BIOGRAFIA, biografie · Giardini (in genius loci) · LETTERATURA: romanzi, racconti, poesie

Guido Davico Bonino, La felicità è nel giardino. Una guida letteraria, il Saggiatore, 2024

scheda dell’editore:

https://www.ilsaggiatore.com/libro/la-felicita-e-nel-giardino

La felicità è nel giardino è una passeggiata nei giardini della letteratura italiana alla scoperta di odori, colori, alberi, erbe e frutti nascosti tra le sue pagine. Un percorso fra botanica e poesia, lingua e floricoltura, attorno al rapporto tra umano e natura. 

I giardini popolano da sempre l’immaginario degli scrittori: che si tratti del paradiso terrestre evocato da Dante nel Purgatorio, o del parchetto nel palazzo di Armida descritto da Tasso nella Gerusalemme liberata, o di quello in cui lo Jacopo Ortis di Foscolo sente esplodere l’amore per Teresa, tra quei prati e quelle fronde di carta generazioni diverse di lettori hanno trovato di volta in volta ristoro, sussulti, godimento. Guido Davico Bonino ci accompagna lungo sette secoli di opere per farci apprezzare l’evoluzione e i cambiamenti avvenuti nei nostri incontri con questi spazi di natura «addomesticata». Da Petrarca, Boccaccio e Ariosto fino a D’Annunzio, Pirandello e Campana, passando per i meno noti Tommaso Alberti, Domenico Gnoli ed Enrico Panzacchi, Davico Bonino ci invita a perderci tra i loro campi e le loro serre, tra «murmuranti ruscelli» e rose «modeste e verginelle», per ritrovare in quei racconti, così come in ogni pianta amorevolmente coltivata nei nostri balconi e nei nostri piccoli orti, un riflesso della nostra essenza. Perché come il giardino può proteggerci dal caos che ci circonda e regalarci fiori di rara bellezza, così i libri hanno il potere di offrirci un riparo e custodire gemme preziose; sta a noi volerle scoprire.

 

Guido Davico Bonino (Torino, 1938) è stato capo ufficio stampa e segretario generale della casa editrice Einaudi, critico teatrale per La Stampa e ha insegnato Letteratura italiana e Storia del teatro nelle università di Cagliari, Bologna e Torino, oltre ad aver diretto dal 2001 al 2003 l’Istituto italiano di cultura di Parigi. Autore di diverse monografie, edizioni di classici italiani, traduzioni da francese e inglese, antologie di poesia e narrativa, per il Saggiatore ha pubblicato Incontri con uomini di qualità (2013).

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Ricordare ancora: i cinquecento passi, il cancello, i gradini, il cipresso, il lago …

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Occorrono cinquecento passi per abbandonare la civiltà e l’asfalto della strada e addentrarsi nella selvatichezza boschiva. Questo cammino sul sentiero prepara una mutazione psicologica: so già quello che accadrà eppure ogni volta provo meraviglia e stupore. Sulla destra si vedono scorci grigi ed azzurri incastrati nei profili dei monti, tronchi di cedri e prati strappati alla parete scoscesa; sulla sinistra muri di pietra e rocce lasciate lì dai ghiacciai e sedimenti terrosi che permettono la sopravvivenza a felci e piante del sottobosco.

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Ogni passo è un atto di coscienza. Il rumore diventa suono. Le polveri sanno di selvatico, l’acciottolato ricorda il durissimo lavoro degli antenati, aiutati da asini buoni e mansueti. C’è poi il punto in cui i gradini cominciano a discendere: occorre sedare un poco l’ansia di arrivare, occorre prudenza e consapevolezza. Fra poco, pochi passi ancora, ci sarà un cancello, e oltre – lì sotto – le acque del lago.

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Ogni volta che dischiudo il cancello che accede direttamente al giardino, ho la piena consapevolezza di entrare in un microcosmo dove lo spazio fuori di me e quello interiore si stringono in un consolatorio abbraccio.

