COMO città · distruzioni urbane · Politica regionale e locale

Il cantiere è a rischio disastri Siamo allo sbando, fermatelo – Cronaca – La Provincia di Como

«Il cantiere delle paratie è allo sbando». A pensarla così sono sempre più persone e il fronte di chi chiede di fermare tutto prima che sia troppo tardi, di fare chiarezza una volta per tutte su tempi, costi e progetto, si ingrossa ogni giorno che passa. A metà ottobre Antonello Passera, proprietario dell’albergo Terminus aveva lanciato l’affondo: «A questo punto bisogna stoppare i lavori tra piazza Cavour e Sant’Agostino. Teniamo la passeggiata attuale, sistemiamo la pavimentazione ma non allarghiamola. E abbandoniamo per sempre l’idea delle paratie

….

Gli architetti Pierangelo Sfardini e Darko Pandakovic, che hanno presentato nei mesi scorsi un esposto in procura dopo il disastro del muro, lanciano un ulteriore allarme:

….le tre domande cruciali al sindaco Stefano Bruni. Domande finora rimaste senza risposte certe:

«Chi è il tecnico responsabile del progetto originario e delle successive varianti?

«Qual è il quadro economico originario, quelli successivi e quello attuale?».

E ancora: «Ogni progetto pubblico, per legge, deve essere accompagnato da un cronoprogramma. Quali sono i tempi di attuazione?».

I due architetti aggiungono: «Siamo di fronte a un’esercitazione, un esperimento che cambia in corso d’opera, c’è totale improvvisazione. Ora basta, stabiliamo un programma minimale che sia ragionevole e sicuro e chiudiamo al più presto la partita» perché, a loro dire, «siamo ancora in tempo, invertiamo la rotta adesso».Ma, per ripartire, i due non hanno dubbi: «Prendiamo atto che le cose stanno andando male: Fermiamoci. E poi ripartiamo con serietà, con una commissione di alto livello. All’insegna della trasparenza e della chiarezza, cosa che finora è totalmente mancata». Infine propongono di «rinunciare definitivamente a qualsiasi barriera idraulica meccanica, limitandosi al generale innalzamento di circa 60 centimetri della passeggiata in corrispondenza di piazza Cavour».
Michele Sada
Gisella Roncoroni

vai all’intero articolo qui: Il cantiere è a rischio disastri Siamo allo sbando, fermatelo – Cronaca – La Provincia di Como.

Novecento · Politica regionale e locale · Storia e Economia

La storia sbagliata: Filippo Andreani e il suo gruppo presenteranno il racconto in musica ispirato alla vicenda del Neri e della Gianna, due giovani partigiani della brigata Garibaldi, Giovedì 9 dicembre nell’Aula Magna dell’ITC Caio Plinio (Via Italia Libera 1, Como)

LA STORIA SBAGLIATA, LEZIONE-CONCERTO
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Giovedì 9 dicembre nell’Aula Magna dell’ITC Caio Plinio

(Via Italia Libera 1, Como) si terrà la lezione-concerto

La storia sbagliata:

Filippo Andreani e il suo gruppo presenteranno

il racconto in musica ispirato alla vicenda

del Neri e della Gianna,

due giovani partigiani della brigata Garibaldi.

Roberta Cairoli offrirà la cornice storica

di questa intensa vicenda.

Tredici canzoni racconteranno una storia

in cui amore e morte, lealtà e tradimento,

persone e fatti storici si intrecciano

con grande forza;

una storia che si affaccia sugli orrori

provocati dalla dittatura fascista,

dall’occupazione nazista

e su aspetti ancora oscuri della resistenza.

Vi invitiamo a intervenire numerosi

per assistere ad un concerto emozionante e di particolare interesse storico.

Ultime recensioni della Storia sbagliata:
IlMucchio
Sentireascoltare
Bielle
Cantine
Lisolachenoncera

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Settecento · Storia e Economia · Torno · Villa Pliniana

LA PLINIANA DI TORNO storia di una villa e di un mito,, presentazione del libro, Torno 7 dicembre 2010

LA PLINIANA DI TORNO
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Martedì 7 dicembre alle 21.00

presso il Municipio di Torno

si tiene la presentazione del libro

La Pliniana di Torno. Storia di una villa e di un mito sul lago di Como.

Intervengono:
Giovanni Sala, sindaco di Torno
Guido Ottolenghi, proprietario di Villa Pliniana
Fabio Cani, autore

“La villa Pliniana svela la sua storia complessa

ma sempre affascinante in un percorso che,

dalle prime descrizioni della famosa fonte intermittente

tramandate dai due Plini,

accompagna il lettore fino alla recente rivalutazione dell’edificio.

La singolare posizione, a strapiombo

sulle acque del lago di Como

e la frequentazione di tanti personaggi,

insieme alla torbida fama del suo primo ideatore,

hanno contribuito a circondare la villa

di un alone di leggenda e mistero,

facendone a tratti dimenticare

il grande valore artistico e storico.

Oggi è possibile ricostruire tutti i differenti aspetti

di questa che è tra le più straordinarie costruzioni

affacciate sul Lario,

accostando testimonianze documentarie,

descrizioni letterarie, immagini storiche

e fotografiche appositamente realizzate.”

