Lezione di Paolo Ferrario su: INDIRIZZI E LINEE DI WELFARE LOMBARDO PER IL FUTURO DELLE CURE DOMICILIARI E L’ASSISTENZA AL MALATO IN FASE AVANZATA,
al Convegno formativo “Famiglia, casa e cura. La centralità degli aspetti sociali e familiari delle cure palliative domiciliari, organizzato dalle associazioni: Accanto, A.Ma:TE, Ancora, Il Mantello, Antonio e Luigi Palma, Como, 11 Novembre 2014
questa sera l’energumeno tascabile brunetta (b minuscola per troiette da cabaret) farà la sua solita sceneggiata televisiva (attenzione: cinepresa bassa altrimenti non lo si vede).
e allora facciamo qualche minimo conto (che ciascuno potrebbe fare per sè, se fosse sincero) sulla base della mia recente esperienza
Faccio un po’ di autobiografia in relazione al piagnisteo sull’aumento delle tasse.
I due interventi di angioplastica cardiaca sono costati 19.000 euro (ripeto: diciannovemila euro) al fondo regionale. Il calcolo è basato sul sistema dei Drg che calcolano la restituzione di costo dei diversi fattori che compongono la spesa sanitaria per tipo di azioni di servizio.
Non ho pagato nulla.
Dunque ho “risparmiato” 19.000 euro
E allora anche con aumento delle tasse per ricalcolare la spesa sanitaria regionale io e così milioni di italiani, ABBIAMO UN VANTAGGIO ENORME DALLA ESISTENZA, STRUTTURA E FUNZIONAMENTO DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE
Con una sanità privata: come minimo 19.000 euro.
Con il servizio sanitario nazionae: costo zero
Se ciascuno che esce dal medico di base con qualche chilo di voucher per i farmaci facesse UNA VOLTA questi conti non romperebbe più i coglioni con la litania dell’aumento delle tasse. E ho notato che quelli che più fanno il pagnisteo sono i piccoli e grandi evasori.
E per questo che il piagnisteo sull’aumento delle tasse spegne i neuroni è andrà a costruire tutti le variabili che porteranno alla eliminazione della storica, fondante e tutelante RIFORMA SANITARIA
Dove andrai a cadere foglia bruna dove ti porteranno il vento e la fortuna dondolando sopra il mio ramo non ci ho ancora pensato e anche se poi io ci penso non potrò averlo saputo; per il momento io danzo fino a quando mi dovrò staccare e dovunque io vada a cadere dirò che ho volato.
Mostra FREQUENZE 140621/0712 Spazio Natta, Como, 12 luglio 2014
Nell’ambito della mostra di Doriam Battaglia BATT realizzata con il patrocinio del Comune di Como, Assessorato alla Cultura è stato organizzato un incontro-conversazione sul tema “Spazio, Tempo e Musica” che si è svolto sabato 12 luglio (giorno di chiusura della mostra) alle ore 18,30 presso lo Spazio Natta.
I relatori sono stati l’Arch. Angelo Monti ed il Prof. Paolo Ferrario (docente presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca) che dialogheranno con me e con l’artista Benny Posca che ha realizzato una installazione nel giardino antistante lo spazio della mostra
Parto dal testo di BATT che introduce le opere esposte:
“alcune considerazioni sulle opere recenti: sguardo verso l’infinito e l’eterno; pittura “preformale” (vibrazioni, frequenze, particelle, atomi); l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande; regola dei frattali; l’opera come memoria nello spazio; il pensiero che genera la materia; l’attimo fugace (pag. 9-11)
la sua idea di invitarmi parte da questa canzone di Nina Simone: “He was too good to me” (1961) dove l’emozione dell’ascolto dipende dalle pause di silenzio che lei sa introdurre nel suo canto. Di lei diceva Charles Aznavour: “Nina Simone canta le parole delle canzoni”
Da qui una prima suggestione sul rapporto fra spazio (di una tela, di un pannello, di un quadro) e musica: spesso mi capita di rappresentarmi dentro la mia percezione uditiva la musica come delle pennellate gialle, rosse, blu.
