GENIUS LOCI

Richard Forster, “‘timeless approach’ is more in sympathy with ecology and human needs for creating more inspiring, balanced, less harmfully stressful environments …

This ‘timeless approach’ is more in sympathy with ecology and human needs for creating more inspiring, balanced, less harmfully stressful environments than modern, mechanistic or electronic “I – It”, more unrelated and statistical processes, working abstractly and coldly out of the head/intellect normally associated with ego. As ‘the timeless way’ is more warmly containing, organic, originative and spontaneously creative, it does not require the repression of key instincts. Being of both bodyand mind, it is both instinctive and more objectively conscious. And it is more holistic and balanced. It may be better characterised by “i – my Self”, where the persona previously attached to the ego is no longer working at odds with the greater Self. The narrower ego must let go and yield to the more balanced Self. It allows one more freedom simply to be‘oneself’, without pretensions, in a more grounded, simple, wholesome and healthy way of life… which is also less stressful.

The ‘Timeless Way’ is genetically encoded in the DNA, enfolded within the maturational process, or growth cycle for initiation and completeness Jung called ‘individuation’, otherwise known as self-actualization and self-realization. There are various grades or steps involving a widening of awareness, with the number 7 commonmost in mythology and religion. The planes of differentiated consciousness include sensation, feeling (especially conscience, values, love, sympathy, empathy and compassion refined from the raw emotions), reflective intelligence, intuition, spirituality, will, and an intimation of the divine.


GENIO LOCI IGNOTO … to the genius of places, unknown.

inscription on stone sculpture made at request of C.G. Jung — facing the outdoor dining-discussion table for visiting lecturers on garden terrace,
the Eranos Foundation, overlooking the Lago Maggiore near Ascona CH

segue qui:

GENIUS LOCI · Simboli e Archetipi

Baldo Lami, Elena Briante, Paolo Ferrario, Francesco Pazienza, Claudia Reghenzi parlano di ANGELICAMENTE, Zephyro edizioni 28 novembre 2010

 

ANGELICAMENTE. IL SENSO DELL’ANGELO NEL NOSTRO TEMPO

Presentazione di Baldo Lami

Questo libro è nato da una doppia esigenza: in generale quella di comprendere il senso dell’angelo come figura elettiva dell’immaginario spirituale dell’uomo alla luce della sensibilità moderna; e nello specifico quella di liberarlo dal recinto del folclore del sentimento religioso o della metafora solo poetica-letteraria, in cui è stato relegato, per restituirlo alla sua vera realtà vivente.

Per fare questo ho ritenuto necessario richiamarmi a esperienze e a saperi diversi anche rispetto a quelli conosciuti. Anche perché la verità dell’angelo si presenta in discontinuità rispetto all’ordine valoriale stabilito, rispetto alla doxa del momento, cioè dell’opinione corrente. Infatti oltre a infrangere la barriera spaziotemporale, l’angelo infrange anche il sistema di conoscenza vigente.

In questo contesto mi limito a riassumere in due parole il contenuto di ciascun articolo secondo la scansione presentata nel libro stesso.

