Gianfranco Gentile detto Tato, e Luigi Piotti · Poesie

IL COLORE DEI BIMBI, poesia di Gianfranco Gentile, detto “Tato”. Inviata il 21 maggio 2020: Grazie !!!

IL COLORE DEI BIMBI

Quando un bimbo nasce

si vuole far sentire,

ma col passar degli anni

gli adulti lo fan zittire.

Un bimbo, finché è tale,

con tutti vuol giocare

e non guarda se la pelle

ha il colore delle stelle

oppure è tanto scura.

A lui non fa paura.

Quando un bimbo nasce

si vuole far sentire,

vorrebbe dire al mondo

che tutti siam fratelli,

i neri, i bianchi, i rossi, i gialli,

i ricchi e i poverelli.

Un bimbo, finché è tale,

con tutti vuol giocare,

ma sono poi gli adulti

coi loro pensieri contorti

che lo fanno cambiare

insegnandogli, a volte, il male.

Lasciate che i bimbi

si stringano la mano,

lasciateli anche giocare

con quelli di un paese da lontano.

Sarebbe così bello se un miscelatore

potesse mischiare il colore delle pelli,

avremmo in tutto il mondo un sol colore,

bello da far invidia agli acquerelli.

La purezza di un bimbo

è grande come il mare

e il bene che ha in sé

può sconfiggere ogni male.

Gianfranco Gentile detto Tato, e Luigi Piotti · Poesie

GUARDA QUEL VECCHIO, poesia di Gianfranco Gentile, detto “Tato”. Inviata il 21 maggio 2020: grazie !!!

GUARDA QUEL VECCHIO

E’ brutto veder passare un vecchio curvo sul suo bastone,

contargli le rughe che gli solcano il viso,

cercar di scoprirgli un tenue sorriso,

poi mettersi a confronto e fare un paragone.

Lui stanco, triste e ormai rassegnato

e pensa alle cose che da tempo ha lasciato,

tu forte, allegro e pieno di vita

e guardi al futuro con gioia infinita.

Ma poi pensi a lui che se ne deve andare,

allora ti rassegni, sai che è una ruota,

ti rattristi e pensi che la vita è vuota.

E’ vuota se pensi che anche tu dovrai andare,

è vuota perché sai quel che devi lasciare.

Guarda quel vecchio e continua a pensare!

Brunate · Gianfranco Gentile detto Tato, e Luigi Piotti · LAGO DI COMO-LARIO: Luoghi

I MONTI, poesia di Gianfranco Gentile, detto “Tato”, inviata il 21 maggio 2020 (Grazie !!!)

I MONTI

Si guardavano ormai da millenni

senza che nessuno facesse dei cenni

poi, nella luce di un chiaro mattino

si vollero unire , Brunate e Bisbino.

Fece loro da testimone un caro amico, il Bollettone

e sacerdote, forse per il suo nome,

fu il Monte San Primo che in quell’occasione

fece un sermone veramente divino.

Brunate era di bianco vestita

con un grande manto di pizzo di neve,

Bisbino portava un vestito marrone,

il suo sarto fu il fuoco di un mascalzone.

Gli invitati non furono molti

però da lontano guardavano in tanti

e incuriositi da quell’unione

c’erano Appennini, Alpi e Prealpi.

Ad un tratto giunse una voce:

Viva la sposa, viva la sposa”

e tutti applaudirono

all’esclamazione del Monte Rosa.

Passaron poi tanti e tanti lustri

tra vita tranquilla, ma anche trambusti,

decisero allora di non star più soli

e fecero un figlio che nacque tra i fiori.

Montorfano vollero così chiamarlo

in ricordo di un caro zio lontano

scomparso purtroppo, diciamo per mano,

di un terremoto antivesuviano.

Montorfano era un bel monticello

affettuoso, garbato, un figlio modello

e per premiarlo gli fu regalato

un bel laghetto da tutti invidiato.

Era un laghetto puro e lucente,

nelle sue acque, molta gente,

andava a bagnarsi nei giorni assolati

per poi sdraiarsi sui verdi prati.

Però, come tutte le cose buone,

dell’acqua pura restò solo il nome

e dopo tanti e tanti anni

anche il laghetto soffrì di malanni.

Nacquero uomini a dismisura;

crebbero case, fabbriche e cemento

che insediandosi in quella pianura

inquinarono acqua, aria e firmamento.

Morirono così Brunate e Bisbino

lasciando in vista il loro scheletro appassito,

così fu segnato il loro destino,

ma non era quello che Dio avrebbe voluto.