Come se, in quel luogo, si attivasse una sorta di delimitazione (e dunque elaborazione) delle mie emozioni incontrollate, talvolta labirintiche, altre struggenti o drammatiche, che affollano la mia vita interiore e che subito si placano nel dolce verde tranquillo, il colore più rassicurante offerto dalla natura.

Nelle diverse sfumature del verde – pino, menta, giada, smeraldo, cedro, grigioverde, salvia, marcio, oliva, erba, muschio . cangianti al mutare delle stagioni, riscopro la corrispondenza tra il mio esistere e il ciclo universale della vita dove inseminazione, nascita, sviluppo, maturazione, avvizzimento, caduta, altro non sono che le espressioni delle mie personali fasi del vivere.

Eccomi qui, viandante dell’esistenza a contatto con la natura, luogo straniante lungo il quale il toccare, vedere, odorare, ascoltare si rinnova ad ogni mio passo vagabondo.

Mettere in relazione il proprio sé con il mondo esterno è come un “fare anima” sia pur con il gesto semplice dello “stare” in un posto, alla ricerca lieve, curiosa ed interessata di quel qualcosa di difficilmente afferrabile (se non vi si presta amorosa attenzione) che va a costituire il nucleo essenziale di un luogo. Lo si cattura con una intuizione o con una percezione sintetica.

Come da mia indole classificatoria, non rinuncio a contare i gradini, quasi a correggere la mia impazienza e ad educarmi a una contemplazione attiva di ciò che è accaduto nei giorni di assenza e di quali sorprese, belle o brutte che siano, io possa trovare.

Ad ogni balza di quel terreno scosceso corrisponde un certo numero di gradini da scendere o salire, destinati a sottrarre dalla forte pendenza dei monti terrazzamenti da adibire a coltivazioni. Si chiamano affacci, lunghe e strette balconate vegetali dove il cammino diventa pratica filosofica.

Frutto di una progettazione umana volta ad addomesticare una natura di per sé indomita e selvaggia, oggi ognuna di quelle terrazze compresa fra ripide ma brevi scalinate, ha trovato una sua specifica caratterizzazione, assecondando il mio gusto individuale, spero in modo controllato e sensibile, Nella stagione della rinascita, varcato il cancello mi accoglie il cupolone delle viti, instancabili promesse di verdi e pesanti grappoli di acini dal colore che muta al progressivo accorciarsi delle giornate.

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Con soste meditabonde mi soffermo nei pressi di cespugli ormai disadorni del loro carico di azalee, di peonie spetalate, dell’azzurro estinto del glicine e pondero sulla fugacità del trapassato rigoglio di fiori, ora sostituito del niveo candore profumato del gelsomino e delle zagare.

So già che fra non molto l’infaticabile ronzio delle api turbinerà su un vermiglio, un porpora, uno scarlatto dei rosai ad alberello e non mi preoccupa l’erba che cresce rigogliosa fra robusti cespugli di ortiche: queste ultime diventeranno prezioso fertilizzante naturale per il mio orto in vaso, mentre il verde disordinato racchiude come gioielli e colori infiniti i teneri fiori di campo. La brunetta assieme a campanula. bugula, acetosa, ginestrina e altre a me ignote, cullate da trifogli, pratoline tarassaco e malve, sedurranno con il loro dolce nettare farfalle, bombi e calabroni solitari.

Decisamente non sopporto i giardini ossessionati dal taglio del prato, continuamente concimati e sarchiati per dare sempre il massimo di un’artificiale e anonima versione “all’inglese”.

No, non è quello il mio giardino i cui unici effetti speciali già appaiono sul finire dell’inverno, quando il calicanto è il primo a fiorire e al suo spegnersi, già premono le centinaia di bulbi dei giaggioli e il giallo dei sottili fiori dell’amamelide.

Non sboccia tutto insieme, lungo i corridoi. In quello più lungo (altri nove gradini) si danno il turno i pruni, i susini, il ciliegio, nel suo bianco spumoso, e infine i meli: ad ognuno il suo momento di gloria.

