La Libreria Plinio il Vecchio, situata in Via Vitani a Como, ha una storia affascinante e rappresentativa della cultura letteraria della città.
Fondata nel 1980, la libreria è stata un importante punto di riferimento per lettori e appassionati di libri illustrati, arte, architettura e moda. Il suo nome rende omaggio a Plinio il Vecchio, l’illustre scrittore e naturalista comasco del I secolo d.C., noto per la sua opera Naturalis Historia.
Evoluzione e chiusura
Nel 2017, la libreria ha chiuso dopo 37 anni di attività, un evento che ha suscitato grande risonanza tra i cittadini e gli amanti dei libri.
La chiusura è stata vista come una perdita significativa per la comunità culturale di Como, che ha visto in questo negozio non solo un luogo di vendita, ma anche un centro di aggregazione culturale e sociale[3][7].
Ritorno e attualità
Recentemente, la libreria è stata riaperta sotto una nuova gestione, mantenendo viva l’eredità culturale che l’ha caratterizzata. I nuovi proprietari hanno cercato di rinnovare l’offerta senza perdere il legame con la tradizione locale.
Questo rinnovamento è stato accolto positivamente dai residenti e dai turisti, contribuendo a riportare l’attenzione su Via Vitani, una delle strade più storiche di Como[2][4].
Impatto culturale
La Libreria Plinio il Vecchio non è solo un luogo dove acquistare libri; è anche un simbolo della resistenza della cultura locale contro le sfide del modernismo e del turismo di massa. Gli attuali gestori stanno cercando di promuovere eventi culturali e iniziative che possano attrarre visitatori e mantenere viva l’anima della libreria[2][5].
In sintesi, la Libreria Plinio il Vecchio rappresenta un importante capitolo nella storia culturale di Como, riflettendo sia la tradizione letteraria della città che le sfide contemporanee nel mantenere vivo il patrimonio culturale locale.
Edito per iniziativa dell’Associazione Amici dei Musei, il volume ripercorre l’evoluzione dei toponimi dalla fine del Medioevo all’inizio dell’Ottocento: un articolato racconto fatto non solo di curiosità ma anche di indicazioni sulle antiche funzioni del centro urbano. Il volume è completato da immagini d’epoca e da un completo indice analitico.
I segreti dell’antica Città Murata saranno svelati domani, sabato 28 gennaio, nel corso di un convegno aperto al pubblicoche si svolgerà nel chiostro di Sant’Abbondio, dalle 9 alle 17. Ad organizzare il seminario il Centro Internazionale di Ricerca per le Storie Locali e le Diversità Culturali dell’Università degli Studi dell’Insubria che analizzerà le Politiche del costruire a Como nei secoli XV-XVI.
L’idea dell’incontro di studi nasce dal desiderio di mettere a frutto le suggestioni nate dalla pubblicazione del Liber incantuum laboreriorum et reparationum civitatis Cumarum (1426-1436) conservato presso l’Archivio di Stato di Como. Il manoscritto, che registra l’appalto di ben 49 opere pubbliche messe all’incanto dal comune di Como nel corso del Quattrocento, è stato ora pubblicato per la prima volta a cura di Marta Mangini, nell’ambito di una ricerca supportata dal Centro.
Il doppio volume illustrato, corredato da introduzioni, approfondimenti, cartine, bibliografia e indici, ripercorre l’intero Novecento architettonico comasco attraverso un percorso ragionato, e innovativo, costituito da 366 dettagliate schede di edifici pubblici, religiosi, residenze private, ville scenografiche, stabilimenti produttivi, impianti sportivi, infrastrutture… dai più noti ai più discosti. Un viaggio affascinante tra architettura, paesaggi, storia e società, moda e modi di vivere, per riflettere su un secolo tanto breve quanto intenso.
Facendo un grande sforzo di selezione, per gli anni dal 1945 al 2000, XXCO presenta 215 edifici, tutti (o quasi) visibili, almeno da lontano, e tutti (o quasi) documentati con precisione: un patrimonio distribuito in ogni angolo della provincia, e per ogni tipologia di costruzione. Ci si può così rendere conto che molti più noti prodotti “made in Como” sono nati in edifici di grande interesse (e la cosa non può essere considerata di scarso significato) o che persino l’intervento pubblico ha saputo coniugare – a tratti – le esigenze pratiche con la creatività progettuale. Senza esagerare, si può dire che molte di queste architetture sarebbero degne di entrare nell’immaginario collettivo, di essere viste e visitate, integrate in una rete di percorsi alla scoperta di un territorio che, anche nei tempi più recenti, non è stato solo martoriato, ma a volte anche valorizzato.
Nello specifico: la ricostruzione e il boom, l’eredità razionalista, le nuove alternative progettuali, i quartieri residenziali economico-popolari, le chiese moderne, i servizi pubblici, la confusione e il continuo rimescolamento dei linguaggi, fino all’incontro/scontro tra vecchie e nuove generazioni sullo scorcio del secolo.
Un percorso per leggere la storia del Novecento attraverso gli edifici.
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Se il Novecento comasco resta, nel suo complesso, un grande sconosciuto, la sua seconda metà è persino un enigma. L’affermazione può suonare provocatoria, ma è la semplice verità. Incredibilmente, infatti, man mano che ci si avvicina all’attualità le nostre conoscenze diminuiscono, o quantomeno si fanno più incerte e confuse. Aderendo senza pensarci troppo all’invito manzoniano di lasciare “ai posteri l’ardua sentenza”, la città e il territorio non si preoccupano mai di capire e di conoscere cosa sia successo negli ultimi decenni.