Finisce qui la storia di due monticelli

che per mano dell’uomo cessaron d’esser belli

e che lasciarono un caro figlioletto

che ancora combatte per avere rispetto.

Si chiama Montorfano e questo nome s’addice

a un monte senza genitori, a un monte infelice,

facciamo ora in modo che questo piccino

non debba seguire un turpe destino!

Chat Noir

un GATTO NERO che ci ricorda il nostro Chat Noir. Grazie a Nottola per la segnalazione

Guarracino Vincenzo · Mi ricordo

Un ricordo per me prezioso perché è il ricordo di un Testimone, SANDRO LUKACS, scrittore di origine ebraica vissuto a Como, recentemente scomparso …, memoria di Vincenzo Guarracino, 2020

Evento forte e commovente, lo ha definito così il mio amico Agnello Ogliaroso, autore della foto: si riferiva a un incontro a Villa Olmo, a Como, il 26 gennaio del 2019, in occasione della Giornata della Memoria.
Un ricordo per me prezioso perché è il ricordo di un Testimone, Sandro Lukàcs, scrittore di origine ebraica vissuto a Como, recentemente scomparso, alla fine di dicembre 2019, lasciandoci un preciso e forte messaggio:
 
“Ebrei sono tutti quelli che soffrono, umiliati della storia, esuli”

È morto alla vigilia del nuovo anno 2020 e alle soglie del suo 98° compleanno, Alessandro Sandor Lukàcs, medico e scrittore, lasciandoci in eredità ben quattro libri, scritti in età ragguardevole, Via Mala (2001), Un’agente segreta a Mauthausen (2002),  Il Talmudista (Libri Bianchi Editore, 2009) e per ultimo un’antologia, traduzioni con testo a fronte, Liriche del primo Novecento ungherese (2019), che ripercorre la poesia magiara novecentesca attraverso 9 autori (Ady Endre e Attila Jozsef, su tutti), a testimonianza di un tenace radicamento nella cultura ebraica e ungherese e in omaggio alla purezza di un passato non rimovibile, neppure nei suoi aspetti più tragici.
Nato nel 1922 a Ujpest, in Ungheria, Sandòr Lukàcs, per colpa delle leggi in vigore nel suo paese che gli avevano impedito di continuare gli studi, era stato costretto a svolgere i più diversi mestieri, compreso il calzolaio. Deportato nel 1943 prima in Romania e, dopo una fuga fallita, in un sottocampo di Mauthausen, in Austria, si era trasferito dopo la fine della guerra in Italia e con l’aiuto del fratello medico si era laureato in medicina e chirurgia a Pavia.
Ottenuto la cittadinanza italiana nel 1962, fino al 1971 aveva lavorato presso la Clinica Odontoiatrica dell’Università di Milano, per poi approdare all’Ospedale Sant’Anna di Como in qualità di primario, fino al pensionamento.