Salendo altri nove gradini mi dà il benvenuto la minuscola coreografia che ricorda il caldo del Sud, tra mandarini, limoni, arance, vasi di agavi e una palma che è cresciuta in concomitanza al mio arrivo. Tra i compositi verdi e le fragranze titillano le narici basilico e timo, dragoncello e maggiorana, menta, rosmarino, alloro e limoncina in disordinati grovigli o scompigliati arbusti.

Naturalmente non tutto è arcadia.

La nuova stagione è appena iniziata e già si vedono le prime foglie cadute, getti e polloni recisi, piante soffocate, ma non nella noncuranza: tutto viene accuratamente sorvegliato, nulla è sprecato. Non passerà molto che dal seccume e dalla morte, con un autoerotismo sfrenato, nasceranno nuovi getti e polloni, e ciò che è marcito e si è disfatto riprenderà vita in forme nuove, belle e colorate.

Mi sovvengono le parole del filosofo poeta Giacomo Leopardi che nel suo Zibaldone appuntava:

Voi non potete volgere lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento … Quell’albero è infestato da un formicaio, … quello è offeso nel tronco … Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco … In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso, là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via”.

La natura non ci dà la soluzione al mistero della vita, ma ci avvicina alla sua comprensione.

Il giardiniere-filosofo sa che la sua opera è effimera perché la natura è indomabile e la tavolozza dei colori è destinata a sbiadire per cedere il posto ad altre variati e altre gradazioni nello scorrere dei mesi. Ma di questo non si dispera perché curando la terra, impara che non esiste momento in cui in giardino non si intessano esuberanza e caducità, così come per la propria vita non si susseguano anticipi di malattia, le sperate guarigioni, le ricadute e infine la morte.

Sono le vicende dell’umana sorte legate al mistero, all’insondabile, all’ineffabile che, nella loro presunta individualità, si dispiegano  ad accogliere l’universale e l’eterno.

Forse, nell’illusoria speranza di paragonare il lavoro fisico a quello psichico, ogni volta che mi accingo a potare rami secchi o rastrellare foglie cadute provo l’inattesa soddisfazione di riuscire a sgombrare l’anima da vecchi e inutili pensieri.

Perché, passo dopo passo, imparo che fare il bene del giardino è soprattutto fare del bene a sé stessi.

Il continuo divenire della natura trova il suo apice nella coltivazione dell’orto in vasi dove, ancora, l’impegno del corpo soppianta i pensieri: via dalla casa, dai giornali, dal telefono, dalle incombenze del quotidiano. Al loro posto gli universali gesti della cura : seminare, diradare, trapiantare, rincalzare, sostenere, bagnare, concimare, cimare, raccogliere. Pure in questo caso, nessuna indulgenza agreste: curare un giardino è fatica dura, sudore che si mescola alla polvere, calli sulle mani, ferite, risultati spesso disattesi.

Nonostante ciò, contemplazione e meditazione sul trascorrere del tempo dettato dal ciclo della vita e della morte diventano nell’orto in miniatura elementi di serenità e pacificazione sostitutivi di stress e ansia, ricordandomi, inoltre, che esistono variabili indipendenti dal controllo umano.

Vento, siccità, grandine possono invalidare ogni sforzo elargito, ma prendersi cura della terra non dà necessariamente diritto al risultato. Un ulteriore modo per ricordarmi che non sempre le aspettative corrispondono ai nostri desideri: devo accettare quello sfuggente certo che d’imponderabile destinato a distruggere i diletti cultivar o a salvarli, malgrado me.

Placata la foga del raccolto orticolo di fine estate, quando l’esuberanza e la passionalità del rosso-oro dell’incombente autunno lentamente perdono intensità per abbandonarsi alla tonalità più morbida e rassicurante del colore marrone, si fa più intensa l’introspezione regressiva.

