Con nagori in giapponese si indica la fine della stagionalità di un frutto, di un ortaggio, di un dono della natura. Ma nagori assume anche le sfumature della nostalgia per una stagione giunta al termine e che ci lasciamo a malincuore alle spalle. Nagori annuncia una futura assenza: per ritrovare quell’odore, quel sapore, quell’emozione bisognerà aspettare un intero anno, non potendo far altro che conservarne il ricordo nella memoria dei sensi. Partendo da un’affascinante riflessione sul nostro legame con le stagioni e la natura, Ryoko Sekiguchi traccia un percorso incantevole attraverso l’arte, la letteratura, la gastronomia, e lo splendore millenario di saggezza e poesia del Giappone.
«Ryoko Sekiguchi esplora gli echi di una parola che ci invita a ripensare il nostro rapporto con il tempo». «l’Humanité»
Questa è la storia di un cane e di un uomo. Il cane è magro, denutrito, spunta all’improvviso come un’apparizione e ha fame, molta fame.
L’uomo è un vecchio, è stanco e vive immerso nella solitudine in una casa al confine tra il mondo degli uomini e quello degli animali. Insieme a loro c’è il bosco. Pieno di luci, ombre e cose nascoste. Assomiglia ai sogni, a quello che abbiamo dentro ma a cui non sappiamo dare un nome.
Il cane appare e scompare davanti alla casa, proprio come un sogno. Il vecchio vorrebbe avvicinarlo, nutrirlo, prendersi cura di lui. Comincia col dargli un nome: Osso, che gli suggerisce la nipotina. Poi si mette ad aspettare, con una ciotola di cibo appoggiata sul prato. E così, lentamente, i due si studiano, si conoscono. O forse il loro incontro è avvenuto migliaia di anni fa, quando gli uomini cacciavano e vivevano nelle capanne, con la nascita della straordinaria alleanza tra l’uomo e il lupo.
“Avrete sicuramente accarezzato un cane, nella vostra vita. Prima di voi, infinite volte la mano di un essere umano si è posata su un cane. Ci sembra il più banale dei gesti. Non lo è. Se avrete la pazienza di leggere questa storia, proverò a spiegarvi perché.”
Michele Serra
Michele Serra è nato a Roma nel 1954, è vissuto quasi sempre a Milano e ora abita in Appennino. Giornalista, scrittore, autore teatrale, scrive su “Repubblica” la rubrica l’Amaca e …
Gli abitanti di Edrevia sono divisi in clan, e ognuno di loro abita in una zona ben precisa: le alture dei Gurra, la pianura dei Dorsoduro, la valle dei Cronaca, le colline dei Guizza e dei Terranegra.
È una società in pace, quella degli alberi, con le sue assemblee moderate e intelligenti, i suoi tempi millenari, i suoi rituali e i suoi continui scambi d’informazioni attraverso le radici.
Da qualche tempo, però, gli equilibri dei clan sono minacciati dalla crisi climatica: Laurin, Lisetta e Pino, i nostri amatissimi eroi, questa volta dovranno uscire da Edrevia e avventurarsi nel mondo di fuori, alla ricerca di una nuova casa per la tribú degli alberi.
Un viaggio avventuroso e spericolato, pieno di incontri e di imprevisti. Sarà l’occasione per scoprire nuove società e nuovi modelli di vita, per attraversare deserti e scalare montagne, per mangiare dolcetti deliziosi e farsi nuovi amici che parlano dialetti incomprensibili. In una parola, per abbracciare il diverso.
Perché se c’è una cosa che gli alberi sanno fare – e che provano a insegnarci – è adattarsi.
Con il suo secondo romanzo, Stefano Mancuso torna ad aprirci le porte del suo mondo verde, allargandone ancora i confini: alla divertentissima comunità della Macchia e a quella perfetta dei Fitonidi, alla cosiddetta Microvalle con la sua portentosa biblioteca-labirinto e pure alla cupa terra dei Valdora, dove gli alberi sono diventati materia prima degli «esseri dannosi».
Tra il romanzo picaresco e l’apologo, sempre con grande rigore scientifico, Mancuso ci racconta ciò che conosce meglio: la natura e le piante, il nostro piú grande patrimonio.
ll giovane e irrequieto Gustave Flaubert, nel tentativo di sottrarsi alla “bêtise”, la stupidità intesa e percepita come dato di fondo della condizione umana, aveva individuato una possibilità di fuga nel viaggio quale ricerca della lontananza e dell’ignoto. Si può quindi capire per quale motivo lo stesso Flaubert si sia svelato con estrema evidenza non solo nel vastissimo epistolario, ma anche nei resoconti di viaggio, tutti pubblicati postumi. Con l’esclusione di un soggiorno in Algeria e Tunisia nel 1858, i viaggi di Flaubert (che poi vivrà prevalentamente nel suo “rifugio” di Croisset in Normandia) si situano tutti nel periodo della giovinezza. Il viaggio in Italia e in Svizzera della primavera 1845, che si propone in questo volume insieme al relativo carteggio e alla corrispondenza tenuta durante un soggiorno nella Svizzera centrale, sul Rigi, nell’estate 1874, è fatto di note piuttosto estemporanee, che tuttavia lasciano percepire con notevole chiarezza il futuro grande scrittore e alcuni dei suoi temi fondamentali. A Genova, ad esempio, nelle sale di Palazzo Balbi, Flaubert osserva il dipinto “La tentazione di Sant’Antonio” di Bruegel e concepisce la prima idea di quella che diventerà poi l’opera di tutta la sua vita, che lo terrà occupato a più riprese per un quarto di secolo. Le note prese in Italia e in Svizzera sono una delle prime, decisive testimonianze della verità umana e poetica di Flaubert, che consiste nel tentativo di attingere l’Assoluto dell’Arte e della Vita. Ma anche -e soprattutto- nella dolorosa e lacerante consapevolezza della sua vanità.
Gustave Flaubert (Rouen, 1821-Croisset, 1880) è una delle massime icone della letteratura di tutti i tempi. È l’autore tra l’altro di Madame Bovary (1856), L’educazione sentimentale (1869), La tentazione di Sant’Antonio (1874), Tre racconti (1877) e del grande progetto dello Sciocchezzaio, pubblicato postumo.