Dei tre romanzi, usciti i primi presso un editore comasco (Ibis) e il terzo presso un editore milanese (Libri Bianchi),  a rivestire la più grande importanza, sia per la materia che per i motivi ideologici e morali che lo tramano, è soprattutto Il Talmudista, una storia di grande forza e verità, posta all’insegna del perdono, simboleggiato dal Kol Nidré, la preghiera recitata in sinagoga prima dell’Espiazione, collocata proprio in apertura quale emblema della riconciliazione dell’autore col proprio passato.
Una tessera ulteriore al mosaico della grande letteratura sulla Shoà, che pone molti interrogativi, posto com’è al termine di una vera e propria trilogia della memoria: come per liberarsi da un peso insopportabile, nella convinzione che “tutti i dolori sono sopportabili, se li metti dentro una storia”, giusto l’esergo della Blixen.
Un libro di dolorosa sostanza autobiografica, dunque, ancorché dissimulata sotto vesti romanzesche, in cui si mette il dito su una ferita ancora aperta e cui ci si sforza di dare faticosamente e coraggiosamente un volto e un nome. “Si impiegano decenni per ricordare quello che si voleva dimenticare”, ammette l’autore che dall’alto delle sue, all’epoca, 88 primavere può ben consentirsi di guardare al suo passato, costellato da non pochi lutti e sofferenze (ben nove membri della sua famiglia deportati a Guskirchen e due soltanto, lui e un fratello, sopravvissuti), dopo averne elaborato e assimilato i fantasmi.
Il libro racconta il dramma di Josif, uno “impegnato da una vita nello studio dei testi sacri” e che cerca Dio non “come espressione etica della religione rivelata”, ma “solo come compagno di strada durante le lunghe marce da un Campo all’altro” (come si dice nel risvolto), consapevole che solo nel colloquio con Lui può annegare l’orrore per la ferocia di cui lui è vittima in quanto espressione di un popolo perseguitato.
Sfuggito al campo di Mauthausen e disperato, al punto da essere tentato di di porre termine alle sofferenze con la morte, viene salvato da una donna, una nazista, che lo accoglie nella sua casa e insieme vivono un’esperienza d’amore, che si tramuta per entrambi in un’occasione di riscatto. Tutto avviene in una notte, che cambia il corso dell’esistenza ad entrambi. È grazie a Judith, si chiama così la donna, che Josif ricupera il senso della vita e un nuovo sguardo sul mondo al termine di uno stringente e drammatico colloquio, un vero e proprio psicodramma, che chiama in causa il suo stesso essere ebreo. “Chi è un ebreo? Lei che lo è, può dirmelo”, gli chiede Judith, e lui: “Ebrei sono tutti quelli che soffrono, umiliati della storia, esuli. È questo l’ebreo e prima poi tutta l’umanità potrebbe esserlo”. Ma lui stesso è per la donna l’occasione di un riscatto dal delirio dell’ideologia che l’ha condizionata per una vita. “Se si può diventare nazisti durante un’esperienza di vita, allora si può ridiventare uomo in una sola notte”, è questo, dice l’autore, il filo conduttore così di questa storia, come di tutte le storie.
L’alba li troverà entrambi, l’ebreo e la nazista, accomunati da due cose: dalla consapevolezza di essere stati toccati dalla misericordia del Signore (per “ricordare che l’umanità merita di sopravvivere”) e dalla responsabilità, dal dovere morale di testimoniare la conquista di una nuova umanità, attraverso l’amore che da quel momento li legherà indissolubilmente, per sempre, su quegli stessi campi in cui sono sepolte e custodite per sempre le ceneri di vittime e carnefici.

Bosso

il BOSSO, indifferente e in perfetta evoluzione in tempi di coronavirus, 18 maggio 2020

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Destino · GENIUS LOCI · MEDITAZIONE nel Tempo · Psiche e Psicanalisi

meditazione sotto il CILIEGIO, nel tempo della prima visita primaverile all’Orto/Giardino, 18 maggio 2020

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7 Terrazza della PERGOLA · Azalea · Destino · Felci

l’unica fioritura delle AZALEE che ci ha concesso il coronavirus, ma anche … la bellezza indifferente agli eventi delle FELCI. Nella terrazza della pergola il 18 maggio 2020

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a: da classificare · DIARIO di Amaltea · Orto nei vasi · primavera

Orto nei vasi nel tempo del coronavirus, 18 maggio 2020

come era l’orto del ciliegio

prima della lavorazione:

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come è diventato

dopo i primi lavori di piantumazione dell’orto nei vasi

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DIARIO di Amaltea · Luciana Quaia · Paolo Ferrario · primavera

all’Orto/Giardino, dopo i mesi di blocco sociale per coronavirus (minuscolo), lunedì 18 maggio 2020

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Centro Storico di Como · Libri su Como e il Lario · Nodo Libri

Il quartiere della CORTESELLA (in Como centro) – a cura di Fabio Cani e Gerardo Monizza. NodoLibri inVideo

 

borghi · LUOGHI D'ITALIA

Perché e come salvare le realtà dei piccoli borghi italiani, di Claudia Capurso, in ARCIPELAGO MILANO del 13 maggio 2020

Da ARCIPELAGO MILANO del 13 maggio 2020

 

Perché e come salvare le realtà dei piccoli borghi italiani

di Claudia Capurso

Con le grandi città, nel mondo e in tutta Italia, tenute in scacco dal Coronavirus, anche i più ostinati difensori della caotica vita cittadina iniziano a guardare con invidia chi ha scelto di vivere in piccoli borghi. Ma cosa bisognerebbe fare per ripopolare questi luoghi meravigliosi, di cui l’Italia è piena? Cosa è già stato fatto?