Ciò vale anche per l’architettura. Se, per i primi decenni del secolo, l’interesse verso alcuni gruppi e stili (i razionalisti, il liberty, il futurismo) ha prodotto una certa proliferazione di studi, anche se ha avuto l’effetto di oscurare – a volte – altri protagonisti, per la seconda metà le ricerche sono davvero poche. Eppure gli argomenti di sicuro interesse non mancano: l’eredità dei razionalisti, il ruolo non secondario del Comasco nell’elaborazione di modelli residenziali economici, la ricaduta sul territorio delle nuove istanze ecclesiali prodotte dal Concilio Vaticano II, il confronto tra il dibattito internazionale e la produzione locale, l’emergere di linguaggi locali capaci di attirare l’interesse generale (come per la scuola “ticinese”). Tutte cose che per lo più sono rimaste confinate in qualche articolo in punta di penna o in contributi di specializzazione estrema.
Viceversa, basta armarsi di una buona dose di curiosità e di una discreta voglia di girovagare per trovare – dentro e fuori il capoluogo, sulle ridenti sponde del lago come nell’operosa pianura verso Milano, nelle vallette come sulle cime – opere degne di considerazione, in grado di illuminare una cultura architettonica che non sfigura nemmeno messa a confronti con i grandi capolavori degli anni Trenta. Ma non sono solo le opere dei maestri del secondo Novecento riconosciuti a livello internazionale a evidenziare l’interesse del territorio, sono anche e soprattutto le molte realizzazioni nate da un rapporto diretto con il contesto (sia dal punto di vista morfologico che da quello culturale) a contribuire alla qualità dell’architettura comasca e lariana del secondo Novecento.
Facendo un grande sforzo di selezione, per gli anni dal 1945 al 2000, XXCO presenta 215 edifici, tutti (o quasi) visibili, almeno da lontano, e tutti (o quasi) documentati con precisione: un patrimonio distribuito in ogni angolo della provincia, e per ogni tipologia di costruzione. Ci si può così rendere conto che molti più noti prodotti “made in Como” sono nati in edifici di grande interesse (e la cosa non può essere considerata di scarso significato) o che persino l’intervento pubblico ha saputo coniugare – a tratti – le esigenze pratiche con la creatività progettuale. Senza esagerare, si può dire che molte di queste architetture sarebbero degne di entrare nell’immaginario collettivo, di essere viste e visitate, integrate in una rete di percorsi alla scoperta di un territorio che, anche nei tempi più recenti, non è stato solo martoriato, ma a volte anche valorizzato.
E in ogni caso resta di fondamentale importanza prendere coscienza di cosa è oggi la realtà di Como e del territorio circostante e di come è diventata così.
Limen è la soglia per il cambiamento, dimora della trasformazione da staticità a dinamicità, da immobile pietra ad aura vitale, dove il passato e il futuro vengono a contatto in una luce che è il presente. Limen, per gli antichi latini la soglia, l’inizio, il principio, offre una nuova chiave di lettura su un monumento storico di fondamentale importanza per la città di Como.
Sette luci dal caratteristico raggio luminoso molto definito e puntuale illuminano alcuni specchi collocati a pavimento, creando un gioco di riflessi luminosi in varie direzioni, all’interno della torre. Grazie a degli speciali sensori collocati a pavimento, lo spettatore, passando attraverso la porta, entra all’interno dell’installazione diventandone protagonista.
A ogni luce corrispondono inoltre dei feedback sonori, che sommandosi tra loro producono una colonna sonora sempre nuova ad ogni differente interazione. Il suono della luce è, in questo caso, il suono della fonte energetica che la produce, la mole silenziosa della torre medievale diventa cassa di risonanza dei suoni prelevati dai lampioni della città. Si crea così un dinamico dialogo luminoso e sonoro tra spettatore e installazione. Come in un palcoscenico teatrale la maestosa torre si svela in una luce tutta nuova sopra gli occhi degli spettatori.
C’è un giardino pensile in città, ma pochi fra i cittadini ne sono a conoscenza. Adesso arriva l’idea di recuperarlo e renderlo fruibile a tutti. Il Rotary club Como Baradello ha presentato un progetto ambizioso per restituire a Como questo unico angolo di verde di tutta la città murata. Si tratta di quell’area sopraelevata che è compresa tra la piazzetta Medaglie d’oro e via Nazario Sauro, degli splendidi metri quadri con vista dall’alto chiusi da decenni e che adesso si vorrebbe magari portare fino a raggiungere torre San Vitale
« Un primo e più semplice passo – secondo la curatrice del progetto Angela Corengia – è rendere fruibile la porzione di giardino pensile sopra all’associazione combattenti, l’accesso è di fronte alle Canossiane».
Alla vigilia della demolizione del quartiere della Cortesella, ormai condannato dalla sua cattiva fama e dalle sue cattive condizioni, il Comune di Como diede incarico al Cineguf, cioè il circolo cinematografico dei Gruppi Universitari Fascisti, formato da un terzetto di baldi giovani (Domenico Parisi, detto Ico – in anni successivi ulteriormente detto Pa’ –, Giuseppe Costamagna e Giovanni Galfetti) di realizzare un documentario che tramandasse l’epica impresa della demolizione e – possibilmente – della successiva ricostruzione.
I cineasti, alle prime prove dal punto di vista pratico ma dotati di una salda conoscenza teorica, si misero all’opera e seguirono tutte le fasi dei lavori, gettando uno sguardo anche al quartiere prima della sparizione, con l’intento evidente di mostrarne il degrado, ma riuscendo anche – agli occhi dei posteri – a trasmetterne il fascino.
Il documentario venne presentato al pubblico in una affollata serata al Politeama di Como alla fine di marzo 1939