  • Il primo articolo s’intitola: “L’angelo come metafora della presenza dell’infinito e dell’oltre”, di Grazia Apisa, poetessa e psicoanalista abitante e operante a Genova. Non poteva esserci miglior incipit di questo. Secondo l’autrice, quando l’infinito si è presentificato l’angelo scompare perché ha esaurito il suo compito e non c’è più bisogno di lui.
  • Segue l’articolo: “Gli angeli nella Bibbia e nella Riforma”, di Eliana Briante, pastora della chiesa evangelica metodista di Via Porro Lambertenghi a Milano, che è una comunità multietnica che dirige con molta sensibilità e saggezza. Nel protestantesimo si preferisce fare appello alla mediazione di Cristo, cioè all’umanità dell’uomo, anziché a quella dell’angelo.
  • L’articolo successivo è quello di Gabriele De Ritis, di Sora (FR), ex docente di lettere e da venti anni educatore in un centro di ascolto per ragazzi tossicodipendenti della comunità di Exodus. Il titolo è eloquente di per sé: “Essere angelo per qualcuno. Empatia e kairòs nella relazione di aiuto”. Empatia e kairòs sono due sensi “angelici” presenti potenzialmente in tutti.
  • Segue l’articolo: “Il Genius Loci come angelo del luogo” di Paolo Ferrario,sociologo e docente all’università di Milano Bicocca. Il genius loci fa pensare più a un’angelicità orizzontale pertinente alla terra e alla gensdella polis anziché a quella verticale divina. Ma questo è proprio ciò che dovrebbe maggiormente responsabilizzare l’uomo alla cura del luogo che abita.
  • Succede l’articolo: “La mistica del colore. Gli angeli di luce rossa, di luce gialla e di luce blu” di Pietro Gentili, artista eccelso, pittore e astrologo, amico di vecchia data recentemente scomparso a cui devo il principale motivo ispiratore di questo libro e anche (così mi piace pensare) la guida dall’alto. Questa ala di angelo in copertina è un particolare di una sua opera.
  • Dopo è la volta di Claudio Gregorat, musicista compositore e commentatore della sterminata opera di Rudolf Steiner, apostolo dell’esoterismo cristiano, con l’articolo dal titolo anch’esso eloquente: “L’influenza dell’angelo nell’anima umana”, cioè cosa fa e come opera l’angelo nella nostra psiche, con quale finalità. È praticamente il riassunto di un importante saggio di Steiner.
  • Poi ci sono io, Baldo Lami, poeta, psicologo analista, curatore dell’opera e autore con: “La missione disconosciuta degli angeli emotigeni”, cioè suscitatori di emozioni, che hanno un indubbio connotato angelico in quanto sono motivate e motivanti, messaggere e intermediarie tra un mondo e l’altro, tra materia e spirito, tra mente e corpo, tra pensieri e sentimenti.
  • Segue Massimo Marasco, specialista informatico, scrivano e coautore con Silvia Montefoschi di alcuni saggi, con l’articolo dal titolo: “Angeli e custodi”, in cui racconta della “funzione custode” dell’angelo incarnata dalle figure reali che nella sua vita si sono poste come protettrici del suo progetto esistenziale, essendo proprio questo l’oggetto specifico della custodia angelica.

Seguono adesso tre articoli, quasi consecutivi, che pongono al centro dell’immaginazione o della riflessione la speciale supremazia letta in chiave simbolica di uno o più angeli biblici conosciuti.

  • Il primo s’intitola: “L’angelo dell’annunciazione”, di Paola Marzoli, pittrice e psicoanalista che ha svolto una sua personale ricerca sull’angelo che ha annunciato a Maria la nascita di Gesù, cioè l’avvento di un nuovo piano di coscienza. Per questa autrice è quindi questo l’angelo più importante di tutti perché segna l’inizio di un percorso assolutamente nuovo, inedito.
  • Il secondo è: “Michele e Lucifero: cosa avranno ancora quei due da dirsi?” di Maria Luisa Mastrantoni, editore Zephyro, che racconta il dialogo di una coppia angelica di prim’ordine: Michele (il custode dell’ordinamento divino) e Lucifero (il sovvertitore di questo stesso ordinamento) che periodicamente s’incontrano per decidere le sorti del mondo e dell’umanità.

  • S’intercala a questo punto l’articolo: “Angeli dell’Europa” di FrancescoPazienza, psicanalista milanese, ex docente steineriano di religione e attualmente anche insegnante di biografia e pedagogia steineriana. Anche Pazienza prende le mosse dal citato saggio di Steiner ma per inclinare subito sull’Europa al cui destino è legato anche il nostro.

  • Il terzo dei tre articoli anzidetti è: “Lucifero dinamica divina”, composto dalla coppiaBianca PietriniFabrizio Raggi, abitanti e operanti a La Spezia, Fabrizio anche in qualità di medico e psichiatra. Al centro di questa disamina troneggia Lucifero, che nel pensiero di Silvia Montefoschi, cui gli autori si riferiscono, è il motore di tutta la dinamica evolutiva dell’essere.

  • Segue: “Lontananze che disegnano orizzonti”, di Massimo Pittella, ingegnere informatico. Alla mia proposta di scrivere qualcosa sull’angelo, Massimo mi ha risposto dicendomi che dovevo avere sbagliato persona, perché nella sua esperienza non è la presenza dell’angelo a risultare salvifica e creativa ma la sua assenza. Sarà questo “paradosso angelico” allora a essere spiegato.

