don Aldo Fortunato. 4 ottobre 1998

Quando diventò parroco?
«Nel 1964 c’erano da costruire tre parrocchie periferiche. La più conciata era Muggiò. Non c’era niente, neanche un pezzo di terreno. Chiesi di andare lì perché era una situazione tanto disperata che nessuno mi avrebbe rotto l’anima. Un’esperienza durissima. Dicevo messa nei garage. Fui sull’orlo di una crisi di nervi».
A Muggiò cambiò la sua vita.
«Il 4 febbraio 1975 bussò alla mia porta il primo drogato. Trovò l’uscio aperto. Nove mesi dopo erano in ottanta. Imparai a compiere i primi passi. Tutti sbagliati. Mi illudevo di tirarli insieme e migliorarli. Storie. Erano diventati loro i padroni e dovevo chiamare i carabinieri per farmi piantonare. Col tossicodipendente bisogna essere sì disponibili, ma con un polso molto fermo. Contrattare con molta chiarezza, prendere o lasciare».
Com’erano i rapporti con la gerarchia ecclesiale?
«Non cordiali. Per raccogliere fondi facevo concerti in chiesa, con grave disappunto del vescovo Ferraroni. Mi scrisse che la chiesa era diventata un auditorium. Risposi che siccome serviva ad aiutare gente emarginata, per me era ancora più chiesa. Punto. Mi trovo assai meglio col Vescovo attuale».
In che senso?
«Maggiolini ha il merito di capire la nostra missione e ci trasmette calore e stima. Il suo primo Natale a Como chiese di celebrar messa in comunità. Un segno di profonda attenzione».

Intervisa don Aldo Fortunato Corriere di Como – Approfondimento

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Pia Pullici

La sua lingua taglia almeno quanto il suo braccio costruisce. Senza mai smarrire il sorriso. Forse proprio questo atteggiamento irrita e la rende insopportabile a chi non le è amico. Lei incassa e ricambia con egual moneta.
«La maggioranza che ha governato Como negli ultimi quattro anni non conosceva i problemi dell’handicap. Quando ne parlavo, nei rari momenti in cui non si trattava di edilizia privata, davo fastidio. Li importunava anche il fatto di vedermi il sabato pomeriggio mentre accompagnavo uno in carrozzina e alla sera a cena con il Questore e il Prefetto. Eppure, per difendere i più deboli bisogna stare dalla parte dei forti».

Intervista a Pia Pullici, Corriere di Como

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Nesso: 900 anni 1095-1995. Ricerche e riflessioni in occasione del nono centenario della consacrazione della antica chiesa parrocchiale, a cura della Biblioteca Comunale di Nesso e della Parrocchia di Nesso

Nesso: 900 anni 1095-1995. Ricerche e riflessioni in occasione del nono centenario della consacrazione della antica chiesa parrocchiale,

a cura della Biblioteca Comunale di Nesso e della Parrocchia di Nesso

1996, pag. 120

Scritti di:

don Saverio Xeres, Paolo Grillo, Marcella Di Siena, Maurizio Fadone, Ferdinando Viganò, Carlo Casati, don Giuseppe Romanò

prefazione del sindaco Sebastiano D’Amico

Coatesa e Riva di Castello, stampa In Ricordo di Como, edito in occasione dell’Esposizione voltiana del 1899, ripubblicata da Actac, 1995





Borgo de’ più pittoreschi del lago sulla riva destra a 15 chilometri da Como. Si arrampica su dirupi, tra cui si frangono strepitando le acque delle valli del Tufo e di Nosée a formarvi l’Orrido sua principale bellezza. Antichissima ne è l’origine, e il nome Naxus parrebbe giustificare l’opinione di coloro che l’attribuiscono ad una delle famiglie greche condotte a Como da Giulio Cesare. Fu sempre abitato da gente robusta ed audace, amante di libertà e d’indipendenza, cui seppe difendere e colle proprie braccia e col ben munito castello, di cui restò il nome alla parte del borgo più avanzata nel lago. — L’ antica basilica di S. Pietro credesi consacrata da papa Urbano’II nel 1095 e vi fu sepolto Rainaldo vescovo di Como morto nel castello di Nesso, dove riparò per fuggir le ire de’ faziosi cittadini. Ma la vecchia basilica più volte restaurata cedette alla fine il posto al tempio attuale. — Fa celebre Nesso la leggenda di Falco della rupe, gran fautore delle arrischiate imprese di Giangiacomo Medici castellano di Musso, l’intrepido e simpatico eroe del racconto di Giambattista Bazzoni, vero o suppósto che sia.

Nesso Un tempo coltivò la manifattura de’ pannilani, ed ora le acque del suo torrente animano opifici serici, frantoi d’olive, macine di mulini, ecc.

Chi va su per la valle giunge all’ameno paesello di Zelbio e di là al Pian del Ti vano spaziosissima altura a m. II59 coronata dalle cime de’ monti della Vallassina e del Lario, fra le quali spicca gigante il cono del S. Primo (1693 metri); nel mezzo del Piano s’apre la misteriosa caverna detta il Buco della Nicolina, grande imbuto scolatore delle acque piovane.

This is a small pictoresque town on the right bank of the lake, abont 15 kilometers from Como. After climbing the steep precipices, one reaches the = Orrido = formed by the tumultuous rushing waters which drain the valteys of Tufo and osee, which forms, it chief attraction. The origin of this town is lost in antiquity and its name Naxus seems to ju-stify the opinion of those who attribuì* it to a Greek family conducted to Como by Jùlms Ccesar. It has-always been inhabited by robust and hardy people, lovers of freedom and independence, which* theyknew how to defend by arms and a well fortifted castle whose name is stili that pf the part of the town, which *juts out into the lake. It. is beheved that the ancient church Was consecrated by Urban II in 1095,- and Rainaldo bishop of Como who died at the castle pf-Nesso, where he had fled to escape the anger of the re-, volted cittzens, wasburied there. But the old.tempie many times renovated made way at last for the àctual church. The legend pf ss Falco della Rupe ss abettor of the risky undertakings of Giangiacomo Medici, the fendal lord pf Musso has rendered this place celebrated. It is not known whether this intrepid and syrapatine herp of the romance by Giambattista Bazzoni e ver existed. Nesso at one tane manufactured cloth, and now the waters of its torrents tura the wheels of various silk mills, olive crushing mills, and flour mills, etc. He who goes up the valley will reach the pleasant little hamlet of Zelbio and beyond the spacious plateau of the- = Pian del Tivano ss at the heighth of 1159 meters crowned by the summits of the Valassina and Lario Mouuts, among which thrones’the immense cone of St. Primo (1693 meters); in the middle of the plateau is to be seen the mysterious cave called the- « Buco della Nicolina, » a great funnel serving to carry off the surface waters.

C’est un des bourgs les plus pittoresques du lac, sur la rive droite à 15 ki-lomètres de Còme. Il grimpe sur les rochers entre lesquels heurtent bruyainment les eaux des vallées du Tufo et de Nosée formànt l’Orrido, son premier attrait. L’origine e,p est ancienne, et le noni de Naxus paralt justifier 1* opinion de ceux qui la font remonter à une des familles grecques conduites à Còme per Jules Cesar. Ce bonrg fut toujours habité par des gens robustes et audaces, aimant la liberté et l’indépendance, liberté et indépendance que les habitants surent défendre de. leurs bras et de leur chàteau bien fortifié, Ce chàteau laissa son nom à la partie du bourg plus avancée dans le lac. — L’ancienne basilique de St. Pierre a été consacrée, dit on, par le pape Urbain II en 1095, et contient les restes de Rainaldo, évèque de. Cóme, mort dans e chàteau de Nesso, où il s’est enfui pour se soustraire à la haine des factions. Mais . la vieillè basilique, souvent restaurée, laissa enfin la place à l’égllse actuelle. Nesso a été célèbre par la legende de Falco della Rupe, gran fauteur des entreprises hardies de Jean Jacques Medici seigneur de Musso, l’intrepide et sympatique héros vrai on. suppose du roman de Jean Baptiste Bazzoni. r*r Nesso cultiva, dans le temps, la raanufacture des étoffes en laine, et à présent les eaux’ de son torrent mettent en mouvement des machines pour l’industrie de la soie, des moulins à olives, à blé, etc. Celui qui pénètre dans la vallèe arri ve au riant village de Zelbio, et de là au Pian del Tivano, élévation très spacieuse à II59 mètres, couronnée par les pointes des montagnes de la Valassina et du Larius* parmi lesquels se dresse comme un géant le còne de S. Primo (1693 mètres) ; au milieu du Pian del Tivano s’ouvre la caverne mystètieuse nommée le « Buco della Nicolina » grand entonnoit, pour ainsi dire, d’où écoulent les eaux des pluies,

Einer der malerischsten Oste un rechten Seeufer, 15 Kilometer von Como. Er hangt Iseo, zwischen denen sich die den Tufo-und Nosée-Thàlern entstrotosend Bahn brechen, und die wilde Kluft des Orrido, seine Hauptschon-r Ort ist uralt, und der Name Naxus scheint denen Recht zu geben, die ler griechisched Famili’en herleiten, welche Julius Caesar hier ansiedelte. iuhuen. Bewohner. liebten stets ihre Freiheit und Selbsiandjgkeit, ùnd : dem Schwette za yerteidigen, wie auch mittelst der stark befestigten cher der am weitesten in den Sae vorspringende Xeil des Ortes benannt : Basilica S. Pietro soli vom Papst UrbanII flevreiht worden sein. und b des Bischofi Rainaldo voa Como, der Vs^.atHìiaFcahrerischen Burgern be’- ^eflùchtet. Nàch méhrmaliger Restaufierùng musste die alte Basilica rempel Platz machen. Nesso ist auch beriihnit’geworden dnrch die

delta Rupe (Falk vbm Fel&en), der die gewagten TJnternehmungen Gian-‘s, des Schlossherrn von Musso, kcaftig untersttttzte, und der furchtlose, Id einer wahren oder .erdicbleten ErzSMung des Giambattista Bazzoni hatte Nesso viete Tuchfabriken, jetzt wird die Kraft des Bergstromes •reien, Oelpressen, Miihlen u. s. w. benutzt. — Wenn man d%s Thal hinauf man nach dem hiibschen Djorfchen Zelbio und von da nach dem Pian ler weiten, IIJ9 Meter hohen FlSche, ilber die sich die Berggipfel der des Lario erReben, unter denen der Hegel des S. Primo wie ein Riese 3 Meter). In der Mitte des Piano òffnet sich das Buco della Nicolina, dai * die Regenwasser in sich aufuimmt.



In Ricordo di Como, edito in occasione dell’Esposizione voltiana del 1899, ripubblicata da Actac, 1995

Nesso: scheda storica di Annalisa Borghese, in Il territorio lariano e i suoi comuni, Editoriale del Drago, 1992, p. 331

Lo chiamavano il “Falco della rupe”. E doveva essere un tipo determinato, deciso, un vero con­dottiero, se Gian Giacomo Medi­ci, detto il Medeghino, se l’era scelto come luogotenente. Siamo ai primi del Cinquecento e tutto il territorio del Lario è in mano a lui, al Medeghino, che dirige le operazioni dalla sua roccaforte di Musso.

Il “Falco” è invece di qui, di Nesso, dove è nato e da dove con­trolla il ramo comasco del lago. A Nesso c’è un castello, e dall’alto delle sue torri il “Falco” deve sen­tirsi sicuro e protetto.

Il “Falco della rupe” è anche il titolo del romanzo storico di Gian Battista Bazzoni, che nell’Otto­cento consegnerà il “Falco” se non alla gloria almeno alla fanta­sia dei lettori. Del castello poi è ri­masto ben poco. L’avventura del “Falco” non dovette finir bene: i Milanesi smantellarono le fortifi­cazioni nel 1532. E le tre torrette che oggi fanno bella mostra di sé tra i ruderi delle muraglie sono state edificate il secolo scorso.

Nesso, a 300 metri d’altezza sulla sponda orientale del ramo comasco, oggi è semmai nota per l’orrido formato dai torrenti Nosé e Tuf, che qui si uniscono in un’u­nica fragorosa massa d’acqua e di­ventano una cascata. Sono così impetuosi i torrenti di Nesso, che in passato la loro forza è stata im­piegata per far funzionare alcune cartiere e due stabilimenti di seta, e poi mulini, magli e torchi per l’olio. Attività poi in gran parte abbandonate. Oggi a Nesso ci so­no alcuni stabilimenti edili e di­verse attività artigianali della la­vorazione del filo di ferro.

Ma il borgo di Nesso respira so­prattutto di storia. Nella guerra decennale tra Como e Milano (1118-1127) il borgo si schierò contro Como, alleandosi all’Isola Comacina. I Comaschi strinsero d’assedio l’Isola, non riuscirono ad espugnarla e rivolsero le loro attenzioni a Nesso, che distrusse­ro con le sue fortificazioni nel 1124.

La storia si respira anche nella chiesa parrocchiale dei Santi Pie­tro e Paolo, che potrebbe essere stata consacrata addirittura da un papa, quell’Urbano II che nel 1095 transitò dal Lario diretto in Francia al Concilio di Clermont. In quegli anni il vescovo di Como, Guido Grimoldi, risiedeva qui, e all’interno della chiesa ancora og­gi chiamata “dom”, duomo (il luo­go dove celebra Messa il vescovo), sono conservate le spoglie del suo predecessore, il vescovo Rainaldo, che resse la diocesi dal 1062 al 1084. La chiesa fu ultimata molti anni dopo, tra il 1654 e il 1706. Il campanile va osservato con atten­zione: si dice che per costruirlo abbiano abbattuto le mura del borgo e utilizzate le sue pietre.

da: Annalisa Borghese, in Il territorio lariano e i suoi comuni, Editoriale del Drago, 1992, p. 331

Veduta della cascata dell’Orrido di Nesso, sul lago di Como (da un ritaglio cartaceo trovato nella biblioteca di casa)

Lario interiore. #lagodicomo

Al ritorno da ogni viaggio che mi abbia portato in luoghi meravigliosi e felici, sento il bisogno di fare una capatina sulle nostre rive: una specie di affettuosa ricognizione per controllare se il lago di Co­mo regga ancora il confronto con gli scenari famosi e i grandi panorami.
Col Corno d’Oro, l’isola di Patmos o Venezia negli occhi, neanche l’amore per le patrie sponde potrebbe indurmi a stravedere, ma il verdetto è ogni volta gioiosamente positivo… Ricordo un consigliere pro­vinciale di Gravedona che, andato in Croazia per una battuta di caccia, liquidò quella pur amena re­gione con una battuta che mi è rimasta in mente: « Sì, bell… ma che passa i nost sit… ».
Io non sono così campanilista, ma sono lieto che i nost sit siano qui a portata di vista, e penso con un certo sgomento a due brutte ipotesi: quella, per for­tuna assai remota, di un diverso comportamento del ghiacciaio abduano, dal cui progressivo ritiro si for­mò il Lario (bastava che lo sperone di Bellagio avesse un fronte pia ampio, e il lago si sarebbe formato più a Nord…) …

Carlo Ferrario, Alfabeto comasco, Nodo Libri, Como 1989, p. 61

citazione di Gianfranco Miglio, in Il mito del Lario, Larius, 1959

Non è facile – come sanno i più – stabilire quando appros­simativamente l’uomo si sia affacciato per la prima volta sulle rive del Lario; venne quasi certamente dal Sud, e pro­babilmente non prima del terzo (e forse neppure del secondo) millennio avanti Cristo. Ma chiunque esso fosse – ligu­re-mediterraneo, o d’altra stirpe oggi ignota – non possiamo pensare senza emozione a questo nomade dell’età neolitica che – cacciando il cervo, il cinghiale ed il lupo nelle nostre fore­ste, e la lontra sulle ripe selvagge delle nostre acque – primo ascoltò il ritmico pulsare delle onde del Lario, il fragore lontano dei torrenti, i richiami delle fiere in libertà, il rombo del tuono ri­percosso dall’eco delle valli ancora in­violate e misteriose: negli occhi di que­st’uomo si specchiarono per la prima volta, striati dagli stormi lamentosi dei lamentosi uccelli acquatici, gli stessi placidi tramonti che decine e decine di secoli più tardi avrebbero commosso i grandi poeti dell’età romantica. (…) Fra gli ultimi letterati e viaggiatori dell’Ottocento, (…) il lettore ne troverà alcuni che si pongono esplicitamente la domanda: d’onde nascono la fama e l’innegabile incanto del Lario? Fra le diverse risposte una sembra oggi ri­scuotere maggior credito: è quella che indica nella melanconìa l’attrattiva più patetica ed efficace esercitata dal Lago di Corno sugli spiriti di ogni tem­po. Ma è una spiegazione che non reg­ge. La sottile tristezza è appannaggio di ogni paesaggio lacustre; rivelata specialmente dai gusti letterari dell’età romantica, giustifica in genere il “laghismo” ottocentesco, non la fortu­na di sponde che, come le nostre, di­vennero celebri già nel gaio clima della Rinascenza (…). Se il Lario ha un suo fascino segréto, questo sta invece nella straordinaria, inesauribile ricchezza di particolari del suo paesaggio. Tale ricchezza dipende dell’incontro di due fattori: l’uno naturale, l’altro storico ed umano. (…).
Il Lago di Corno – già lo sappiamo – fu, in ogni età e sopra tutto, un corridoio fra Nord e Sud, un itine­rario frequentato e consueto: e questa condizione fece sì che molto per tempo – fin dalla tarda antichità classica – le nostre riviere apparissero intensa­mente popolate».

Gianfranco Miglio, Il mito del Lario, Larius, 1959

genius loci – definition of genius loci by the Free Online Dictionary, Thesaurus and Encyclopedia.

1. genius loci – the special atmosphere of a place 

ambianceambienceatmosphere – a particular environment or surrounding influence; “there was an atmosphere of excitement”
2. genius loci – the guardian spirit of a place 

guardian angelguardian spirit – an angel believed to have special affection for a particular individual

Based on WordNet 3.0, Farlex clipart collection. © 2003-2008 Princeton University, Farlex Inc.

 

Da: genius loci – definition of genius loci by the Free Online Dictionary, Thesaurus and Encyclopedia..

Nesso, frazione Coatesa. Il luogo, nel 1989


Qualunque sia il luogo nel quale ci proponiamo di trascorrere l’esistenza, due sono le condizioni imprescindibili: la solitudine e la presenza vivificante dell’acqua.
Sulla faccia della terra ci sono molti posti che offrono la necessaria combinazione di una certa selvatichezza e di un’aggraziata varietà. Sarebbe desiderabile una vista imponente, ma si può supplire ad essa in altro modo; e dal momento che gli occhi e la mente hanno un sistema di misurazione diverso, si può trovare la grandezza anche in scala ridotta.

in Tullio Pericoli, La casa ideale di Roberti Stevenson, Adelphi edizioni, 2004

il ristorante GESUMIN, nel centro storico di Como, in via Cinque Giornate, sulla rivista COMO cultura turismo commercio industria n. 2 1986

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Nesso: scheda informativa del 1985

NESSO
Frazioni e località: Careno

C.A.P.: 22020 – Prefisso Telefonico: 031 – Posizione: D-4 Superficie: Kmq. 15,03-Altitudine: m. 300-

Distanza da Como: Km. 16

Zona altimetrica: Montagna

Regione agraria: Montagna del Lario Occidentale

Popolazione: 1.403 abitanti (densità: 93,3 per Kmq.) Rai-Tv: 465 abbonamenti (diffusione: 83,78 per 100 famiglie) Telefoni: 512 abbonamenti (diffusione: 36,5 per 100 abitanti)

Attività industriali: 32 unità locali con 60 addetti Attività commerciali: 29 unità locali con 50 addetti Altre attività: 26 unità locali con 52 addetti Aziende artigiane iscritte all’albo: 44, di cui 37 di produzione Punti di vendita: all’ingrosso 1 alimentari
al dettaglio 10 alimentari e 7 non alimentari Ambulanti: 1 alimentari e 1 non alimentari
Turismo: 3 esercizi alberghieri con 47 posti letto 10 fra ristoranti, trattorie, pizzerie Pro Loco

Istruzione e cultura: Scuole materne private – Scuole elementari pubbliche – Scuole medie inferiori pubbliche – Biblioteca comu¬nale

Sanità: Farmacia, Ambulatorio medico

Spettacolo e ricreativi: Cineteatro

Vari: Ufficio postale

Distributore di carburanti, Riparazione auto

Fa parte:
* della Comunità Montana n. 17 “Triangolo Lariano” con sede in Canzo
* dell’Unità Socio Sanitaria Locale e del Distretto Scolastico n. 11 con sede in Como

È sede:
* della Stazione dei Carabinieri
* dell’Ufficio di Collocamento

Rientra nella giurisdizione:
* del Tribunale e della Pretura di Como
‘dell’Ufficio Distrettuale II. DD. e dell’Ufficio del Registrodi Como
* della Conservatoria dei Registri Imm. e delle Ipoteche di Como
* della Compagnia della Guardia di Finanza di Como
* della Diocesi di Como, Zona Pastorale del Lario

È Consorziato per il Servizio di Segreteria Comunale con Lezzeno
Mezzi pubblici di comunicazione:
Linee automobilistiche: Como-Bellagio Como-Pian del Tivano Navigazione: Battello Como-Bellano

Ricorrenze e manifestazioni:
Festa patronale: SS. Pietro e Paolo, 29 giugno
Fiere e mostre: Fiera detta del primo Lunedì di marzo (locale/
zootecnico/vari, mese di marzo) – Fiera di merci detta dei SS. Pietro
e Paolo (locale/vari, mese di giugno) – Fiera detta di San Francesco
(locale/zootecnico/vari, mese di dicembre)

Da Bellagio a Como, in Gite in provincia: cosa c’è da vedere, come arrivarci, in Reporter di Como e Provincia, luglio/agosto 1982

Bellagio (punto d’imbarco sui traghetti diretti sulle sponde Orientale e Occidentale del lago), situata al vertice del promontorio che divide il Lario nei due rami di Como e Lecco, questa cittadina vanta ville famose con lus¬sureggianti giardini. Sul lungo la¬go, a portici, si trovano eleganti caffè e negozi. Dal lago si sale attraverso strette stradine a gradini lungo il vecchio nucleo, sino alla chiesa di San Giacomo del XII se¬colo.
Lasciata Bellagio si prosegue verso Como costeggiando il lago lungo la sponda Orientale del ramo di Como su una strada stretta e tortuosa con magnifici panorami: sulla riva opposta i centri della Tremezzina. Poco prima di Lezzeno si incontra la Grotta dei Bulberi (o delle carpe), visitabile solo in barca (si affittano però a Bellagio).
La strada prosegue a picco sul lago sino a Nesso. All’entrata del paese, sulla sinistra si stacca la strada per il Pian del Tivano e Sormano in Valassina. Si sale a tornanti con una vista sempre più ampia sul lago, lungo le pendici del monte San Primo.
Nesso è situata alla sbocco delle valli di Tuf e di Nosè che scendono dal pian del Tivano formando un pittoresco orrido nel punto dove le acque precipitano tra le rocce con una bella cascata, visibile dalla strada. Nell’orrido si può entrare anche in barca, dal lago, passando sotto un antico ponte. In alto, sopra il paese, i resti di un antico castello del XIV sec. distrutto da Francesco Sforza nella guerra contro il Medeghino.
La strada continua a mezzacosta con frequenti curve sino a Careno con le sue case abbarbicate sul pendio situato nel punto più stretto del lago proprio di fronte a Torriggia. A 20 minuti a piedi da questa località si trova la grotta Masera con un laghetto e un’ampia sala che presenta numerose impronte di ammoniti sulle pareti.
Torno, situata in bella posizione sopra un promontorio proprio di fronte a Moltrasio. Il paese era famoso nei secoli passati per le sue fabbriche di panni e di arazzi, venne quasi distrutto dagli spagnoli nel 1522. Da Torno parte la passeg¬giata verso la Villa Pliniana che si può raggiungere a piedi con il sentiero che inizia vicino alla chiesa di San Giovanni (25 minuti) oppure dalla strada provinciale verso Nesso sino alla casa del custode a circa 1,5 chilometri dal paese, op¬pure in barca. E’ di proprietà privata e pertanto non si può visita¬e. Non solo, ma essendo stata messa in vendita, per ogni eventuale informazione occorre rivol¬gersi all’agenzia immobiliare Gabetti.
Comunque sia, la villa sorge solitaria sul lago, immersa nel verde. Fatta costruire dal conte Giovanni Anguissola nel 1500, tra gli altri Rossini, Berchet, Stendhal, Shelley e Cristina Belgioso. Dall’alto del parco con un salto di circa 80 metri scende una bella cascata intermittente già descritta da Plinio il Vecchio e da Plinio il Giovane oltre che da Leonardo da Vinci.
Da Torno interessante anche l’escursione a Monte Piatto. Oltre al bel panorama, da segnalare alcuni massi erratici fra i quali uno in bilico su una punta rocciosa denominata appunto per questo « Pietra pendula».
Doppo appena 2 km. Blevio con la villa Taglioni appartenuta alla celebre ballerina. Nel cimitero è sepolta la cantante Giuditta Pasta per la quale Bellini scrisse la Sonnambula e la Norma.
Ancora 4 km. e la strada scen¬de con una bella vista verso Como e sulla riva opposta Villa Olmo e Cernobbio. Si passa sopra la funicolare per Brunate e si arriva a Como.

Da Gite in provincia: cosa c’è da vedere, come arrivarci, in Reporter di Como e Provincia, luglio/agosto 1982

neanche le muse sarebbero capaci di trovare altrove una bevanda più fresca dell’acqua di Nesso …, in Anton Gioseffo della Torre di Rezzonico (1709-1785), Il Lario, 1735/1737

…. La bellezza del podere di Nesso e della vicina sorgente, a cui rimane ancora oggi inalterato il soprannome di Fonte delle Muse. Certamente bisogna che le fonti Castalia ed Aganippe cedano di fronte a questa, poiché neanche le muse sarebbero capaci di trovare altrove una bevanda più fresca dell’acqua di Nesso. Infatti la fonte delle Muse ha in sè tanta freschezza che se si immerge nella sorgente per rinfrescarla acqua conte­nuta in un vetro, la bottiglia non resiste più di un quar­to d’ora e lo stesso succede alle altre bevande, che. spaccando il vaso con un forte scoppio, fanno cambiar colore alla sorgente: come io stesso ho osservato facen­done esperienza nel porto di Nesso, dove la fonte si getta nel lago. Il giureconsulto … cer­ca di adattare a diversi usi le acque di questa sorgente e quelle delle vicinanze e rimugina e ripensa che esse servano e a grotte adattate a conservare i vini e a mu­lini e a filatoi e per far ciò ha iniziato vasti lavori: queste opere supereranno, se l’iniziativa avrà successo, la cartiera dei Caproni (,259). Questa, ammirevole per una cascata di acqua bianchissima, offre al navigante un bellissimo spettacolo. Anche questo è un freschissi­mo torrentello, e sopra di esso ponti di pietra uniscono le due frazioni. Le zone in basso, tra soffi di brezza sono spruzzate da un continuo pulviscolo di gocce polverizzate che si spandono qua e là.

Estratto da:

Anton Gioseffo della Torre di Rezzonico (1709-1785), Il Lario, 1735/1737,  ripubblicato in Como e il suo lago nella descrizione di Benedetto Giovio e di Anton Gioseffo della Torre, a cura di Matteo Gianoncelli, versione italiana e note estratte dalla antologia “Larius”. New Press 1978, p. 239

Il paesaggio prealpino: fascia collinare subalpina, insubria, alta collina. Testo di Eugenio Turri, La fascia prealpina, in Paesaggi umani, Touring Club italiano, 1977

Ci sono motivazioni diverse che indu­cono a parlare di Prealpi e a riconoscere un “paesaggio prealpino”

Le prime e più immediate sono quelle – d’ordine percettivo – che si impongono a chi le guarda dal basso, dalla pianura o dal pedemonte, così come felicemente le colse lo Stoppani, che proprio alle Prealpi, lui prealpino, dedicò le più af­fettuose descrizioni :

“Le Prealpi, prin­cipalmente le calcaree, raggiungono di rado i limiti delle nevi perpetue… Non sono per conseguenza nemmeno ca­ratterizzate dalla vegetazione alpina che dà alle Alpi quell’aspetto loro partico­lare di durezza e severità. Mancano per­ciò alle Prealpi i due tratti principali che improntano il paesaggio alpino così sublime e pittoresco. Per compenso sono ricche di altre bellezze tutte particolari. Si nota anzitutto in esse il contrasto, di effetto meraviglioso davvero, fra quelle creste dentate, ignude e bianche come scheletri… e il verde perenne, di cui la perenne ubertà copre i fianchi e i piedi delle montagne… “.

Ma le motivazioni più fondate sono quelle suggerite dai geologi, per i quali la fascia prealpina che va dalla zona del lago Maggiore all’Isonzo costituisce il lembo marginale, verso sud, della catena alpina: una sorta di grande am­manto, formato in prevalenza da rocce sedimentarie, che durante la formazione delle Alpi ha subito fratture, dislocazioni, scorrimenti e piegamenti, oggi testimo­niati dalla stessa frammentazione oro­grafica della regione e dalla varia con­formazione del rilievo a seconda delle sue grandi divisioni regionali. Questo si presenta infatti assai vario da parte a parte.

La prima distinzione che si impone è quella – così ben sottolineata dal Sestini nella sua minuta descrizione del paesaggio italiano – che riguarda le sezioni occidentale e orientale, tra loro separate dalla valle dell’Adige : la prima, per larga parte coincidente con le Prealpi Lombarde, presenta un paesaggio più erto, un’architettura del rilievo più vi­gorosa e tormentata ed ospita inoltre un elemento che manca alla sezione orientale: i laghi, che occupano i grandi solchi vallivi modellati dai ghiacciai pleistocenici provenienti dalla parte più interna ed elevata della catena alpina; la sezione orientale, corrispondente alle Prealpi Venete e Carniche, presenta un rilievo più disteso, tettonicamente meno violentato, come rivela la successione di massicci calcarei e di accoglienti al­tipiani (dei Lessini, d’Asiago e del Can-siglio) al di sopra delle dorsali collinose che si smorzano dolcemente in pianura e che danno un tratto inconfondibile al paesaggio veneto. In questo rientrano, come elementi disgiunti dalla fascia prealpina, i monti Berici e, più margi­nalmente, i colli Euganei, « arcipelago vulcanico » emergente dalle alluvioni padane.

Ma le forme del rilievo variano poi lo­calmente in rapporto alla costituzione delle rocce, responsabile delle linee ad­dolcite di molte dorsali prealpine o delle forme rupestri e vagamente dolomitiche dei massicci più elevati; od ancora dei profili delle valli che tagliano trasver­salmente la fascia prealpina, talora pro­fonde ed incassate come canyons tra le formazioni sedimentarie, talora più a-perte e dai versanti ammorbiditi. Le più marcate di queste vallate, che col loro orientamento meridiano hanno facilitato i rapporti tra pianura e Prealpi, hanno il classico profilo a U proprio del model­lamento glaciale, mentre le valli laterali e le conche più elevate presentano inci­sioni più recenti a V che lasciano poco spazio agli abitati e alle colture.

Ma se si passa a considerare l’uomo e il rapporto che l’uomo ha stabilito con queste montagne il paesaggio si fa anche più vario di motivi. In generale si può dire che diversamente dall’ambiente al­pino – un mondo di vallate più chiuso, più conservatore, più geloso della pro­pria autonomia – quello prealpino è sempre stato più aperto all’esterno, pro­fondamente permeato dalle relazioni economiche e culturali con la vicina Pia­nura Padana, di cui le Prealpi sono state in diverse epoche una specie di generoso entroterra, una riserva di ri­sorse naturali e umane a cui « le città padane hanno attinto a piene mani ». La conquista delle Prealpi da parte del­l’uomo è di data antichissima ed è par­tita dal pedemonte, realizzandosi a gra­do a grado, con progressiva espansione dell’azione modificatrice dal basso verso l’alto; come risulta ancor oggi osser­vando la diversa intensità degli abitati, delle aree coltivate, delle strade e di tutte le altre opere che umanizzano il paesaggio. Una conquista che si è rea­lizzata sino ad epoche recenti secondo le opportunità suggerite dall’ambiente, per cui certi geografi del passato, come il De Martonne nel suo grande affresco geografico della catena alpina, avevano individuato delle aree che si qualifica­vano per i diversi « generi di vita », come quello « insubro » che associava l’allevamento all’agricoltura più varia, quello « pastorale » fondato essenzial­mente sull’allevamento, quello « foresta­le » caratterizzato dalla silvicoltura af­fiancata dalle attività agricole e pasto­rali … Ma sono classificazioni ormai ca­dute e che trascurano i rapporti profondi e continuamente selettivi che le Prealpi hanno sempre intrattenuto con il pe­demonte, con la pianura e le sue città, il cui soffio animatore ha profondamente inciso sulla stessa mentalità dell’uomo prealpino, sulla sua stessa compagine sociale, diventando fattore decisivo del rapporto uomo-ambiente: un rapporto che ha conosciuto in varie fasi la disgre­gazione della più antica organizzazione comunitaria, e poi la penetrazione bor­ghese e capitalistica nelle vallate, e più recentemente la dissociazione profonda del legame uomo-natura, con l’espulsio­ne dell’uomo prealpino dalle sue mon­tagne e la « ricolonizzazione » di queste ad opera della forte capacità penetrativa degli interessi padani. Da questo punto di vista la varietà del paesaggio prealpino va rapportata alla storia dell’intera regione padano-prealpina, ai diversi legami che le Prealpi hanno avuto con le città che hanno gestito la vita e l’economia padane. Così la sezione più direttamente rimasta vin­colata a Venezia ha conosciuto sviluppi diversi da quella più legata a Milano.

La prima perché ha risentito intimamente della lunga e irrimediabile decadenza della Repubblica Veneta, socialmente bloccata da un regime nobiliare oligar­chico, mentre la seconda ha potuto be­neficiare del crescente soffio animatore del capoluogo lombardo, divenuto via via quel grande polo di vita economica e urbana che è oggi. Due destini, due sviluppi storici che si sono espressi da un lato nella grande crisi iniziata nel secolo scorso delle Prealpi Venete e Carniche (indebolite quest’ultime anche dalla secolare funzione del Friuli di re­gione marginale e poi dalle servitù mi­litari, per non parlare dei terremoti), dall’altro nella vivace industrializzazione delle valli lombarde, favorite queste per altro dalla maggior ricchezza di risorse idriche e minerarie (che è poi una que­stione di costituzione geologica e di morfologia).

Ma al di là di queste distinzioni, il pae­saggio prealpino ha tutta la varietà, ap­parentemente casuale, in realtà sempre profondamente motivata, che deriva da condizioni puramente locali, da inizia­tive umane più o meno vivaci, da chiu­sure e persistenze legate alle comunica­zioni non sempre facili, dalla felice in­ventiva degli uomini, dal peso di situa­zioni difficili e intricate nel tempo. L’a­rea prealpina, come ogni altra regione, va vista cioè come un complesso orga­nismo, oggi profondamente integrato nella regione padana, che ha le sue aree forti, vigorose, le sue aree deboli, ap­partate, dove il soffio modernizzante e livellatore che degrada le passate forme di vita penetra più faticosamente. Ed ecco perciò la varietà di « letture » che impongono le Prealpi.

L’Insubria

Il paesaggio prealpino assume caratteri particolari intorno ai laghi della sezione occidentale: il lago Maggiore (nel cui bacino è compreso il lago d’Orta), quello di Como, i laghi d’Iseo e di Garda: tutti occupano la sezione terminale delle grandi vallate alpine sbarrate dagli am­massi morenici depositati dai ghiacciai al loro sbocco in pianura. Le acque la­custri occupano cioè gli invasi che, sino a 15.000 anni or sono, erano per­corsi dalle grandi fiumane glaciali: una sorta di sostituzione di elementi avve­nuta in seguito alle grandi mutazioni climatiche. La presenza di queste masse d’acqua è all’origine di un paesaggio molto diverso da quello che si ha nelle altre vallate. I primi e più vistosi effetti si trovano nella vegetazione. Il clima mitigato rende qui possibile l’insediamanto di specie vegetali del tutto particolari e una generale specificità floristica indicata dal nome di Insubria dato dai botanici alla regione lacustre: areale sub-mediterraneo che ospita specie pro­prie della regione peninsulare, qui pene­trate nelle fasi interglaciali e postglaciali. Comprendono cisti, terebinti, astragali, artemisie, ecc., e piante arboree sem­preverdi proprie della « macchia », come il leccio, che ammanta soprattutto i ver­santi rupestri del lago di Garda, dove più spiccata è la mediterraneità del clima. A questa vegetazione termofila, spon­tanea, che mediamente non supera l’al­titudine di poche centinaia di metri, si associa, specialmente sul Garda e sul lago d’Iseo, l’olivo, introdotto sul Garda probabilmente dagli etruschi, ma diffu­sosi soprattutto con i romani, che per primi valorizzarono in « senso medi­terraneo » le eccezionali possibilità del­l’ambiente insubrico. L’olivicoltura, che ha trovato difficoltà di espansione soprattutto nel Settecento, un periodo caratterizzato dalla rigidità del clima, ha ricevuto un impulso de­cisivo sotto il dominio austriaco e ha poi costituito, sino alla prima metà del nostro secolo, una risorsa importante specialmente per la popolazione del Benaco.

Intorno ai laghi il terreno coltivabile non è molto esteso, e ciò per la stessa ripidità dei versanti, modellati dal gla­cialismo: per questo la popolazione vi è sempre stata in passato relativamente poco numerosa. Gli insediamenti si pon­gono lungo le rive, sulle brevi cimose costiere o sui conoidi alluvionali laterali (un esempio bellissimo in tal senso è offerto, sul Garda, dalla penisola di Toscolano-Maderno). Essi sono per lo più formati da case aggregate, mentre più rara è la casa sparsa, almeno secondo l’organizzazione tradizionale. L’econo­mia delle popolazioni è sempre stata le­gata in passato all’agricoltura e, come attività integrata, alla pesca. Sin dall’epoca comunale i centri di sponda e collinari estesero le loro pertinenze territoriali spesso ai livelli superiori, sfruttando i pascoli, i boschi, le cave di marmo e altri prodotti che per via lacustra venivano inviati alle città padane o pedemontane (come i marmi di Candoglia usati per il duomo di Milano).

Una economia aperta ebbero sempre i centri del sommolago o del bassolago, in quanto basi della navigazione lacustre che fu sempre attivissima in passato sia per i collegamenti dei vari centri tra loro, sia per i collegamenti lungo le grandi direttrici alpine. Già in epoca romana esistevano sul Benaco delle associazioni di barcaioli e l’importanza che la navi­gazione vi ebbe nei secoli è documen­tata dalle incisioni rupestri dell’area gar­desana, che ci mostrano tutta una serie di imbarcazioni che vanno dalla piroga preistorica, quella usata dalle popola­zioni palafitticole insediate nell’età del bronzo, alla barca a vela romana, sino ai battelli dei nostri giorni. Nonostante queste funzioni di vie di transito le popolazioni lacustri hanno mantenuto a lungo una loro autonomia e sia l’organizzazione feudale che quella comunale sono scomparse relativamente tardi. L’immissione diretta della regione dei laghi nell’organizzazione padana si ebbe soprattutto a partire dal ‘500. Ciò comportò, con l’attivazione economica, anche un primo inserimento signorile sulle sponde lacustri, cui si collegano le prime prestigiose ville signorili sul Lario, sul Verbano (le isole Borromee), sul Garda, i cui sfondi paesistici diver­ranno in seguito punti fermi dell’icono­grafia romantica. Ma la costruzione del paesaggio lacustre attuale è “un fenomerio tipicamente ottocentesco, quando la ric­ca borghesia lombarda iniziò a costruire lungo le coste le proprie residenze di lusso, circondate da parchi con piante esotiche, sempreverdi, favorite dal cli­ma mitigato. A queste ville, affiancate da grandi alberghi belle-epoque, si sono aggiunti in epoca più recente ville e alberghi per il turismo di massa ali­mentato dalle popolazioni urbanizzate delle non lontane città padane.

A queste edificazioni e alle infrastrutture imposte dal turismo pendolare di fine settimana si deve la più recente trasformazione del paesaggio insubrico, uno dei più direttamente integrati nella organizzazione padana.

La fascia collinare subalpina

Il paesaggio agrario lo si ritrova, sia pure non più con gli stessi connotati d’un tempo, lasciando il pedemonte e i fondivalle industrializzati e popolosi, nelle aree collinari della cosiddetta fa­scia « subalpina », oltre che nelle con­che e nelle vallate interne rimaste in­denni dall’industrializzazione e dall’as­salto edilizio più recente.

In quest’area rientrano, nella sezione orientale, le ap­pendici montuose che nel Friuli si sal­dano alle cordonature moreniche, incolli che dominano la pianura trevigiana e vicentina (con i Berici e gli Euganei), le ultime digitazioni lessiniche con le loro conche interposte, la stessa vai d’Adige col suo ampio fondovalle; nella sezione occidentale, al di là delle alture moreniche intorno al lago di Garda, le colline del Bresciano e del Bergamasco e, più oltre, la saldatura collinare della Brianza ai rilievi prealpini.

Gli aspetti agricoli di questa fascia, che rappresenta sostanzialmente una con­tinuazione, in ambiente roccioso, del­l’alta pianura padana e delle colline moreniche, mostrano un generale adat­tamento alle condizioni ambientali, ca­ratterizzate da precipitazioni piuttosto scarse, clima asciutto. Il rilievo presenta forme addolcite e dovunque è possibile si pratica l’agricoltura, sin da epoche remote. Poco spazio è riservato in ge­nerale al bosco, un bosco termofilo, prevalentemente di querce, che soprav­vive in piccoli lembi sui pendii più erti, lungo gli argini e i valloncelli dove però spesso la robinia si è sostituita alle piante originarie. Le colture sono varie (si parla di poli­coltura o coltura promiscua che associa le legnose ai seminativi), ma particolare risalto e diffusione assume la viticoltura, che ha aree specializzate soprattutto nel Veronese, nel Bresciano, nell’alto Tre­vigiano, nell’Udinese (con un’appendice nelle colline novaresi). I campi sono ter­razzati, anche nei pendii meno ripidi, e danno luogo talora a belle successioni di gradinate, oggi lasciate in abbandono nelle aree più povere. I muri di sostegno sono generalmente costruiti a secco, con blocchi di pietra; dove questi mancano o dove i pendii sono meno ripidi si trovano invece ciglioni fatti con cotiche erbose. La tecnica del terrazzamento è nelle Prealpi molto antica, ma si è dif­fusa soprattutto a partire dal ‘500, per­fezionandosi nel ‘700, sotto l’impulso di nuove esigenze tecniche e colturali che, nel clima illuministico dell’epoca, erano espresse persino in versi :

« O sag­gio lui, che di frequenti mura / quasi panche alternate il suol distingue ! / Il declive s’allenta, e fa pianura… (B. Lo­renzi).

La vite, che caratterizza questo paesag­gio collinare, è stata introdotta prima ancora dell’età romana (ne sono state trovate tracce nei villaggi di palafitte dei laghi insubrici), ma i romani la diffusero ulteriormente e trovarono che certi vini prealpini potevano rivaleggiare con quel­li più famosi del Lazio. Essa fu sempre coltivata con la tecnica della vite sposata all’albero (frassini, olmi, aceri). Soltanto a partire dal secolo scorso, con la ra­zionalizzazione dell’agricoltura, solleci­tata dagli esempi offerti dall’agricoltura capitalistica padana, si ebbe la generale adozione della vite su palo asciutto e la creazione di pergolati come quelli che danno una nota speciale al paesaggio collinare del Veronese.

Il paesaggio d’un tempo comprendeva, oltre alla vite, altre essenze legnose, come il ciliegio, ancora frequente, e molti gelsi, pianta diffusasi a partire specialmente dal ‘600, che portò un soffio benefico all’economia prealpina, poi abbandonata totalmente nel corso di questo secolo : qualche gelso sopravvive ancor oggi sugli argini e sulle prode dei campi, come testimonianza d’un’e-poca.

Associati alle piante legnose un tempo si coltivavano seminativi vari, in antico rappresentati da cereali poveri come il sorgo, poi dal grano e dal mais. Oggi molte aree per i seminativi sono state spesso riconvertite in prati. Questo paesaggio collinare molto smi­nuzzato, ricco di elementi diversi, co­struito con cure secolari, pazienti, con vigneti, orti, alberi, privo o quasi di macchie boschive, con siepi intercalate tra podere e podere e pieno di chiusure, in quanto fu il primo nelle Prealpi a respingere le leggi medievali del libero pascolo delle greggi, è il paesaggio del­l’appropriazione privata, che nella se­zione veneta è per gran parte legata al dominio signorile, nobiliare, nella se­zione occidentale soprattutto alla pro­prietà contadina e borghese. Il processo di appropriazione è iniziato praticamente in età comunale, quando si ebbe l’incentivazione dell’economia prealpina da parte delle città e la prima penetrazione borghese nelle campagne. Questa però non si spinse molto ad­dentro nelle valli, dove i beni comunali furono annessi, attraverso vicende con-trastatissime, dalle popolazioni locali. Nella sezione sotto il dominio veneto l’acquisizione signorile della terra, che iniziò massicciamente nella seconda metà del ‘400, fu favorita dalla politica della Serenissima, come strumento per valo­rizzare la terraferma. Al regime signo­rile si collega la conduzione di tipo mez­zadrile, diffusa nelle colline venete, me­no in Lombardia. Alla mezzadria e alla conduzione diretta dei fondi di non grandi dimensioni (da 6 a 10 ettari) si connettono per gran parte la distribu­zione delle case e le loro stesse caratte­ristiche. Esse sono infatti intimamente legate al podere e l’insieme costituisce l’elemento base, molecolare, dell’orga­nizzazione territoriale. Non sono in­frequenti, anche in queste zone di col­lina, le piccole corti, simili a quelle dell’alta pianura; ma la struttura delle dimore rurali varia sensibilmente a se­conda che risalga ad epoche anteriori o posteriori al ‘700.

Al dominio signorile si deve infine l’inserimento nel paesaggio collinare delle ville, dimore di delizia ma anche centri aziendali legati all’organizzazione mez­zadrile che hanno plasmato un certo paesaggio veneto (zone di Asolo, colline del Vicentino, del Veronese, ecc.) con l’introduzione di elementi urbani, ar­chitetture armoniose su sfondi sceno­grafici (con le sue invenzioni architet­toniche il Palladio si può considerare come un grande « architetto di paesag­gi »), giardini, scalee, boschetti e roc­coli all’interno di broli inviolabili, con piante, come il cipresso, prima ignorate nell’ambiente prealpino. Ma anche questo paesaggio, che il Sereni ha classificato, alla stregua di quello to­scano, tra il « bel paesaggio all’italiana », plasmato dalla civiltà uscita dal Rinasci­mento, è oggi in decadenza, almeno là dove non si è avuta una rivalorizzazione delle vecchie e nobili dimore e dei fondi connessi da parte del neocapita­lismo industriale. In altri casi, all’abban­dono dei vecchi fondi hanno fatto se­guito lottizzazioni e forme varie di agri­turismo.

L’alta collina, peculiare ambiente prealpino

E’ nella parte più interna dell’arcata prealpina, nelle vallate che la solcano e nelle più piccole valli laterali, nelle conche e nei pianori interposti, che si ritrova l’ambiente prealpino vero e pro­prio, il meno coinvolto nei rapporti col pedemonte e le città padane. Siamo in un paesaggio che riflette un’organizza­zione essenzialmente agricola e pasto­rale della vita sebbene non manchi nep­pure qui l’attività artigianale che nei fondivalle ha trovato in epoche recenti una sua riconversione in senso preva­lentemente industriale.

Ovunque infatti ci sono potenzialità idriche si trovano le testimonianze di una tenace intraprendenza artigianale (i vecchi molini e i magli ad acqua risa­livano le valli più interne alla ricerca di fonti e cascatelle), ovunque esistono ri­sorse minerarie o possibilità di sfrutta­mento diversificato si ritrova la vivacità delle iniziative imprenditoriali. Però que­sto ambiente prealpino è quello carat­terizzato in generale da un’economia povera, fondamentalmente basata sullo sfruttamento del suolo, un suolo spesso avaro, sia per la natura carsica dei terreni, sia per la non sempre facile agibilità, dei versanti. Inoltre quest’ambiente, che si pone in generale al di sopra dei 400 metri fino a 900 metri ed oltre, dove inizia l’ambiente montano dai caratteri ormai decisamente alpini, non offre con­dizioni climatiche ideali per l’agricol­tura, perché già oltre i 400-500 metri certe colture fondamentali come la vite, il gelso e lo stesso granoturco trovano difficoltà di adattamento. Il paesaggio rivela queste difficoltà del­l’uomo, i cui segni si riducono a van­taggio delle superfici boschive, che co­prono i versanti più ripidi. Esse sono rappresentate da associazioni di latifoglie (dai roveri, ai carpini, ai faggi), unite nel bosco ceduo sfruttato da secoli dal­l’uomo, intercalato abbastanza spesso da boschi di castagni.

È anzi, questa, la fascia propria del ca­stagno, che si addensa soprattutto là dove i suoli sono acidi e più ricchi di spessore, sulle pendici più umide e fre-

sche. I castagneti, che rappresentano una delle formazioni vegetali peculiari delle Prealpi, ospitano individui secolari, dal portamento maestoso, veri e propri feticci arborei gelosamente custoditi un tempo dall’uomo, perchè il castagno è un albero generoso che ha fornito sempre materia alimentare farinacea preziosa alle popolazioni di questa fascia povera e soggetta a ricorrenti crisi alimentari. L’agricoltura, molto difficile e stentata in talune zone carsiche, è praticata su proprietà estremamente frazionate. Sia­mo qui, infatti, nella fascia della piccola proprietà, dominante su tutto il fronte prealpino, anche come risultato sia di una compressione esercitata dai domini signorili e borghesi in basso, sia di un accrescimento demografico che ha de­terminato ulteriori frammentazioni del­le originarie proprietà familiari. Queste si sono costituite in seguito ad un pro­cesso di erosione dei beni comunali e religiosi, rimasti a lungo inattaccati so­prattutto nelle zone isolate e povere di scambi. Il processo di frammentazione era già molto avanzato agli inizi dell’8oo, epoca in cui la popolazione era eccessiva rispetto alle risorse. L’introduzione della patata aveva momentaneamente e illusoriamente risolto i problemi alimentari – essenziali in un’economia di autocon­sumo – contribuendo a tenere ulterior­mente legati alla terra gli uomini; que­sto fenomeno era stato all’origine sia della grande espansione dei terreni col­tivati a spese del bosco sia di quel ge­nerale impoverimento della vita preal­pina che ebbe drammatiche manifesta­zioni nel secolo scorso, con la diffusione della pellagra, con la rovina e i falli­menti senza speranza di numerose fa­miglie per le quali la polenta, le patate, le castagne e poco altro costituivano le uniche risorse.

In questo quadro economico e sociale, particolarmente difficile in certe zone del Bergamasco, del Bresciano, del Vero­nese, del Trentino, del Bellunese, della Carnia, si inserirono i primi esodi del­la popolazione verso il basso: la migra­zione stagionale verso la pianura di ma­nodopera avventizia, le lunghe peregri­nazioni di seggiulaì e cartolare che dalle Prealpi Carniche andavano a vendere in pianura i prodotti confezionati d’inverno nelle stalle, e la migrazione verso la Ger­mania, la Svizzera, la Francia e, più tardi, verso le Americhe. Esodi perio­dici, più o meno lunghi, dopo i quali gli uomini, quando non facevano scelte definitive (cui si collegano le fortune di parecchi prealpini, i gelatai del Tren­tino, i formaggieri della Valsassina, ecc.), tornavano con i danari sufficienti per comperare un pezzo di campo, con ciò non certo risolvendo i problemi del mondo prealpino, come ha dimostrato la grande discesa degli ultimi vent’anni dai « balconi » prealpini. È proprio a questi livelli, tra i. 400 e i 900 metri, sia in Lombardia, che nel Veneto, nel Friuli e nel Trentino, che il mondo prealpino ha conosciuto le più dure crisi. Ciò almeno nelle aree demografica­mente più compresse e in quelle più lontane ed emarginate dai grandi centri di animazione economica. La raziona­lizzazione imposta dall’industria moder­na ha anche fatto decadere certe attività minerarie, in passato molto importanti nell’economia di alcune zone, provo­cando nel settore dei marmi e del ma­teriale cementifero una selezione che ha creato zone specializzate (nel Veronese, nel Bresciano, nel Bergamasco, ecc.).

Dove l’economia agricola si è conser­vata, sia pure in forme degradate, l’or­ganizzazione territoriale tradizionale è ancora ben evidente. Essa ha i suoi perni in piccoli paesi, per lo più centri parrocchiali o comunali, che occupano le aree più agibili dell’orografia, molto spesso sui terrazzi e sugli addolcimenti di pendenza dei versanti, in vicinanza delle sorgenti d’acqua, che nelle aree carsiche, così dominanti nelle Prealpi, hanno una distribuzione discreta, le­gata ai reticoli idrici sotterranei. In ge­nere sono piccoli centri, dominati da vecchie pievi, molte delle quali rima­neggiate dopo il ‘700 in forme barocche, con vecchie case dignitose là dove esi­steva qualche famiglia più benestante o di professione artigianale (padroni di vecchi molini o di cave di marmo, produttori di ghiaccio, commercianti di legna, ecc.). Intorno ai villaggi si tro­vano talora contrade sparse, dislocate anch’esse nei punti migliori: aggregati di origine patriarcale ingranditisi per espansione del nucleo originario (ciò è rivelato dall’aggiunzione spesso li­neare delle case, che cercano di prefe­renza l’orientamento a solatio) in cui il nome del ceppo fondatore coincide con quello della località.

Le case sono costruite secondò criteri che rispondono alle esigenze dell’attività agricola, meno sensibili qui agli influssi urbani e risolti non di rado in modi originali. L’uso di materiali locali ha talora direttamente influenzato le stesse strutture delle case. Gli esempi migliori in tal senso si conservano nel Berga­masco, nei Lessini, nel Bellunese, nelle Prealpi Carniche, dove predomina l’uso di pietre o lastami calcarei, materiale impiegato anche per i terrazzamenti, le recinzioni degli orti, le barriere divisorie lungo le mulattiere, gli altari votivi agli incroci: insieme di forme che, nel loro rapporto con le disponibilità e le condizioni dell’ambiente locale davano un carattere originale al paesaggio. In questo rientrano il dintorno coltivato, i campi e i prati intimamente legati ai paesi e alle contrade.

Le superfici coltivate si pongono su terrazze, an­che qui laboriosamente costruite con muretti a secco. Un tempo si coltiva­vano grano saraceno, orzo, avena, pa­tate; tra le piante legnose, oltre a qualche stento vigneto e agli ultimi gelsi, larga diffusione hanno sempre avuto i ciliegi. Numerosi sono sempre stati gli orti vicino alle case e alle stalle per la colti­vazione di legumi e ortaggi vari desti­nati al consumo familiare. Gran parte dei campi oggi sono trasformati in prati per l’allevamento del bestiame che viene ancora in parte portato agli alpeggi sugli alti pascoli. I lavori agricoli sono svolti in molti casi da vecchi e da donne per­chè gli uomini si dedicano ad attività più redditizie nelle fabbriche dei fondi-valle, nelle cave, quando non sono al­l’estero. Al massimo gli uomini si dedicano ai lavori sulle loro piccole proprietà nei giorni festivi, come passa­tempo, come ritorno a una tradizione o come legame affettivo con la vecchia proprietà familiare. Le attività agricole e d’allevamento danno da vivere ormai anche in questa zona ad un numero complessivamente limitato di persone. Questa fascia prealpina, la più decaduta e impoverita, è stata anche la meno rivi­talizzata dalle forme moderne di annes­sione e di colonizzazione della monta­gna da parte della città. Anche dal punto di vista turistico non ha avuto molti sviluppi, se si escludono i casi partico­lari dei grandi e prestigiosi centri ter­mali di fondovalle, come S. Pellegrino, Boario, Recoaro. L’edilizia turistica ha raggiunto soltanto i centri più vicini alle città, dove cioè è più agevole la pratica di quel turismo pendolare che lega le aree montane alle città. Questo in generale ha infatti cercato le quote superiori verso i 900-1000 metri. Ma qui entriamo in un altro paesaggio.

Testo di: Eugenio Turri, La fascia prealpina, in Paesaggi umani, Touring Club Italiano, 1977, pagg. 36-37, 40-48

 

Nesso, descritto dal sacerdote Santo Monti, 1895

Nesso (ab. 1450) è disposto come ad ordini o piani sopra un dirupo. Una cascata divide in mezzo il paese, con effetto stupendo.

L’Orrido di Nesso è bellissimo guar­dato di fianco, di mezzo, dal basso, dal­l’alto, ed ha esercitato il pennello di centinaia di paesisti.

Aveva un forte castello (il quale ha lasciato il nome a una parte del paese), che il Ballarmi (Stor. pag. 306) vuole edificato dai Romani, restaurato dai Longobardi e distrutto da France­sco Sforza duca di Milano. Nel 1124 i Comaschi assalirono il paese, uccisero molti abitanti e conquistarono la ròcca. La somma dell’amministrazione di Nes­so e sue pertinenze era affidata ad un podestà, che durò in ufficio sin quasi ai nostri tempi ; e nel borgo v’era anche un palazzo pretorio ove si amministra­va la giustizia-, e di cui si scorgono an­cora gli avanzi presso la collegiata. — La Chiesa è una delle più antiche della diocesi di Como ed è plebana e ma­trice di molte altre tanto sulla riva orientale, quanto su quella occiden­tale del lago di Como; fu però quasi interamente riedificata nel secolo XVII. Nel presbiterio si vedono due tele grandiose fermate nelle pareti me­diante cornici di stucco, dal lato dell’evangelo è rappresentato Gesù che consegna le Chiavi a S. Pietro, sim­bolo della concessagli facoltà di scio­gliere e di legare; dal lato dell’epistola S. Paolo, che predica nell’areopago di Atene il Dio ignoto, sotto di questo ultimo quadro si legge : Andina 1854; anche le pitture del vólto, condotte colla massima cura, sono del mede­simo autore. La Chiesa è di una sola navata, con cinque altari, tutti con pietra sacra. Sohvi in parrocchia, 1′ oratorio di S. Maria a Vico, e un altro oratorio a Castello dedicato a S. Lo­renzo.

Nesso è stato illustrato da Giùnio Bazzoni, nella sua novella il Falco della Rupe. Anche Un arciprete di Nesso, Pietro Antonio Tacchi da Zelbio lasciò manoscritta una sua memoria.

L’autografo è nell’ archivio parroc­chiale di Nesso, una copia incompleta è nella Biblioteca Comunale di Como.

Maggio 1895.

Sac. Santo Monti.

Nesso (Nesso, CO) pieve di Nesso (1757 – 1797)

Nesso (Nesso, CO)

pieve di Nesso (1757 – 1797)

Con la “Riforma al governo della città e contado di Como” (editto 19 giugno 1756) l’organizzazione del territorio della pieve subì alcuni mutamenti: l’editto infatti prevedeva che “le Comunità di Maslianico e Blevio si separeranno dalla pieve di Nesso, e dall’Amministrazione del Contado di Como, e si riuniranno con le cinque terre di Torno, Urio, Moltrasio, Piazza e Rovenna, e con le comunità di Cernobio e di Brunate, le quali nove comunità dovranno comporre in avvenire una pieve distinta, che si nominerà la pieve di Zesio superiore”. Nel compartimento territoriale dello stato di Milano (editto 10 giugno 1757) la pieve di Nesso, inserita nel contado di Como, risulta formata dai 11 comuni seguenti: Brienno, Carate, Careno, Laglio, Lemna, Molina, Nesso, Palanzo, Pognana con Quarzano e Canzaga, Veleso con Erno, Zelbio. Nel 1771 la pieve contava 4.526 abitanti (Statistica anime Lombardia, 1771). Con il successivo compartimento territoriale della Lombardia austriaca (editto 26 settembre 1786 c) la pieve di Nesso venne inclusa nella provincia di Como; i comuni che la componevano rimasero gli stessi. Nel 1787, a seguito della morte senza eredi maschi del marchese Giambattista Casnedi, la pieve costituente l’intero feudo di Nesso tornò nelle disponibilità del regio Demanio. Nel nuovo compartimento territoriale per l’anno 1791 la pieve di Nesso risulta ancora inserita nella provincia di Como, della quale, con la pieve di Bellagio ed una parte della pieve d’Isola, formava il III distretto censuario (Compartimento Lombardia, 1791).

ultima modifica: 03/04/2006

Pieve di Nesso (1757 – 1797) – Istituzioni storiche – Lombardia Beni Culturali

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