Il libro “Alberto Longatti, 21 agosto 2023: luoghi, ritratti, racconti”, curato da Paolo Donà e pubblicato da New Press Edizioni, è un’opera biografica e documentale dedicata alla memoria e al pensiero critico di Alberto Longatti, una delle figure intellettuali e giornalistiche più autorevoli e apprezzate del territorio comasco. [1, 2, 3, 4]
Contenuti dell’opera
Il volume nasce come testimonianza di una lunga e approfondita intervista concessa da Alberto Longatti proprio il 21 agosto 2023.
Il testo si articola attraverso diversi nuclei tematici: [4]
Le “ultime parole libere”: Ampi estratti e trascrizioni del dialogo estivo, che restituiscono la vivida voce e l’acutezza dell’intellettuale. [1, 4]
Mosaico di saggi storici: Contributi scelti che approfondiscono la storia del Novecento e la cultura locale attraverso la lente critica del protagonista. [1]
Ambiti culturali: Il racconto attraversa le grandi passioni e i campi di studio di Longatti, spaziando dall’architettura al giornalismo, passando per il teatro, il cinema e l’arte visiva. [4]
Apparato documentale: Il libro è arricchito da un dettagliato corredo di note e approfondimenti utili a ricostruire la sensibile missione divulgativa dell’autore. [1, 4]
Il progetto editoriale si inserisce all’interno di una riscoperta più ampia: la sua uscita si accompagna alla presentazione del docufilm “Alberto Longatti. Una vita lunga un secolo”, diretto da Giovanni La Rosa e prodotto dal Centro Studi Massimo Bontempelli. [4]
Recensioni e accoglienza critica
L’opera è stata accolta calorosamente dall’ambiente culturale lombardo, trovando una vetrina importante nelle presentazioni ufficiali durante gli eventi di Parolario OFF. [4]
I principali commenti e riscontri della critica mettono in evidenza:
Valore testimoniale: Viene recensito come uno strumento fondamentale per preservare la memoria storica e culturale del Novecento lariano, celebrando un uomo capace di fare della divulgazione un’opera di sensibilità e rigore. [1]
Stile narrativo e critico: I lettori e la stampa locale, come evidenziato dalle pagine culturali de La Provincia di Como, ne lodano la capacità di unire il racconto dei luoghi fisici e dei ritratti umani alla lucidità dell’analisi storica, rendendo il libro un tassello cruciale per comprendere l’identità del territorio di frontiera. [3, 6, 7]
L’articolo di Gianfranco Manfredi su La Provincia (8 giugno 2026) rievoca il brutale “Sacco di Torno” dell’11 giugno 1522, quando le truppe fedeli a Carlo V devastarono il borgo alleato dei francesi.
Il pezzo si inserisce nella riscoperta storiografica locale promossa da realtà come la Società Storica Comense e l’associazione “Via de Benzi 17”. [1, 2]
Il sacco di Torno dell’11 giugno 1522 rappresenta una delle pagine più drammatiche e violente delle Guerre d’Italia del XVI secolo sul Lago di Como.