  • Si arriva così all’articolo: “La sincronicità come manifestazione angelica dell’unità di senso interno-esterno” di Claudia Reghenzi, laureata in sociologia ma ora scrittrice che ha già in cantiere il suo terzo romanzo. La sincronicità è un evento veramente misterioso, un piccolo miracolo del vivente, e chi la scopre una volta nella propria vita non la dimentica mai.
  • Penultimo: “Quale angelo sulla scena della violenza alle donne?” di Stefania Valanzano, psicoterapeuta che si occupa dell’impatto traumatico della violenza sulle donne. Rigoroso sul piano scientifico e senza alcun riferimento all’angelo, il suo scritto apre a una lettura diversa da quella, datami all’inizio, dell’impossibilità della presenza angelica sulla scena del “delitto”.
  • L’ultimo articolo s’intitola: “L’angelo nel cinema: da La vita è meravigliosa alla vita dei nostri giorni!”, composto a più mani dal Gruppo lettura filmsecondo una lettura d’anima centrata sull’amore, che ha cercato di delineare i tratti salienti dell’angelo di celluloide per capirlo meglio all’interno delle “proiezioni” sulla sua figura che il cinema così angelicamente ci restituisce.

Concludo questa presentazione del libro con l’ultima frase contenuta nella descrizione della quarta di copertina: “Ne esce un quadro molto eterogeneo e policromo ricco di suggestioni, per un viaggio memorabile nel tempo caduco dell’uomo odierno, ma condotto sulle ali senza tempo dell’angelo.

GENIUS LOCI · Milano

Gian Luca Margheriti 1001 cose da vedere a Milano almeno una volta nella vita, Newton Compton

Gian Luca Margheriti
1001 cose da vedere a Milano almeno una volta nella vita

Il Duomo, la Scala, il Castello Sforzesco, le vie dello shopping… E poi cos’altro? È vero che a Milano c’è poco da vedere? Solo a un’osservazione affrettata, assicurava la scrittrice Edith Wharton a inizio Novecento. E questo vale senza dubbio ancora oggi, perché se al primo impatto Milano può sembrare poco interessante rispetto ad altre più esuberanti città italiane, è solo perché sa nascondersi e sfuggire abilmente all’occhio del turista superficiale. (segue)

GENIUS LOCI · Paesaggio

Paesaggio svizzero sotto pressione

BERNA – Gli aumenti di popolazione, la domanda di abitazioni e il traffico nonché lo sviluppo in parte incontrollato delle città mettono sotto pressione il paesaggio svizzero. È quanto rileva il primo rapporto dell genere dell’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM).

Secondo gli indicatori finora considerati dal programma «Landschaftsbeobachtung Schweiz» (LABES) dell’UFAM, presentato oggi, negli ultimi decenni vi è stato un calo continuo delle qualità paesaggistiche. Tra il 1980 e il 2002 l’urbanizzazione del paesaggio è cresciuta di quasi il 15%. Tra il 1983 e il 2007, la percentuale degli insediamenti è salita da uno scarso 6% a quasi l’8% della superficie complessiva della Svizzera. Il grado di impermeabilizzazione del suolo è salito tra il 1983 e il 2007 dal 4,7% al 6%.

LABES ha però rilevato anche indicatori che mostrano miglioramenti per singoli aspetti del paesaggio. Il 78% delle rive dei corsi e degli specchi d’acqua è ancora allo stato naturale o ha subito poche modifiche. Tra il 1989 e il 2003 sono stati rinaturati ogni anno 150 km di corsi d’acqua; nel contempo, ne sono tuttavia stati incanalati oltre 120 km l’anno. Le superfici forestali sfruttate in modo estensivo e poco influenzate dalle attività antropiche sono aumentate quasi ovunque in Svizzera, uno sviluppo che promuove una diversità delle specie ricca e specializzata.

 

da: CdT.ch – Paesaggio svizzero sotto pressione.