Una delle singolarità di questa mia forzata segregazione causa Coronavirus è stato l’osservare, nel mondo della comunicazione, un certo interesse per un’Italia in genere dimenticata – se non quando guadagna le prime pagine dei giornali e dei media per la tragedia di turno: terremoti, frane, alluvioni etc…

È L’Italia dei piccoli borghi o, per meglio dire, delle aree interne. L’ultima voce è quella dell’architetto Stefano Boeri che, in un’intervista a un quotidiano, spezza una lancia a favore dei bellissimi borghi italiani. Sono “grida di dolore”, scusate l’ardire, più simili a “lacrime di coccodrillo”, perché la questione ha una storia ormai più che settantennale.

Ben presente nelle prime leggi- di Riforma – della Repubblica (quelle a firma Vanoni, Fanfani per fare solo alcuni esempi), quando l’agricoltura era ancora uno dei maggiori settori produttivi e la povertà era enorme, è poi passata nel dimenticatoio quando le grandi scelte politico-economiche del governi del boom economico sono andate in direzioni opposte, favorendo migrazioni interne verso le grandi infrastrutture e le grandi industrie del Nord. Diceva al riguardo il titolare di uno studio professionale sito nel Sud Italia in cui lavorai negli anni ‘70, che le superstrade e autostrade meridionali non furono il motore dello sviluppo del Sud, ma i canali per la trasmigrazione biblica di masse popolari verso i centri del Nord Italia…

Poco successo ebbero anche proposte – sicuramente innovative – fiorite negli anni ‘70 e ’80 come i Progetti Speciali, documenti programmatori che coniugavano pianificazione territoriale e programmazione economica, proponendo la creazione di aree omogenee con una rete di filiere produttive e servizi relativi, convogliando al fine finanziamenti pubblici e privati (come ad esempio le rimesse degli emigranti). Sono rimaste in buona parte nei cassetti di una classe politica che ha privilegiato l’assistenza come strumento per il consenso. Scelta sicuramente proficua per il successo elettorale, ma deleteria per lo sviluppo e per la formazione di classi dirigenti locali.

È pur vero che nel 2013 qualcosa avvenne, quando Fabrizio Barca, Ministro per la coesione territoriale nel governo Monti, rilanciò alcune idee molto interessanti per una riforma amministrativo/territoriale in grado di affrontare la crisi delle aree marginali, rimasta ancora uno dei maggiori problemi del Paese.

Interessata da tempo a queste problematiche, ho riletto con interesse un bel libro di Enrico Borghi, “Piccole Italie”. Estremamente preciso e accurato nella ricostruzione storica del problema delle aree interne, parte finalmente da un’ottica corretta: quella della necessità di una rinnovata pianificazione del territorio e degli strumenti istituzionali per la sua gestione.

Perché il punto, secondo il mio modesto parere, è quello di superare punti di vista settoriali, che affidano la rinascita dei piccoli borghi, sicuramente autentici gioielli artistici e culturali, ad un ritorno astorico ad un mondo bucolico (mai esistito) dove giovani ecologisti e/o “radical chic” italiani o stranieri torneranno a risiedere. Così, ancora una volta, i finanziamenti privati verranno assorbiti dall’edilizia piuttosto che finalizzati allo sviluppo. Le scelte politiche, economiche e sociali sono purtroppo più complesse e “rivoluzionarie”, poiché richiedono una effettiva trasformazione del territorio a livello di aree interne omogenee. È l’unica ottica in grado di affrontare l’esigenza di una redistribuzione equa di servizi sociali e di attività produttive, sorretta dalla riorganizzazione di una mobilità sostenibile e di reti digitali efficienti.

Conditio sine qua non per innescare i processi è ovviamente la rigenerazione di un tessuto sociale di base, quell’humus di conoscenze dei propri punti di forza storici-artistici-culturali, di identità, di aperture a risorse economiche (si pensi ai progetti europei) e soprattutto risorse umane (si pensi all’ulilizzo di occupati stranieri).

In questo quadro la scuola e i centri di formazione professionale e culturale possono giocare un ruolo centrale per far crescere quella mentalità nuova attenta agli strumenti metodologici, alle interrelazioni tra i parametri, ai processi sinergici e indispensabile per affrontare nel complesso mondo di oggi le problematiche territoriali e ambientali. Sempre che finalmente si capisca, lo ripetiamo, che la struttura portante di questi discorsi è il rinnovamento e, a volte, la creazione di un sistema di trasporto pubblico adeguato.