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anni '50 · Cinquecento · Fiori · salute e malattie

IL RACCONTO DEI PASTORI, Testi di Gerardo Monizza, voce narrante Gianfranco Scotti, musiche di Federico Bonetti Amendola eseguite da musicisti dell’Orchestra Sinfonica del Lario, Giovedì 9 dicembre alle 21 Basilica di San Fedele

IL RACCONTO DEI PASTORI
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si terrà in prima assoluta presso la basilica di San Fedele

a Como l’esecuzione della cantata

per voce recitante ed ensemble di archi, flauto e oboe “Il racconto dei pastori”.

Il racconto della nascita e dell’adorazione di Gesù

viene narrato dall’insolito punto di vista di un pastore

testimone dei segni prodigiosi di quella notte.

L’evento trae ispirazione dagli affreschi seicenteschi

sulla Natività della basilica di San Fedele,

dei quali ancora non si possono definire con precisione gli autori.

Lo studio dei documenti e la comparazione stilistica

lasciano aperta l’attribuzione a Isidoro Bianchi

come la più certa.

L’inizio di questi studi

(pubblicati nel libro Como e il viaggio dei Re Magi

edito da NodoLibri e presentato nella stessa serata)

trae spunto da una curiosità:

al centro dell’Adorazione dei Magi, dietro Maria e il bambino,

un giovane tiene una mano in un buco del muro.

Chi è, e perché compie tale gesto?

 

Testi di Gerardo Monizza,

voce narrante Gianfranco Scotti,

musiche di Federico Bonetti Amendola

eseguite da musicisti dell’Orchestra Sinfonica del Lario.

Evento promosso da NodoLibri

con gli Amici dei Musei di Como

e la Camera di Commercio di Como.

Info: 031.243113 – monizza.como@iol.it

 

GENIUS LOCI · terre estreme

DIPAK R. PANT, economista antropologo nepalese, contemporaneo genius loci delle terre estreme

Un ottimo esempio di integrazione fra ricerca socio-economica e concrete azioni di politica locale è stata la lezione del professore di antropologia economica

DIPAK PANT

in tema di ABITARE BENE LA TERRA

Al ciclo di conferenze GEOPOLIS 2010, organizzato dal dipartimento Storia e Filosofia del Liceo Scientifico Paolo Giovio di Como in collaborazione con il Gruppo Giovani Industriali di Confindustria di Como, il 25 febbraio 2010

L’apprendimento basico tratto da questo formidabile “attore dello sviluppo locale” (anche come relatore) della nascita e radicamento di una nuova economia in sintonia alle sfide del tempo è che

“IL LOCALISMO E’ UN VALORE”

Se lo avesse detto un leghista nordico (anche a causa della loro antipatia personologica e violenza linguistica) ci sarebbe stata qualche resistenza fra quel pubblico, viste alcune presenze ideologizzate. Ma il fatto che a parlarne – con competenza e con i dati di un quarto di secolo di esperienze sul campo – sia stato un professore nato nel Nepal nel 1958 e docente all’Università Carlo Cattaneo (LIUC) di Castellanza (Varese) ha dato credibilità all’analisi ed ha fatto intravedere le formidabili potenzialità di quel pensiero.

Dopo questa premessa vengo alla mia schedatura della lezione, basata sugli appunti presi in aula.

Per chi volesse ascoltare la viva voce di Dipak Panta allegherò anche l’audio, raccolto col mio piccolo e prezioso Olympus.

1. IL PRINCIPIO DELLA SOSTENIBILITA’

Le terre impervie, estreme, marginali sono quelle che stanno al confine fra le zone molto antropizzate ed i luoghi vuoti, non ancora occupati dalla specie umana. Si tratta di territori del Nord America abitati da pochi pellirosse, delle Ande, dell’Amazzonia, del Lago Titicaca, dell’Asia centrale, del Caucaso, dell’Armenia, dell’Himalaya, del deserto dl Gobi. Ma anche delle nostre vicine Alpi.

Queste terre, le terre estreme, hanno molto da insegnare ai viventi dei territori civilizzati, congestionati, occupati dalla produzione e dall’urbanità che la produzione si porta con sé.

Qui l’uomo non è soggetto/padrone, ma deve imparare ad adattarsi alle condizioni fisiche, climatiche, topiche più avverse.

Rispondendo alla domanda “come hanno fatto e come fanno a sopravvivere?” si risponde anche alle possibilità di sopravvivenza futura nelle zone consumate dalla demografia umana.

In questi luoghi si è fatta esperienza di strategia adattiva per la sopravvivenza e la trasmissione culturale.

Da cui la parola-chiave sostenibilità e le azioni di sviluppo locale conseguenti.

“Sostenere” deriva dal latino “sustinere” a sua volta derivato da “tenere” col prefisso sus (variazione di sub, “sotto”).

Dice il Vocabolario della lingua italiana Treccani: “tenere una cosa o una persona in una determinata posizione sopportandone il peso”

Il principio della sostenibilità ha tre implicazioni

  1. la sostenibilità non è naturale. Non è automatica: dove c’è già stato l’intervento umano occorre agire consapevolmente per svolgere la funzione della sostenibilità ambientale e socioeconomica
  2. occorrono sforzi calibrati e conseguenti per fare sostenibilità
  3. la sostenibilità non è ricerca della perfezione, ma ormai è una strategia di prevenzione del collasso del sistema terra

Il principio della sostenibilità (riassunto come pensiero ecologico dei limiti delle risorse) è databile alla seconda metà degli anni ’80. Tuttavia in quel periodo si trattava di agire sugli stock delle risorse: suolo agricolo, riserve idriche, presenza ittica, patrimonio forestale.

