
Mantero Cento anni di architettura, Newsletter NodoLibri 26/3



Sabato 17 marzo – Como, Porta Torre
A chiusura delle celebrazioni del centocinquantesimo dell’unità d’Italia, l’Associazione Amici dei Musei – luoghi d’arte e di storia comaschi presenta in un suggestivo allestimento alla Porta Torre di Como una mostra per immagini dei “Fatti del Risorgimento a Como”, mostra che porta nel centro della città le opere storiche che hanno rappresentato nell’arte gli avvenimenti più significativi che hanno toccato il nostro territorio.
La riproduzione di capolavori conservati nei musei di Como, Torino e Bergamo e in collezioni private diventa l’occasione per riflettere sull’impegno civico che ha portato all’unità del nostro Paese e costituiscono un omaggio ai numerosi caduti e agli esponenti di tutte le categorie sociali che hanno partecipato alle più varie azioni del nostro Risorgimento.
Dall’esposizione nasce anche l’invito ai cittadini comaschi a visitare in città il Museo storico Garibaldi che conserva numerose testimonianze dei fatti sviluppatisi in città e nel territorio, dalle Giornate di Como del 1848 fino al raggiungimento dell’unità.
Il museo collabora attivamente all’iniziativa anche con una speciale apertura ad ingresso gratuito e con visite guidate nel pomeriggio di sabato 17 marzo, dalle ore 14 in poi.
L’inaugurazione dell’esposizione, che costituisce la chiusura ufficiale dell’anno celebrativo, si terrà invece a Porta Torre alle ore 16 e vedrà gli interventi del Prefetto di Como Michele Tortora, del Presidente dell’Associazione Amici dei Musei di Como Luigi Cavadini che spiegherà le motivazioni della mostra e dello storico Fabio Cani che ne illustrerà il contenuto.
La manifestazione è organizzata dall’Associazione Amici dei Musei con la Prefettura di Como e la Soprintendenza per i Beni architettonici e del Paesaggio di Milano, si avvale del Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Como e della collaborazione dei Musei Civici e dell’Accademia di Belle Arti Aldo Galli.
Il Corpo Musicale G. Verdi di Fino Mornasco accompagnerà l’evento e guiderà poi i presenti al Museo storico Garibaldi per una visita alle collezioni risorgimentali della città.
La città avrà poi a disposizione la mostra fino al 29 aprile
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Lo Zoo di Como
In un servizio andato in onda sabato 10 marzo 2011 nella rubrica ‘Il settimanale’ del TG3 Lombardia viene raccontato lo Zoo di Como e viene presentato il libro La domenica andavamo allo Zoo di Carlo Pozzoni
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ANTONIO RATTI 1915 – 2002
Antonio Ratti, nominato Cavaliere del Lavoro nel 1972, Honorary Trustee del Metropolitan Museum of Art di New York, è stato uno degli esponenti più significativi dell’imprenditoria italiana, nonché uno dei mecenati più illuminati della scena nazionale e internazionale.
Oltre alla passione per l’arte della seta, che è diventata il fulcro della sua attività imprenditoriale, Antonio Ratti ha coltivato un forte interesse per l’arte in generale. Non a caso il suo nome è legato alle più grandi istituzioni culturali quali il Guggenheim, il Museum of Modern Art e il Metropolitan Museum of Art di New York, Palazzo Grassi di Venezia, Palazzo Reale e il Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano.
Nato a Como il 22 settembre 1915, fonda nel 1945 la “Tessitura Serica Antonio Ratti” per la ideazione e la commercializzazione di tessuti per cravatte e foulard in seta. È la prima tappa di una lunga attività imprenditoriale che culminerà nella creazione del Gruppo Ratti – attualmente presieduto da sua figlia Donatella – uno dei più importanti produttori al mondo di tessuti ad alto contenuto tecnologico-creativo.
Dotato di una spiccata sensibilità verso l’innovazione e la ricerca non solo industriale, nel 1985 Antonio Ratti crea a Como l’omonima Fondazione, dedicata interamente alla ricerca culturale e storica nell’ambito del tessile (collezione di tessuti antichi, mostre tematiche e forum) e alla promozione dei migliori talenti nell’ambito delle arti visive.
Nel 1995 Antonio Ratti decide di finanziare la creazione al Metropolitan Museum of Art di New York di un centro per la conservazione, il restauro e la catalogazione delle collezioni tessili di proprietà del museo americano,precedentemente ospitate presso i singoli dipartimenti del Museo stesso.
Nasce così l’Antonio Ratti Textile Center al Metropolitan Museum of Art, una delle strutture più grandi e meglio attrezzate, oggi aperte al pubblico nei musei d’arte, per lo studio e la conservazione dei tessili.
Nel novembre del 1998 viene inaugurato il Museo Tessile della FAR – successivamente denominato Museo Studio del Tessuto – che ospita la collezione di tessuti antichi raccolta con passione e lucidità da Antonio Ratti durante tutta la sua vita.
A succedergli alla guida della FAR, dopo la sua scomparsa avvenuta nel 2002, è sua figlia, Annie Ratti.
vai al sito:
in collaborazione con Famiglia Comasca e Archivio Maraja
Venerdì 2 marzo, ore 20.30
Ricordo di Sandro Gabaglio e Alvaro Molteni
“La Como degli anni d’oro del tessile”
filmati ed interventi
Sversamento nel lago di Como, oltre duemila litri di olio
Il Giorno
Como, 8 febbraio 2012 – Si sono riversati prima sulla strada, e poi nel
lago di Como, i duemila litri di olio diatermico – resistente quindi alle
altre temperature – fuoriusciti questa mattina attorno a mezzogiorno da un
serbatoio in via Conciliazione, …
Nomi di luoghi e di famiglie e i loro perché
Venerdì 10 febbraio – Como
Sfogliando le pagine del nuovo libro di Ottavio Lurati “Nomi di luoghi e di famiglie e i loro perché?…” ci si rende conto di quanto siano legate le diverse regioni dell’Insubria. Lo indica anche il fatto che l’autore abbiamo scelto di includere nelle sue ricerche la Svizzera italiana, la Lombardia e il Piemonte. I nomi di luogo e cognomi che si ritrovano in diverse località di questa area dimostrano, se ce ne fosse bisogno, quanto forti siano stati nella storia i legami familiari, economici, istituzionali e culturali.
Dalle ipotesi sulle origini celtiche di Como e Varese, a quelle latine del nome Lugano, il volume edito dalla Fondazione Ticino Nostro passa all’analisi di nomi come Ascona (= la zona dagli ampi pascoli, quelli appunto che stavano sul delta della Maggia), Locarno (= lo spazio del piccolo lago: quello formato dalla strozzatura creata dalla Maggia, che taglia il lago con i suoi detriti) o Bellinzona (= lo sperone di roccia che si erge in mezzo alle anse del Ticino e su cui già i Celti si fortificano).
È impressionante a quante informazioni si può risalire a partire da un nome di luogo o di famiglia. I nomi racchiudono indizi sulle etnie che hanno popolato l’Insubria, sui mestieri dell’agricoltura, sulle funzioni amministrative, sulla fede religiosa, sulla storia dell’economia, sulla geografia, e permettono di seguire le trasformazioni istituzionali, di fare ipotesi su movimenti migratori, di meglio capire le contaminazioni culturali.
Le antiche culture longobarde, affiorano in nomi come Lombardia, Germignaga, Arona, Sondrio, Sondalo, mentre la tradizione latina compare in Cantù (il terreno che era stato donato ai cantori del duomo), e in termini come Galliate, Lomellina, Magenta, ecc. La storia dei nomi è storia viva, e anche profondamente umana: basti pensare alle alterazioni dovute ai vezzi o addirittura agli errori di trascrizione di parroci, notai e cancellieri del passato.
Significativi anche nomi e nomignoli più recenti, magari intrisi di umore popolare, come la “macchina da scrivere” termine con cui a Roma si designa l’Altare della Patria, o il termine “san Marco”, con cui gli abitanti di Ascona chiamano la zona di eleganti ville costruite grazie alla forza del marco, la valuta tedesca antecedente all’euro.
La ricerca di Ottavio Lurati si sofferma anche su nomi recenti, come quelli attribuiti ai centri commerciali, “nomi di nonluoghi … inventati a tavolino da pochi manager… calati dall’alto sulla gente senza difese in questi tendenziali circuiti del consumo totale”. Inevitabilmente un giorno anche nomi come Foxtown, o come Serfontana, faranno parte della storia e verranno studiati dai linguisti a venire.
L’universo dei nomi come punto di partenza per studiare la storia e la società, sempre nel rispetto di chi questi nomi li ha dati. “Molti di questi nomi, – osserva l’autore – “aprono” a momenti sull’uomo. Non solo curiosità dunque, ma anche una nuova pista per accostarci agli uomini e alle donne che questi nomi hanno dato e continuano a dare.”