L’occasione mancata è stata quella della affrettata soppressione delle Province, senza obiettivi precisi e senza aggregazioni intermedie che fossero in grado di innescare e gestire processi di sviluppo. I dati ci danno la dimensione rilevante del problema. Secondo il censimento Istat 20111, in Italia ci sono 5.543 comuni sotto i 5.000 abitanti, che rappresentano circa il 70% del numero totale dei comuni italiani (8092 comuni); dato ancor più significativo, i piccoli comuni italiani con una popolazione inferiore ai 1.000 abitanti sono 1948 e rappresentano dunque il 24,07 % degli attuali 8092. Circa il 90% è classificato tra i comuni di collina o di montagna.

Tra residenti e presenti c’è una differenza: molti se ne sono andati, pur rimanendo residenti. Quindi molti di questi piccoli borghi sono disabitati o quasi. Chi rimane infatti sono per lo più anziani e quando uno di loro lascia questo mondo il borgo fa un passo in avanti verso la distruzione.

I giovani se ne vanno. In genere hanno un titolo di studio e non si adattano ai lavori pesanti, senza orario che connotavano la vita dei nostri nonni o bisnonni, o all’orizzonte “limitato” del proprio Comune. Aspirano alla complessità della città, che potenzialmente offre tutto quello che i media presentano. Non sono da biasimare.

Eppure i nostri paesi in genere sono bellissimi; spesso furono ristrutturati dando ai privati finanziamenti a fondo perduto, quando i soldi c’erano. Quanto ci costa il loro abbandono? Il disfacimento del territorio, con spese imprevedibili ma realisticamente ingenti per i tragici danni causati da frane, alluvioni, incendi. Il degrado inizia con poco, un muretto sbrecciato, una tegola che cade, il bosco abbandonato, ma poi procede a valanga.

E qui si apre il grande discorso della prevenzione delle calamità. I tecnici del settore hanno idee chiare, ma raramente ascoltate: programmazione e organizzazione per ciascuna zona di unità di intervento stabili con le attrezzature e strutture di emergenza e con strumenti di ricognizione e prevenzione. Quando questo viene messo in pratica, i risultati si vedono.

Non bisogna iniziare da zero ma continuare a riaggregare i territori interni incentivando le associazioni di Comuni, raggruppandoli in Aree Omogenee attorno a un Comune/centro dei servizi, con raggi di distanza adeguati, consentendo così a tutti i cittadini di usufruire di servizi di qualità con standard decenti di vivibilità e di mobilità, all’altezza dei tempi odierni. Non si tratta di tagliare risorse economiche e istituzionali ma di riqualificarle.

Pensiamo alle Comunità Montane, troppo spesso meri centri burocratici con competenze solo settoriali slegate dal contesto (settore agricolo, accertamenti e riscossioni fiscali, settore dei rifiuti etc…). Pensiamo agli Uffici del Turismo, in troppi casi meri luoghi di informazioni spicciole, ove si vivacchia. Potrebbero diventare veri centri di stimolo per la valorizzazione del territorio e di supporto ai Comuni per un turismo sostenibile e/o per lo sviluppo di attività correlate di aiuto alle unità produttive e terziarie, di informazione sui finanziamenti che Enti e Istituzioni possono erogare per le aree minori, in primo luogo quelli dell’UE.

Si è andati invece in direzione opposta. La vicenda Riace è significativa per stupidità e ipocrisia dei ceti di potere locali. Non solo oggi ma da decenni l’immigrato è indispensabile nei borghi collinari o montani, e non solo. Nel piccolo Comune ove risiedo alcuni mesi all’anno, difficilmente si trova un’italiana disposta a fare la badante o un conterraneo pronto a lavorare nelle malghe, a mungere il latte, ad alzarsi di notte per impastare, a fare lavori di manovalanza nei cantieri. Addirittura ci si contende l’unica donna dell’Est che risiede nella zona per lavori domestici o di servizio nei ristoranti e alberghi. Eppure il turismo è, secondo me, la vera speranza per il futuro del nostro paese. E allora? Abbiamo fatto proprio bene a distruggere i pochi esempi di integrazione vantaggiosi per tutti?

Vorrei concludere questo mio piccolo contributo ricordando, in tempi di emergenza, tra i tanti che nel recente passato “videro lontano”, la Dott.ssa Laura Conti. In un seminario tenutosi nella facoltà di Architettura nel 1970, ricordo che parlando della riforma sanitaria e del suo rapporto col territorio, incentrò proprio le sue proposte sui piccoli Comuni per i quali riteneva essenziale garantire la distribuzione dei servizi sanitari e un efficiente servizio di trasporto pubblico.

I partecipanti si guardarono perplessi ma il tempo le ha dato ragione.

Claudia Capurso