Oggi il problema ha cambiato qualità: oggi la questione primaria è lo shock ambientale.

A questo rischio gli ambientalisti massimalisti e retorici rispondono con il linguaggio terroristico della paura. Drammatizzano ed estremizzano e così si mettono nelle condizioni di perdere le sfide, come è avvenuto a Copenhagen, dove l’esito decisionale è stato pari a zero.

Ci sono evidenze storico-metereologiche che i cambiamenti climatici sono stati ciclici: non è la prima volta che aumenta la temperatura, le tendenze al cambiamento non vanno per sempre nella stessa direzione. La terra e la biosfera seguono il ritmo delle pulsazioni, piuttosto che quello delle sirene.

Sulle Alpi le comunità Walzer coltivavano grano e miglio a 1200 metri sul livello del mare. Dunque la temperatura doveva essere più alta. E lì non c’erano solo i ghiacciai, ma terre verdi.

Dunque: l’allarmismo degli ambientalisti massimalisti non solo è scientificamente sbagliato, ma lo è anche agli effetti pratici. Le loro invocazioni alla riduzione globale delle emissioni al fine di ridurre la temperatura non sortiscono effetti.

Insomma Dipak Pant è scettico sulle soluzioni globali e queste visioni così generaliste contrappone progetti locali dentro sagge e ragionevoli proposte di sviluppo e salvaguardia dei valori locali, che già hanno dimostrato le loro virtù.

Certo nell’epoca attuale c’è un sovrappiù di disequilibrio (in primo luogo la bomba demografica dei sei miliardi e mezzo di abitanti umani), c’è un’accelerazione che va affrontata. Anche perché uno sviluppo futuro con i consumi dell’occidente degli stati nazionali è la distruzione della terra stessa.

2. LE STRATEGIE DELLA SOSTENIBILITA’

Questo Grafico va a rappresentare i temi chiave della sostenibilità

La sostenibilità è una mediazione fra tre fattori:

  1. Equità nella distribuzione delle risorse. Equità non vuol dire eguaglianza, bensì spalmare i costi su una pluralità di attori, risparmiando sulle cose inutili (spese di rappresentanza, automobili costose, stipendi eccessivi, privilegi per i boiardi di stato …). Questo evidentemente è un compito dello Stato. Il principio da affermare è che: “la legalità è conveniente” e che senza equità nulla è sostenibile. Sono le leadership culturali che debbono dare l’esempio, come Bill Gates, che ha vincolato ad una fondazione l’80% delle sue risorse economiche di prevecchiaia.
  2. Sicurezza: anche questo è un compito sia dei governi sia dei mercati. Il principio “legge e ordine” non è affatto conservatore o autoritario, bensì mira a offrire con buone condizioni alle persone le risorse per i loro bisogni primari, ad esempio l’accesso all’acqua, al gas, al cibo.
  3. La qualità dell’ambiente: ci si riferisce alla “godibilità del paesaggio” che deve essere bello, ma soprattutto fruibile. La sola bellezza senza la possibilità di utilizzarla non è qualità ambientale. Si può fare l’esempio di città come Copenhagen che, anche se collocate in ambiente molto freddo, sanno mediare con intelligenza e concretezza fra esigenze di mobilità, residenza, produzione, tempo libero. Non si può dire altrettanto purtroppo di un paese come l’Italia, che indubbiamente è molto bella, ma spesso poco fruibile.

3. LE “TERRE ESTREME” COME METAFORA DELLA SOSTENIBILITA’

DipaK Pant ha non solo visitato ma ha realizzato progetti in zone del Nord America, delle Ande,

dell’Amazzonia,

del lago Titicaca,



dell’Asia Centrale, del Caucaso, dell’Armenia, dell’Himalaya,

 

della Mongolia,


della Taiga siberiana,


della Cina occidentale  e anche delle Alpi europee. Per terre estreme intende zone non ancora distrutte dalla modernizzazione degli Stati nazione. Si tratta di luoghi da preservare in quanto insegnano e trasmettono grandi valori. Tali luoghi che potremmo definire di un “Altro mondo” rischiano sempre di diventare “Terzo mondo” sotto le spinte di una modernizzazione vorace e distruttiva.

Perché sono rilevanti questi luoghi?

Perché insegnano che oggi le azioni “globali” possono e devono partire dalle situazioni territoriali locali: “il locale è globale”. Le terre estreme sono una potente metafora della possibilità di migliorare la nostra geo-economia. Questo perché sono depositari di biodiversità e di comportamenti umani e produttivi necessariamente virtuosi e rispettosi delle condizioni ambientali. Si può fare l’esempio della lana cachemire che arriva dalle steppe della Mongolia. E’ la capra hircus laniger, il cui sottopelo costituisce la materia prima delle pregiatissime lane cachemire che vengono vendute nei negozi più chic del mondo.


 

E’ evidente che se si indeboliscono le loro condizioni ambientali, se si provoca una moria del loro bestiame, se si mutano drasticamente le loro condizioni di vita, questi popoli che producono un bene unico e pregiato, diventano dei profughi. Altri esempi di ottime produzioni delle terre estreme sono alcune erbe farmaceutiche, pietre preziose, …

Ma quali sono i criteri che ci consentono di definire un luogo estremo?