GENIUS LOCI · Mostre · Paesaggio

Morandi. L’essenza del paesaggio

Morandi. L’essenza del paesaggio

“Dipingo e incido paesi e nature morte”. Poche parole, pronunciate con la severa misura di sempre, bastavano a Giorgio Morandi (1890 – 1964)  per riassumere la propria arte, quintessenza di rigore ascetico e riflessione puntigliosa su pochi temi (nature morte e paesaggi appunto) instancabilmente scandagliati. Di nature morte – austere e vibranti composizioni di bottiglie e vasetti, bricchi e vecchi lumi – ne dipinse così tante da divenire noto ovunque come “pittore di bottiglie”, finendo per riservare ai paesi (come preferiva chiamare i suoi paesaggi) una posizione gregaria, ancorché cospicua, all’interno della sua produzione. “E dire che i paesaggi li amavo di più” – avrebbe dichiarato in seguito – confessando anche “ma bisognava viaggiare e soffermarsi in un posto o nell’altro e ritornarvi per completare il lavoro”. E forse proprio in questa attenzione amorosa e puntigliosissima per i paesaggi, individuati attraverso una ricerca meticolosa e dipinti dopo aver stabilito l’inquadratura più opportuna e prolungate introspezioni, sono da cercare le ragioni della loro minor quantità. Uomo di solitudine e di tradizione, Morandi aveva attraversato i maggiori movimenti artistici italiani, dal futurismo alla metafisica, da Valori Plastici a Novecento, senza farsene frastornare, sottraendosi alla schiavitù delle regole altrui cui, in arte come nella vita, si finisce sempre per sottostare quando non si sia in grado di darsene di proprie. Il canone morandiano comprendeva due norme fondamentali – “ritengo che esprimere la natura, cioè il mondo visibile, sia la cosa che maggiormente m’interessa” e “lavoro costantemente dal vero” – che il maestro bolognese, uomo schivo come pochi, declinava facendo coincidere i confini del proprio mondo e della propria arte con lo studio bolognese di via Fondazza e con la casa di campagna di Grizzana. Era questo frammento di mondo che Morandi trasformava nelle immagini intime e vibranti di caste bottiglie e vasetti feriali, e di paesaggi assorti, soprattutto i calanchi aridi degli Appennini appena fuori Bologna, intorno a Grizzana, dove il pittore passò le sue estati e gli anni della guerra, ma anche il modesto cortile della casa bolognese. Una pittura tonale, severa ed equilibrata, difficile e segreta, dove le povere cose sono pretesti per esprimere sentimenti. Vasetti consunti, ciotole vuote e bottiglie polverose ricoperte di colori opachi, rifiutando la seduzione delle trasparenze, e attoniti paesaggi, ridotti a liriche geometrie, quasi sul limitare dell’astrazione che sfuggono alle trappole dell’entropia, riescendo sorprendntemente a ricreare la vita, a restituirne l’essenza.
Tuttavia, come ricordava Federico Zeri, “mentre tutti lo conoscono come autore di nature morte, pochi sono a conoscenza dell’altra sua attività, quella di pittore di paesaggio.[…] Io considero questi dipinti fra i più alti capolavori del paesaggismo di tutti i tempi. In essi si sente un’affettuosa attenzione verso l’opera giovanile di Corot; talvolta si percepiscono riflessi molto mediati e trasfigurati di Cézanne” . Per questo, tanto più preziosa è l’esemplare rassegna allestita nelle sale della Fondazione Ferrero di Alba che esplora l’essenza del paesaggio nell’arte del maestro bolognese attraverso una settantina di opere, in prevalenza dipinti e una rigorosa selezione di acquerelli. Un ulteriore elemento di appeal della rassegna nasce dalla provenienza delle opere, quasi tutti destinate da Morandi ai suoi compagni di strada più fedeli, artisti e intellettuali, da Malaparte a Casella, da Soffici a Campana e Ungaretti, nonché ai suoi primi collezionisti ed estimatori, mecenati, critici e storici dell’arte, Longhi e Vitali, Brandi e Magnani, Ragghianti, Venturi e Arcangeli, intrecciando la storia dell’arte morandiana a quella della cultura del tempo.
La mostra prende avvio da un prezioso nucleo di lavori giovanili degli anni Dieci, partendo dal seminale “Nevicata” del 1910 – muto di voci e di presenze umane come lo saranno tutti i suoi paesaggi futuri, a cui sono affiancate opere di pochi anni successive, come il “Paesaggio Vitali” del 1911, memori del cubismo e della lezione di Cezanne, cui si aggiungono gli echi del Doganiere Rousseau, riprova dell’incessante ricerca di un’autonoma espressività e di un affinamento dello stile del solitario di via Fondazza. Un momento nodale nella poetica di Morandi sono i paesi dipinti nel decennio successivo che declinano la linea della tradizione italiana – Giotto, Masaccio, Piero della Francesca –  innervandola con il sentimento della contemporaneità, in modo tanto più estremo quanto più dissimulato: le geometrie cezanniane accolgono le leggerissime velature di colore, memori delle scialbature degli affreschi quattrocenteschi. Sono paesaggi severi, assoluti e dalla struttura decisa, lontani da ogni naturalismo, in cui poche case, compatte come solidi geometrici si stagliano, nella tarda luce mattinale, contro cieli smaltati d’azzurro di purezza pierfrancescana. E’ negli anni Trenta che Morandi raggiunge una grandezza autonoma ed esiti altissimi. L’armonia meditata della forma si specchia  nella raggiunta perfezione della materia tonale: i paesaggi inameni, “inutili” come le bottiglie e le ciotole che abitano le sue nature morte, rivelano definitivamente la loro essenza di “puri” pretesti espressivi. E questo accade soprattutto nei paesaggi di Grizzana, dipinti da Morandi negli anni più tragici della guerra ulteriore snodo essenziale nell’opera dell’artista bolognese, e uno dei vertici della pittura italiana del Novecento. Decantando la stesura più densa del decennio precedente, quando il colore ancora modellava la presenza degli oggetti, coagulando la luce per stacchi più nitidi e drammatici, Morandi sottrae corpo e consistenza alla materia, sino a lasciare sulla tela poco più di una velatura appena modulata in cui le colline e le valli dell’Appennino emiliano appaiono come dilavate dal tempo, sindoni di solitudine e di desolazione. E sullo stato di contemplazione assorta suscitato dalla serie dei “cortili di via Fondazza” degli anni Cinquanta, accostati ai paesaggi di Grizzana dei suoi ultimi anni, si chiude la rassegna albese. Si assiste a un progressivo smaterializzarsi della realtà nella luce, a un rarefarsi della pittura che disgrega il confine tra paesaggio e natura morta esemplificato in mostra dall’accostamento di un “Paesaggio” del 1962 e una “Natura morta”  del 1963. Entrambi danno vita, incarnano e realizzano le parole dell’assunto per cui è diventato famoso: “Non vi è nulla di più astratto del reale”.