Il borgo lariano subì una totale distruzione per mano delle truppe imperiali spagnole e dei soldati di Como, fedeli a Carlo V d’Asburgo e a Francesco II Sforza, come punizione esemplare per la sua alleanza strategica con la Francia. [1, 2, 3]
Il contesto geopolitico
Nel 1522, il territorio milanese era il principale campo di battaglia tra il re di Francia Francesco I e l’imperatore Carlo V. [3, 4]
Torno era un borgo florido, ricco di opifici tessili e fortificato, posizionato in modo cruciale sul lago. Aveva scelto di schierarsi apertamente con la fazione filo-francese. [1, 2, 5]
Como, al contrario, sosteneva la fazione imperiale e sforzesca. La rivalità tra i due centri non era solo militare, ma anche economica e commerciale. [1, 6]
La dinamica dell’attacco
L’11 giugno 1522, una flotta militare partita da Como sbarcò a Torno. Le truppe d’assalto erano guidate dal condottiero Gian Giacomo Medici, noto storicamente come il “Medeghino”, affiancato dal capitano di ventura Villachiara. Le difese del borgo, che ospitavano un contingente di soldati francesi, vennero travolte dalla brutalità della manovra. [1, 2, 5, 7]
Il massacro e le conseguenze
L’episodio si trasformò rapidamente in una carneficina: [2]
Distruzione totale: Il borgo fu messo a ferro e fuoco. Le cronache dell’epoca descrivono tetti ridotti in cenere e violenze indiscriminate finché vi furono abitanti da uccidere. [2]
Esodo dei sopravvissuti: Molti cittadini cercarono scampo via lago sui moli, fuggendo verso l’alto lago, la Svizzera o la bergamasca. [1, 2]
Declino economico: Torno perse la sua antica prosperità. Solo alla fine del Cinquecento i discendenti dei sopravvissuti tornarono per ricostruire il paese sulle sue stesse macerie. [1]
A testimonianza della violenza degli scontri nel porto, durante le operazioni di bonifica subacquea del XIX e XX secolo sono stati rinvenuti numerosi armamenti risalenti proprio a quell’epoca. [1]
Il volume “Quaderno rosso. Incontri” è un’opera della scrittrice e saggista comasca Carla Porta Musa, pubblicata nel 2002 dalla casa editrice DialogoLibri. [1, 2, 3]
Caratteristiche dell’opera
Genere: Raccolta di memorie, riflessioni personali ed elogi biografici dedicati a figure ed incontri significativi della vita dell’autrice. [1]
Contesto editoriale: Il libro fa parte di un ciclo di pubblicazioni nate dall’opera originaria Quaderno rosso (la cui primissima edizione risale al 1954 per l’Editoriale Comense). L’edizione del 2002 approfondisce la serie degli “Incontri”, a cui è seguito nel 2004 il volume Quaderno rosso. Incontri 3. [1, 4, 5]
Contenuti: All’interno del testo, l’autrice ripercorre i legami con personalità della cultura, della società e della realtà locale (come la successiva memoria per Carla Bignami), offrendo uno spaccato intellettuale del Novecento italiano. [5, 6]
L’autrice
Carla Porta Musa (Como, 15 marzo 1902 – Como, 10 ottobre 2012) è stata una delle figure più longeve e rilevanti del panorama culturale lombardo. Animatrice di celebri salotti letterari, è stata poetessa e romanziera, legata da profonda amicizia a intellettuali del calibro di Benedetto Croce, Salvatore Quasimodo e Dino Buzzati.
Gran parte della sua produzione e dei suoi manoscritti inediti sono oggi custoditi presso la Biblioteca Comunale di Como. [1, 7, 8]
Il santuario di Montepiatto, ufficialmente denominato chiesa della Visitazione di Maria a Santa Elisabetta, sorge a circa 600 metri di altitudine nel comune di Torno. Questo luogo sacro vanta una ricca storia medievale legata a una comunità monastica. [1, 2]
Le origini medievali
L’edificio originale risale all’età medievale. La struttura primitiva presentava forti somiglianze architettoniche con l’antica chiesa di San Giovanni a Torno. [1]
La nascita del convento (1507)
La vita comunitaria si sviluppò ufficialmente all’inizio del XVI secolo: [1]
Richiesta locale: I cittadini di Torno chiesero una sede vicina per le figlie monacate.
Fondazione: Nel 1507 nacque il monastero claustrale.
Dipendenza: La struttura fu affidata alle Monache del Sacro Monte di Varese. [1]
Il declino e San Carlo Borromeo (1598)
Il XVI secolo fu segnato da forti difficoltà economiche, isolamento geografico ed epidemie.
Nel 1598, l’arcivescovo San Carlo Borromeo decretò la soppressione del convento.
Le poche monache rimaste vennero trasferite a Varese per garantire la loro sicurezza.
Da quel momento e fino a metà del 1700, il complesso ospitò soltanto eremiti e religiosi solitari. [1, 3, 4, 5]
La leggenda del volo santo
Al declino del monastero si unisce una nota leggenda popolare locale: [4]
La roccia: Lungo la mulattiera che sale da Torno si trova la “Roccia di San Carlo”.
Il miracolo: La tradizione narra che il Santo usò questo masso per spiccare il volo insieme alle monache.
La salvezza: Il volo permise di metterle in salvo dalla peste, atterrando direttamente a Varese. [4]
Storia recente e restauri
Nel marzo 1975 un grave incendio distrusse la chiesa e i resti del convento. La ricostruzione avvenne grazie ai fondi della comunità e della Pro Loco di Torno. Di recente, nel 2024, la chiesa di Sant’Elisabetta ha beneficiato di importanti interventi di restauro che ne hanno preservato la bellezza e la stabilità. Oggi il sagrato offre uno dei belvedere più panoramici e suggestivi dell’intero Lago di Como. [1, 3, 4, 6]
Brienno è un antico borgo medievale situato sulla sponda occidentale del Lago di Como, famoso per la sua struttura urbana intatta a “labirinto”.
Risparmiato dal turismo di massa grazie a una variante in galleria che ne devia il traffico, il paese conserva case in pietra addossate sull’acqua, stretti vicoli rocciosi, archi e scalinate che ne testimoniano la millenaria importanza storica. [1, 2, 3, 4]
Dalle origini all’epoca romana
L’origine dell’insediamento risale al IV secolo a.C. con la presenza di tribù celtiche.
Successivamente, l’area divenne una colonia romana, come provato dal ritrovamento di lapidi antiche, aree pagane risalenti al IV e V secolo d.C. e un monile a forma di serpente. In questo periodo il borgo crebbe lungo l’asse strategico della via Regina. [5, 6, 7, 8]
Il Medioevo e la leggenda del Barbarossa
I primi documenti scritti risalgono al X secolo, periodo in cui a Brienno sorgeva un castello con funzione di caposaldo nel sistema difensivo lariano. [9]
Guerra dei dieci anni: Durante il conflitto medievale tra Como e Milano, Brienno si alleò con Como e con l’imperatore Federico Barbarossa.
La leggenda del dente: Un aneddoto locale racconta che, dopo la sconfitta nella battaglia di Legnano, il Barbarossa si fermò a Brienno per affogare l’amarezza nel vino. Uscendo ubriaco da una taverna, inciampò su un gradino e perse un dente. Questa presunta reliquia imperiale sarebbe ancora oggi custodita nella parrocchiale del paese. [7, 9, 10, 11, 12]
Feudatari e dominazioni
Con il declino del Barbarossa, il borgo passò sotto il controllo di Milano e in seguito divenne feudo del Vescovo di Como.
Nel 1497, Ludovico il Moro assegnò la terra a Lucrezia Crivelli. Durante la successiva dominazione spagnola del XVII secolo, il controllo feudale passò alla potente famiglia dei Gallio. [4, 7, 8, 9]
Archeologia industriale: la seta
Nonostante le dimensioni ridotte, Brienno vanta una tradizione manifatturiera tessile le cui prime notizie risalgono addirittura alla fine del X secolo.
Nel 1720 venne fondato un primo nucleo produttivo, evolutosi poi nella storica Filanda di Brienno, costruita tra il 1847 e il 1860. Lo stabilimento filò seta ininterrottamente fino al 1932, per poi essere riconvertito in residenza privata negli anni ’60, preservando l’iconica ciminiera in pietra. [13]
Il Novecento e le fortificazioni militari
Tra il 1927 e il 1948 il comune fu temporaneamente unito a quello vicino di Laglio. Durante la Prima Guerra Mondiale, le montagne alle spalle del borgo vennero profondamente scavate per la costruzione della Linea Cadorna. Sotto la chiesa di San Vittore è ancora perfettamente conservata la “Galleria di Demolizione”, un intricato sistema di bunker, trincee e tunnel progettato per far saltare la strada in caso di invasione nemica. [5, 8, 14]