E infatti il blu, nella musica jazz (basta ricordarsi di Duke Ellington) è molto ricorrente. E ora lo vediamo nel video in quella tela di Batt.
A me sembra che i fondamenti del nostro percorso di attraversamento della vita siano:
il Tempo
lo Spazio
l’Eros
la Polis
il Destino
Sul Tempo possiamo fare riferimento ad una splendida lezione del fisico Carlo Rovelli al TedXlakeComo del 2002 nella quale “mostrava ” questi concetti:
il tempo non esiste. E’ una concezione utile ma la scienza dimostra, con le argomentazioni degli orologi, che il tempo non esiste perchè è influenzato dalla gravità. Non esiste un unico orologio, ma tanti orologi diversi, tanti tempi diversi
come pure la nozione di alto e basso: che non c’è nell’universo
l’universo è sterminato e noi vi occupiamo un angolo piccolissimo, dove percepiamo alcune cose e che interpretiamo con i nostri necessari criteri appresi nella cultura. Il mondo è molto più ricco di come lo percepiamo
sull’estremamente piccolo e sull’estremamente grande abbiamo meno nozioni
Ecco: a mio avviso l’arte, la pittura, la musica riescono a rappresentare, tramite l’uso di spazio, colori, note soggettivamente rielaborate, questa complessità che ci appartiene
Qui il video di Carlo Rovelli:
Il Tempo nella musica è ben raccontato dal violoncellista Mario Brunello nel libro Il silenzio, Il Mulino, 2014. Vediamo alcuni passaggi del suo dire:
il silenzio è parte dell’ascolto
la musica ha bisogno di tempo per essere “sentita”. Occorrerebbe dedicare tempo all’ascolto
il silenzio valorizza i suoni
il silenzio consente al suono di essere valorizzato
Leggiamo:
“ogni forma d’arte ha il suo spazio per il silenzio: la pittura, sorda a ogni commento, vive nel silenzio, ma arriva a descriverlo. La scultura, muta, silenziosa suo malgrado, custodisce gelosamente un insieme di suoni, parole o rumori. La poesia scritta o detta vive nel silenzio, rotto dalle parole, vive nel silenzio degli spazi bianchi non misurabili perchè possono durare all’infinito. La musica addirittura del silenzio ne fa materia prima. Il silenzio che precede la prima nota eil silenzio dopo l’ultima sono indispensabili affinchè la musica si riveli ed esista.” (pag14)
Qui una lezione di Mario Brunello nella quale farà “vedere” come John Cage è il cantore del silenzio, quando rovescia i rapporti fra suono e silenzio. Il silenzio diventa accettazione dei “suoni altri esistenti ” all’interno dello spazio concesso all’autore:
Ma è lo Spazio ad avvicinare molto la musica alla pittura.
Qui l’associazione mentale ed emotiva che faccio è al concetto di Cerchio dell’apparire, insegnato dal filosofo Emanuele Severino. Un quadro e una musica fanno apparire qualcosa. Lo fissano nel tempo.