da: Italica – Morandi Giorgio: Morandi. L’essenza del paesaggio.

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GENIUS LOCI · Tempo

“GENIUS LOCI”, per rappresentare l’essenza, l’anima, la forza di un luogo, in Paolo Ferrario, Il Genius Loci come angelo del luogo, in Angelicamente, il senso dell’angelo nel nostro tempo, a cura di Baldo Lami, Zephyro Edizioni, 2010, p. 45-57

Lo spazio ed il tempo sono le categorie essenziali per la stessa nozione di esistenza: ogni percezione di sé e del mondo si realizza nello spazio ed anche le rappresentazione mentali e culturali si realizzano in uno spazio.

Il tempo è la curva inesorabile che struttura ogni gesto della nostra vita, ma noi lo viviamo in uno spazio. E’ il nostro linguaggio a rivelarci che sempre  pensiamo noi stessi collocandoci in un luogo. Infatti diciamo “sentirsi a casa” o “sentirsi spaesati” o ancora “sentirsi in trincea” o “stare a casa di Dio”. Dunque la spazialità permea il pensiero e il linguaggio.

Per cominciare a costellare il tema del luogo ricorro alla  energia del pensiero di James Hillman (2001), quando ci avvisa che: “se è vero che l’anima ha a che fare con l’approfondirsi degli eventi, questi eventi non sono solo dentro di noi ma possono essere dentro il mondo. Questa è l’anima mundi, l’anima nel mondo, o del mondo”. E’ davvero forte questa suggestione che orienta a cercare l’anima nei luoghi. Non è la Psiche ad essere in noi, noi siamo nella Psiche.