Sono questi:

  1. la marginalità. Le politiche non si occupano di loro. Il turismo non ne fa un’attrazione. Non creano lobbies e gruppi di pressione.
  2. Si trovano sempre in posizioni di frontiera, cioè fra le zone di anche blanda civilizzazione e quelle ancora oggi totalmente non abitate dall’uomo e dunque totalmente selvagge
  3. difficoltà fisica: qui ogni atto dei viventi è difficile. E’ difficile piantare una tenda, coltivare, costruirsi una casa. E’ persino difficile talvolta respirare.
  4. vulnerabilità: sono zone attualmente “protette” (nel senso che si auto proteggono per la loro impervietà), ma rischiano sempre di essere danneggiate dalla modernizzazione.

Quest’ultimo punto porta a fare una considerazione sulle calamità naturali e loro conseguenze. Il disastro di per se stesso non discrimina fra gruppi sociali, tuttavia un disastro naturale diventa danno rilevante per cause umane. Il disastro è naturale, mentre i suoi esiti negativi sono sociali.

Pensiamo ai due recenti esempi dei terremoti di L’Aquila ed Haiti. Nella città di L’Aquila c’è un’istituzione che ha funzionato (la Protezione Civile). Oggi ci sono polemiche su questa istituzione, ma ha funzionato. C’è stata mobilità sociale, sono intervenuti volontari, gruppi, aiuti economici. Ha funzionato la coesione sociale. I danni sono stati contenuti. Dunque il disastro c’è stato ma le conseguenze sono state affrontate. Ad Haiti è successo esattamente il contrario: c’è stato solo il disastro, senza alcuna progettazione e preventiva e capacità organizzativa di contenimento del danno. L’esempio dimostra che è vero che le calamità sono naturali, ma che le conseguenze complessive sulle persone, gli animali, l’ambiente sono solo causate da una politica irrazionale e che non ha a cuore il bene della terra.

Cosa si impara nelle terre estreme? Sono tanti gli apprendimenti che si possono effettuare in questi luoghi:

  1. la postura interiore (inward posture) ossia la capacità di concentrarsi sulla propria interiorità
  2. la “creazione di una narrativa” (outward vigilance): in questi luoghi si interpretano i segni del mondo perché è tenendo conto di questi segni che si può sopravvivere. Lì ogni essere umano è una sentinella del luogo e quindi il tempo, l’aria, i rumori vengono ascoltati allo scopo di auto correggere i propri comportamenti e prevedere il futuro
  3. minimalismo: questo vuol dire “fare molto con meno”, e “fare bastare poco”
  4. non medicalizzazione dell’invecchiamento (well-aging and well-dying). In questi luoghi l’autunno della vita è un processo graduale. La società diventa gradualmente compensativa della riduzione delle capacità individuali delle persone che invecchiano
  5. solidarietà a tre dimensioni: intendiamo la solidarietà orizzontale, ossia fra contemporanei: ciò che vuol dire aiutarsi l’un con l’altro per sopravvivere in un ambiente tendenzialmente ostile. Ma si manifesta con intensità anche la solidarietà intergenerazionale: l’atteggiamento dei padri è sempre quello di lasciare risorse fruibili ai loro figli e nipoti. E’ molto sviluppata la consapevolezza che l’ambiente deve essere preservato sia per il presente sia per il futuro. E infine si manifesta anche una solidarietà biocosmica, ossia un rapporto intenso con la terra, l’acqua, gli animali.

4. LA NUOVA GEO- ECONOMIA

Siano abituati nella nostra cultura a mettere quasi in una prospettiva piramidale: le zone del benessere, le periferie e le terre estreme. Occorrerebbe invece rovesciare la prospettiva e mettere al centro le terre estreme e sviluppare una politica di preservazione locale  dei valori di questi luoghi. Molto all’esterno di queste limitate terre estreme esistono le periferie antropizzate ed esauste per l’eccesso produttivo. Queste periferie tendono a crescere e alla lunga a danneggiare le condizioni di vita nelle zone di benessere. Anche perché fra le cosiddette terre estreme e le periferie esistono le zone che vengono sfruttate per ricavare risorse energetiche. Noi tendiamo a manomettere anche le zone di sopravvivenza. La geo-economia ci mostra che sono finite le guerre degli Stati Nazione che erano finalizzate al dominio e alla estensione degli Stati. Oggi il problema non è più quello dei confini, bensì quello dello sfruttamento delle risorse energetiche.

Anche i criteri di analisi della economia vengono messi in crisi da questa prospettiva. Ad esempi il PIL prodotto interno lordo è una misura molto grossolana che è capace di misurare solo le quantità e non la qualità della vita. Un esempio è dato dalla sottovalutazione del lavoro di cura fatto da nonne nonni ai loro figli e nipoti, completamente assorbiti dal lavoro e dall’organizzazione della vita quotidiana. Il baby care dei nonni non è misurato dal PIL, non compare neppure come misura economica, eppure è di sicuro un prodotto di valore. Occorre sostituire al grossolano PIL (e non è facile per una scienza economica che comunque continua ad utilizzare queste misure ormai sempre meno efficaci) con altri criteri. Dipak Pant si sforza, nella sua ricerca, di elaborare altri indicatori, come gli “indici del valore di un luogo” basati sulla bellezza, fruibilità, facilità dell’accesso, sobrietà nel consumo ambientale.