Leggiamo le sue parole:
“La parola “apparire” non indica la parvenza, l’apparenza illusoria. Anche le parvenze e le apparenze appaiono – e appare il loro rapporto con la “realtà” di cui sono parvenze. L’apparire non è l’apparenza che altera e nasconde l’essere, ma è la manifestazione dell’essere, il suo illuminarsi, il suo mostrarsi. … Appaiono anche i sogni e i silenzi; anche i pensieri e gli affetti – tutte cose che, insieme a tante altre, non sono illuminate dalla luce del sole … e la stessa parola “apparire” proviene dal latino apparere, che è riconducibile a pario, che significa “partorisco” e a paro, “preparo, allestisco”. (in La filosofia futura, Rizzoli, 1989, p. 195-196)
e ancora:
“L’uomo e le altre cose vanno lungo una strada, così come gli astri eterni percorrono la volta del cielo. Il loro sorgere non è il loro nascere, il loro tramontare non è il loro morire, essi brillano eterni anche prima di sorgere e dopo essere tramontati. Tutte eterne, le cose, dalle più umili alle più grandi, tutte ingenerabili e incorruttibili, esse vanno lungo una strada, nel senso che vanno via via mostrandosi, vanno entrando e uscendo dalla volta dell’apparire del mondo. (in La strada, Rizzoli, 1983, p. 134)
Ecco, a me la figura del cerchio dell’apparire -guardo voi nella sala con i quadri di Batt ed effettivamente apparite come dentro a un cerchio- sembra perfetta per vedere le vicinanze percettive ed esistenziali fra una musica e un quadro. L’arte produce questo effetto: renderci consapevoli della eternità di ogni attimo.
C’è un’altra immagine molto adatta a far riflettere su questo tema. Le immagini di una pellicola fotografica sono una sequenza di fotogrammi. Noi percepiamo quell’attimo, che poi scompare, e nella sequenza della comparsa e scomparsa ottemiamo l’effetto della visione e dell’ascolto. Dunque i fotogrammi scorrono lungo la linea del tempo, compaiono nello spazio e scompaiono: Ma la struttura della pellicola rimane. Dunque quelle singole immagini non finiscono nel nulla, ma sono eterne.
Spiega meglio questo passaggio il filosofo Aldo Natoli, in una intervista alla vicina Radio Svizzera:
A me sembra che quando Doriam Battaglia dice “ciò che provo a rappresentare sono le vibrazioni, le frequenze dello spettro visibile, le particelle, gli atomi e le molecole che vengono a costruire la materia di cui siamo fatti e di cui è fatto l’universo” ci avvicini, con il linguaggio dell’arte, a fare esperienza diretta della struttura sottostante ad ogni evento che compaia nel cerchio dell’apparire
Cosa resta della scomparsa o affievolimento, nella pittura dell’ultimo secolo, dei volti, dei paesaggi? Resta la struttura delle cose. Le cose non sono solo “cose”, ma energia. La natura del mondo è un fluire di energia. La materia è un “campo” in cui le diverse espressioni dell’energia si muovono incessantemente. Il mondo fisico non è una serie di oggetti, ma una rete di interazioni in costante flusso.
I frattali, presenti nella espressione pittorica di BATT, ne sono una delle manifestazioni. Il frattale è una figura geometrica, sostenuta dalle regola matematiche, in cui un motivo identico si ripete su scala continuamente ridotta. le zone del dettaglio fanno vedere la struttura ricorsiva che si ripete, ma è l’effetto visivo quello che ci emoziona. Apputo: struttura sottostante e risultato complessivo. C’è una struttura che sostiene ciò che entrerà nel nostro campo della visione
Un’altra associazione mi è indotta dai pannelli di Batt, soprattutto di quello “bianco” che si vede anche nel video: il rapporto fra mente e cervello.
Qui mi sostiene il libro di Daniel J. Levitin, Fatti di musica, Codice edizioni, 2006. L’autore è un neuroscienziato che ci propone una visione cognitiva dell’ascolto estetico della musica. La mente è la parte di noi che incarna pensieri, speranze, desideri, ricordi, convinzioni, esperienze. Il cervello è un organo fisico (materia) fatto di cellule, acqua, sostanze chimiche. E’ costituito da 100 miliardi di neuroni ed è capace di una quantità enorme di connessioni. Dunque: strutture e connessioni sono alla base della nostra presenza ed identità. Una struttura di base è capace di produrre esiti infiniti. E l’opera d’arte ci offre, per via emozionale, questa vertiginosa e profonda esperienza.
