in pianura i prodotti confezionati d’inverno nelle stalle, e la migrazione verso la Germania, la Svizzera, la Francia e, più tardi, verso le Americhe. Esodi periodici, più o meno lunghi, dopo i quali gli uomini, quando non facevano scelte definitive (cui si collegano le fortune di parecchi prealpini, i gelatai del Trentino, i formaggieri della Valsassina, ecc.), tornavano con i danari sufficienti per comperare un pezzo di campo, con ciò non certo risolvendo i problemi del mondo prealpino, come ha dimostrato la grande discesa degli ultimi vent’anni dai « balconi » prealpini. È proprio a questi livelli, tra i. 400 e i 900 metri, sia in Lombardia, che nel Veneto, nel Friuli e nel Trentino, che il mondo prealpino ha conosciuto le più dure crisi. Ciò almeno nelle aree demograficamente più compresse e in quelle più lontane ed emarginate dai grandi centri di animazione economica. La razionalizzazione imposta dall’industria moderna ha anche fatto decadere certe attività minerarie, in passato molto importanti nell’economia di alcune zone, provocando nel settore dei marmi e del materiale cementifero una selezione che ha creato zone specializzate (nel Veronese, nel Bresciano, nel Bergamasco, ecc.).
Dove l’economia agricola si è conservata, sia pure in forme degradate, l’organizzazione territoriale tradizionale è ancora ben evidente. Essa ha i suoi perni in piccoli paesi, per lo più centri parrocchiali o comunali, che occupano le aree più agibili dell’orografia, molto spesso sui terrazzi e sugli addolcimenti di pendenza dei versanti, in vicinanza delle sorgenti d’acqua, che nelle aree carsiche, così dominanti nelle Prealpi, hanno una distribuzione discreta, legata ai reticoli idrici sotterranei. In genere sono piccoli centri, dominati da vecchie pievi, molte delle quali rimaneggiate dopo il ‘700 in forme barocche, con vecchie case dignitose là dove esisteva qualche famiglia più benestante o di professione artigianale (padroni di vecchi molini o di cave di marmo, produttori di ghiaccio, commercianti di legna, ecc.). Intorno ai villaggi si trovano talora contrade sparse, dislocate anch’esse nei punti migliori: aggregati di origine patriarcale ingranditisi per espansione del nucleo originario (ciò è rivelato dall’aggiunzione spesso lineare delle case, che cercano di preferenza l’orientamento a solatio) in cui il nome del ceppo fondatore coincide con quello della località.
Le case sono costruite secondò criteri che rispondono alle esigenze dell’attività agricola, meno sensibili qui agli influssi urbani e risolti non di rado in modi originali. L’uso di materiali locali ha talora direttamente influenzato le stesse strutture delle case. Gli esempi migliori in tal senso si conservano nel Bergamasco, nei Lessini, nel Bellunese, nelle Prealpi Carniche, dove predomina l’uso di pietre o lastami calcarei, materiale impiegato anche per i terrazzamenti, le recinzioni degli orti, le barriere divisorie lungo le mulattiere, gli altari votivi agli incroci: insieme di forme che, nel loro rapporto con le disponibilità e le condizioni dell’ambiente locale davano un carattere originale al paesaggio. In questo rientrano il dintorno coltivato, i campi e i prati intimamente legati ai paesi e alle contrade.
Le superfici coltivate si pongono su terrazze, anche qui laboriosamente costruite con muretti a secco. Un tempo si coltivavano grano saraceno, orzo, avena, patate; tra le piante legnose, oltre a qualche stento vigneto e agli ultimi gelsi, larga diffusione hanno sempre avuto i ciliegi. Numerosi sono sempre stati gli orti vicino alle case e alle stalle per la coltivazione di legumi e ortaggi vari destinati al consumo familiare. Gran parte dei campi oggi sono trasformati in prati per l’allevamento del bestiame che viene ancora in parte portato agli alpeggi sugli alti pascoli. I lavori agricoli sono svolti in molti casi da vecchi e da donne perchè gli uomini si dedicano ad attività più redditizie nelle fabbriche dei fondi-valle, nelle cave, quando non sono all’estero. Al massimo gli uomini si dedicano ai lavori sulle loro piccole proprietà nei giorni festivi, come passatempo, come ritorno a una tradizione o come legame affettivo con la vecchia proprietà familiare. Le attività agricole e d’allevamento danno da vivere ormai anche in questa zona ad un numero complessivamente limitato di persone. Questa fascia prealpina, la più decaduta e impoverita, è stata anche la meno rivitalizzata dalle forme moderne di annessione e di colonizzazione della montagna da parte della città. Anche dal punto di vista turistico non ha avuto molti sviluppi, se si escludono i casi particolari dei grandi e prestigiosi centri termali di fondovalle, come S. Pellegrino, Boario, Recoaro. L’edilizia turistica ha raggiunto soltanto i centri più vicini alle città, dove cioè è più agevole la pratica di quel turismo pendolare che lega le aree montane alle città. Questo in generale ha infatti cercato le quote superiori verso i 900-1000 metri. Ma qui entriamo in un altro paesaggio.