Forse perché la terra nuda è di questa tinta, quella stessa terra che elargisce e raccoglie, dispensatrice di vita e depositaria di ciò che vita non è più. Il marrone aranciato tinge anche gli ultimi frutti della stagione, ma so che sono gli ultimi scorci di ciò che resta prima del riposo invernale.

Il congedo finale, quando anche le tartarughe avranno scelto la loro tana per inabissarsi, sarà ostentato dall’allegro addobbo del caco, con i suoi frutti arancioni penzolanti dai rami nudi e spettrali, dolce polpa per i pettirossi che non temono il gelo della giornate più brevi.

Nella tiepida malinconia, è l’affaccio dell’ultimo piano che appaga l’anima.

Da lassù, nel silenzio rotto dai rintocchi di campane, ragli d’asino e motoseghe in azione per la legna del camino, lo sguardo si perde verso l’occidente, innescando una reverie ad occhi aperti che, con variabili geometrie, oltre il faro di San Maurizio, permette a paesaggi lontani di visitarmi. Nella quiete silenziosa il ricordo vede inanellarsi immagini degli altrove Milano, Venezia, Trento, Trieste, luoghi di un passato frammisto ai binari dei treni e alle aule di studenti vicini al titolo più ambito.

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Ma, ancor più mozzafiato, ecco disegnarsi, come naturale anfiteatro, l’acqua di lago, specchio dell’anima, liquida materia “conclusa” dall’abbraccio dei monti.

Sembra ferma. Ed invece correnti sotterranee la fanno turbinare. Lo sciabordio sulla rive è continuo e mi ricorda che l’immobilità è anche movimento e che occorre guardare sotto le apparenze. E poi che se queste baie sono così belle, così cariche di fascino allora vuol dire che l’evoluzione geologica questo voleva e voleva anche che ne fossimo testimoni. So di essere preso dal “sentimento di lago”, di origine dichiaratamente romantica: ma non temo scivolamenti regressivi, perché essere romantici dentro è una virtù da che voglio preservare.

E così tra questa immensità s’annega il pensier mio e il naufragar m’è dolce in questo lago.

3 Vialetto del FRUTTETO, dell'ORTO e del Ciliegio · autunno · Giardini (in genius loci) · Plumbago

la bellezza del PLUMBAGO, nel tempo in cui si avvicina l’autunno, 12 settembre 2023


4 Vialetto del CACO, dei MIRTILLI e degli ARANCI · Giardini (in genius loci) · GIARDINO, ORTO, FRUTTETO, TERRAZZAMENTI in Coatesa · MEDITAZIONE nel Tempo

Un altro “angolo del giardino” per sguardi e pensieri, fine maggio 2023

vicino alla Scala del Gioba, sotto a una Palma e all’Albicocco, guardando il pontile dei battelli … e là, sullo sfondo, il Faro di San Maurizio che mi ricorda Como, Milano, Venezia, Trieste … (i luoghi della mia vita lavorativa). E anche Luciana apprezza

Alberi · AMBIENTE, ECOLOGIA, AREE URBANE · BIOGRAFIA, biografie · Giardini (in genius loci) · GIARDINO, ORTO, FRUTTETO, TERRAZZAMENTI in Coatesa

Gagliano Monica, Così parlò la pianta. Un viaggio straordinario tra scoperte scientifiche e incontri personali con le piante, Notttempo, 2023

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https://www.edizioninottetempo.it/it/cosi-parlo-la-pianta

“Non tutte le culture”, scrive Suzanne Simard nell’introduzione a questo libro, “soffrono del complesso di superiorità antropocentrico, ma quella attualmente più potente e dominante sulla faccia della Terra sì, e ha provocato diverse crisi su scala mondiale. Per evitare il disastro socio-ecologico, servirà una rivoluzione. Bisognerà decostruire l’approccio riduzionista e provinciale che ci contraddistingue, per comprendere la vita e inventare modi completamente nuovi di intendere il mondo”.