5. PROGETTI E PROPOSTE

Due esempi di ricerca-intervento.

Invece che organizzare centri di formazione nelle città (azione che incentiverebbe una mobilità che provoca la fuga) nella steppa hanno sperimentato “scuole – carovana” che seguono i movimenti delle persone e nello stesso tempo trasferiscono saperi e materiali utili per mantenersi in vita e in produzione in queste zone impervie.

Un secondo esempio è un “centro servizi” molto tecnologico e di alta qualità (ma spartana) che sul grande lago Titicaca (fra Bolivia e Perù).

Stanno progettando azioni di “ritorno” sui  monti europei abbandonati per le valli.

Nei primi due casi si tratta di sviluppo locale. Nell’ultimo caso si tratta di rinascita.

Forse la recessione globale sta dando più opportunità per queste scelte di sviluppo: il recupero dei valori delle civiltà contadine “stanno tornando di moda”

Sono scelte che non implicano un’abiura dei valori della cultura europea.

Anzi: prima occorre decidere di investire sui valori resistenti che qui sono nati e cresciuti.

È importante difendere l’ assetto identitario di ogni luogo: innanzitutto decidere che è importante e conseguentemente tutelarlo. In primo luogo il valore della sfera privata.

Dunque sviluppo locale orientato alla sostenibilità e tolleranza zero nei confronti delle lotte identitarie è una strategia applicabile in ogni situazione .

Scheda rielaborata da Paolo Ferrario tratta dagli appunti scritti in aula

 

che ringrazio moltissimo per il suo insegnamento e la sua intelligenza progettuale comunicata con verve e in perfetta lingua italiana.

Vedi anche:

Il nuovo “Rinascimento” italiano ricomincia dai piccoli centri: Dipak Pant illustra il concetto di Bussola Eco-Tech

Professor Dipak R. Pant Ph.D.,

Direttore – Unità di Studi Interdisciplinari per l’Economia Sostenibile  (Head, Interdisciplinary Unit for Sustainable Economy)

Docente-titolare di Economia Sostenibile e di Sistemi Economici Comparati  (Professor, Sustainable Economic Policy and Management and Comparative Economics)

Universita’ Carlo Cattaneo (LIUC)

Corso Matteotti – 22

21053 Castellanza (VA)

ITALY

 

da: DIPAK R. PANT, ABITARE BENE LA TERRA, testo a cura di Paolo Ferrario, dagli appunti della lezione « Politica dei servizi sociali: ricerche in rete.

COMO città · Manoukian Agopik · Novecento · Storia e Economia

Lechler. storia e racconti di un marchio è un’opera tre volumi, scritta da Agop Manoukian, presidente di Lechler S.p.A., pubblicata dalla casa editrice Oemmedi Venezia

 

La storica azienda comasca, insediata per anni a Ponte Chiasso, ha ripercorso la propria storia con un’opera in tre volumi per il centenario della nascita della filiale italiana

Infatti il 24 febbraio 1910 Giuseppe Brizzolara, Domenico La Regina e Alessandro Rizzi «acquistano dalla proprietà tedesca la filiale di Ponte Chiasso, i diritti e il marchio Lechler costituendo la “Chr. Lechler & Figlio Successori fabbrica italiana di vernici e smalti”».

Lechler. storia e racconti di un marchio è un’opera tre volumi, scritta da Agop Manoukian, presidente di Lechler S.p.A., pubblicata dalla casa editrice Oemmedi Venezia. È già stato presentato il primo volume Vernici e smalti dal 1858 e prosegue ora con il secondo Cent’anni di Lechler italiana completandosi con la raccolta iconografica Attraverso le immagini.

Una pubblicazione che racconta «non solo la storia italiana dell’Azienda ma ripercorre le evoluzioni della chimica italiana delle vernici ricostruendone i cambiamenti e gli sviluppi tecnologici».

 

Alberi

Giuseppe Barbera: “La frutticoltura compie i suoi primi passi in compagnia della scrittura, della religione, della filosofia, della metallurgia. Partecipa così anch’essa alla nascita della civiltà”

Per allevare gli alberi da frutto era necessario un insediamento  stabile. C’era bisogno di una città: questa avrebbe offerto la necessaria custodia, le capacità tecniche per costruire gli uten­sili, lo sterco degli uomini e degli animali domestici per farne concime, le acque ben condotte da irrigatori capaci e rispettosi di regole condivise.

C’era bisogno di artigiani, di intellettuali, di burocrati, di soldati. La frutticoltura compie i suoi primi passi in compagnia della scrittura, della religione, della filosofia, della metallurgia. Partecipa così anch’essa alla nascita della civiltà.