Mettere in relazione il proprio sé con il  mondo esterno è come un “fare anima” anche con il gesto semplice di stare in un posto, alla ricerca lieve, curiosa ed interessata di quel qualcosa di difficilmente afferrabile (se non vi si presta amorosa attenzione) che va a costituire il nucleo essenziale di in luogo. Lo si cattura con una intuizione o con una percezione sintetica.

Lo si è chiamato Genius Loci”, per rappresentare l’essenza, l’anima, la forza di un luogo.

Qualche architetto, in evidente riflessione autocritica, dice: “Il luogo rappresenta quella parte di verità che appartiene all’architettura: esso è la manifestazione concreta dell’abitare dell’uomo, la cui identità dipende dall’appartenenza ai luoghi” (Christian Norberg-Schultz, citato da Francesco Bevilacqua, 2010).

in Paolo Ferrario, Il Genius Loci come angelo del luogo, in Angelicamente, il senso dell’angelo nel nostro tempo, a cura di Baldo Lami, Zephyro Edizioni, 2010, p. 45-57

GENIUS LOCI · LAGO DI COMO-LARIO: Luoghi · Paesaggio · Politica regionale e locale

George Clooney scende in campo per salvare l’antica filanda sul lago di Como che il banchiere di Putin, Igor Kogan, ha deciso di radere al suolo per farne tre piscine e un colonnato stile impero

Una nuova battaglia ambientalista per George Clooney. L’attore americano scende in campo per salvare l’antica filanda sul lago di Como che il banchiere di Putin, Igor Kogan, ha deciso di radere al suolo per farne tre piscine e un colonnato stile impero. Il tutto contro il parere della Soprintendenza e del ministero per i Beni culturali e proprio a due passi da quella Villa Oleandra che George deve ora difendere dal cemento oltre che dai soliti paparazzi e dai fan invadenti. Non è la prima volta.

Appena giunto a Laglio, Clooney è diventato uno strenuo difensore del paesaggio. Come testimonial ambientalista è riuscito a scongiurare che andasse in porto un altro piano di cementificazione delle sponde. Ma ora il magnate russo, dopo un ricorso contro il blocco decretato dalla Soprintendenza e dal ministero, ha ricevuto dal Tar lombardo il nullaosta ad abbattere l’edificio così come previsto nel piano di riqualificazione della sua villa La Punta.


Da parte del Comune, nessuna resistenza. Clooney invece tiene duro: “Resterò in prima fila a difendere la quiete di questo territorio al fianco del comitato Rive di Laglio”, assicura l’attore a “L’espresso”. Ma fino a quando? Sono in molti nella comunità lariana a temere che la goccia russa possa far traboccare il vaso, e magari spingere Clooney a scappar via dall’amato lago. T. Ma.

da l’Espresso 11 novembre 2010

 

petit onze · sentieri

Tracce e Sentieri | Tracce e Sentieri

Sentiero
nel bosco
passo dietro passo
ghiaia scricchiola mentre cammino
Tracce

Dedicato a Tracce e Sentieri

Traccio
indistintamente camminando
passo dopo passo
seguendo i miei pensieri
Sentieri

La fotografia è tratta da: http://vocearancio.ingdirect.it/?p=56291&tc=email

da: Tracce e Sentieri | Tracce e Sentieri.

Acqua · meteo e terra

Maltempo, il lago sale Mezzo metro in due giorni – Cronaca – La Provincia di Como

Il livello delle acque del Lario è cresciuto di quasi mezzo metro in appena un paio di giorni. L’ultimo rilevamento da parte del Consorzio dell’Adda annunciava il lago sopra quota 60 centimetri oltre lo zero idrometrico, ovvero una sessantina di centimetri al di sotto del punto di esondazione.

via  Maltempo, il lago sale Mezzo metro in due giorni – Cronaca – La Provincia di Como.

Anghiari · CASA di Coatesa · GENIUS LOCI

Porte di Anghiari

Usci
misteriosamente serrati.
Al di là
sconosciute storie da raccontare
respirano

da: Porte di Anghiari | Tracce e Sentieri.