È proprio questa la meta del viaggio visionario – e necessario – di Monica Gagliano: muovendosi tra autobiografia e indagine scientifica, Così parlò la pianta ci spinge a considerare le piante non come oggetti, bensì come esseri dotati di soggettività, coscienza e volontà, e dunque capaci di un punto di vista e di una voce distinti. Gagliano racconta i suoi incontri ravvicinati con le piante, ma anche con sciamani delle piante, indigeni che hanno conservato le tradizioni e mistici di tutto il mondo, integrando poi tutte queste esperienze con una rigorosa presentazione delle recenti e importanti scoperte scientifiche sulla comunicazione e la cognizione nel mondo vegetale, ambito di ricerca nel quale lei stessa svolge un ruolo di primo piano. Perché “il mondo vegetale non ha mai smesso di insegnare agli esseri umani, e noi, ascoltando, non abbiamo mai smesso di imparare”. Così parlò la pianta è un invito all’ascolto, al dialogo e al confronto, per un cambiamento che è ancora possibile.

Assaggia il libro

Leggi qui le prime pagine del libro

  • Monica Gagliano è professore associato di ricerca in Ecologia evolutiva alla Southern Cross University in Australia, dove dirige il Biological Intelligence Lab finanziato dalla Templeton World Charity Foundation. Ha scritto numerosi articoli scientifici sulla cognizione (percezione, processi di apprendimento, memoria e coscienza) nelle piante, collaborando con scienziati come Stefano Mancuso. Thus Spoke the Plant è un successo internazionale, già tradotto in molte lingue.
  • Tutti i libri di Monica Gagliano
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TartaRugosa ha letto e scritto di: Serena Dandini (2022), Cronache dal Paradiso, Einaudi Torino

Avatar di TartalùTARTARUGOSA

A noi tartarughe piace sognare soprattutto quando, sepolte nell’attesa del transito invernale, abbiamo molte ore a disposizione per farlo. E che cosa appare nel nostro cervello ibernato? Ovviamente distese di verde trifoglio, gialli fiori di tarassaco, tenere cimette di ortica, infiniti prati da esplorare …

E le parole confortanti degli umani che, come noi, fanno del giardino il loro paradiso terrestre:

Allora cos’è in fondo il Paradiso se non un meraviglioso giardino?”

Con Serena Dandini la traccia che conduce verso l’ideale di Eden esclusivi inizia dalla casa di campagna dell’autrice, luogo dell’infanzia e contenitore di memorie familiari che si schiudono qui e là come tracce indelebili di legami, giochi, suppellettili, mobili, colori, profumi, rumori. Voglia di fuggirne, ma desiderio di tornarvi – col ricordo – per ritrovarvi quell’azzurro dell’ortensia della nonna, impossibile da riprodurre nonostante tutti gli espedienti praticati.

A questo album di famiglia rivissuto attraverso la penna si…

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Giardini (in genius loci)

l’ AMELANCHIER, in Da Costa Mélissa, I quaderni botanici di Madame Lucie, Rizzoli, 2021, pag. 259

in https://coatesa.com/2022/11/12/da-costa-melissa-i-quaderni-botanici-di-madame-lucie-rizzoli-2021/

scheda:

https://it.wikipedia.org/wiki/Amelanchier

Biografie di persone · Giardini (in genius loci) · LETTERATURA: romanzi, racconti, poesie

Da Costa Mélissa, I quaderni botanici di Madame Lucie, Rizzoli, 2021

scheda:

https://rizzoli.rizzolilibri.it/libri/i-quaderni-botanici-di-madame-lucie/

Fuori è l’estate luminosa e insopportabile di luglio quando Amande Luzin, trent’anni, entra per la prima volta nella casa che ha affittato nelle campagne francesi dell’Auvergne. Ad accoglierla, come una benedizione, trova finestre sbarrate, buio, silenzio; un rifugio. È qui, lontano da tutti, che ha deciso di nascondersi dopo la morte improvvisa di suo marito e della bambina che portava in grembo. Fuori è l’estate ma Amande non la guarda, non apre mai le imposte. Non vuole più, nella sua vita, l’interferenza della luce. Finché, in uno di quei giorni tutti uguali, ovattati e spenti, trova alcuni strani appunti lasciati lì dalla vecchia proprietaria, Madame Lucie: su agende e calendari, scritte in una bella grafia tonda, ci sono semplici e dettagliate indicazioni per la cura del giardino, una specie di lunario fatto in casa.La terra è lì, appena oltre la porta, abbandonata e incolta. Amande è una giovane donna di città, che non ha mai indossato un paio di stivali di gomma, eppure suo malgrado si trova a cedere; interra il primo seme, vedrà spuntare un germoglio: nella palude del suo dolore, una piccola, fragrante, promessa di futuro.

Balbianello · FOTOGRAFIE · Giardini (in genius loci) · Isola Comacina · LAGO DI COMO-LARIO: Luoghi

La mia Cassinella. Storia di un luogo magico. 1925-2005. Testi di Cristoforo Mantegazza, 2021, pagg. 380. Indice del libro

La mia Cassinella, Un volume fotografico racconta con affetto devoto una delle ville più belle e affascinanti al mondo, romantico gioiello architettonico sulle rive del Lago di Como

vai alla scheda del libro sul sito di Cristoforo Mantegazza:

La mia Cassinella

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Dandini Serena, Cronache dal paradiso, Einaudi, 2022

vai alla scheda dell’editore:

La memoria dell’infanzia, trascorsa in una villa del viterbese, è il filo rosso con cui Serena Dandini ci conduce nelle vite di personaggi famosi e misconosciuti che sono partiti per viaggi straordinari, a volte fisici, a volte mentali, guidati dall’aspirazione all’assoluto. Visiteremo giardini fantastici. Ci addentreremo nelle utopie di architetti, profumieri, amanti della musica. Ci stupiremo per il coraggio di Jeanne Baret, che nel Settecento, travestita da uomo, compie il giro del mondo con la spedizione di De Bougainville. Guarderemo il vecchio Claude Monet, ormai quasi cieco, dipingere senza sosta le ninfee della sua casa di Giverny. Scopriremo con Agatha Christie «il lato oscuro delle piante». Accompagneremo Vladimir Nabokov a caccia di farfalle e Margaret Ursula Mee nella giungla amazzonica sulle tracce del fiore di luna, che sboccia una volta l’anno, di notte, per svanire all’alba. E infine torneremo nel Paradiso Perduto dell’autrice, a tirar le somme fra momenti dolorosi, bellissimi, struggenti.

«C’è chi cerca il Paradiso nel tempo passato, chi confida speranzoso nell’aldilà o chi, con piú tenacia, vuole raggiungerlo a tutti i costi sulla Terra. E anche se la caccia a questo luogo ideale a volte non è che un trucco messo in atto dalla nostra mente per sopportare l’ostilità del presente, non esiste essere umano che non vagheggi un “altrove assolato”».

Copertina del libro Cronache dal Paradiso di Serena Dandini

Giardini (in genius loci)

da un sogno: la cultura di un giardino

Radici

Tronco

Rami

Foglie e loro colori nel tempo

Parlano” e comunicano attraverso le trasformazioni

vai a:

https://coatesa.com/category/genius-loci/giardino-genius-loci/

BIBLIOGRAFIE, LIBRI e EDITORI · Giardini (in genius loci) · LEGGERE e SCRIVERE · Librerie nella casa di Coatesa

“Mi piacciono i libri che ti fanno leggere altri libri”, in Donati Alba, La libreria sulla collina, Einaudi, 2022

Avatar di Paolo FerrarioANTOLOGIA DEL TEMPO CHE RESTA

Mi piacciono i libri che ti fanno leggere altri libri. Una catena che non dovremmo mai interrompere.

L’unica forma di eternità che possiamo sperimentare è qui sulla terra, diceva Pia. Il giardino è una forma di eternità

Alba Donati   in     https://traccesent.com/2022/07/27/donati-alba-la-libreria-sulla-collina-einaudi-2022/

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