Negli spazi protetti da un muro di pietre o da un intreccio di rami spinosi, ammirando l’accendersi delle fioriture, aspettan­do il maturarsi dei frutti, gustandone il colore e il profumo e poi il sapore, l’uomo crea un rapporto con l’albero da frutto che va oltre quello che miti e tradizioni attribuiscono ai grandi alberi selvatici delle foreste primigenie, gli «alberi cosmici», che colle­gavano simbolicamente, con le radici nel profondo del suolo e la chioma al sole, la terra al cielo e, con il risveglio primaverile e il riposo invernale, la vita alla morte.

in Giuseppe Barbera (prefazione di Carlo Petrini), Tuttifrutti, viaggio tra gli alberi da frutto mediterranei, fra scienza e letteratura, Mondadori, 2007, p. 4

dono di Patrizia Milanese

Poesie · Silenzio

Il silenzio le parole di Angelo Andreotti, Accademia del silenzio

Ideata da Duccio Demetrio e Nicoletta Polla-Mattiot (scrittrice e giornalista) e coordinata da Emanuela Mancino, nasce l’ ACCADEMIA DEL SILENZIO

20 novembre 2010

Vai al progetto: Accademia del Silenzio » Blog Archive » Il silenzio le parole.

Il silenzio le parole

di Angelo Andreotti

27 novembre 2010

Il silenzio è nelle parole, ed è condizione imprescindibile per ascoltarle. In esso la parola prende corpo, e questo corpo le dà voce risuonando nel mondo quell’assenso alla vita che esercita sé stessa.

È un silenzio discreto, che non s’impone, si concede solo a seguito di un permesso. Bisogna lasciarlo essere, senza aspettare né volere che sopravvenga. Quel silenzio non sopravviene, semplicemente è, accade; semplicemente si mette in movimento e accoglie in sé la parola, rivitalizzandola, cancellandone ogni segno di stanchezza. Quando succede allora la parola si apre come nuova, entra nel flusso della poesia e nel suo corso travolge ogni approdo di senso.

Questo silenzio ospitato nelle parole non è pausa di rumori, di voci, di suoni; è piuttosto il luogo dove accade che il mondo perda quei significati che ci arrabattiamo a volergli dare, e acquistando la consapevolezza che nessun dover essere è fine dell’essere, allora riesca ad aderire a quel progetto senza progresso che è la vita. Attraverso la parola poetica la vita non si spiega, ma si di-spiega per essere colta nella sua evidenza di enigma senza ragioni, nel senso che non c’è alcuna ragione in grado di dirla, se dicendola intende governarla. Con ciò non si vuole attribuire irrazionalità alla vita, ma si desidera riconoscerle il suo diritto a non lasciarsi subordinare ai principi logici d’identità, di non contraddizione, del terzo escluso.

Il silenzio allora dà spazio alla parola poetica, liberandola dal claustrofobico percorso tra principio (causa prima) e fine (causa finale), e pertanto esce dalle regole orientate della narrazione per adeguarsi al flusso discontinuo della descrizione. Lì, la parola non è più (o non è soltanto) espressione del logos, ma semplice relazione, perché la parola poetica non porta conoscenza, ma porta a conoscenza. Nessuna teleologia a dominarne e a indirizzarne il corso, così come nessun casualismo a confonderne il percorso, ma scelta del modo più concorde per adeguarsi alla vita, adattarsi al suo imprevedibile movimento.

Quindi, neppure nessun misticismo in ombra. Se la parola poetica (sul piano formale) entrasse in quell’orbita sarebbe nuovamente orientata, e perderebbe la facoltà propria di abbandonarsi alla corrente della vita, che non significa essere alla deriva, ma accogliere in sé quel moto spontaneo e al contempo saggio (non sapiente), accettarlo equilibrandosi, traducendolo in definitiva nell’andamento stesso della poesia, nel suo ritmo, nella sua armonia.

Per questo la parola poetica in sé non esiste, ma si forma in relazione alla poesia, nella polarità collaborativa e non oppositiva tra parola e silenzio che si sviluppa nel tempo che occorre per testimoniare un’emozione, un’empatia, per svolgere infine quel processo euritmico fatto di sentire e dire.

La parola poetica non argomenta, non decide, ma è decisa dal divenire stesso della poesia, e dall’energia che si sprigiona dal continuo defluire e confluire di sensazioni dalla parola al silenzio, dal pieno al vuoto quindi, che continuamente inverte il suo andamento come uno sciabordio che trasforma il pieno in vuoto e il vuoto in pieno, la parola in silenzio e il silenzio in parola. Al punto che solo l’ascolto potrà distinguerne la natura. Ma è distinzione né chiara né confusa, è una distinzione che contempla le polarità in unità, senza però alcuna sintesi, lo stesso che si presenta allorquando toccando sentiamo di essere toccati, oppure essendo toccati sentiamo di toccare.

C’è un’intelligenza del sentire che va ascoltata, e detta. E quando viene detta produce e reclama altro ascolto. Le parole sono nel silenzio, e sono condizioni imprescindibili per dirlo.

 

Criminalità e microcriminalità

LIVO Omicidio nel primo pomeriggio di oggi nel piccolo paese di montagna dell’alto lago di Como

LIVO Omicidio nel primo pomeriggio di oggi nel piccolo paese di montagna dell’alto lago di Como. Una donna di 59 anni, Pierina Alietti, è stata uccisa a colpi di pistola da un uomo residente in paese, di 62 anni, Valindo Rossini, che si è consegnato ai carabinieri. L’omicidio e’ avvenuto in via San Giacomo, nei pressi dell’abitazione dell’uomo. Pare che la donna, assieme al marito, stesse accompagnando un gregge di capre quando un esemplare è entrato nel giardino dell’omicida. Da qui sarebbe nato un diverbio culminato nella tragedia.  Quando e’ scattato l’allarme sono stati chiamati i carabinieri e i soccorritori, ma per la donna non c’era già più nulla da fare.