Testo di: Eugenio Turri, La fascia prealpina, in Paesaggi umani, Touring Club Italiano, 1977, pagg. 36-37, 40-48
Nesso, descritto dal sacerdote Santo Monti, 1895
Nesso (ab. 1450) è disposto come ad ordini o piani sopra un dirupo. Una cascata divide in mezzo il paese, con effetto stupendo.
L’Orrido di Nesso è bellissimo guardato di fianco, di mezzo, dal basso, dall’alto, ed ha esercitato il pennello di centinaia di paesisti.
Aveva un forte castello (il quale ha lasciato il nome a una parte del paese), che il Ballarmi (Stor. pag. 306) vuole edificato dai Romani, restaurato dai Longobardi e distrutto da Francesco Sforza duca di Milano. Nel 1124 i Comaschi assalirono il paese, uccisero molti abitanti e conquistarono la ròcca. La somma dell’amministrazione di Nesso e sue pertinenze era affidata ad un podestà, che durò in ufficio sin quasi ai nostri tempi ; e nel borgo v’era anche un palazzo pretorio ove si amministrava la giustizia-, e di cui si scorgono ancora gli avanzi presso la collegiata. — La Chiesa è una delle più antiche della diocesi di Como ed è plebana e matrice di molte altre tanto sulla riva orientale, quanto su quella occidentale del lago di Como; fu però quasi interamente riedificata nel secolo XVII. Nel presbiterio si vedono due tele grandiose fermate nelle pareti mediante cornici di stucco, dal lato dell’evangelo è rappresentato Gesù che consegna le Chiavi a S. Pietro, simbolo della concessagli facoltà di sciogliere e di legare; dal lato dell’epistola S. Paolo, che predica nell’areopago di Atene il Dio ignoto, sotto di questo ultimo quadro si legge : Andina 1854; anche le pitture del vólto, condotte colla massima cura, sono del medesimo autore. La Chiesa è di una sola navata, con cinque altari, tutti con pietra sacra. Sohvi in parrocchia, 1′ oratorio di S. Maria a Vico, e un altro oratorio a Castello dedicato a S. Lorenzo.
Nesso è stato illustrato da Giùnio Bazzoni, nella sua novella il Falco della Rupe. Anche Un arciprete di Nesso, Pietro Antonio Tacchi da Zelbio lasciò manoscritta una sua memoria.
L’autografo è nell’ archivio parrocchiale di Nesso, una copia incompleta è nella Biblioteca Comunale di Como.
Maggio 1895.
Sac. Santo Monti.
Nesso (Nesso, CO) pieve di Nesso (1757 – 1797)
Nesso (Nesso, CO)
pieve di Nesso (1757 – 1797)
Con la “Riforma al governo della città e contado di Como” (editto 19 giugno 1756) l’organizzazione del territorio della pieve subì alcuni mutamenti: l’editto infatti prevedeva che “le Comunità di Maslianico e Blevio si separeranno dalla pieve di Nesso, e dall’Amministrazione del Contado di Como, e si riuniranno con le cinque terre di Torno, Urio, Moltrasio, Piazza e Rovenna, e con le comunità di Cernobio e di Brunate, le quali nove comunità dovranno comporre in avvenire una pieve distinta, che si nominerà la pieve di Zesio superiore”. Nel compartimento territoriale dello stato di Milano (editto 10 giugno 1757) la pieve di Nesso, inserita nel contado di Como, risulta formata dai 11 comuni seguenti: Brienno, Carate, Careno, Laglio, Lemna, Molina, Nesso, Palanzo, Pognana con Quarzano e Canzaga, Veleso con Erno, Zelbio. Nel 1771 la pieve contava 4.526 abitanti (Statistica anime Lombardia, 1771). Con il successivo compartimento territoriale della Lombardia austriaca (editto 26 settembre 1786 c) la pieve di Nesso venne inclusa nella provincia di Como; i comuni che la componevano rimasero gli stessi. Nel 1787, a seguito della morte senza eredi maschi del marchese Giambattista Casnedi, la pieve costituente l’intero feudo di Nesso tornò nelle disponibilità del regio Demanio. Nel nuovo compartimento territoriale per l’anno 1791 la pieve di Nesso risulta ancora inserita nella provincia di Como, della quale, con la pieve di Bellagio ed una parte della pieve d’Isola, formava il III distretto censuario (Compartimento Lombardia, 1791).
ultima modifica: 03/04/2006
Pieve di Nesso (1757 – 1797) – Istituzioni storiche – Lombardia Beni Culturali