La musica è una combinazione organizzata di suoni nel tempo e nello spazio. E un”arte che sa esprimere i sentimenti per mezzo di un linguaggio delle note che il cervello sa elaborare, sia per la sua struttura biologica, sia per la sua capacità di “fare memoria” e di rielaborala.
Concludo con la musica che accompagna il lavoro produttivo delle opere pittoriche di Batt. Questa mostra è stata costantemente accompagnata dalla musica di Roberto Cacciapaglia.In riferimento al suo disco “Canone degli spazi” Cacciapaglia dice: “Per comporre i miei brani io uso le triadi, che sono elementi elementari alla base dell’armonia. Usufruisco dei cicli, in cui lo strumento solista rimane sempre al centro, mentre l’orchestra ruota intorno ad esso, facendo delle fasce che vanno dal pianissimo al fortissimo, dando vita a delle orbite, come quelle dello spazio. L’orchestra diviene così come una sorta di costellazione che gira intorno, come fossero onde planetarie. Lavoro sulla presenza del suono, cercando di creare una alchimia fra gesto, suoni e intenzioni per cercare di toccare le emozioni di chi ascolta. Ad ogni modo per me è importantissimo comporre immerso nel silenzio“.
Di Nina Simone e della sua straordinaria capacità di usare il silenzio per agire con il canto e il suo pianoforte nel creare il momento “unico” dell’ascolto interiore ho già detto all’inizio.
Ma ci sono tre musicisti australiani che suonano da una trentina d’anni ad offrire, a mio avviso, una eccezionale base musicale al modo di fare pittura di Batt. Si tratta dei The Necks (Chris Abrahams, tastiere, Tony Buck batteria, Lloyd Swanton, basso).
In Italia sono praticamente sconosciuti. Io li ho inseguiti dove ho potuto, una volta a Forlì e un’altra a Berna
Ascoltiamo questo due framment musicale:
E’ difficile per i Necks proporre dei frammenti perchè la loro specificità consiste nel creare, nel qui ed ora di una serata, un unico pezzo musicale di circa un’ora. Per ascoltarli (e nel tempo di internet oggi questo sembra impossibile) occorre darsi un’ora di tempo
Vi invito a sentire i due pezzi di Aquatic e se volete a inseguire le mie successive note di ascolto.
Qui c’è un estratto di Aquatic:
I The Necks creano e suonano assieme dal 1989, fanno un jazz nuovissimo, esplorano nuove frontiere come hanno fatto i loro predecessori, che cercavano
“la nota impossibile, quella che non esiste, che non c’è sulla terra” (Steve Lacy su Thelonius Monk).
Il loro ascolto lascia sempre il segno. Eppure non hanno attraversato quella invisibile linea che passa fra il notturno trascinare gli strumenti per il piccolo pubblico e la notorietà. Ripeto: almeno in Italia.
Dipenderà anche dal fatto che abitano in una terra straordinaria, ancestrale e moderna nello stesso tempo: l’Australia. Là devono essere molto famosi, visto che continuano il loro progetto musicale difficile e inusuale: in quasi vent’anni hanno realizzato solo 34 pezzi per un totale di 20 ore. Effettivamente la loro musica assomiglia molto a quel paesaggio: sanno creare uno spazio psichico e visivo che è bello e coinvolgente attraversare con la loro guida. Sì, sanno costruire un percorso ipnotico. Come nel film Picnic ad Hanging Rock ha fatto Peter Weir (1975).
C’è una zona d’ombra su di loro e allora vorrei colmare la lacuna e illuminare qua e là.
In “Aquatic” (1999) Chris Abrahams è al Piano e all’organo Hammond, Lloyd Swanton al Contrabbasso acustico ed elettrico, Tony Buck alla batteria e alle percussioni. Questa volta c’è anche Stevie Wishart all’”Hurdy-Gurdy” (una specie di violino elettrico che ha un suono simile alla cornamusa).
I pezzi sono due: uno di 27 minuti, e l’altro di 25. Una eccezione rispetto al loro standard, che quello di un’unica scultura musicale di circa un’ora.