GIARDINO, ORTO, FRUTTETO, TERRAZZAMENTI in Coatesa

ORTI E GIARDINI: RACCONTI, DIARI

AA. VV.,

IL  GIARDINO DEL TEMPO,

EINAUDI, 1983;

ALBERTI R.,

L’  ALBERETO PERDUTO,

EDITORI RIUNITI, 1976;

AMMANN RUTH,

IL  GIARDINO COME SPAZIO INTERIORE,

BOLLATI BORINGHIERI, 2008;

BALDAN ZENONI-POLITEO GIULIANA, PIETROGRANDE ANTONELLA,

IL  GIARDINO E LA MEMORIA DEL MONDO,

LEO S. OLSCHKI, 2002;

BARRIE J.M.,

PETER PAN NEI GIARDINI DI KENSINGTON,

RIZZOLI, 1981;

BASSANI G.,

IL  GIARDINO DEI FINZI CONTINI,

EINAUDI, 1976;

BIANCHI ENZO,

IL  PANE DI IERI,

EINAUDI, 2008;

BLANC PATRICK,

IL  BELLO DI ESSERE PIANTA,

BOLLATI BORINGHIERI, 2008;

BONAVIA GIORGETTI ADRIANA,

L’  ARTE DI COLTIVARE L’ORTO E SE STESSI,

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BONESIO LUISA, MICOTTI LUCA (cur.),

PAESAGGIO: L’ANIMA DEI LUOGHI,

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IL  GIARDINO ECOLOGICO,

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NEL GIARDINO S’INCONTRANO GLI DEI,

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CASATI GIORGIO, a cura di AA.VV.,

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CORDANI ROBERTA cur.), con la collaborazione di Marta Isnenghi e Giovanna Mori,

DIMORE SULL’ACQUA. VILLE E GIARDINI IN LOMBARDIA,

EDIZIONI CELIP, 2005;

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NEL GIARDINO DELLA FOLLIA,

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DI DOMENICO MARCO,

CLANDESTINI. Animali e piante senza permesso di soggiorno,

BOLLATI BORINGHIERI, 2008;

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ALBERI AMICI MIEI,

EDIZIONI PAOLINE, 1991;

FERRATA CLAUDIO, prefazione di Claude Raffestin,

LA  FABBRICAZIONE DEL PAESAGGIO DEI LAGHI. Giardini, panorami e cittadine per

turisti tra Ceresio, Lario e Verbano,

EDIZIONI CASAGRANDE, 2008;

GAGLIARDO CHICCA,

GLI  OCCHI DEGLI ALBERI,

PONTE ALLE GRAZIE, 2010;

GALLMANN KUKI,

ELEFANTI IN GIARDINO,

MONDADORI, 2001;

GIONO JEAN,

L’  UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI,

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L’  UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI,

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GRIMAL PIERRE,

L’  ARTE DEI GIARDINI  una breve storia,

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GRIMAL PIERRE,

LA  MITOLOGIA GRECA,

NEWTON COMPTON, 2006;

HEMINGWAY ERNEST, a cura di Fernanda Pivano,

DI LA’ DAL FIUME E TRA GLI ALBERI, in ROMANZI – volume secondo,

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HESSE HERMANN,

ORE NELL’ORTO,

RIZZOLI, 1995;

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IL  GIARDINO DEL TAO,

GIAN MARCO BRAGADIN EDITORE, 1999;

KUSTER HANSJORG,

PICCOLA STORIA DEL PAESAGGIO,

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LEE VERNON,

GENIUS LOCI,

SELLERIO editore, 2007;

LUGLI ANDREA, BIZZARRI ENRICA,

HORTUS CONCLUSUS, GIARDINI TERAPEUTICI E PIANTE OFFICINALI. Storia,

tradizione e scienza si incontrano,

PLANTA MEDICA EDIZIONI, 2004;

MARI ENZO,

LEZIONI DI DISEGNO. STORIE DI RISME DI CARTA, DRAGHI E STRUZZI IN

RIZZOLI, 2008;

MATVEJEVIC PREDRAG, prefazione di Enzo Bianchi, postfazione di Erri De Luca,

PANE NOSTRO,

GARZANTI, 2010;

McEWAN IAN,

IL  GIARDINO DI CEMENTO,

EINAUDI, 1980;

MIGLIAVACCA LUCILIA,

IL  GIARDINO DELL’ANIMA. Un filo di verdi emozioni,

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OSTI GIAN LUPO,

INVECCHIARE IN GIARDINO. De senectute in horto,

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PASTI UMBERTO,

GIARDINI E NO. Manuale di sopravvivenza botanica,

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PEJRONE PAOLO,

IN GIARDINO NON SI E’ MAI SOLI. DIARIO DI UN GIARDINIERE CURIOSO,

FELTRINELLI, 2003;

PEJRONE PAOLO,

LA  PAZIENZA DEL GIARDINIERE,

EINAUDI, 2009;

PEJRONE PAOLO,

IL  VERO GIARDINIERE NON SI ARRENDE. CRONACHE DI ORDINARIA PAZIENZA,

FELTRINELLI, 3003;

PEJRONE PAOLO. Fotografie di Dario Fusaro,

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PELLINGHELLI GIOVANNI (cur.),

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PERA PIA,

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PONTE ALLE GRAZIE, 2003;