Michele Andreoli
Ottavio Lurati, Nomi di luoghi e di famiglie. E i loro perché? Lombardia – Svizzera italiana- Piemonte. Il volume è distribuito da Macchione, Varese e Armando Dadò, Locarno.
da: http://www.infoinsubria.com/2011/11/nella-storia-dei-nomi-la-nostra-storia/
Cave sul Cornizzolo
E’ bella la consapevolezza di vivere in un territorio famoso per la sua bellezza, per l’equilibrio tra un ambiente superbo e l’opera dell’uomo. Poi, pian piano, si insinua il dubbio che questa simbiosi non sia proprio così felice come ce la descriveva il Manzoni qualche tempo fa, sintetizzando l’amore per la propria terra nello struggente Addio Monti.
L’addio ai monti, o almeno ad una consistente parte di essi, in realtà i lecchesi lo stanno già dando da tempo… Tale è l’armonia della natura che ci circonda, alla quale siamo abituati da generazioni, che a quanto pare pensiamo di poterci permettere di perdere lungo la strada dei pezzi non particolarmente pregiati, dissipando un patrimonio che, però, non è nostro………..
Una parte di questi monti, infatti, si è polverizzata nelle cave che circondano la città:
-Moregallo: una nuova, enorme ferita, si sta lentamente allargando proprio in questi mesi appena più a Nord della devastazione sopra la vecchia raffineria.
-Magnodeno: vista dall’alto, nei pressi della vetta, la gigantesca cava sembra il regno di Mordor de Il Signore degli Anelli.
-Monte Barro Est: la verticale parete di terra e sassi fa bella mostra di se sopra il Ponte Vecchio.
-Monte Barro Sud-Ovest: un evidente esempio di come per riqualificare una cava bastano dei riporti di terra, la piantumazione di qualche centinaio di alberelli, ed alcune decine di secoli di pazienza affinchè l’erosione spiani definitivamente il monte Barro. Allora sì che non si vedrà più niente; basta avere pazienza.
-Lecco-Maggianico, sulla direttiva per Bergamo: nel buco della cava ci hanno addirittura costruito dentro.
E poi, naturalmente, la Regina delle Cave: LA Cava, visibile sul versante Sud del Cornizzolo da chilometri di distanza grazie alla potenza dell’impatto visivo: una parete vastissima impossibile da nascondere o mascherare, come hanno dimostrato il vano tentativo di inerbire le cenge e l’inutile spargimento di una sostanza ossidante che avrebbe dovuto scurire la roccia.
Anche a queste ferite siamo ormai abituati, e, che lo si voglia o meno, anche loro fanno parte del paesaggio. Non è una consolazione, ma ormai “è fatta”.
E invece no: non è finita… Si parla infatti dell’apertura di un nuovo fronte di scavi sempre sul Conizzolo, sopra la prima cava, nel punto in cui la curva del costone cambia pendenza e, dopo il ripido scivolo del cono sommitale, si adagia in ampi pascoli a circa 1000 metri di quota. Ancora più visibile, ancora più violenta. Chissà che lo scempio annunciato non sveglierà il Drago di San Pietro al Monte.
Come cittadino, ma soprattutto come arrampicatore, sci alpinista ed escursionista mi ribello a vedere la mia terra continuamente massacrata, cementificata, sbudellata. Perché ancora il Cornizzolo? Tanto varrebbe, finito il lavoro lassù, andare a minare la base del Sigaro, del Fungo, del Cinquantenario e di tutti gli altri celebrati “paracarri” della Grignetta, tanto cari a noi lecchesi, per ottenere velocemente ottima materia prima per garages e condomini di lusso. C’è il fastidio di dover tirar fuori tutti i chiodi prima di tritarla, ma non è poi un grosso problema. A quanto pare il “semplice” valore della salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio non basta più per difenderci, e passerà sempre in secondo piano di fronte a qualsiasi altra istanza. Ma per me l’ambiente, come la salute, non è un valore contrattabilie
La notte di Natale scendevo da Morterone verso Lecco: nel cielo terso la pianura scintillava di milioni di lampadine e lampioni… Alcune misteriose masse nere emergevano dal mare luccicante: il Monte Barro, il lago, i Corni di Canzo, il Cornizzolo… Più in là, a destra, la Grignetta rischiarata dalla luna. Ma, si sa, il buio nasconde le brutture.
Quindi NO, non accetto che questa terra venga ulteriormente distrutta, e da alpinista voglio difendere le mie montagne, almeno con una manciata di parole scritte con rabbia.
Gennaio 2012
Pietro Corti
(testo segnalato da Marco Ballerini)