L’ascolto lascia vigilmente intontiti per la bellezza del ritmo (Tony Buck è un batterista eccezionale), per le armonie degli accordi pianistici, per la ripetizione ipnotica, per tutte le cose che accadono in quella che non è solo un’iterazione minimalista.
Già il primo movimento è di grande soddisfazione per la mente musicale. Suoni raffinati che alimentano l’immaginazione, rintocchi pianistici di forte energia, un drumming-beat davvero unico, rumori ambientali appena accennati e stimolatori di benessere psichico. Come a dire: “sei in un altro spazio, ma qui si può stare bene. E’ solo diverso”.
Ma il secondo movimento è incredibilmente bello (cercherò di scegliere un assaggio che lo rappresenti). Uno “Swing” che è indubbiamente jazzistico, ma che si avventura in un’Ambient Music di gran cultura. Inizia subito a grande velocità, con il contrabbasso violineggiante di Swanton, incalzato dal terribile Tony Buck, un vero monello della batteria. Poi il piano diAbrahams comincia a spingere avanti. Sempre di più: trilli, battiti, con il basso a contenere. Ecco di nuovo gli archi. Sempre più veloce, impercettibilmente veloce. Viene voglia di chiudere gli occhi. Ecco: nel nero si vede lo spazio che è attraversato dalle note del piano sorrette da quel tappeto volante che è la batteria, baroccheggiata dal contrabbasso. Ora il ritmo si fa un po’ meno frenetico. E comincia il gioco fra di loro. Sì: l’interplay jazzistico inventato dal trio di Bill Evans risorge, si riattualizza in un’altra dimensione ! I tre improvvisano dentro un sonno spaziale reso possibile dalla (leggera) elaborazione elettronica dei suoni. La conclusione è di grande pace.
Sì è bello stare qui. E dove siamo ?
La loro è un’architettura musicale: siamo sempre a casa ! O meglio: si ritorna sempre a casa. Come insegna la cadenza d’inganno, qui raccontata da Alessandro Baricco:
Infine una esperienza musicale irripetibile è quella di Prism , suonato dal trio Keith Jarrett, Gary Peacock, Jack Dejhonette.
Irripetibile perchè questo pezzo è stato suonato così solo quella sera del 1985 a Tokyo e poi mai più:
Guardate Keith Jarret che vola sul pianoforte inseguendo quel frammento di mondo che ha trovato in quell’istante
Guardate Gary Peacock che ride con il batterista come per dire: “hai visto … è partito …”
E non dimentichiamoci di Dejohnette che umilmente si mette al servizio di questa esperienza unica di spazio, tempo e suoni.
Infine: grazie Doriam Battaglia Batt che ha reso possibile questo inimmaginabile incontro nell’imbrunire sul centro storico di Como, nella giornata di sabato 12 luglio 2014.
Ci sono persone inscritte nella memoria biografica.
Per me Alberto Leoni è fra queste persone.
Lo ricordo alla Scuola regionale per operatori sociali del Comune di Milano, alla fine degli anni’70: impegnato, concreto, critico, intenso nelle relazioni interpersonali.
Ma lui è stato soprattutto un protagonista della cooperazione sociale, a partire dalla cooperativa “Futura”, nell’ambito dell’ospedale psichiatrico di Como.
Lo ricorda qui sotto Stefano Granata:
….
Leoni è una figura di riferimento per il mondo CGM e per tutta la cooperazione italiana. Fu pioniere, quando fondò la cooperativa “Futura” di Como nel 1984, con cui si impegnava per l’inserimento lavorativo di soggetti psichiatrici. Da lì nacque un lungo percorso sempre in prima fila, 30 anni vissuti tutti sul campo.
Una figura conosciutissima all’interno della rete ma allo stesso tempo poco nota al grande pubblico. È sempre stato molto dinamico e concreto, lontano anni luce dal dirigente da scrivania.
Si è sempre infatti occupato di filiere nazionali ma sempre con un piede sul territorio, dentro le cooperative e le produzioni. Una capacità di problem solving unica, accompagnata da una disponibilità, umanità e prossimità fuori dall’ordinario. Per noi è una perdita grave. Alberto era la sintesi laica di tutte le posizioni e i pensieri, umani e metodologici, all’interno di Cgm.
La sua scomparsa è stata un grande dolore per tutti. Viene a mancare un punto di riferimento.
Ma la malattia è stata anche una conferma e un segno. Perché nel dolore e nella fatica è venuta fuori tutta la sua profondità umana. Ha lavorato fino all’ultimo, dimostrando uno sguardo positivo e maturo sulla realtà che ci ha insegnato e ci insegna molto.
… avevamo avuto qualche scambio di opinioni in merito a Jung.
In ogni caso è tanto che vorrei scriverle, ma gli eventi della vita non mi avevano ancora concesso un momento di tranquillità e ora eccomi a riprendere in mano tutti i miei propositi.
Come sta? Ho letto su facebook cosa le è accaduto ed è proprio in merito a questo che le scrivo.
A maggio seguivo il suo cammino di ripresa tramite web e mi sono sentita molto colpita mentre leggevo le sue pagine di diario che ha deciso di condividere. Ho provato nei suoi confronti una grandissima ammirazione, innanzitutto per la scelta di donare alla rete, a un social network, frammenti di un suo vissuto molto intimo, mi sono interrogata molto su questo suo essere e fare dono di sè, di vissuti esistenziali ad altri.
Ho sempre pensato che le storie sono un dono e nel leggerLa mi sono sentita in qualche modo chiamata alla custodia dei suoi racconti. Pur non conoscendola è riuscito a creare sensibilmente una grande tesminonianza di vita, di una vita che stava per incontare la morte. E io che ho letto, mentre passeggiavo spensieratamente sul web, mi sono stupita da quanta vita stava circolando in quel momento nei suoi racconti e attorno a essi.
Le storie ci toccano sempre, le pagine di diario ci chiedono ascolto, invitano alla presa in cura di esse perchè in qualche modo ci riguardano sempre; in quanto esseri umani non condividiamo solo il logos come nostro tratto distintivo, ma anche il pathos e siamo umani proprio perchè sempre esposti, sempre in balia di circostanze, di condizioni ed eventi che non scegliamo.
Ma a partire da questo fondo comune penso che ciascuno ha la facoltà di scegliere come reagire a questi contenuti non in nostro potere e sono rimasta molto colpita dal leggere come lei abbia affrontato questa tappa, sicuramente non facile, del suo percorso in maniera che mi verrebbe da dire filosofica.
Mi hanno colpito molto le sue riflessioni che hanno accompagnato l’evolversi dell’accaduto e mi ha stupito quanto l’attività pensante abbia dato inedita forma alla vicenda. é stata per me una forte e ammirevole dimostrazione di come l’esperienza infonda energia e slancio all’attività intellettuale e di come essa infondi vitalità e nuovo spessore all’esistenza.
Il fiorire umano trova terreno fertile anche nell’attraversamento del dolore e della sofferenza, ma solo se trova un anima disposta a far abitare in lei questo abito ovvero questo modo filosofico di condurre la vita, di portarsi e condursi con consapevolezza, con capacità contemplativa di fronte alle vicende della vita che le trattiene, senza negarle o aggirarle, per farne motilità evolutiva, spinta desiderante di riuscire a proseguire nel proprio inverarsi.
questo è ciò che mi hanno suscitato le sue scritture e la ringrazio per le sue condivisioni, per la sua testimonianza di quanto coraggio ha manifestato, coraggio inteso come capacità di stare anche là dove non vorremmo essere e accettarlo come fonte di ispirazione per ritrovarsi e ricontattarsi ancora di più.
Ho riflettuto a lungo se era bene condividere con lei questi miei pensieri, anche a tratti confusi, ma penso che al giorno d’oggi troppo spesso si rinuncia a condividere pensieri, sensazioni ed emozioni e tutto ciò contribuisce a inaridire le relazioni umane perchè è anche grazie ai pensieri altrui che si cresce sempre in conoscenza di sè.
Augurandole una serena estate,
le porgo un caro saluto.
…………………………….
RISPONDO
certo che mi ricordo di lei, per quel nostro breve scambio su Carl GustavJung.
la sua lettera mi fa un immenso piacere. Un po’ perchè è bello per un formatore trovare una persona incontrata … che vuole interagire con me non solo in un rapporto … , ma anche attorno a questa mia vicenda biografica.
e poi proprio per le cose che dice, per le sue considerazioni che colgono appieno le mie intenzioni.
Come sa sono del 1948 e tutti i miei amici della stessa generazione proprio non capiscono questa mia voglia di usare internet a tutto campo. e così non leggono quasi nulla di quello che scrivo Inoltre dicono che espongo troppo il mio io. Eppure Montaigne già alla fine del ‘500 diceva: “
“E’ mia abitudine dire senza paura tutto quello che faccio, senza esitazione”
E’ un paradosso, ma loro (i miei contemporanei) non verranno mai a sapere i grovigli della mia vicenda personale proprio nei momenti più culminanti, di “messa a prova” e nella magnifica operazione di “mettere su carta” i vissuti. Perchè le parole volano, mentre gli scritti rimangono
lei, invece, parla di questi “messaggi messi in una bottiglia” come un dono per alcuni coloro che li leggono. E’ un piacere trovare consenso nel mio gesto di “mettere in vista”
perchè lo faccio? perchè metto in mostra questi frammenti biografici?
la risposta è : perchè sento che mi fa bene e che contribuisce a “migliorare la soggettività alle condizioni oggettive date”.
sento che allargare lo sguardo con la cultura, le citazioni, le scoperte filosofiche (Epitteto mi è diventato amico e lui parla da duemila anni fa!), con piccole tracce trovate e incollate qui e là contribuisce a dare senso al tempo presente.
farlo su un diario pubblico o su facebook a me viene spontaneo e (di più) lo trovo culturalmente interessante. Lo schermo è come il foglio bianco. e poi il gesto di buttarli nella rete diventa una forma di comunicazione. C’è una intensificazione del messaggio. Innanzitutto per me che scrivo e forse anche per chi legge.
Voi ai corsi di *** sapete l’importanza della scrittura autobiografica. ecc: per me internet ne amplifica il segnale. E’ vero: scrivere è terapeutico.
Lei parla anche di “attività pensante”. E’ proprio così: pensare ha una sua potenza espressiva che contribuisce a organizzare diversamente il rapporto con un corpo che agisce secondo i suoi automatismi da “anima bassa” (magnifica la rielaborazione di Jacques Schlanger, forse la avrà letta qui: http://antemp.com/2014/06/20/jacques-schlanger-e-il-pensiero-stoico-romano-lanima-bassa/)
Insomma: leggere e scrivere mi fa bene.
e mi fa anche bene ricevere una lettera come la sua
Grazie ancora
e a lei i miei auguri di buona continuazione degli *** e di buon futuro
Con il Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Como. Con il Patrocinio dell’Associazione Archivio Luigi Russolo.
orari apertura: tutti i giorni dalle 10:00 alle 19:00 giovedì, venerdì e sabato fino alle 22:30
Il progetto proseguirà anche a: Palazzo Ghirlanda Silva a Brugherio (MB) a novembre. Con il Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Brugherio Palazzo Comune vecchio a Viganò (LC) a dicembre. Con il Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Viganò
La mostra personale del Maestro Armando Fettolini, in scena dal 7 al 29 giugno, è stata fortemente voluta dai due curatori, Salvatore Marsiglione e Simona Bartolena…