PERA PIA, PERAZZI ANTONIO,

CONTRO IL GIARDINO,

PONTE ALLE GRAZIE, 2007;

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VILLE E GIARDINI DEL LAGO DI COMO,

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PIZZETTI,

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SORRISI E CANZONI – GARZANTINE, 2005;

PONTIGGIA GIUSEPPE,

IL  GIARDINO DELLE ESPERIDI, in OPERE,

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RILKE RAINER MARIA,

LETTERE ATTORNO A UN GIARDINO,

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RONCO RENATO,

IL  GIARDINO DELLE REGOLE INFRANTE. Contromanuale del libero giardiniere,

VERDEBLU, 2010;

SACQUIN MICHELE, prefazione di Pierre Rosenberg,

GATTI DI BIBLIOTECA,

BIBLIOTHEQUE NATIONAL DE FRANCE, OFFICINA LIBRARIA, ;

 

SELVA ATTILIO, MANNINO CHIARA,

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GUIDE MACCHIONE, 2010;

SHULMAN MAX,

MISSILI IN GIARDINO,

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SILIPIGNI CATERINA,

IL  GIARDINO RITROVATO,

IKONA EDIZIONI, 202;

SMITH BETTY,

UN  ALBERO CRESCE A BROOKLIN,

MONDADORI, 1948;

STURGEON THEODOR,

UN  DIO IN GIARDINO. IL PRIMO LIBRO DEI RACCONTI,

MONDADORI, 1997;

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UN  DIO IN GIARDINO. IL PRIMO LIBRO DEI RACCONTI,

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TAGORE,

POESIE: GITANJALI – IL GIARDINIERE,

NEWTON COMPTON, 1988;

VON ARNIM ELISABETH,

IL  GIARDINO DI ELISABETTA,

BOLLATI BORINGHIERI, 2001;

YOURCENAR MARGUERITE,

LETTERE AI CONTEMPORANEI,

EINAUDI, 1995;

YOURCENAR MARGUERITE,

SCRITTO IN UN GIARDINO,

IL MELANGOLO, 2004;

 

Novecento · PERSONE e DESTINI

INAUGURAZIONE CENTRO STUDI RAUL MERZARIO, Notizie NodoLibri

INAUGURAZIONE CENTRO STUDI RAUL MERZARIO
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Venerdì 3 dicembre2010 alle 17.30 presso Villa Bernasconi (Via Regina 7) il Comune di Cernobbiovi invita all’inaugurazione dell’AssociazioneCentro Studi e Ricerche Raul Merzario.

Programma

– Saluto del presidente e del sindaco di Cernobbio
– Presentazione dell’Associa
zione
Matteo Dominioni (storico)
– Intellettuali scomodi: Raul Merzario e Luciano Bianciardi
Giorgio Gandola (direttore La Provincia)

a seguire rinfresco curato dal Bar Gei

Non camminerai mai solo(NodoLibri 2009)

Il volume contiene una ricca raccolta degli interventi cheRaul Merzario, storico e ricercatore scomparso nel 2006, dedicò negli anni a Como: articoli scritti per quotidiani e settimanali, interviste concesse a numerosi giornalisti sui temi delle sue ricerche, polemiche edivertissements.

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http://www.nodolibri.it

da: Notizie NodoLibri – pamalteo@gmail.com – Gmail.

Informazione locale · Politica regionale e locale

Sul Lario viene espulso uno straniero al giorno – Cronaca – La Provincia di Como

…

I dati: dal primo gennaio al 28 novembre 2010, sono stati espulsi dalla provincia di Como 321 extracomunitari per i motivi più diversi: clandestini, innanzitutto, persone prive del permesso di soggiorno, entrate senza nulla osta nel nostro Paese e che non hanno titolo per rimanere, dunque sono in posizione irregolare. Al soggetto, è notificato l’ordine di espulsione, disposto dal Questore e decretato dal Prefetto e deve rispettarlo nel giro di cinque giorni. Se non lo fa, viene arrestato «per inottemperanza all’ordine del Questore», condannato e dovrà comunque lasciare il nostro Paese. A volte, la pena alternativa alla detenzione o la sanzione accessoria, disposta dal magistrato, è l’allontanamento spontaneo dal nostro Paese. Ma c’è chi non l’accetta: preferisce rimanere in carcere dalle nostre parti, piuttosto che tornare nel proprio Paese d’origine. Dall’inizio dell’anno, 24 extracomunitari sono stati accompagnati al Cie, centro di identificazione e di espulsione, poiché era impossibile, per la Questura, accertare la loro identità e quindi il Paese d’origine nel quale sarebbero dovuti tornare. In 12, invece, sono stati accompagnati alla frontiera, cioè in aeroporto o direttamente nel Paese d’origine, in aereo. L’ultimo di questi casi, sabato scorso, quando un magrebino è stato portato a Tunisi. Per Como, non è una novità assoluta: tra gli espulsi più noti, Azouz Marzouk, famiglia sterminata ad Erba da Olindo Romano e Rosa Bazzi, condanna per spaccio di droga ed allontanamento dall’Italia. Anche l’imam e due collaboratori della moschea di Via Pino, direttamente su disposizione del Ministero dell’Interno per questioni di sicurezza nazionale, erano stati prelevati ed accompagnati di filato all’aeroporto, in un giorno d’agosto, quattro anni fa.

Da: