…. Oggi per voler bene all’Italia bisogna trovare i luoghi in cui è diversa e averne cura. Non avere la foga di metterli sotto gli occhi dei giornali e della televisione. Noi abbiamo bisogno di luoghi in cui la lingua non è imbellettata, in cui nessuno scalcia per passare avanti, riposa, luoghi attraversati dalla poesia e dalla morte, in cui nessuno si fa il nido, ma tutti inciampano dalla mattina alla sera, luoghi in cui un uomo ha lo stesso valore di una damigiana sfondata e si dà spazio e valore ai ragni, alle chiavi arrugginite, ai cani.
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L’Italia che amo è quella che non sa niente di sé, che non si sente ricca né povera, che non si vanta e non si lamenta, un’Italia che appare a lampi su strade periferiche, un’Italia rimasta viva per sbaglio, per le amnesie della politica, per i mancamenti del progresso. Mi piace l’Italia che trovo all’inizio di certi paesi, un paese in pigiama o in pantofole, un paese che non si è lavato i denti, senza moine pubblicitarie, un paese indisposto e indisponibile.
…. Oggi per voler bene all’Italia bisogna trovare i luoghi in cui è diversa e averne cura. Non avere la foga di metterli sotto gli occhi dei giornali e della televisione. Noi abbiamo bisogno di luoghi in cui la lingua non è imbellettata, in cui nessuno scalcia per passare avanti, riposa, luoghi attraversati dalla poesia e dalla morte, in cui nessuno si fa il nido, ma tutti inciampano dalla mattina alla sera, luoghi in cui un uomo ha lo stesso valore di una damigiana sfondata e si dà spazio e valore ai ragni, alle chiavi arrugginite, ai cani.
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L’Italia che amo è quella che non sa niente di sé, che non si sente ricca né povera, che non si vanta e non si lamenta, un’Italia che appare a lampi su strade periferiche, un’Italia rimasta viva per sbaglio, per le amnesie della politica, per i mancamenti del progresso. Mi piace l’Italia che trovo all’inizio di certi paesi, un paese in pigiama o in pantofole, un paese che non si è lavato i denti, senza moine pubblicitarie, un paese indisposto e indisponibile.
Nella parola “festa” si sente l’iniziale “fe” di “felice“.
Il senso iniziale è dunque la felicità, che poi diventa l’evento festivo di cui parlano gli ordini perentori delle religioni. Dicono, infatti, “ricordati di santificare la festa“, come se ci fosse bisogno di qualcuno che deve pretendere che si santifichino le feste, quando ciascuno di noi già sa essere autenticamente festivo, quando e se è arrivato il momento.
In realtà è felice colui o colei che è vicino alla fonte della felicità, che, all’origine del ciclo della vita, è il seno materno, portatore dell’alimento essenziale. Anche “mammella” nel greco antico riconosce la radice “fe”
La “festa” allude alla necessità che si interrompa l’opera e che si pensi al senso dell’opera. Dopo aver lavorato, l’uomo (e il dio che si è inventato) riflette sulla propria opera e celebra la festa della contemplazione del modo in cui ha agito.
(parole ispirate da una lezione di Emanuele Severino)
Attraversando gli Stati Uniti, lungo le grandi praterie o tra montagne e canyon imponenti, non è raro imbattersi nelle “ghost town”, villaggi abbandonati che riportano con la memoria al selvaggio West e ai tempi della grande corsa all’oro. Questi piccoli centri, sorti per ospitare minatori, cercatori d’oro o semplicemente costruiti in attesa dell’arrivo della ferrovia, venivano poi lasciati quando i motivi che avevano giustificato la loro costruzione non sussistevano più (esaurimento del filone aurifero o minerario oppure il mancato arrivo della ferrovia).
Oggi, molte “ghost town” sono state recuperate e trasformate in attrazioni turistiche e musei a cielo aperto tanto da offrire anche possibilità di alloggio in loco, ma ancor più numerose sono quelle rimaste immutate da allora, disseminate qua e là negli Stati protagonisti di tante pellicole western, affascinanti mete da scoprire per gli appassionati del genere e dei viaggi on the road